Italexit e il dibattito sull'aborto: analisi delle posizioni politiche e della legge 194

La discussione politica attorno alla legge n. 194 del 1978, che disciplina l'interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) in Italia, è tornata prepotentemente al centro del dibattito pubblico in vista delle elezioni. Sebbene ufficialmente nessun grande partito dichiari apertamente di voler abrogare la normativa, le divergenze interpretative sulle modalità di applicazione, specialmente per quanto riguarda la prevenzione e l'accesso effettivo al servizio, delineano scenari profondamente differenti. In questo contesto, l'analisi del panorama politico rivela una polarizzazione netta, dove formazioni come Italexit si inseriscono in uno spettro di posizioni che vanno dalla tutela della vita dal concepimento alla difesa dei diritti riproduttivi.

Che cosa prevede la legge 194

La legge n. 194 è stata approvata il 22 maggio 1978 ed è composta da 22 articoli. Nel 1981 fu organizzato un referendum abrogativo per eliminarla, promosso dal Movimento per la vita, ma quasi il 70 per cento dei votanti si dichiarò a favore dell’aborto e quindi la legge non fu modificata. Attualmente la legge 194 permette di interrompere volontariamente una gravidanza entro i primi 90 giorni dal concepimento per motivi di «salute, economici, sociali o familiari». Oggi l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) può essere effettuata con metodo chirurgico negli ospedali e nelle strutture sanitarie abilitate, oppure con metodo farmacologico, disponibile anche nei consultori e praticabile fino a nove settimane dopo il concepimento.

rappresentazione grafica della legge 194 e delle tempistiche per l'aborto farmacologico

In generale, negli ultimi quarant’anni il numero di aborti effettuati in Italia è calato di oltre il 70 per cento, passando dai 234 mila interventi del 1983 ai circa 66 mila del 2020, anche grazie al miglioramento dell’accesso alla contraccezione. Nel 2020 in particolare l’aborto farmacologico è stato eseguito nel 35,1 per cento dei casi di Ivg, con grandi differenze tra le Regioni: dall’1,9 per cento del Molise a oltre il 50 per cento in Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Basilicata.

Il nodo dell’obiezione di coscienza

Uno degli elementi più discussi della legge 194 è la possibilità, concessa dall’articolo 9, per i ginecologi di ricorrere all’obiezione di coscienza e di rifiutarsi di effettuare un aborto, per esempio per motivi etici o religiosi. Il diritto all’aborto dovrebbe essere sempre garantito, ma di fatto l’alto tasso di obiettori crea una stortura e complica per molte donne l’effettiva possibilità di accedere alla procedura. La legge stabilisce che le strutture sanitarie debbano comunque «assicurare» la possibilità di abortire, ma questo non sempre accade: due anni fa, l’Ivg era praticata nel 63,8 per cento delle strutture autorizzate, anche in questo caso con differenze rilevanti nelle diverse regioni, dal 100 per cento della Valle d’Aosta al 28,6 per cento di Bolzano.

Il ruolo centrale dei consultori

La legge 194 attribuisce un ruolo centrale ai consultori familiari, strutture istituite da una legge del 1975 in cui operano varie figure professionali, tra cui i ginecologi, le ostetriche, gli psicologi e gli assistenti sociali, per assistere le donne, i bambini e gli adolescenti nella sfera della salute fisica e mentale. Secondo una legge del 1996, sul territorio nazionale dovrebbe essere presente un consultorio ogni 20 mila abitanti, ma la realtà è diversa: secondo un’indagine dell’Istituto superiore di sanità relativa al periodo 2018-2019, i consultori attivi sono in media uno ogni 35 mila abitanti. Secondo la legge 194, tra le altre cose, i consultori dovrebbero assistere (art. 2) le donne in gravidanza informandole sui loro diritti e cercando di risolvere i problemi che potrebbero portarle a decidere di abortire.

mappa dei consultori familiari attivi sul territorio italiano

Le derive regionali: i casi dell’Umbria e delle Marche

Negli ultimi due anni, alcune regioni amministrate dal centrodestra si sono mosse in modo diverso, tentando di rendere meno agevole l’accesso all’aborto. È il caso, per esempio, dell’Umbria e delle Marche. Nell’estate 2020, aveva fatto discutere la decisione della presidente della Regione Umbria Donatella Tesei (Lega) di revocare la possibilità di effettuare l’aborto farmacologico in regime di day hospital, cioè senza necessità di ricovero ospedaliero.

