L'Italia si trova al centro di un'intersezione complessa di sfide demografiche, progressi scientifici in medicina riproduttiva e dibattiti sociali profondi, tutti convergenti sul tema della fertilità. La questione della natalità non è più solo un argomento sociale, ma si è affermata come una vera e propria emergenza nazionale, richiedendo un approccio integrato e strutturale. In un Paese dove le culle rimangono sempre più vuote e le nascite continuano a calare anno dopo anno, migliorare la qualità delle cure, promuovere la prevenzione e tutelare i diritti delle donne e delle coppie sono obiettivi primari. Ciò è fondamentale anche per contribuire a invertire la rotta di un declino demografico che, in caso contrario, rischia di compromettere il futuro stesso del Paese.
Il Declino Demografico e l'Invecchiamento della Popolazione Italiana
Il quadro demografico italiano presenta da anni indicatori preoccupanti, con un calo costante e inesorabile delle nascite e un progressivo invecchiamento della popolazione. I numeri parlano chiaro e non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche. La denatalità fa segnare record negativi di anno in anno: all'inizio di aprile l'Istat ha ribadito che nel 2022 i nuovi nati sono scesi, per la prima volta dall'unità d'Italia, sotto la soglia delle 400mila unità, attestandosi a 393mila. Questo trend negativo prosegue ininterrotto dal 2008, con una riduzione complessiva di oltre 200mila nascite in sedici anni. Nel 2024, le nascite in Italia sono scese sotto le 370 mila unità, con una perdita di quasi 10 mila rispetto all’anno precedente. Dal 2015 la popolazione residente è in calo e, secondo il bilancio demografico Istat dei primi undici mesi del 2025, le nascite sono circa 324.000, registrando un -4,2% rispetto agli stessi mesi del 2024. Questo declino ha diverse cause profonde.
Incidono significativamente la riduzione del numero di donne in età fertile, passate da 14,3 milioni nel 1995 a 11,4 milioni nel 2025, e l’aumento dell’età alla prima gravidanza. L’età media al parto delle donne italiane è salita da 31 a oltre 33 anni dal 2010 a oggi, e l’aumento dell’età della donna all’inizio della ricerca di un figlio è stato costante. Questa posticipazione della maternità è spesso legata a una grande incertezza sociale, economica e lavorativa che caratterizza il delicato periodo storico attuale. Come sottolinea Filippo Maria Ubaldi, direttore scientifico del gruppo Genera, le coppie cercano una gravidanza sempre più tardi, loro malgrado, perché non c’è certezza economica o lavorativa per moltissime di loro. Provano ad avere un figlio quando è per loro il momento giusto, ma biologicamente questo momento può essere tardivo.
L'Italia vive da oltre quarant’anni sotto la soglia di 1,5 figli per donna, collocandosi tra i paesi europei a più bassa fecondità. Il tasso di fecondità totale (TFT), dopo il picco del 1964 (2,66 figli per donna), è calato negli anni Settanta e, nonostante una lieve ripresa a inizio Duemila, ha raggiunto il minimo storico di 1,18 nel 2024. L’Italia presenta la percentuale più bassa di giovani (11,9%) e la maggiore di anziani (24,7%) rispetto ad altri paesi europei come Irlanda, Svezia e Francia. Al 1° gennaio 2026 si stima un’età media della popolazione residente di 47,1 anni, in crescita di mezzo punto decimale (sei mesi) rispetto al 1° gennaio 2025. La popolazione fino a 14 anni è pari a 6 milioni 852mila individui (11,6% del totale), in calo di 168mila unità rispetto al 2025; quella in età attiva (15-64enni) ammonta a 37 milioni 270mila (63,2% del totale), con una riduzione di 73mila individui sull’anno precedente, mentre gli over 65enni sono 14 milioni 821mila (25,1% del totale), oltre 240mila in più rispetto all’anno precedente. Crescono gli ultra-ottantacinquenni, raggiungendo i 2 milioni 511mila individui (+101mila) e rappresentando il 4,3% della popolazione totale.

Il confronto con altri Paesi europei evidenzia ulteriormente la specificità italiana: qualora l’Italia avesse registrato una propensione ad avere figli per donna pari a quella francese del 2024 (1,61), il numero di nati avrebbe raggiunto le 494mila unità, un livello di molto inferiore rispetto ai 664mila registrati in Francia nel 2024, in ragione di una struttura per età della popolazione francese assai più favorevole, caratterizzata da generazioni in età riproduttiva più numerose. Anche in Germania, dopo una intermedia fase di crescita, la fecondità è tornata a diminuire fino al valore di 1,36 figli per donna nel 2024.
