Introduzione: Dalla Carità Storica al Diritto all'Affetto Familiare
La questione dell'accoglienza e della tutela dei bambini abbandonati o in situazioni di fragilità ha attraversato i secoli, trasformandosi radicalmente nel tempo. Dalle prime forme di carità e assistenza religiosa fino agli attuali modelli basati sulla deistituzionalizzazione e sul diritto all'affetto familiare, il percorso è stato lungo e complesso. Se nel passato le grandi strutture orfanotrofiche rappresentavano la soluzione principale per i minori privi di un contesto familiare, l'evoluzione sociale, culturale e normativa ha progressivamente orientato la protezione dell'infanzia verso modelli più simili a un ambiente familiare, come le comunità alloggio e l'affido familiare. Questo articolo esplora le radici storiche di tale assistenza, gli esempi più significativi a livello nazionale e internazionale, e le strutture e i progetti che oggi operano in questo delicato ambito.

Le Radici Storiche dell'Accoglienza: L'Orfanotrofio e il Brefotrofio
Fin dal Medioevo si ha notizia di istituti creati per la cura dei trovatelli. Un orfanotrofio è una struttura di accoglienza, pubblica o privata, dove sono accolti ed educati i bambini orfani e i minori senza famiglia. In questi brefotrofi, come quello fondato a Milano nel 787 per iniziativa dell'Arciprete Dateo, i bambini erano allevati fino all'età di sette anni. Il primo orfanotrofio d'Europa fu istituito a Napoli il 29 maggio 1343 per volere della regina Sancia d'Aragona e del vescovo Giovanni Orsini. A seguire, il Pio Ospedale della Pietà di Venezia sorto nel 1346 per desiderio di Fra Pietruccio, un predicatore toscano giunto nella Serenissima. Alcuni ordini religiosi cristiani si specializzarono nella cura degli orfani, a cominciare dai Somaschi fondati nel 1535 da Girolamo Emiliani, che a Milano diedero vita agli istituti dei Martinitt e de Le Stelline.
Nel passato, piccoli e grandi orfanotrofi esistevano in tutte le principali città italiane. È difficile indicare il numero esatto di questi istituti. Il primo censimento delle Opere Pie nel Regno d'Italia, redatto nella seconda metà dell'Ottocento da Pietro Castiglioni, enumerava 112 brefotrofi (o "ospizi degli esposti") e 341 orfanotrofi. Si trattava per la quasi totalità di istituti promossi e gestiti da Ordini religiosi cattolici. Con l'unità d'Italia, lo Stato assunse un ruolo più diretto nella tutela dell'infanzia abbandonata e si aprirono orfanotrofi diretti anche da altre confessioni religiose.
Un aspetto distintivo di quest'epoca era la "ruota degli esposti", un meccanismo attraverso il quale i bambini potevano essere anonimamente affidati alle cure delle istituzioni. Una lapide, dove un tempo si trovava la ruota degli esposti, il luogo per abbandonare i bambini a lato della Chiesa della Pietà, che faceva parte di un orfanotrofio di Venezia, ricorda questa pratica. La targa cita una bolla pontificia di Paolo III del 12 novembre 1548, minacciando “scomunica e maledizioni” per tutti coloro che, avendo i mezzi per allevare un figlio, scelgano invece di abbandonarlo. Molti orfanotrofi erano istituti di assistenza e di lavoro, che spesso degeneravano nei meccanismi di sfruttamento denunciati da Charles Dickens nel romanzo Oliver Twist (1837-39), evidenziando le criticità di un sistema basato sulla carità e non sempre sulla tutela del minore.
L'Istituto degli Innocenti di Firenze: Un Caposaldo dell'Assistenza Infantile
L’Istituto degli Innocenti, a Firenze, fu fondato nel XV secolo per assistere i bambini abbandonati, rappresentando un modello all'avanguardia per l'epoca. Le sue origini risalgono al lascito testamentario del mercante pratese Francesco Datini, che nel 1419 determinò l’avvio della costruzione di un grande Ospedale per i bambini abbandonati. L’Arte della Seta, individuata come garante della costruzione e patrona del nuovo ente, affidò il progetto a Filippo Brunelleschi, in quel momento impegnato anche nell’edificazione della cupola del Duomo di Firenze. L'Ospedale degli Innocenti divenne così “il luogo del bello” deputato ad accogliere i bambini abbandonati.
