Il momento del parto, spesso idealizzato come l'apice della gioia e della realizzazione femminile, può in realtà rivelarsi un'esperienza profondamente complessa e, in alcuni casi, difficile, segnata da sfide fisiche, emotive e mediche. Le narrazioni che circondano la nascita tendono a minimizzare il dolore o a dipingere un quadro uniforme di trasformazione gioiosa, ma la realtà per molte donne italiane è ben diversa. Si dice che subito dopo aver partorito le donne dimentichino il dolore del parto. Pare che sia una sorta di dono della natura per permettere la continuità della specie, altrimenti nessuna avrebbe il coraggio di passare una seconda volta attraverso quel dolore. Tuttavia, questa presunta dimenticanza non cancella le cicatrici, fisiche o psicologiche, che un parto può lasciare.
Una delle prime e più immediate considerazioni riguarda la variabilità intrinseca di questo evento: i parti non sono tutti uguali, così come le donne non sono tutte uguali. Di più: una stessa donna non partorisce due volte nello stesso modo. Questa diversità è fondamentale per comprendere le differenti traiettorie che le esperienze di maternità possono intraprendere.
Voci di Donne: L'Impatto Psicologico ed Emotivo del Parto
Le testimonianze di donne che hanno vissuto parti difficili offrono uno spaccato crudo della realtà che spesso rimane inascoltato. Selene, a soli 30 anni, ha sperimentato questa discrepanza tra aspettative e realtà. Racconta che poche ore dopo il suo primo parto ha pensato che in fondo un secondo figlio poteva anche averlo. Dopo il secondo, però, ha una sola certezza: non ce ne sarà mai un terzo. Lei e il compagno concordano nel pensare che ci sia stata una forma di violenza che li ha scioccati: la loro bambina è nata in sala travaglio perché l’ostetrica sosteneva che Selene non fosse ancora in fase espulsiva, tesi che ha ribadito nella cartella anche per iscritto. Una volta tornata a casa, Selene ha iniziato a sentire disagi di varia natura con la muscolatura addominale e pelvica. Ha capito di aver vissuto un trauma, ma ha diligentemente aspettato i 40 giorni canonici prima di farsi confermare da un ginecologo che non ci fosse nessun problema fisico.
Non tutte, tuttavia, hanno la stessa lucidità e consapevolezza immediata del vissuto. Lucia, 37 anni, racconta un'esperienza che l'ha cambiata profondamente, ma non in meglio, almeno inizialmente. “Il parto mi ha profondamente cambiata, ma questo mi sembrava normale. Solo che mi sentivo cambiata in peggio: avevo crisi di rabbia, sbattevo porte, alzavo la voce, rompevo oggetti. Non ero mai stata così. Ma ci ho messo un anno a rendermi conto che se ero così arrabbiata c’era un motivo. Ho cominciato un percorso di psicoterapia e ho capito di essere arrabbiata per com’era andato il mio parto. Con me stessa, con i medici.”
Questi racconti mettono in luce una pressione sociale e culturale implicita. Le aspettative sono altissime: il desiderio di un’esperienza di parto positiva spesso si trasforma in una subdola sensazione legata alla capacità o meno della donna di partorire velocemente, senza troppe tragedie, lasciandosi guidare dai medici e rimettendosi in piedi poche ore dopo trasfigurata dalla gioia. Il parto diventa una performance, le donne delle atlete, se fanno il cesareo delle panchinare. E se le cose vanno in modo leggermente diverso, sentono di aver perso la gara. Suona brutale detta così, ma riflette una realtà emotiva diffusa.

La Medicalizzazione e le Diverse Definizioni di "Difficile"
Un parto può essere definito difficile per molte ragioni: fisiologiche, di protocollo medico, psicologiche. Non sempre hanno a che fare con il parto in sé, talvolta con le circostanze, o con la predisposizione psicologica della donna. L'ostetrica (e mamma) Claudia Sfetez, autrice del libro “Guarire dal parto”, afferma un concetto potente: “Vivere un parto traumatico può essere più simile all’esperienza di essere un bambino, piuttosto che avere un bambino.” Con questo non si vuol dire che il parto sia sempre un trauma. Di sicuro è un momento di trasformazione intenso per ogni donna, e ognuna lo attraversa con tempi e modalità personali. Quello che è importante riconoscere, oggi, è che una donna può provare un profondo disagio, a prescindere dalla gravità delle complicazioni incontrate.