In questo quadro di "inverno demografico", la medicina della riproduzione rappresenta una risposta non solo clinica ma anche sociale ed economica. L’infertilità, definita come l’incapacità di concepire dopo un anno di rapporti non protetti, coinvolge circa il 15% delle coppie in età riproduttiva, e secondo l’Istituto Superiore di Sanità, questi dati sono destinati a crescere fino a raggiungere il 19%. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) considera l’infertilità una condizione clinica che coinvolge circa il 15% delle coppie in età riproduttiva. Questo rende l'infertilità una vera e propria malattia riconosciuta a livello globale, con un ruolo importante nell'attuale crisi demografica.
La Procreazione Medicalmente Assistita (PMA): Una Speranza e le Sue Sfide
La Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) è quell'insieme di tecniche mediche che aiutano il concepimento quando non avviene in modo spontaneo. Negli ultimi vent'anni, la PMA ha assunto un ruolo sempre più rilevante nel panorama italiano, contribuendo in modo significativo al numero di nascite. L’Italia celebra un traguardo significativo: la nascita di oltre 217mila bambini grazie alla Procreazione Medicalmente Assistita, vent’anni dopo l’approvazione della legge 40 del 2004. Questo anniversario invita a riflettere sui progressi compiuti, sulle sfide ancora aperte e sull’evoluzione di un tema delicato e sentito.
La legge 40 del 2004, e le successive modifiche, hanno rappresentato un punto di svolta per le coppie con problemi di infertilità, permettendo l’accesso a tecniche avanzate di PMA, come la fecondazione in vitro (FIVET-ICSI) e l’inseminazione intrauterina (IUI), con procedure anche eterologhe, mediante gameti (ovociti e spermatozoi) provenienti da donatori. Nel corso di questi vent’anni, nuove tecniche e nuovi approcci hanno permesso di aumentare le possibilità di successo e di ridurre i rischi associati. Migliorano le tecniche di laboratorio, le tecniche di stimolazione, i farmaci utilizzati e la crioconservazione. Inoltre, la PMA ha introdotto lo studio delle alterazioni cromosomiche e genetiche nell’embrione prima del trasferimento, consentendo la diagnosi preimpianto per evitare la trasmissione di malattie genetiche ereditarie. Le aziende del settore stanno investendo nell’intelligenza artificiale per migliorare la selezione degli embrioni e aumentare le probabilità di successo, testimoniando un settore in costante evoluzione.
Nonostante questi progressi, l'accesso alla PMA in Italia presenta ancora significative difficoltà per molte coppie. Solo poco più del 40% delle coppie che potrebbe aver bisogno delle tecniche di procreazione assistita - circa 150mila all’anno - vi fa effettivamente ricorso. I motivi sono molteplici e complessi: tempi di attesa lunghi per i trattamenti - in alcuni centri pubblici ci si avvicina all’anno prima di arrivare al trattamento - costi difficili da sostenere, e uno scarso supporto psicologico.
Una recente indagine condotta dal network di centri convenzionati Demetra su 480 donne e 35 centri di PMA, che rappresentano oltre la metà dei cicli effettuati nel nostro Paese, restituisce dati interessanti: oltre due donne su tre hanno provato a rivolgersi al pubblico come prima scelta ma il 43% ha aspettato oltre tre mesi per la prima visita. Ed essendo il fattore tempo fondamentale per le coppie, nove su dieci si rivolgono poi al privato, che spesso ha costi insostenibili.
Il fattore età gioca un ruolo cruciale e spesso critico negli esiti dei trattamenti. Laura Rienzi, professore associato al dipartimento di Scienze molecolari dell’università di Urbino e direttrice scientifica del gruppo Ivirma Italia, precisa che "il 78% di chi valuta il percorso di Pma ha più di 35 anni, mentre il 40% ha addirittura superato i 40. Questo ritardo nelle decisione di ricorrere alla medicina della riproduzione ha un impatto diretto negativo sugli esiti”. L'età media delle donne che si sottopongono alla procedura rimane alta, circa 36,7 anni, un valore più elevato rispetto alla media europea pari a 35 anni. Per le donne che si sottopongono alla fecondazione in vitro con ovociti donati, l'età media è addirittura di 41,8 anni. In questo contesto, la PMA contribuisce nel 2023 a quasi il 4% delle nascite totali, un dato che sale vertiginosamente al 32% per le donne sopra i 40 anni al primo figlio.
Secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute, dal 2022 al 2023 è aumentato il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita da parte degli italiani, passando da 87.192 a 89.870 delle coppie trattate. In crescita anche i bambini nati vivi, che sono passati da 16.718 a 17.235. Quasi 100.000 coppie italiane si rivolgono alla Procreazione medicalmente assistita e oltre 14.000 bambini nascono ogni anno in Italia, pari a più del 3% del totale dei piccoli che vengono al mondo nel nostro Paese. Questi piccoli semi di vita ci ricordano ogni giorno che preservare la fertilità e promuovere la medicina della riproduzione non è solo una scelta sanitaria, ma un investimento sul futuro del Paese.
PMA procreazione medicalmente assistita - Intervista al Dott. Pasquale Totaro
La PMA nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA): Un Passaggio Cruciale
L'inserimento della Procreazione Medicalmente Assistita nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) rappresenta un passo fondamentale per garantire un accesso più equo e universale a queste tecniche. L’entrata della PMA nei Lea ha, tuttavia, cambiato di poco la situazione in un primo momento, visto che soltanto tre regioni - Toscana, Puglia e Sicilia - si sono adeguate. Inoltre, i Lea hanno aumentato l’età di accesso della donna alle tecniche di PMA e anche il numero dei cicli rimborsati, ma non hanno aumentato i fondi a disposizione.
Guardando al futuro, una svolta significativa è prevista: dal 1° gennaio 2025, la PMA verrà inserita nei Livelli Essenziali di Assistenza, diventando così una prestazione garantita dal Servizio Sanitario Nazionale a tutte le coppie che ne avranno bisogno, gratuitamente o con il pagamento di un ticket. Questa inclusione su tutto il territorio nazionale è un risultato importante, come evidenziato da Maria Rosaria Campitiello, Direttore del Dipartimento della Prevenzione, della Ricerca e delle Emergenze Sanitarie del Ministero della Salute: "Il Governo ha destinato 3,5 milioni di euro a una campagna nazionale sui test di riserva ovarica, garantendo informazioni affidabili, scientificamente fondate e prive di false aspettative sulla possibilità di concepire a qualsiasi età. Inoltre, per sostenere concretamente le coppie e garantire pari opportunità sul territorio nazionale, il servizio sanitario nazionale garantisce, dal 2025 finalmente su tutto il territorio nazionale, Procreazione Medicalmente Assistita”.
È fondamentale continuare a investire nella ricerca e nell’innovazione per migliorare l’efficacia e la sicurezza delle tecniche di PMA. È altresì essenziale promuovere l’informazione e la sensibilizzazione su questo tema, combattendo pregiudizi e disinformazione. L’inserimento delle tecniche di preservazione della fertilità nei LEA consentirebbe una reale prevenzione nei soggetti a rischio di riduzione del potenziale riproduttivo, evitando che restino limitate al settore privato. È inoltre necessario promuovere interventi di formazione e sensibilizzazione rivolti a popolazione e professionisti sanitari sulla tutela della capacità riproduttiva.
Attualmente manca una normativa nazionale uniforme: non esiste una regolamentazione centralizzata e alcuni farmaci, come quelli per l’induzione dell’ovulazione, non sono prescrivibili. Tuttavia, Regioni come Puglia, Lazio, Basilicata e Lombardia stanno avviando iniziative autonome, mentre in Campania è attivo un progetto pilota di prevenzione con l’Università Vanvitelli e la Federico II, dimostrando un crescente impegno a livello locale verso queste tematiche.
Preservazione della Fertilità: Oltre l'Oncologia per una Priorità di Salute Pubblica
Un argomento strettamente connesso alla PMA e di crescente importanza è il freezing, ovvero il congelamento degli ovociti per posticipare una gravidanza. Attualmente, questa procedura è rimborsata solo alle malate oncologiche. Tuttavia, la necessità di estendere questa possibilità ad altre categorie di donne è sempre più sentita, specialmente considerando il fenomeno del social freezing, in cui alcune aziende stanno cominciando a offrirlo come welfare alle loro dipendenti. Alcuni Paesi iniziano a considerarlo parte delle strategie per contrastare il calo delle nascite, riconoscendone il potenziale a livello sociale e demografico.