Un esempio è quello delle Marche, regione amministrata da settembre 2020 da Francesco Acquaroli. A inizio 2021, la giunta Acquaroli ha eliminato la possibilità di effettuare l’aborto farmacologico nei consultori, costringendo quindi le donne interessate a fare riferimento agli ospedali di Urbino, San Benedetto del Tronto o Senigallia. Di recente, le Marche sono state indicate dagli oppositori politici come l’esempio di quello che succederà in tutta Italia dopo un’eventuale vittoria del centrodestra.

Tre donne che hanno abortito rispondono a chi vuole cambiare le legge 194: "Non siamo assassine"

Le posizioni dei partiti nel 2022

Oggi nessuno tra i principali partiti candidati è dichiaramente contrario all’aborto, ma le sfumature sono decisive. Nella coalizione di centrosinistra, il Pd vuole per esempio garantire «l’applicazione della legge 194/1978 in ogni sua parte sull’intero territorio nazionale» e «rafforzare la rete di consultori». Nella coalizione di centrodestra, Fratelli d’Italia si impegna ad applicare pienamente la legge 194 «a partire dalla prevenzione» e a «tutelare la vita umana fin dal suo inizio». L’unico partito candidato alle elezioni che vuole esplicitamente eliminare la possibilità di abortire è Alternativa per l’Italia, una lista nata lo scorso luglio dall’accordo tra il partito ultracattolico Popolo della famiglia, di Mario Adinolfi, ed Exit, il partito fondato da Simone Di Stefano.

Mentre le coalizioni principali discutono di prevenzione e di tutela della vita, formazioni come Italexit si sono distinte per un approccio meno focalizzato sulle politiche di genere nel senso tradizionale, preferendo concentrarsi su temi legati alla sovranità nazionale. Tuttavia, la polarizzazione tra chi vede nell'applicazione della 194 un diritto da difendere contro le restrizioni regionali e chi punta sulla prevenzione come alternativa all'Ivg rimane il fulcro del dibattito politico che coinvolge l'intera nazione.

La violenza di genere e i diritti riproduttivi

Comprendere come i partiti politici intendano affrontare il problema della violenza di genere è più che mai urgente. Secondo un report pubblicato dal Viminale, dall’1 agosto 2021 al 31 luglio 2022 in Italia sono state uccise 125 donne, un numero in aumento rispetto all’anno precedente. Azione e Italia Viva promettono un aumento del numero dei centri antiviolenza per “raggiungere i target europei”, specificando che bisognerebbe passare dai 300 attuali ai 6.000 CAV.

Il Movimento 5 Stelle invece inserisce la violenza di genere nel capitolo “Dalla parte della legalità”, mentre la coalizione di destra affronta il tema nella sezione “Sicurezza e contrasto all'immigrazione illegale”. Questa diversità di approcci riflette l'uso strumentale che spesso viene fatto dei diritti delle donne, trasformando questioni strutturali in strumenti di propaganda elettorale.

infografica che mostra le percentuali di obiezione di coscienza per regione in Italia

Sostegno alla famiglia e natalità

Il calo della natalità e la crisi demografica hanno raggiunto un tale livello di emergenza che quasi tutti i partiti dedicano al capitolo “famiglia e natalità” un’attenzione più strutturata rispetto al passato. Tuttavia, le visioni rimangono profondamente distinte. Da un lato il Pd e il M5S propongono l'estensione dei diritti civili, come il matrimonio egualitario. Dall'altro, la coalizione di centrodestra punta su politiche fiscali come la "flat tax familiare" e la difesa della famiglia tradizionale, ispirandosi spesso a modelli esteri come quello ungherese di Viktor Orban.

La sfida per la prossima legislatura sarà quindi capire se il sistema di welfare riuscirà a garantire non solo una tutela della natalità, ma anche una reale libertà di scelta per le donne, garantendo l'accesso ai servizi sanitari senza che questi diventino oggetto di restrizioni etiche o burocratiche. Il futuro della legge 194, in questo senso, dipenderà non solo dalle dichiarazioni di intenti, ma dalla capacità del governo di bilanciare la libertà individuale con le politiche sociali ed economiche messe in atto.

tags: #italexit #programma #aborto