Il dolore, in questo contesto, è una componente ineludibile del processo, ma non dovrebbe mai essere negato o lasciato a macerare in una stanza dell’anima. Le madri hanno bisogno di una rete di sostegno che permetta loro di liberare il dolore di un parto difficile, piccolo o grande che sia, per compiere un percorso che avrà le sue tappe negli studi degli specialisti del caso: psicologi, ginecologi, ostetriche e tutto ciò che la madre riterrà utile per la sua metamorfosi verso la serenità.
La medicalizzazione del parto ha portato a pratiche che, se da un lato aumentano la sicurezza, dall'altro possono distanziare la donna dall'esperienza fisiologica. La posizione distesa (litotomica), sdraiata sulla schiena, nata come una moda delle classi ricche del tardo medioevo, che non vollero più partorire come la plebe che partoriva in piedi, si è diffusa. L’invenzione del forcipe intorno al 1600 ha poi contribuito al dilagarsi della posizione orizzontale durante il parto. La posizione litotomica si è diffusa come pratica comune durante il parto da quando l'ostetricia è stata medicalizzata (da circa tre secoli) soprattutto per facilitare gli operatori nell'assistenza al parto. Tuttavia, questa posizione può aumentare la pressione sull'utero e sugli organi interni, e non favorisce la gravità nel naturale avanzamento del feto. Allo stesso modo, interventi come l'amniotomia (provocare le contrazioni dell’utero) o manovre fisiche come la manovra di Kristeller (vietata in molti Paesi, che consiste nell’esercitare una forte pressione sull’utero per facilitare la fuoriuscita del feto) possono essere considerati parte di un processo assistito che devia da un percorso puramente fisiologico.
Secondo la definizione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, il "parto veramente naturale" inizia con travaglio spontaneo (senza induzioni), e procede con una progressione del travaglio/parto a basso rischio (senza segni di disfunzione). Il bambino, durante questo tipo di parto, si trova in posizione di vertice tra le 37 e 42 settimane, e l’espulsione vaginale del bambino avviene in maniera spontanea, consentendo altresì buone condizioni fisiche di mamma e bambino dopo la nascita. Non tutti i parti vaginali, dunque, sono naturali in senso univoco. Il miglior ostetrico, secondo Frédéric Leboyer, è colui che è capace di starsene con le mani in tasca, lasciando che il processo segua il suo corso.
Casi Complessi: Gravidanze Avvanzate, PMA e Patologie Rare
L'Italia presenta un quadro demografico in evoluzione, con un'età media al primo parto in aumento. In Italia l’età media al primo parto è 32,4 anni, ma non sono poche le donne che partoriscono a 45 anni o più. Molto spesso le gravidanze nelle donne con età materna molto avanzata (45-49 anni) o con età materna estremamente avanzata (>50 anni) sono ottenute grazie alla procreazione medicalmente assistita (PMA). Dato che sia l’età materna che la PMA sono fattori di rischio di morbidità perinatale, un gruppo di ricercatori italiani ha condotto uno studio di coorte per valutare gli esiti materni e neonatali nelle gravidanze delle donne over45, con un focus particolare sul tipo di concepimento - spontaneo (CS) o mediante PMA - e, nel caso della procreazione assistita, sull’origine degli ovociti.
I risultati di questo studio, pubblicati sulla rivista Acta Obstetricia et Gynecologica Scandinavica, mostrano che la morbidità materna è più alta nelle gravidanze ottenute con la PMA, specialmente quando sono usati ovociti da donatrice, mentre gli esiti neonatali non sono significativamente diversi nelle diverse gravidanze. Lo studio ha incluso 557 gravidanze non gemellari di donne di età ≥ 45 anni concluse con un parto a ≥ 22 settimane di gestazione in 5 centri maternità universitari italiani. Nove gravidanze su dieci (88,9%) riguardavano donne con età materna molto avanzata e una su dieci (11,1%) donne con età materna estremamente avanzata. Circa due gravidanze su tre (63,9%) erano state ottenute mediante PMA; le donne ricorse alla PMA erano più frequentemente nullipare rispetto alle donne che avevano concepito spontaneamente (86,5% contro 34, 8%). Nel 60,1% dei casi il parto era cesareo e nel 41,7% dei casi si trattava di un cesareo programmato.

