Il Complesso Mosaico della Storia dei Castiglione: Da Cortigiani a Icone del Design e Imprenditoria Moderna

Il nome "Castiglione" risuona attraverso i secoli e in diversi ambiti, evocando figure storiche di spicco, capolavori letterari, innovazioni artistiche, pietre miliari del design e successi imprenditoriali contemporanei. Questa denominazione, ricca di sfumature, ci conduce in un viaggio affascinante che attraversa il Rinascimento italiano, le corti europee, l'esotismo della Cina imperiale, le vicende politiche del Risorgimento e l'ingegno del design moderno, fino ad arrivare all'eccellenza industriale dei nostri giorni. La storia dei Castiglione non è una narrazione lineare di una singola famiglia, ma piuttosto un intreccio di destini individuali e collettivi che, pur non essendo sempre direttamente correlati da legami di sangue strettissimi, condividono un'eredità di influenza, creatività e impatto duraturo sul loro tempo e oltre.

Mappa dell'Italia rinascimentale con le corti frequentate da Baldassarre Castiglione

Baldassarre Castiglione: Il Cortigiano Ideale e l'Uomo del Rinascimento

Tra le figure più emblematiche legate a questo nome spicca Baldassarre Castiglione, la cui prosa e la lezione che offre sono considerate una delle più alte espressioni del Rinascimento italiano. Nato a Casatico, nel mantovano, il 6 dicembre del 1478, Baldassarre era figlio di Cristoforo Castiglione (1458-1499), un uomo d'armi alle dipendenze del marchese di Mantova Ludovico Gonzaga, e di Luigia Gonzaga (1458-1542). Proveniente da una famiglia dedita per necessità al culto delle armi e al prestar servizio presso signori più potenti, Castiglione fu inviato, all'età di dodici anni, sotto la protezione del parente Giovan Stefano Castiglione, alla corte di Ludovico il Moro, signore di Milano. Qui ebbe l'opportunità di studiare alla scuola degli umanisti Giorgio Merula, per quanto riguarda il latino, e Demetrio Calcondila, per il greco. Si impratichì invece della letteratura italiana, appassionandosi in particolar modo a Petrarca, Dante, Lorenzo il Magnifico e Poliziano, sotto l'umanista bolognese Filippo Beroaldo. Per quanto riguarda l'esercizio e la pratica delle armi, si formò insieme a Pietro Monte.

Nel 1499, Baldassarre Castiglione tornò a Mantova per mettersi al servizio di Francesco II Gonzaga, marito di Isabella d'Este. Sebbene, secondo la Cartwright, Castiglione non fu mai attratto dalla personalità rude del marchese, proseguì la tradizione familiare servendo Francesco II quale cavaliere. Lo seguì prima a Pavia e poi nuovamente a Milano, dove assistette all'entrata trionfale di re Luigi XII di Francia il 5 ottobre. La sua carriera lo portò a soggiornare in molte corti, tra cui quella di Francesco II Gonzaga a Mantova, quella di Guidobaldo da Montefeltro a Urbino e quella di Ludovico il Moro a Milano.

Ritratto di Baldassarre Castiglione

Il vero punto di svolta nella sua vita avvenne quando il duca d'Urbino Guidobaldo da Montefeltro, rientrato in possesso dei suoi domini dopo la morte di Alessandro VI, scese a Roma per rendere omaggio al nuovo papa Giulio II. Con la diretta conoscenza di Roma, di Urbino e del duca Guidobaldo, Castiglione provò «il fascino, tanto diverso, ma egualmente profondo, delle due città» rispetto alla più provinciale Mantova. Grazie anche all'interesse della duchessa Elisabetta Gonzaga, ottenne così di essere dispensato dal servigio al signore gonzaghesco per trasferirsi nella più promettente e amena città marchigiana, anche se ciò suscitò nel marchese Francesco II un certo risentimento verso il suo ex servitore. Così, nel 1504, iniziò forse il periodo più felice per il nobile Castiglione, entrando al servizio di una corte più fastosa ed elegante di quella mantovana. Alla corte urbinate il Castiglione poté vivere appieno la sua natura cortigiana, dedicandosi alla letteratura e al teatro. In questo ambiente vibrante incontrò figure del calibro del conte Ludovico di Canossa e l'ormai celebre letterato veneziano e futuro cardinale Pietro Bembo.