L’Ospedale Santa Maria degli Innocenti cominciò nel 1445 ad accogliere i bambini abbandonati nella pila posta sotto il loggiato esterno, poi sostituita con una finestra ferrata. Agata Smeralda fu la prima bambina accolta, il 5 febbraio 1445. I bambini al loro arrivo venivano affidati a un servizio di balie interne, donne povere, spesso ragazze sole o madri di bambini accolti proprio dall’istituzione. Con il passare del tempo divennero molto più numerose le balie esterne, presso le quali venivano mandati i piccoli. Vivevano preferibilmente in campagna, perché si riteneva che il clima e il cibo genuino favorissero la produzione di un buon latte, utile alla crescita degli esposti. Nei primi anni di vita, la loro crescita e la loro cura erano affidate a delle nutrici di campagna, che accoglievano i bambini nelle loro case e li allattavano fino ai due anni, continuando ad accudirli fino ai 5-6 anni. I sopravvissuti all’elevato tasso di mortalità infantile di quel tempo tornavano poi in Istituto: i bambini per frequentare la scuola e imparare un mestiere, le bambine per imparare a tessere o a occuparsi dei lavori domestici presso le famiglie agiate di Firenze, per guadagnarsi la dote che avrebbe permesso loro di sposarsi o di farsi monache.

Tra il 1600 e il 1700 l’Istituto iniziò ad accogliere le madri nubili tra le nutrici interne, le addette cioè a prestare le prime cure ai neonati, avviando così una prassi assistenziale anche nei confronti delle donne. Negli anni successivi queste iniziarono a ricevere un sussidio, un aiuto per costruirsi una vita anche fuori dall’Istituto. A partire dal 1700 l’attenzione si concentrò anche sulla salvaguardia della salute dei bambini, sviluppando ambiti specifici di indagine scientifica, promossa da medici illustri che studiavano nuovi metodi di allevamento e di cura delle patologie infantili. È in quest’epoca che iniziano le prime sperimentazioni di allattamento artificiale, di prevenzione antivaiolosa, di sviluppo della scienza ostetrica e pediatrica.
Fin dal primo momento l’Ospedale godette di privilegi, donazioni, eredità e ai suoi beni si aggiunsero quelli di altri enti. Fino alla soppressione delle arti (1770), la gestione fu del Consiglio degli operai, nominati dall’Arte della seta, dopodiché l’ente fu posto sotto il controllo del governo granducale fino all’Unità d’Italia, a eccezione del periodo della dominazione francese (1799-1814) in cui fu gestito unitariamente ad altri ospedali. La pila sotto il loggiato esterno fu chiusa nel 1875, quando fu istituito un Ufficio di consegna. Nel 1862 divenne Opera pia, guidata dal 1888 da un Consiglio di Amministrazione; nel 1890, con la legge Crispi, si trasformò in istituto pubblico di beneficenza; nel 1923, divenne IPAB - Istituto pubblico per l’assistenza e la beneficenza. Dal 1940 è stato denominato Istituto e dal 2004 è diventato Azienda di servizi alla persona (ASP).
Oggi, le trasformazioni sociali e giuridiche che rivoluzionano l’Italia dagli anni ‘70 in poi, investono con il loro cambiamento anche le funzioni dell’Istituto. Bambini e bambine abbandonati diminuiscono, così come le madri: il ruolo dell’Istituto passa dall’assistenza alla promozione di iniziative in grado di migliorare le condizioni di vita dell’infanzia e dell’adolescenza. L’Istituto si apre a nuove realtà sul territorio, collabora con Governo, istituzioni internazionali, enti e associazioni che sostengono bambini, ragazzi e famiglie.
Prospettive Globali sull'Assistenza all'Infanzia Abbandonata: Un Mosaico di Approcci
La storia degli istituti per bambini abbandonati presenta tratti comuni e significative differenze a seconda del contesto geografico e culturale.