L’analisi multivariata ha rivelato che, nelle gravidanze con PMA, la probabilità di parto cesareo era quattro volte più alta che nelle gravidanze con CS e quella di emorragia postpartum quasi tre volte più alta. Non sono state osservate differenze significative tra i due gruppi per quanto riguarda gli esiti neonatali, tra cui punteggi di Apgar, ricovero in terapia intensiva neonatale, necessità di supporto respiratorio e morte fetale. Nel confronto tra PMA omologa ed eterologa, è emerso che la PMA eterologa si associava a una probabilità quasi doppia di diabete gestazionale e a un rischio significativamente più alto di rimozione manuale della placenta nei parti vaginali (oltre dieci volte, sebbene con cautela interpretativa data la rarità dell'evento).
Secondo gli autori dello studio, il tasso più alto di parti cesarei nelle gravidanze con PMA, incluso quello dei cesarei programmati, può riflettere sia una maggiore prevalenza di complicanze ostetriche sia la cautela clinica nella gestione di gravidanze considerate "preziose". Ipotizzano che differenze nella gestione degli embrioni, nelle tecniche di congelamento e nei protocolli di stimolazione possano contribuire alla variabilità osservata tra i sottotipi di tecniche di procreazione assistita. I risultati sottolineano la necessità di una consulenza preconcezionale completa per le donne che ricorrono alla PMA in età avanzata, informandole sui maggiori rischi di diabete gestazionale, cesareo, emorragia postpartum e complicanze potenzialmente rare ma gravi.
La medicina moderna è tuttavia anche capace di gestire casi estremamente complessi, trasformando sfide in successi. Un esempio notevole è stato riportato dalla Città della Salute di Torino, dove un caso di sindrome di Alström, una malattia rarissima che conta pochi casi al mondo, ha richiesto un percorso di fecondazione in vitro con iniezione intrafallopiana di spermatozoi (ICSI). La gravidanza, seguita dal dott. Andrea Carosso e dal dott. Gianluca Gennarelli, ha visto una collaborazione interdisciplinare con l’équipe dell’ambulatorio di gravidanze a rischio, guidato dalla prof.ssa Benedetto. A 38 settimane, un lieve peggioramento delle funzioni cardiovascolari e metaboliche materne ha indotto il parto cesareo programmato, con il supporto dell’équipe anestesiologica diretta dalla dott.ssa Simona Quaglia. Il neonato è stato poi preso in carico dalla Neonatologia universitaria. Il Direttore generale della Città della Salute di Torino ha definito questo "un altro parto che ha del miracoloso", sottolineando l'eccellenza italiana nel campo.
GESTIONE GRAVIDANZE A RISCHIO: IPERTENSIONE, DIABETE, PARTO PREMATURO, SCARSO ACCRESCIMENTO DEL FETO
Un'altra storia di resilienza arriva dal Policlinico di Bari. Una giovane donna di 23 anni, di origini tarantine, è stata trovata svenuta a causa della rottura di una malformazione artero-venosa cerebrale. Nonostante le condizioni critiche, la paziente, seguita dalla professoressa Megna e dai colleghi di ginecologia e neonatologia, è riuscita a portare a termine felicemente la gravidanza. Dopo il parto, la paziente è stata sottoposta a stimolazione transcranica a corrente diretta per favorire la neuromodulazione delle aree cerebrali deputate al linguaggio e al movimento. L'equipe riabilitativa ha lavorato per renderla il più possibile autonoma e funzionale, e vedere la donna recuperare l'uso del braccio e della mano destra è stato un risultato emozionante e commovente.
Infine, vi sono casi di parti inaspettati che evidenziano lacune nella comunicazione o nella percezione. Una mamma di 39 anni di San Donato (Lecce) non sapeva di essere al settimo mese di gravidanza. Ha partorito inaspettatamente Beatrice, un evento che, sebbene conclusosi con la nascita di una bambina sana, ha rappresentato un vero e proprio calvario che avrebbe potuto avere esiti tragici. La famiglia ha espresso la necessità che qualcuno si assumesse la responsabilità di tanta leggerezza.
L'esperienza del parto in Italia è quindi un mosaico complesso di gioia, dolore, avanzamenti medici, sfide individuali e collettive. Riconoscere la difficoltà, il disagio e la trasformazione che ogni parto comporta, al di là della narrazione dominante, è il primo passo verso un supporto più autentico e completo per tutte le donne.
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