La residenza a Urbino non fu però statica, poiché fu impiegato dal suo signore quale ambasciatore. Fu nell'autunno/inverno 1506 in Inghilterra alla corte di Enrico VII Tudor per ringraziare il sovrano inglese della concessione a Guidobaldo dell'onore di far parte dell'Ordine della Giarrettiera. Fu in quest'occasione che dedicò al sovrano inglese la Epistola de vita et gestis Guidubaldi Urbini Ducis. Ancora, nel maggio 1507 fu a Milano per rappresentare il duca presso Luigi XII di Francia, ma fu spedito anche a Roma come ambasciatore, visti gli strettissimi legami feudali che intercorrevano tra la Santa Sede e il Ducato d'Urbino, ora che il titolo ducale era passato a Francesco Maria I della Rovere, parente di Giulio II (1508). Nel frattempo, agli inizi del ducato di Francesco Maria, Castiglione era stato nominato dal nuovo duca di Urbino podestà di Gubbio affinché i suoi cittadini rimanessero fedeli alla causa roveresca, riuscendovi. Durante questi anni l'umanista partecipò anche alle imprese belliche del papa guerriero, quale per esempio l'assedio della Mirandola, che si svolse dal 19 dicembre 1510 al 20 gennaio 1511, o la presa di Bologna da parte delle truppe urbinate.

Successivamente, la carriera di Castiglione lo condusse a Roma, dove conobbe una nuova fase della sua vita. Questa era l'intellighenzia artistico-culturale ereditata dal nuovo pontefice, Leone X, dalla Roma di Giulio II. Figlio di Lorenzo il Magnifico e amico del duca e di Castiglione, Leone X lo ebbe come ambasciatore di Francesco Maria, e Castiglione doveva rimanere nella capitale della cristianità per seguitare a fare gli interessi rovereschi. I tre anni che Baldassarre Castiglione passò alla festosa corte pontificia gli fecero credere di «avere la sensazione che la corte [pontificia, n.d.r.] fosse quasi un duplicato di quella urbinate»: l'aver ritrovato gli antichi amici del periodo montefeltrino, la loro frequentazione, l'essere entrato in contatto con Raffaello e con Michelangelo, stabilendo rapporti cordiali con loro, gli fecero credere del ritorno all'epoca felice delle feste e delle conversazioni che spesso Castiglione intratteneva con la colta duchessa Elisabetta Gonzaga. Inoltre, a partire dal 1513, l'autore iniziò la stesura del Cortegiano, dando principio della sua attività anche di scrittore.

Purtroppo, la politica del nuovo pontefice rovinò questa chimera. Leone X, infatti, desideroso di elevare la sua famiglia, dichiarò decaduto il duca Francesco Maria a favore del nipote Lorenzo II, nonostante il parere negativo del fratello del pontefice, Giuliano de' Medici duca di Nemours. Rientrato a Mantova, il 15 ottobre 1516 sposò la quindicenne Ippolita Torelli, figlia di Guido Torelli e di Francesca Bentivoglio. Ristabiliti cordiali rapporti col signore di Mantova Francesco II Gonzaga, Castiglione trascorse degli anni abbastanza tranquilli; si ricorda una gita a Venezia in compagnia della sposa e della corte gonzaghesca. Finché nel 1519, divenuto marchese di Mantova il giovane Federico II, fu rimandato a Roma per consolidare la posizione del nuovo signore presso papa Leone X. Rimasto vedovo nel 1520, Castiglione si fece prete per provvedere ai propri bisogni materiali e ricevette la conferma del suo nuovo stato col breve del 9 giugno 1521 da parte del pontefice medesimo.

Al tempo del sacco di Roma fu nunzio apostolico per papa Clemente VII. Con le parole «jeri N. Sign. [i.e. il papa Clemente VII] mandò per me, e con molte buone parole e troppo a me onorevoli fecemi un discorso dell'amore, che egli sempre mi avea portato per merito mio, e della fede che avea in me; ed estendendosi molto sopra questo, mi disse che adesso gli accadea farmi testimonio della confidenza, che aveva della persona mia: e questo, che essendogli necessario mandare un uomo di qualità appresso Cesare [i.e. Carlo V]…», l'umanista riferiva a Federico Gonzaga della nomina, annunciata il 19 luglio 1524 da parte del papa, a nunzio apostolico in Spagna presso l'imperatore Carlo V. Sciolto dal legame con il marchese di Mantova, il 7 ottobre del medesimo anno egli partì da Roma per occuparsi di quest'incarico. La missione non era delle più facili, in quanto il giovane imperatore era in lotta con il re di Francia Francesco I per la supremazia in Italia, dove si giocava anche la sicurezza e la credibilità dello Stato Pontificio. Sconfitto il re di Francia nella battaglia di Pavia del 1525, Clemente VII, che per arginare lo strapotere imperiale si era alleato ai francesi, fu invaso dalle truppe spagnole e tedesche dando origine al terribile sacco di Roma del 1527. Il letterato fu accusato ingiustamente dal papa di non aver saputo prevedere l'evento, nonostante col cardinale Salviati avesse presentato un memoriale con cui il pontefice si congratulava della vittoria imperiale.