America del Nord ed Europa Occidentale
Durante il periodo coloniale, i bambini senza genitori venivano accuditi principalmente da parenti o comunità religiose, mentre le prime istituzioni formali erano spesso gestite da chiese protestanti e benefattori privati, con l’obiettivo di fornire istruzione e formazione morale. Con l’urbanizzazione e l’immigrazione del XIX secolo, aumentarono i bambini poveri e senza famiglia, portando alla nascita di grandi orfanotrofi pubblici e privati. A New York nel 1836 fu aperto il primo orfanotrofio per bambini afroamericani, il Colored Orphan Asylum. Tra il 1854 e il 1929 il programma noto come “Orphan Train” trasferì circa 200.000 bambini del Nord-est verso famiglie del Midwest, segnando un passaggio dall’istituzionalizzazione all’affido familiare. Nel XX secolo, l’espansione del welfare statale e le riforme sociali ridussero gradualmente il numero di orfanotrofi, favorendo affido, case-famiglia e adozioni, mentre le istituzioni tradizionali quasi scomparvero.
Cessata l'emergenza post-bellica, si è andati sempre più nella direzione di una deistituzionalizzazione delle grandi strutture, che ha portato gradualmente negli Stati Uniti e in Europa alla progressiva chiusura degli orfanotrofi e alla loro trasformazione in case-famiglie o in centri di supporto per l'affidamento e l'adozione dei minori. Durante l'Olocausto, la maggior parte degli ospiti degli orfanotrofi ebraici furono tra i primi tra i bambini dell'Olocausto a essere vittime nei campi di sterminio. Alcuni orfanotrofi tuttavia servirono come luogo di rifugio, da Villa Emma (Nonantola) in Italia a Château de Chabannes in Francia.
In Canada, durante il periodo coloniale, i bambini senza genitori venivano principalmente accuditi da parenti o comunità religiose, mentre le prime istituzioni, spesso gestite da chiese, servivano a proteggere i bambini poveri e abbandonati. Con l’urbanizzazione del XIX secolo, sorsero orfanotrofi municipali e religiosi, spesso grandi e disciplinati, che offrivano istruzione e sostegno morale. Nelle cosiddette scuole residenziali indiane, istituzioni gestite dal governo insieme a chiese cristiane, migliaia di bambini venivano separati dalle famiglie con l’obiettivo di assimilazione culturale, causando traumi generazionali e perdite culturali. Nel XX secolo, il Canada ha progressivamente sviluppato un sistema di protezione dell’infanzia moderno, riducendo l’istituzionalizzazione e promuovendo l’affido familiare, le case-famiglia e le adozioni.
America Latina
In buona parte del Sudamerica le prime istituzioni di assistenza ai bambini senza famiglia nacquero durante il periodo coloniale o nei primi decenni dopo l’indipendenza, spesso legate alla Chiesa cattolica o a ordini religiosi, similmente ad altri paesi latino-americani. Queste strutture, spesso chiamate casas de huérfanos (“case degli orfani”) o casas de beneficencia, fornivano alloggio, cibo e istruzione di base ai bambini abbandonati o poveri.
Federazione Russa e Ex URSS
Nel periodo zarista (Impero russo) esistevano strutture legate alla carità e alla Chiesa e alla nobiltà. L’imperatrice Luisa Maria di Baden (moglie di Alessandro I e poi amministratrice di carità reale) gestiva un ufficio statale che controllava orfanotrofi, ospizi, strutture assistenziali e scuole per bambini. L'orfanotrofio di Mosca fu fondato nel 1763 su iniziativa di Caterina II di Russia come grande istituto statale per orfani e bambini abbandonati, con programmi educativi e istruzione professionale. Dopo la guerra civile post-rivoluzionaria, migliaia di bambini rimasero senza famiglia e vagavano nelle città; venivano chiamati besprizornye (letteralmente “senza sorveglianza”), spesso senza alcun supporto istituzionale. Il governo sovietico iniziò a creare istituzioni per orfani e bambini abbandonati come priorità sociale. Già nel 1919 vi erano centinaia di istituti, e nel periodo tra le due guerre aumentò rapidamente il loro numero. Durante gli anni ’30 e dopo la seconda guerra mondiale la rete di orfanotrofi divenne molto estesa: nel 1950 si stimavano oltre 6.500 istituti con circa 636.000 bambini in tutto l’URSS, inclusa la Russia.