È fondamentale garantire alle donne con condizioni cliniche che compromettono la fertilità l'accesso a procedure di preservazione, non limitandosi alle pazienti oncologiche. Nicola Colacurci, Presidente della Fondazione Benessere Donna e già Ordinario di Ginecologia ed Ostetricia presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, osserva che "Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) ammette e copre interventi di preservazione della fertilità solo per le pazienti oncologiche, mentre dovrebbero essere prese in considerazione anche le maggiori condizioni cliniche ad alto impatto sulla capacità riproduttive delle donne". Su indicazione medica, bisognerebbe estendere le tecniche di preservazione anche alle patologie ad alto rischio di infertilità, come l’endometriosi, una condizione in cui la qualità ovocitaria risulta peggiore e tende a deteriorarsi più precocemente.
Quali sono le altre patologie che possono compromettere la fertilità e per le quali la preservazione sarebbe cruciale? Si tratta di patologie ovariche, tra cui endometriosi, mutazioni genetiche nella donna, pazienti con storia di precedente tumore, patologie autoimmuni, menopausa precoce e sclerosi multipla. Filippo Maria Ubaldi, docente di Ginecologia e Ostetricia all’Università della Calabria, conferma che "La preservazione della fertilità è indicata sia in ambito medico, quando esiste un rischio per la funzione ovarica, come nel caso di terapie gonadotossiche, patologie o interventi che possono ridurla, sia per motivi non medici".
La presa in carico da parte del SSN consentirebbe già nel primo anno a 1.131 donne con endometriosi, sclerosi multipla e menopausa precoce, di diventare genitori. Per questo, si ritiene che le procedure di preservazione della fertilità debbano essere inserite nei livelli essenziali di assistenza (LEA). L’obiettivo, come spiega Pasquale De Franciscis, Ordinario di ginecologia e ostetricia presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, è duplice: "da un lato aumentare la consapevolezza attraverso campagne informative mirate, dall’altro offrire percorsi concreti di preservazione della fertilità, con accesso a tecniche di crioconservazione ovocitaria a costi sostenibili".

Le strategie disponibili in un centro di Procreazione medicalmente assistita, come evidenzia Ubaldi, sono tre a seconda dell’età della paziente: prevenire (con la preservazione della fertilità e quindi la crioconservazione degli ovociti), compensare (attraverso una stimolazione ovocitaria personalizzata che possa massimizzare la produzione di ovociti) e risolvere (con l’ovodonazione), avendo come primo obiettivo sempre quello di ridurre i rischi. La fertilità deve diventare un tema di sanità pubblica, non un problema da affrontare solo quando è troppo tardi.
Il Ruolo dei Network e l'Innovazione nel Supporto alla Fertilità
Per rispondere alle esigenze delle coppie e superare le barriere di accesso, si stanno sviluppando modelli organizzativi innovativi e reti di centri specializzati. La nascita di un network convenzionato con il Ssn non sarà una soluzione per tutti ma è certamente un passo avanti. Allo storico centro Demetra di Firenze, se ne è aggiunto uno a Bergamo e così su cento coppie che richiedono la Pma con Ssn se ne riescono a soddisfare un buon numero: circa il 40% a Firenze e il 70-80% a Bergamo con il Servizio sanitario. L’offerta prevede anche una riduzione fino al 40% dei costi su Fivet e omologa rispetto ai principali centri privati se si opta per l’accesso in privato. Ma non solo: il network Demetra ha anche tre ambulatori (a Roma, Bologna e Milano) e studi medici affiliati a Pescara, Lido di Camaiore, Lucca, Giulianova, Napoli, Bari, Cosenza e Crotone. In questi centri le pazienti potranno fare la prima visita, gli esami preliminari e i controlli successivi al pick up e al transfer, che saranno effettuati a Bergamo o Firenze. Questo modello mira a rendere i percorsi più accessibili e meno onerosi in termini di spostamenti e costi per le coppie.