Gli ultimi anni li dedicò alla stampa del Cortegiano, uscito a Venezia per interesse del Bembo nel 1528, e alla disputa con Alfonso de Valdés riguardo all'ortodossia cattolica. Colpito da attacchi febbrili, Castiglione, riabilitato dalla Curia, morì a Toledo l'8 febbraio 1529. Fu inizialmente sepolto, per volontà dell'imperatore che aveva sempre avuto grande stima di lui, nella cappella di Sant'Ildefonso nella Metropolitana di Toledo. Dopo sedici mesi l'anziana madre, volendo adempiere alla disposizione testamentaria del figlio, fece trasferire la sua salma a Mantova per tumularla, accanto a quella della moglie, nel santuario di Santa Maria delle Grazie, alle porte della città, nella tomba allestita da Giulio Romano. Una lapide lo ricorda: «A Baldassare Castiglione mantovano, adorno di tutte le doti naturali e di moltissime belle arti, erudito nelle lettere greche e in quelle latine e italiane anche poeta. Avuto in dono per il suo valore militare il castello di Novilara nei pressi di Pesaro, portate a termine due legazioni in Inghilterra e a Roma, mentre conduceva quella in Spagna e curava gli interessi del pontefice massimo Clemente VII, completò di scrivere i quattro libri del Cortegiano; infine, dopo che l'imperatore Carlo V ordinò che venisse creato vescovo di Avila, concluse la sua vita a Toledo godendo di grande rinomanza presso tutti i popoli. Visse anni 50, mesi 2 e 1 giorno.»

La sua opera più famosa è Il Cortegiano, pubblicata a Venezia nel 1528 e ambientata alla corte d'Urbino, presso la quale l'autore aveva potuto vivere pienamente la propria natura cortigiana. Castiglione non fu uno scrittore professionista al pari di Pietro Bembo o Ludovico Ariosto. La sua testimonianza letteraria, a partire dall'opera maggiore fino alle prove minori, era inquadrata da un lato nel tentativo di celebrare un modello di cortigiano ideale in un'epoca in cui il principato era diventato la realtà quasi assoluta nel contesto geopolitico italiano dell'epoca; nel secondo, invece, era quella di un'esibizione della sua cultura personale ai fini sempre della cortigianeria. Come scrive Giulio Ferroni: «la sua cultura ricca e varia non è però […] la cultura di un professionista: la letteratura è per lui espressione del suo essere gentiluomo e un modo di partecipare alla vita della società nobiliare». Semmai, piuttosto, se si prende Il Cortegiano quale misura del mondo castiglionesco, si può anche parlare di doverosa testimonianza di un mondo che non c'è più, «un luogo mitico, immagine di una felicità perduta» devastata poi dalle guerre per il potere e il dominio tra gli uomini. In un'epoca in cui la cortigianeria era divenuto il nuovo modello del vivere sociale presso i potenti, Castiglione fu, nella schiera dei principali letterati dell'epoca, il «precettista della vita di corte».

DIEGO FUSARO: Baldassar Castiglione, sprezzatura e cortegianeria nel "Libro del cortegiano"

Nel quadro della corte feltrina e poi roveresca, il Castiglione delinea una serie di modi di porsi e di comporsi da parte del cortigiano, oltreché a precise indicazioni sulla sua condotta e alla sua formazione culturale e fisica. In sostanza, Il Cortegiano si presenta quale «moderno erede della pedagogia umanistica» in quanto l'uomo che vi si raffigura è «un uomo versatile e aperto, duttile e completo; è esperto di armi e di politica, ma sa anche di lettere, filosofia ed arti, è raffinato ma senza affettazione, è coraggioso e valente, ma senza ostentazione». Doti fondamentali su cui si deve poggiare il cortigiano per Castiglione sono la grazia e la sprezzatura. La grazia del cortigiano, propria di una specifica classe aristocratico-nobiliare, è essenziale alla vita di corte in quanto «la grazia, le maniere gentili e amabili sono dunque le condizioni che permettono al gentiluomo di conquistare "quella universal grazia de' signori, cavalieri e donne"». Sempre seguendo il ragionamento di Maria Teresa Ricci, «la grazia appare dunque come una specie di abilità che ha per scopo di piacere e convincere. Il cortegiano, come l'oratore, deve saper commuovere, persuadere, convincere gli altri. Egli deve essere in grado di dare sempre una "buona opinione" di sé». In sostanza, deve saper apprendere questa capacità per poter vivere nell'ambiente di corte. Nella discussione dialogica del Cortegiano emerge poi la supremazia artistica e formativa delle lettere tra le qualità del cortigiano.