India
Prima dell’arrivo dei colonizzatori europei, in India esistevano forme di sostegno ai bambini senza genitori, ma erano molto legate alle comunità e alle religioni locali. Con l’arrivo dei britannici, si sviluppò il concetto di orfanotrofio istituzionalizzato: i missionari cristiani fondarono i primi orfanotrofi “moderni”, seguendo il modello europeo. Questi luoghi erano spesso religiosi: i bambini venivano educati secondo i principi cristiani, con l’obiettivo di istruirli e convertirli. Tra i più famosi ci sono la missione di Calcutta (legata a Madre Teresa, anche se formalmente nata nel XX secolo) e gli orfanotrofi gestiti da ordini protestanti e cattolici in città come Mumbai e Chennai. Dopo l’indipendenza dell’India lo Stato iniziò a regolare gli orfanotrofi, creando leggi per la protezione dei bambini. La maggior parte degli orfanotrofi rimase però gestita da ONG religiose o filantropiche, soprattutto per mancanza di fondi pubblici. Dal 1980 ad oggi, con l’aumento della popolazione urbana e delle povertà, gli orfanotrofi hanno visto un aumento dei bambini abbandonati, spesso a causa di povertà estrema, HIV/AIDS o disastri naturali e la crescita delle ONG internazionali che supportano i bambini orfani, con approcci più moderni: educazione inclusiva, psicologia infantile e riabilitazione familiare. Nuove leggi, come il Juvenile Justice Act (2000 e successive modifiche), incoraggiano a trovare soluzioni alternative all’istituzionalizzazione, come affido e adozioni.
Le istituzioni per l'infanzia ai primi del '900
Asia Orientale
In Cina esistevano orfanotrofi e strutture per bambini abbandonati già prima dell’età moderna, sia statali sia di matrice religiosa/assistenziale, specialmente nelle aree urbane dove guerre e carestie producevano molti orfani. Nel periodo Meiji (1868-1912), con l’apertura del Giappone al mondo occidentale e la modernizzazione lo Stato iniziò a formalizzare la protezione dell’infanzia, creando istituzioni simili agli orfanotrofi europei. Vennero introdotti i primi orfanotrofi pubblici, soprattutto nelle città, gestiti dallo Stato o da organizzazioni cristiane missionarie. Nel periodo Showa e dopo la seconda guerra mondiale, la Seconda Guerra Mondiale ebbe un impatto enorme: milioni di bambini persero i genitori per bombardamenti, carestie e malattie. Lo Stato creò orfanotrofi governativi su larga scala, chiamati jidō-in (児童院), per accogliere questi bambini. Parallelamente, orfanotrofi privati e religiosi continuarono a operare, spesso legati a scuole e templi. Dopo la guerra, il Giappone iniziò a legiferare in modo più sistematico sulla protezione dell’infanzia, ispirandosi a modelli occidentali di welfare.
Medio Oriente, Oceania e Africa
Orfanotrofi cristiani/missionali (come l'orfanotrofio Schneller di Gerusalemme fondato nel 1856 e chiuso nel 1940), ospitavano e formavano orfani arabi e di altri gruppi sotto un modello educativo misto di assistenza sociale e formazione professionale. La storia degli orfanotrofi in Oceania ha radici già dai primi decenni della colonizzazione europea e presenta alcune caratteristiche peculiari legate al contesto coloniale, alle chiese cristiane e alle politiche sociali dall’Ottocento fino al XX secolo. Tradizionalmente, i bambini orfani in Africa venivano accolti da famiglie estese o comunità locali, con supporto informale da parte di clan o templi. Con il colonialismo europeo arrivarono i primi orfanotrofi formali, gestiti principalmente da missioni cristiane, con finalità educative e religiose. Dopo l’indipendenza, gli orfanotrofi continuarono a crescere, soprattutto a causa di epidemie, guerre e povertà, e la maggior parte rimase gestita da ONG e chiese, con risorse spesso limitate. La pandemia di HIV/AIDS e diversi conflitti hanno aumentato drasticamente il numero di bambini senza famiglia, spingendo molti governi e organizzazioni a promuovere affido familiare e reinserimento comunitario come alternativa alla vita in istituto.