Fondamentale sarà anche l’integrazione tra pubblico e privato. Come ha evidenziato il professor Carlo Alviggi, il sistema sanitario nazionale deve garantire prestazioni che tutelino la fertilità e il benessere riproduttivo, mentre il settore privato può contribuire con servizi come il social freezing, a patto che vi sia una copertura farmaceutica accessibile a tutti.
La denatalità è una sfida complessa che va affrontata secondo una visione di lungo periodo e attraverso un impegno comune, a cominciare dalla prevenzione, come afferma Ramón Palou de Comasema, Presidente e Amministratore Delegato Healthcare di Merck Italia. Prevenire l’infertilità significa in primo luogo informare la popolazione sulle sue cause e fare in modo che tutti possano accedere ai percorsi clinici più adatti a tutelare la salute riproduttiva.
L’Associazione Italiana per la Fertilità (AIFE) rappresenta un nuovo attore in questo panorama. Durante la presentazione ufficiale dell’associazione alla Camera dei Deputati, è stato lanciato un primo segnale concreto: la richiesta al Governo di destinare fondi alle campagne istituzionali del Ministero della Salute per sensibilizzare la popolazione sulla fertilità femminile e sulla crioconservazione dei gameti. La visione di Aife è quella di un approccio integrato, che unisca innovazione tecnologica e cultura della prevenzione.
Stile di Vita e Prevenzione: Fondamenti per la Salute Riproduttiva
La fertilità non è solo una questione di età, ma è profondamente influenzata anche dallo stile di vita. Come ha ricordato la dottoressa Gemma Fabozzi, embriologa e nutrizionista, alimentazione scorretta, sedentarietà, fumo, disturbi alimentari e squilibri metabolici possono compromettere la fertilità sia femminile che maschile. La crescente diffusione di condizioni che compromettono la fertilità, legate sia a fattori biologici sia a stili di vita e condizioni ambientali, contribuisce al problema complessivo.
Tra le condizioni mediche che possono incidere significativamente sulla fertilità, oltre a quelle già menzionate per la preservazione, si aggiunge la sindrome dell’ovaio policistico (PCOS), un disturbo ormonale che può interferire con l’ovulazione. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Cureus, questa sindrome colpisce circa 116 milioni di donne nel mondo. È evidente che affrontare la fertilità richiede un approccio olistico che includa la promozione di stili di vita sani e la gestione delle patologie che possono comprometterla.
La consapevolezza dei limiti biologici della fertilità femminile è ancora troppo scarsa. Molte donne, spesso per motivi professionali o personali, rimandano la maternità senza conoscere i rischi legati all’età. È qui che l’informazione sanitaria gioca un ruolo cruciale. Oggi parlare di fertilità e salute riproduttiva significa guardare oltre l’ambito sanitario: significa interrogarsi sul futuro della nostra società, come spiega Maria Rosaria Campitiello. In Italia la natalità continua a calare e sempre più donne posticipano la maternità, come se il tempo fosse un bene prezioso da gestire con attenzione. Questo cambiamento ha effetti concreti: una società con meno nascite rischia di indebolire il proprio tessuto sociale, economico e demografico.
Il Mercato degli Integratori per la Fertilità: Un Riflesso dei Tempi
Il panorama della fertilità in Italia si arricchisce di un fenomeno interessante e in crescita: il mercato degli integratori dedicati alla salute riproduttiva. In questo scenario, l’Italia si ritaglia un ruolo di primo piano in Europa, conquistando il terzo posto per valore, dietro Germania e Francia. Negli ultimi anni, infatti, il mercato italiano degli integratori per la fertilità ha registrato una crescita significativa. Secondo le analisi di Grand View Research, l’Italia detiene oggi circa il 15% del mercato europeo di questi prodotti. Davanti si collocano la Germania, con una quota del 28,5%, e la Francia, con il 19,2%. Le previsioni, oltretutto, indicano una crescita marcata nei prossimi anni.
La crescita italiana si inserisce in un contesto internazionale in piena espansione. Il mercato globale dei servizi per la fertilità, che comprende diagnosi, trattamenti, fecondazione assistita e conservazione di ovociti e spermatozoi, è stato valutato oltre 42 miliardi di dollari nel 2023. E le proiezioni indicano che potrebbe superare i 70 miliardi entro il 2030. Cresce la domanda degli integratori per sostenere la salute riproduttiva.