Nel IV libro del Cortegiano si tratta dei rapporti tra cortigiano e principe. Il discorso, tenuto da Ottaviano Fregoso, tratta di un argomento che risulta «inatteso, in qualche modo disomogeneo con le prime tre parti dell'opera». Il tono del discorso, infatti, risulta molto più serio e concreto, in quanto il Fregoso (sotto il quale si cela l'animo dell'autore) denuncia la degenerazione delle corti dovuta a cortigiani inetti e all'immoralità dei principi. Sarà dunque il cortigiano perfetto, quello delineato nei primi tre libri, a dover “correggere” questo stato di cose, educando e consigliando il principe sulla strada della virtù. Corrispettivo dell'uomo di corte deve essere la dama di palagio, che nell'opera assume una posizione rilevante grazie alla figura della duchessa Elisabetta Gonzaga, della cognata Emilia Pio, di Costanza Fregoso e Margherita Gonzaga. Secondo quanto disposto dal Castiglione nel III libro della sua opera, la dama di palazzo (o di corte) deve essere istruita nelle belle lettere, nelle arti, nella musica e nella danza, oltre ad essere al contempo una buona moglie ed una buona madre di famiglia: deve essere dunque una donna «honesta», vocabolo che non indica l'onestà come virtù morale, quanto l'adozione di certi valori etici e sociali da cui ci si aspetterebbe da una donna di buoni costumi così come delineati nell'opera. Per quanto riguarda la dama non ancora sposata, sarà necessario che essa ami soltanto chi è disponibile a maritarsi con lei e deve rivolgere le attenzioni maschili a discorsi virtuosi ed onesti, disdegnando invece le promesse d'amore fatte in modo vago e senza alcun preciso intento di mantenerle. È stato notato che «Elisabetta è la segreta sorgente a cui Castiglione riconduce le ragioni più intime della sua scrittura: nei temi, nei generi e nelle forme».

All'inizio del '500, davanti alla rinascita dell'interesse del volgare dovuto all'umanesimo omonimo, ci si pose quale dovesse essere il veicolo comunicativo da utilizzare fra gli italiani e quali dovessero essere i modelli di questa lingua. Secondo Uberto Motta, Castiglione si pone nella linea dell'anticiceronianesimo appreso alla scuola milanese del Calcondila e del Merula, rispondendo a quella che i critici vaglieranno come teoria cortigiana, opposta a quella che in quegli anni Pietro Bembo stava elaborando e che vedrà la luce con le Prose della volgar lingua del 1525. Claudio Marazzini sintetizza così la teoria cortigiana: «la differenza tra questo ideale linguistico e quello di Bembo sta nel fatto che i fautori della lingua cortigiana non volevano limitarsi all'imitazione del toscano arcaico, ma preferivano far riferimento all'uso vivo di un ambiente sociale determinato, quale era la corte». «Il tempo che egli passò in Urbino fu dunque quello che maggiormente influì a dare quasi il segno all'arte sua.» La sua fama è legata a Il libro del Cortegiano, trattato in quattro libri.

Virginia Oldoini, Contessa di Castiglione: La Seduzione al Servizio della Patria

Spostandoci nel XIX secolo, il nome Castiglione è indissolubilmente legato a un'altra figura leggendaria: Virginia Oldoini, più comunemente nota come Contessa di Castiglione. È questo il nome con cui Virginia Oldoini, la donna che secondo le leggende avrebbe unito l’Italia, fu in principio battezzata. Amante di ben due teste coronate, la sua vita fu costellata di intrighi, amori e politica per culminare in un finale totalmente inaspettato. La più bella del Secolo. La più bella del Secolo. Nell'anno in cui si celebra l'Ottocento ripercorriamo la biografia della donna più celebre del Risorgimento, la leggendaria Contessa di Castiglione e il suo ruolo politico nelle vicende dell'unificazione italiana. Pur non facendo parte della schiera di "Divine" di Giovanni Boldini, ovvero delle donne celebri da lui ritratte, la Contessa di Castiglione è una figura la cui aura aleggia su tutte costoro. Lei è la donna più celebre del secolo XIX e per attitudine caratteriale avverte un senso di superiorità non comune nei confronti delle "altre". Grande fonte di ispirazione per la Marchesa Casati Stampa, la Castiglione è una donna celeberrima al suo tempo, raffigurata in almeno quattrocento immagini fotografiche che lei stessa commissiona e di cui cura la messa in scena.