Il Modello Italiano Attuale: Dalla Grande Struttura alla Comunità Familiare
La legislazione italiana ha intrapreso un percorso significativo verso la deistituzionalizzazione e la promozione di forme di accoglienza più idonee allo sviluppo del minore. La legge 28 marzo 2001, n. 149 ha segnato un punto di svolta, stabilendo il superamento delle grandi strutture di accoglienza e favorendo l'affido familiare e l'adozione come soluzioni privilegiate per i bambini privi di un ambiente familiare adeguato.
Oggi, l'elenco delle strutture è diviso in sezioni regionali e la denominazione della tipologia delle strutture rispetta le relative regolamentazioni regionali. Tra le principali tipologie di istituti e comunità per minori si annoverano:
- Comunità alloggio: Regolate da Legge regionale n.4 del 2007, Legge Quadro n. 328 del 2000, D.M. n. e altre normative specifiche. Queste strutture offrono un ambiente di tipo familiare a un numero limitato di minori.
- Comunità di tipo familiare: Conformi all'art. 21 Legge Regionale del 2007 e al D.M. n., sono orientate a replicare il più possibile un contesto domestico.
- Comunità alloggio socio-educativa per minori: Spesso identificate da macroaree specifiche, come la Macroarea M2.2.6 del D.G.R., e le Comunità familiari socio-educative per minori, come quelle rientranti nella Macroarea M2.2.5 del D.G.R., che si focalizzano sull'aspetto pedagogico e sociale.
- Gruppi appartamento socio-educativi per minori: Queste strutture sono destinate in particolare a minori sottoposti a provvedimenti dell'Autorità Giudiziaria, offrendo un contesto di autonomia guidata. Un esempio è la Comunità per minori e giovani adulti sottoposti a provvedimenti.
- Comunità Alloggio per Minori (Catalogo dei servizi residenziali, semiresidenziali, territoriali e domiciliari di cui al Regolamento di attuazione della L.R. 11/2007 allegato al Regolamento n. 4 del 7 aprile 2014 pubblicato sul Burc della Regione Campania n.): Questa denominazione, ampiamente presente, indica strutture residenziali che rientrano in specifici cataloghi regionali di servizi, offrendo un quadro dettagliato dei servizi di accoglienza per minori.
- Comunità di accoglienza per gestanti e madri con bambini: Tali strutture offrono supporto specifico a donne in gravidanza o madri con figli piccoli che si trovano in situazioni di difficoltà, come definito dal Catalogo dei servizi residenziali, semiresidenziali, territoriali e domiciliari della L.R. 11/2007, allegato al Regolamento n. 4 del 7 aprile 2014.
Queste diverse tipologie di strutture, gestite da enti come Con Solidarietà SOC COOP., Crescere Inseme s.r.l., Sirena coop.soc. e Sun Cooperativa Sociale ar.l., riflettono l'impegno a fornire un'accoglienza personalizzata e rispondente alle specifiche esigenze di ogni minore, promuovendo il loro benessere e sviluppo in un ambiente protettivo. La Comunità maschile "L. Monti - Comunità Specialistica E." è un altro esempio di struttura specializzata.
Organizzazioni e Progetti a Supporto dell'Infanzia Fragile in Italia e all'Estero
Il panorama dell'assistenza ai minori abbandonati e in difficoltà è arricchito dall'operato di numerose organizzazioni non profit e dall'impegno di progetti specifici, spesso sostenuti da partnership con il settore privato.