Le ragioni dell’espansione di questo mercato, non è positiva purtroppo: alla base, infatti, ci sono cambiamenti profondi negli stili di vita e nelle dinamiche sociali. L’età media per avere il primo figlio continua ad aumentare. A questo si devono aggiungere fattori come stress cronico, obesità, alimentazione squilibrata e sedentarietà. Il successo degli integratori si inserisce in un cambiamento culturale. Sempre più persone cercano di affrontare il tema della fertilità in modo preventivo, adottando uno stile di vita più sano e ricorrendo a prodotti che promettono di sostenere la salute riproduttiva. Parallelamente alla crescita degli integratori, si sta evolvendo anche il mondo della PMA.

Il posizionamento dell’Italia tra i primi Paesi europei nel mercato degli integratori per la fertilità racconta una trasformazione profonda. Da un lato, purtroppo, c’è una crescente difficoltà biologica a concepire; dall’altro, però, una maggiore consapevolezza e una domanda di soluzioni sempre più articolate. L’infertilità, insomma, non è soltanto un tema medico, ma una questione che tocca demografia, politiche familiari, ambiente e cultura. La crescita del mercato degli integratori e dei servizi dedicati altro non è che il riflesso di una società che cambia e che cerca strumenti nuovi per affrontare una delle sfide più intime e delicate della vita.
Iniziative di Sostegno Sociale e l'Ecosistema della Fertilità
La bassa fecondità italiana non si risolve con politiche di stampo pronatalista che spesso si traducono in un bonus una tantum. Il divario tra fecondità desiderata e realizzata è un elemento cruciale: l’80% degli adolescenti italiani dichiara di volere almeno due figli, ma solo il 36% delle donne nate nel 1973 ne ha avuti due o più. Questo divario, noto in letteratura come fertility gap, è il più ampio in Europa e si accompagna a un aumento dell’infecondità involontaria, legata anche al rinvio della genitorialità.
Il fertility gap evidenzia un potenziale riproduttivo inespresso, frenato da ostacoli economici, sociali e istituzionali. La deregolamentazione del lavoro dagli anni Novanta ha favorito la diffusione di contratti temporanei e flessibili, generando un mercato duale che ha colpito soprattutto i giovani, incidendo sulle decisioni riproduttive. L’instabilità lavorativa ritarda la genitorialità, con effetti più marcati per le donne e nei contesti mediterranei. In Italia, chi entra nel mercato del lavoro con contratti a termine ha probabilità significativamente più bassa di avere figli.
La bassa fecondità italiana deriva da ostacoli multidimensionali. Politiche frammentarie o discontinue rischiano di perdere efficacia e minare la fiducia dei cittadini. Solo un approccio integrato e strutturale potrà favorire una svolta duratura: indipendenza giovanile e uguaglianza di genere sono le condizioni per ridurre il fertility gap. Il destino demografico dell’Italia si gioca su un terreno sempre più fragile e complesso: la fertilità. In un’Italia che invecchia e si svuota, la fertilità non è solo una questione personale, ma una responsabilità collettiva. È tempo di smettere di considerarla un tabù o un problema da affrontare in solitudine. È tempo di riconoscerla per ciò che è: una priorità nazionale. Perché ogni nuova vita non è solo una gioia per chi la accoglie, ma un atto di fiducia nel domani.
In un contesto più ampio di sostegno sociale, è da menzionare il programma "Fertilità" di Invitalia, già Sviluppo Italia, realizzato in collaborazione con il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali. Questo progetto, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 143 del 22 giugno 2006 e scaduto il 20 ottobre 2006, era volto a sostenere lo sviluppo di imprese sociali. Furono ritenuti ammissibili al finanziamento ben 73 progetti, nelle aree geografiche più deboli e povere del paese, che avevano come destinatari 69 cooperative sociali che inserivano al lavoro persone svantaggiate e 4 associazioni di promozione sociale, a cui si aggiungevano tantissimi altri beneficiari facenti parte del partenariato di ciascun progetto. Si trattava di iniziative sociali di grande rilievo, che sostenevano tante persone svantaggiate attraverso attività nel campo del turismo, ambiente, sport, cultura, istruzione, ricerca, produzione di beni e servizi, commercio e servizi socio-assistenziali. All'epoca, questa iniziativa, sebbene non direttamente medica, rientrava in un più ampio sforzo di politica sociale per il benessere del territorio, dimostrando una visione di sostegno alle comunità e alle fasce più vulnerabili.
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