Ritratto fotografico di Virginia Oldoini, Contessa di Castiglione

Figlia del marchese Filippo, diplomatico di origini spezzine, e di Isabella Lamporecchi, erede del giureconsulto fiorentino Ranieri, la giovane e bellissima Virginia nacque a Firenze il 22 marzo del 1837. Una “statua di carne”, la definirà più tardi la principessa di Metternich, con gli occhi di ametista, che attirò fin da subito gli sguardi maliziosi dei nobili a lei vicini, suscitando la prematura preoccupazione dei genitori. Fu per questo motivo che quando il conte Francesco Verasis Asinari di Costigliole d’Asti e di Castiglione Tinella chiese la sua mano, la famiglia spinse la giovane ad accettare senza esitazioni. Facoltoso vedovo di dodici anni più grande, egli convinse Virginia a sposarlo grazie ad accordi prematrimoniali che le permettevano di muoversi in società a suo piacimento, oltre che un immenso patrimonio a disposizione. Nonostante la figlia del marchese avesse quindi dichiarato fin dal principio che non amava l’uomo e che mai lo avrebbe fatto, il matrimonio si celebrò e il conte si auto-condannò a una dipendenza amorosa e a una relazione fatta di tradimenti e sofferenze; un amore non ricambiato ma sentito a tal punto che anche dopo la separazione legale il conte continuerà ad assecondare vizi e desideri della consorte.

Subito dopo il matrimonio fiorentino, i neo sposi conti di Castiglione optarono per un trasferimento a Torino dove si trovava la corte dei Savoia. Lì Virginia conobbe Camillo Benso conte di Cavour, cugino del consorte, che proprio in quel periodo stava compiendo complesse manovre diplomatiche come Presidente del Consiglio per assicurarsi il supporto della Francia in una guerra imminente contro l’Austria. Bastò uno sguardo a Camillo Benso per capire che le armi seduttive di Virginia potevano essere ciò che serviva all’Italia per conquistare l’aiuto della nazione francese e decise per questo di affidarle una missione delicata: doveva trasferirsi in Francia, farsi ammettere a corte e sedurre l’imperatore Napoleone III. La donna, che non si fece ripetere la cosa due volte, fece i bagagli e senza avvisare con anticipo il marito, costrinse la famiglia (che qualche mese dopo rientrerà in Italia senza di lei) al trasferimento parigino.

Arrivata in Francia, Virginia conquistò immediatamente i favori degli uomini della corte e, nonostante qualche donna la supportasse, erano in realtà molte quelle che la odiavano apertamente (tra queste la consorte del reale francese, Eugenia Montijno). A solo un anno dal trasferimento, dopo un corteggiamento durato qualche mese, in occasione di alcuni festeggiamenti nel castello di Compiègne, Virginia cedette alle avance di Napoleone III nella stanza azzurra, diventando in quell’occasione la sua amante ufficiale. Nonostante le malelingue fossero all’ordine del giorno, i due continuarono a vedersi e l’imperatore ricoprì Virginia di meravigliosi gioielli (tra cui una collana di perle a 5 giri!) oltre che di un appannaggio mensile. La felicità però durò poco perché il 2 aprile 1857, mentre usciva da casa della contessa, Napoleone III subì un attentato da parte del corso Giacomo Griscelli: le indagini indicarono un gruppo di mazziniani come mandanti e la contessa fu gentilmente invitata a far rientro in patria.

Abbandonata la Francia, Virginia Oldoini viaggiò per il continente non riuscendo a trovare un luogo dove stabilirsi definitivamente, fino a che decise di rientrare in Italia, dividendosi tra La Spezia e Torino. Nella capitale del Regno aveva intessuto una relazione anche con Vittorio Emanuele II, non riuscendo però mai a sostituire nel cuore del monarca l’amante ufficiale Rosa Vercellana. La Oldoini sembrava per questo non darsi pace e dopo la morte del marito cercò di conquistare un’ulteriore possibile testa coronata, Henri d’Orléans, che non cedette al suo fascino, al contrario del diplomatico Costantino Nigra che con la donna aveva stretto una libera relazione che durò saldamente nel tempo. Sono questi solo alcuni degli uomini che la contessa conquistò nel corso della sua vita (o almeno provò a conquistare): solitamente vincente, secondo le voci di corridoio ebbe in totale 43 amanti, di cui 12 contemporaneamente.