La Casa Madre Ester: Un Modello di Accoglienza
La Casa Madre Ester ha accolto centinaia di bambini e decine di mamme, avviando un importante lavoro di prevenzione e formazione degli operatori, divenendo un modello per la tutela e la cura del bambino a disagio. Nei suoi locali vengono ospitati minori, ai quali viene offerta la possibilità di alleviare e superare la sofferenza dovuta al maltrattamento, in un ambiente familiare e confortevole. La Casa dispone di piscina, ludoteca, palestra, aula informatica, aula multimediale, lido sul litorale di Pineto e può contare sul contributo di volontari del servizio civile e di numerosi altri volontari appartenenti all’Associazione di Volontariato “L’angelo custode” (www.angelocustode.it), che anima i momenti di svago e collabora con i diversi settori della Fondazione. Le attività gestionali sono garantite dalla Cooperativa sociale “Nascere”, che assicura personale qualificato (educatori, coordinatori, psicologa, operatori ausiliari ed educativi). Attualmente la Comunità è autorizzata dal Comune di Pineto ai sensi del D.M. I dati mostrano che il 38% dei minori accolti sono andati in adozione, il 51% sono rientrati nella famiglia di origine, e solo l'8% è stato trasferito presso altre strutture, evidenziando l'efficacia dei percorsi di reinserimento familiare o di adozione.
"Aiutateci a Salvare i Bambini Onlus" e l'Impegno in Russia
"Aiutateci a Salvare i Bambini Onlus" è la prima associazione italiana senza scopo di lucro che opera dal 2001 nella Federazione Russa, nata per aiutare una clinica pediatrica di Mosca, la “R.D.K.B. Rossijskaja Detckaja Kliničeskaja Bol’nica,”, per la cura delle malattie oncologiche infantili. Circa mille bambini, dall’infanzia sino ai 16 anni, e nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di bambini con le diagnosi più disperate come l’anemia, sindrome dermatorespiratoria, trapianto reni, beneficiano del loro supporto. Il rapporto con la Clinica pediatrica russa di Mosca RDKB, con i suoi medici, con i responsabili amministrativi e soprattutto con il Gruppo di volontariato Padre Aleksandr Men’ è via via cresciuto, si è consolidato sino a creare una partnership fondata su una profonda stima e sul rispetto reciproco. Sin dagli inizi, l'attività dell’associazione italiana si è basata su progetti annui proposti dai partner russi, condivisi con l’associazione e finanziati.
Dalla prima donazione di farmaci specialistici per la chemioterapia, al primo progetto “Una goccia per la vita” nel 2002, sono state donate sacche sterili per infusori, contagocce per flebo, farmaci chemioterapici ed altri farmaci vitali. Nel 2003 il progetto “oncoematologia pediatrica di Mosca” ha consentito la raccolta di fondi per l’acquisto di un set di attrezzature per la chemioterapia (sedici fra infusori e perfusori) e una fornitura straordinaria di farmaci specialistici per curare i bambini con patologie particolarmente gravi. L’anno successivo è stato definito il progetto “Laboratorio di diagnostica e del controllo genetico-molecolare”, una struttura vitale per l’intero nosocomio (un laboratorio di analisi di secondo livello) che ha contribuito in maniera fondamentale al buon andamento e all’innovazione sia scientifica-tecnologica che terapeutica dei reparti di Oncoematologia, Ematologia e Trapianto di Midollo osseo. Nel 2006 l’associazione italiana ha acquistato una grande villa nella periferia di Mosca non lontano dall’ospedale per trasformarla in foresteria pediatrica, la prima di tutta la Federazione Russa, per riunificare le mamme con i loro bambini, per diminuire le lunghe liste di attesa, per introdurre nuove metodiche terapeutiche. Dall’inizio dell’anno 2010 è stato ristrutturato il reparto “Nuova Oncologia pediatrica di Mosca” grazie alla sostanziale partecipazione de “La Fabbrica del Sorriso” e dei fondi accantonati negli anni precedenti.

Oltre all’appoggio a questo istituto, in collaborazione con Lina Saltaykova, presidente del Gruppo di volontariato moscovita “Padre Aleksandr Men’ ”, l'associazione si occupa anche di bambini abbandonati. In base ai dati di Aiutateci a Salvare i Bambini, sono 100mila i bambini abbandonati ogni anno nella Federazione Russa, con 530 mila “orfani sociali”. Di questi, circa 30 mila presentano inabilità dalla nascita quali anomalie cerebro-cranio-maxillo facciali, difetti di sviluppo dell’intestino e degli apparati urinari, malattie genetiche. In pratica, questi sono i bambini che i loro genitori hanno rifiutato o sin dal momento della nascita o ancora durante la gravidanza. L’associazione prevede la realizzazione di accordi con gli orfanotrofi locali per offrire cure e riabilitazione gratuita, oltre a un servizio di “nonne” che assistono i bambini durante la degenza.
