La foresta amazzonica, il polmone verde del pianeta, è in crisi: il riscaldamento globale, insieme alla deforestazione, la stanno portando verso il punto di non ritorno. Questo ecosistema, che funge da pilastro fondamentale per la biodiversità e la regolazione del clima terrestre, sta affrontando una trasformazione senza precedenti. Analizzare la sua salute significa immergersi in una rete complessa dove il comportamento umano, i cicli naturali dell'acqua e la stabilità climatica si intrecciano in modi sempre più drammatici.

Il declino del polmone verde: dati e tendenze
Nel suo rapporto annuale, la FAO rivela che la perdita di foreste tropicali è particolarmente preoccupante, dal momento che la loro conservazione è fondamentale per la biodiversità e la regolazione del clima globale. Il dossier evidenzia che tra il 2015 e il 2020, la Terra ha perso circa 10 milioni di ettari di foresta all’anno a causa dell'espansione agricola intensiva, dell'estrazione mineraria e del disboscamento. Fino ai primi anni Duemila, la deforestazione ha riguardato soprattutto le regioni di media latitudine, mentre successivamente si è andata intensificando nelle regioni tropicali, come il bacino amazzonico.
Numerosi paper scientifici confermano che la foresta amazzonica è in grave pericolo. L’ecosistema potrebbe perdere la sua capacità di sostenere le specie viventi e di svolgere i suoi normali processi ecologici, se dovesse raggiungere quel punto di non ritorno dove gli equilibri tra i suoi diversi componenti vengono alterati in modo tale da compromettere la sua funzionalità. Negli ultimi 20 anni sono stati trasformati, principalmente in terreni agricoli e allevamenti, almeno 50 milioni di ettari di Amazzonia, un territorio più vasto dell’intera Spagna. Secondo un report dell'Amazon Network of Georeferenced Socio-Environmental Information, oggi il 20% della foresta si è già modificato irreversibilmente e il 6% è altamente degradato.
Dei nove paesi su cui si estende la foresta, le situazioni peggiori sono in Bolivia, dove le precipitazioni sono diminuite del 17% e la temperatura è aumentata di oltre 1°C, e in Brasile con il 90% del danno. La foresta amazzonica brasiliana, che ospita il 40% delle foreste tropicali del mondo, ha superato il punto critico, con una trasformazione del 25% e un elevato degrado del 9%. Il cuore verde del nostro pianeta è sotto assedio. Ben il 66% del nostro polmone verde è sottoposto a pressioni costanti, con l’84% della deforestazione attribuibile all’avanzare dei confini delle zone agricole che si espandono dietro al fronte degli incendi.
La meccanica del ciclo dell’acqua: effetti locali e globali
L’analisi della combinazione dei dati satellitari e delle simulazioni climatiche ha svelato che la deforestazione ha reso la stagione delle piogge più piovosa e ancora più secchi i periodi di siccità, proprio quando l’ecosistema ha più bisogno di acqua. La deforestazione produce due effetti principali che influenzano le precipitazioni: innanzitutto, la riduzione della vegetazione diminuisce la quantità di acqua che evapora dalle piante. Di conseguenza, soprattutto nella stagione secca, diminuiscono la quantità di umidità che entra nell’atmosfera e dunque le precipitazioni, modificando così il naturale ciclo dell’acqua.
In secondo luogo, la deforestazione provoca il riscaldamento della superficie terrestre, innescando flussi d'aria verso l'alto e la formazione di aree di bassa pressione atmosferica. Questo fa sì che, soprattutto nella stagione delle piogge, la copertura delle nuvole e le precipitazioni sopra le zone deforestate aumentino, a scapito delle altre zone. In questo senso, l’approccio utilizzato da Yongzuo Qin è estremamente innovativo: combinando set di dati satellitari e simulazioni climatiche, sono stati tracciati gli spostamenti dell’umidità, utilizzando un modello climatico regionale incentrato sul Sud America.
Lo studio di Qin apre la strada a future ricerche che, con questo metodo, potrebbero analizzare meglio le differenze climatiche delle zone interessate, distinguendo tra effetti “locali” e “non locali”, in modo da poter sviluppare delle soluzioni più efficienti per affrontare i rischi ambientali, sociali ed economici legati alla deforestazione. È fondamentale comprendere che la foresta amazzonica non è solo una grande riserva di biodiversità, ma un sistema climatico attivo: attraverso il processo di evapotraspirazione, miliardi di alberi rilasciano quotidianamente enormi quantità di vapore acqueo nell’atmosfera, contribuendo alla formazione delle “correnti di umidità” che alimentano le precipitazioni su vaste aree del continente.
La foresta pluviale
Il paradosso del carbonio e la siccità estrema
È importante tenere presente che la causa del possibile collasso del bacino amazzonico non risiede solo nella deforestazione, ma è da ricercare anche nel cambiamento climatico. Secondo quanto riportato da uno studio del 2021, condotto da Luciana Gatti, vaste zone dell'Amazzonia potrebbero trovarsi nella paradossale situazione di rilasciare più anidride carbonica di quella che riescono ad assorbire. D’altronde, tra il 2010 e il 2019, il bacino amazzonico brasiliano ha emesso 16,6 miliardi di tonnellate di CO2, mentre ne ha assorbiti solo 13,9 miliardi.
Se pensiamo che il termine “pluviale” deriva dal latino pluvialis, “pioggia”, non possiamo che stupirci nello scoprire che una foresta definita tale stia subendo uno dei peggiori periodi di siccità degli ultimi 120 anni. Il gruppo di ricerca della World Weather Attribution è giunto alla conclusione che la causa principale dell’eccezionale siccità nel bacino del Rio delle Amazzoni sia il cambiamento climatico, e non il verificarsi di El Niño. Le conseguenze di tale calo idrico si riflettono in molteplici aspetti cruciali della vita nella regione, da quelli ambientali a quelli sociali.
La siccità sta influenzando in modo significativo anche la capacità delle dighe, mettendo a rischio la produzione di energia elettrica (che per il Brasile conta per l’80% e per la Colombia per il 79%). Gli scienziati si sono chiesti se tra siccità e perdita di vegetazione forestale ci fosse una relazione diretta che aumenta il possibile raggiungimento della soglia critica. Lo studio di Nils Bochow del 2023 ha indagato proprio le dinamiche tra atmosfera e vegetazione, evidenziando come la perdita di ampie parti di foresta influenzi la circolazione dei monsoni, spingendo il sistema verso condizioni più secche in cui l’ecosistema non