DIEGO FUSARO: Baldassar Castiglione, sprezzatura e cortegianeria nel "Libro del cortegiano"

Negli ultimi anni, in seguito alla morte del marito e del figlio, la contessa di Castiglione affrontò una pesante crisi esistenziale. Decisa a ritrovare la gioia di vivere fece ritorno a Parigi dove fu protagonista di molti tableaux vivants, allora molto di moda ed esposti alle esposizioni universali, e degli scatti dello studio Pierson & Mayer. Per questi posò in 500 fotografie in tre diversi periodi, un corpus di opere che racconta per filo e per segno la biografia della contessa che per l’occasione riproponeva gli abiti e le acconciature dei suoi momenti d'oro in società o interpretava le donne della letteratura e della lirica. Tuttavia si racconta che nell’ultimo periodo, per non vedere la sua decadenza fisica, si velasse il volto, che avesse coperto gli specchi e che uscisse solo di notte. Dopo lo sfratto dal suo appartamento di Place Vendôme, morì in solitudine a Parigi il 28 novembre 1899. In alcuni diari e taccuini rinvenuti dopo la sua sepoltura e salvati dalla distruzione da parte della polizia, la contessa diseredava tutti i parenti indicandoli uno a uno, esprimendo il desiderio di essere sepolta a La Spezia con tutti i suoi gioielli, la camicia da notte verde acqua indossata a Compiègne e i suoi due pechinesi imbalsamati. Calcolatrice efficientissima in vita e stratega esperta nelle vicende amorose, Virginia Oldoini tuttavia fallì nel suo ultimo atto: tra i parenti si dimenticò di elencare i Tribone di Genova.

Giuseppe Castiglione (Lang Shining): Un Ponte Artistico tra Oriente e Occidente

Un'altra figura straordinaria, il cui nome e le cui opere hanno avuto un impatto duraturo, è Giuseppe Castiglione, noto in Cina come Lang Shining. Questo gesuita e pittore italiano, vissuto nel XVIII secolo, è celebre per aver combinato le convenzioni occidentali della prospettiva a punto unico e del chiaroscuro, che all'epoca erano già diventate comuni in Europa, con le tecniche tradizionali della pittura cinese. Prima che Castiglione arrivasse in Cina, aveva servito Dio come membro della Chiesa Cattolica. Successivamente, trascorse mezzo secolo della sua vita al servizio della Cina, lasciando un'impronta indelebile nell'arte della corte Qing.

Le scene con i cavalli furono i soggetti maggiormente dipinti da Giuseppe Castiglione. A partire dal regno dell'imperatore Kangxi, la città di Kumul nella Cina occidentale cominciò ad offrire pavoni alla corte Qing in segno di tributo. Un esempio significativo è il dipinto che include il poema “Il Pavone che apre la coda a ventaglio" dalle chine imperiali di Qianlong, datato al sesto mese del calendario lunare dell'anno “Wuyin" (1758). Il fasanide, o pavone, è celebre per l'opulenza e l'ostentazione delle piume della sua coda, che possono arrivare a diversi centimetri di lunghezza in cinque anni. Le piume sono di solito tenute nascoste dietro il corpo, ma durante il dispiegamento brillano di un fascino iridescente, con il rinomato motivo dell' “occhio". Castiglione non solo riusciva a catturare con cura meticolosa il colore nei sedici fogli di un album, ma anche a dare un tocco innovativo alle rappresentazioni. In particolare, riusciva a superare la tradizione pittorica della raffigurazione di uccelli nella pittura cinese, per raggiungere risultati straordinari nella prospettiva e nelle ombre.

Dipinto

Oggi, l'eredità artistica di Giuseppe Castiglione viene reinterpretata e rivivificata attraverso la tecnologia dei nuovi media in versioni animate e interattive. Quando il team creativo ha scelto il "Pavone che apre la coda a ventaglio" di Castiglione come soggetto per un'esposizione, è stato innanzitutto attratto dalla meticolosa pennellata e dal realismo utilizzati per raffigurare ogni singola piuma del pavone nel dipinto originale. Con queste idee in mente, il team creativo ha ricercato le informazioni pertinenti e ha gradualmente trovato la loro espressione. Hanno estratto il testo latino del Libro della Genesi, utilizzando i contrasti di luce e buio e la “transparenspective" come metodo principale di espressione. Hanno chiamato l'opera “Traversing Reality and Time" e hanno utilizzato la scena de "Il Pavone che apre la coda a ventaglio" come soggetto principale. Durante il processo di costruzione, si è anche compreso che le ali traslucide del pavone assomigliano a lenti. Da dove ci si trova nel momento presente, le linee di visione e di coscienza viaggiano attraverso queste lenti per osservare il dipinto come era nel passato. Quest'opera, ispirata a "Pavone che apre la coda a ventaglio", utilizza molteplici parti e materiali a effetto elettro-ottico che modulano l'opacità e l'esposizione della luce. Le scene diurne e notturne ispirate alle originali di Castiglione sono simulate e presentate in successione. Trattandosi di arte e nuovi media, l'idea originaria dei dipinti viene trasformata in qualcosa di nuovo attraverso un'installazione interattiva con una struttura multi-strato dove spazio e tempo sono in costante cambiamento. L'auspicio è quello di creare un nuovo modo di guardare e rimodellare l'arte tradizionale nel momento in cui l'osservatore usufruisce dei nuovi media.

Un'altra installazione, "Boccioli di eterna primavera", si manifesta come una foresta di colonne illuminate. Mentre si passeggia in questa foresta di colonne illuminate, sembra quasi di attraversare un giardino fiorito. Quest'opera è costituita da una serie di colonne illuminate con light LED box e schermi a LED. Gli elementi animati sono ispirati a "Boccioli di eterna primavera" di Castiglione. Le piante mostrate nelle colonne video sono generate in uno spazio con prospettiva forzata che si adatta al punto di vista del visitatore. Le immagini mostrate sugli schermi si toccano l'un l'altra e si muovono verso l'osservatore gradualmente, così da creare l'illusione che l'osservatore stia camminando all'interno dell'immagine. Il lato frontale delle colonne, guardato a distanza, mostra la scena di un giardino in fiore.

Inoltre, il concetto dietro "A Tour of the Imperial Garden" impiega la tridimensionalità dell'animazione 3D per fare un commento moderno sulla costruzione prospettica di Castiglione presente in Immortal Blossoms in an Everlasting Spring. Per le reinterpretazioni delle scene con i cavalli, al fine di essere fedeli all'originale, si sono utilizzate le ultimissime tecnologie high-end di animazione, così da mostrare i cavalli in movimento, che combattono o giocano, si riposano, galoppano, guadano il fiume. I visitatori esplorano due panorami virtuali creati nello stile di Castiglione su uno schermo televisivo installato su binari lungo una parete. Nell'esplorazione di questi scenari, immaginati sapientemente da due artisti di Hong Kong e popolati da una folta vegetazione, e da uccelli e animali come nello stile di Castiglione, i visitatori possono scoprire la bellezza dei dipinti originali.

I Fratelli Castiglioni: L'Innovazione nel Design Italiano con la Lampada Arco

Il XX secolo porta con sé un'altra risonanza del nome Castiglione, questa volta nel campo del design industriale, con i celebri fratelli Achille e Pier Giacomo Castiglioni. Chi dice “lampada di design” spesso indica proprio lei: la Arco dei Castiglioni per Flos, del 1962. È uno degli oggetti più iconici, copiati e citati del design italiano, ancora un best seller. Alle origini del suo successo non c’è un look riuscito ma la portata realmente innovativa del suo progetto: che ha sostenuto e promosso nuove abitudini di vita. Vederla come “la” lampada di design per eccellenza, senza sapere il suo nome (Arco), quello del suo autore (i fratelli Castiglioni) o dell’azienda produttrice (Flos), è una testimonianza della sua pervasività. C’è chi l’Arco dei Castiglioni ce l’ha in casa. Chi l’ha vista innumerevoli volte (sulle riviste, nei film, negli alberghi) e chi si è messo in casa una copia pensando di aver fatto un affarone. È il destino delle icone di design.

Schema della lampada Arco dei fratelli Castiglioni

Era il 1962 quando Achille e Pier Giacomo Castiglioni progettano la lampada Arco per la neonata Flos. Il suo successo non può essere separato dal discorso culturale portato avanti in quegli anni da imprenditori illuminati e progettisti. La loro maggiore preoccupazione, infatti, nell’era della ricostruzione, era disegnare nuovi oggetti che potessero riportare al Paese un certo livello di qualità della vita. Che tenessero conto della storia italiana ma la traghettassero verso la modernità. Era a questo che pensava Dino Gavina. Flos nasce dalla partnership con Cesare Cassina a cui si aggiunge poi Sergio Gandini nel 1964. È in quest’era che si definisce il sistema del design italiano: in cui designer e produttori decidono insieme prodotti, comunicazione e immagine. Per innovare senza rinnegare le proprie radici, per portare una modernità intelligente nelle case degli italiani. Sono aziende piccole, che lavorano in team con fornitori locali. Tradurre questo cambiamento in un oggetto con ragione di esistere era un compito che richiedeva grandi capacità di osservazione, esperienza e una buona dose di curiosità. Così nasceva anche la lampada Arco.

Fedele a questa idea, il progetto di Arco trae ispirazione dall’illuminazione stradale. Noti per aver trasformato oggetti ordinari in pezzi di design iconici, Achille e Pier Giacomo Castiglioni osservarono come i lampioni stradali illuminassero una vasta area da un punto fisso a terra. Questo concetto è stato adattato all’ambiente domestico grazie a un elegante arco telescopico, che permette di proiettare la luce su un tavolo o un angolo di soggiorno, sfidando le idee convenzionali sulla disposizione e l'uso dell’illuminazione nelle case. Nella lampada originale Arco dei Castiglioni per Flos, un arco telescopico in acciaio inossidabile permetteva di diffondere la luce attraverso il riflettore orientabile e regolabile. Niente era lasciato all’immaginazione, ogni elemento in rigoroso equilibrio con gli altri, raccontava la propria funzione e poco più. Il piccolo buco nella base, non era un semplice dettaglio decorativo ma una dichiarazione di movimento.

DIEGO FUSARO: Baldassar Castiglione, sprezzatura e cortegianeria nel "Libro del cortegiano"

In linea con la filosofia progettuale di Castiglioni, la lampada Arco è un esempio di eleganza funzionale. Ogni parte della lampada ha uno scopo specifico, dalla base in marmo che àncora l’intera struttura al pavimento, all’arco in acciaio inossidabile che consente di personalizzare la luce. La lampada Arco ha creato una piccola rivoluzione nell’illuminazione, mettendo in discussione parametri considerati fissi. Il suo disegno, infatti, ha mescolato i criteri di fruizione delle lampade del tempo (allora concepite come oggetti statici, rigidamente divise tra sospensione, applique e lampade da terra). Proprio questa combinazione di fattori le ha permesso di distinguersi dagli altri prodotti e durare nel tempo. Oggi Arco è parte della storia del design. Una lampada innovativa, nota in tutto il mondo e che ha ispirato innumerevoli imitazioni. Dal 2011 il suo design iconico è protetto da copyright, a ulteriore riprova della sua importanza e unicità nel panorama mondiale del design.

Piscine Castiglione: Eccellenza Italiana nel Settore delle Piscine

Infine, il nome Castiglione è anche sinonimo di eccellenza nel panorama imprenditoriale contemporaneo con Piscine Castiglione. La storia di Piscine Castiglione, nel Giugno del 2022, è stata raccontata e ripresa da Mediaset in una puntata di “Pensa in Grande“, trasmissione dedicata alle eccellenze Made in Italy. Narratori per l’occasione sono stati Roberto Colletto e Annalisa Colletto, rispettivamente Amministratore Delegato e Dirigente membro del CDA, accompagnati dal fondatore di Piscine Castiglione, un ingegnere la cui visione ha dato il via a questa avventura di successo.

Immagine moderna di una piscina Castiglione

L'azienda è leader nella costruzione e vendita di piscine in Italia e nel mondo grazie alla sua lunga esperienza nel settore. Dopo lo sviluppo nel mercato italiano, che vede una rete vendita e di assistenza capillare su tutto il territorio, l'azienda ha deciso di espandersi sul mercato mondiale. Realizzando piscine in oltre settanta paesi, Piscine Castiglione offre, in tutto il mondo, un servizio completo e puntuale, studiato sulle esigenze di ogni cliente. Sia esso un privato che desidera un'oasi di relax nel proprio giardino, una struttura pubblica che necessita di soluzioni per l'aggregazione e lo sport, o gli addetti ai grandi eventi sportivi che richiedono impianti all'avanguardia e su misura, l'azienda garantisce soluzioni innovative e di alta qualità. La sua capacità di adattarsi a contesti diversi e di fornire un servizio impeccabile a livello globale ne conferma la posizione di leader indiscusso nel proprio campo.

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