Questi bambini abbandonati, praticamente, non hanno alcuna chance di trovare strutture locali in grado di intervenire per ovviare, spesso, a piccoli deficit fisici che alla lunga implicano una situazione di estrema difficoltà relazionale. Non solo, ma a questi bambini viene per sempre preclusa la possibilità di avere dei genitori adottivi che possono introdurli in una vera famiglia e attraverso questa nella società. Inoltre, nonostante il fatto che con qualche piccola eccezione, tali bambini non presentano alcun deficit nello sviluppo mentale e siano mentalmente normali, nella società russa esiste una forte tendenza a rimuovere l’esigenza di risolvere il problema della cura e della riabilitazione di questi bambini. Ancor oggi la sola diagnosi “enuresi” è sufficiente a rendere il bambino “scomodo” e ricoverarlo negli “internat”. Soprattutto per quanto riguarda l’infanzia sta emergendo “un rigido nazionalismo, che tende a nascondere la crisi e a guardare con diffidenza all’adozione internazionale”, all’emergenza: è necessario diffondere una nuova cultura della responsabilità nelle famiglie. Sul fronte delle adozioni, l'associazione sta facendo un grande pressing per il rinnovo degli accreditamenti, sottolineando come si tratti di una questione di tutela dei bambini.
Nel 2005 Aiutateci a Salvare i Bambini ha anche condotto iniziative a sostegno dei bambini, genitori e insegnanti sopravvissuti all’attacco terroristico di Beslan, in Ossezia: dopo un periodo di ospitalità di alcune famiglie in Italia il progetto prevede l’assistenza per superare traumi e problemi quali stress, ansia, depressione e disturbi dovuti all'aver presenziato ad atti di violenza.
Associazione Fa.T.A Onlus - Famiglie Temporanea Accoglienza
Fa.T.A Onlus - Famiglie Temporanea Accoglienza - è un’associazione non profit di famiglie aperte all’affido di minori abbandonati, maltrattati o che vivono un grave disagio, riconosciuta dalla Regione Lombardia e convenzionata principalmente con i Comuni di Milano e Rozzano. Fa.T.A. gestisce anche “Il rifugio”, semiconvitto per minori a rischio di devianza tra i 6 e i 16 anni, di ambo i sessi, per favorirne uno sviluppo sereno verso l’età adulta. Il progetto La casa di Fata nasce da un’obiettiva lettura della realtà che vede da un lato le dimensioni insufficienti, unite alla mancanza di spazi esterni, degli appartamenti che oggi ospitano le comunità di accoglienza, dall’altro il costante aumento di richieste per l’inserimento di nuovi bambini. L'Associazione Fa.T.A. ha ottenuto da privati, in comodato gratuito per 21 anni, una palazzina di quattro piani circondata da un ampio spazio verde. Il primo piano è destinato a una comunità di bambini da 10 a 14 anni, il secondo a un’altra di dieci bambini da 0 a 11 anni, dimostrando un approccio innovativo e attento alle diverse fasce d'età.
Partnership Aziendali e Iniziative di Responsabilità Sociale
Diverse aziende e realtà economiche mostrano un crescente interesse per il sostegno a questi progetti. IKEA, l’azienda svedese di arredo e accessori per la casa, si conferma la grande amica dei bambini. Le Aziende Gi.pe.tex. s.r.l. e IANG - International Advising Network Group s.r.l. insieme a L’Azienda Perego s.r.l. del Gruppo Dierre hanno contribuito alla realizzazione del Progetto Family House grazie a donazioni. Grazie agli avvocati di Linklaters prenderà vita la Culla Termica all’interno del progetto Family House, struttura dedicata alla prevenzione dell’abbandono dei bambini italiani. Dal 2010 Il Paniere Serafini è al fianco di Amici dei Bambini nella campagna di regalistica aziendale “Donare speranza è una grande impresa”. Terna ha sostenuto a più riprese i progetti di Ai.Bi., a partire dal 2008. Una forte focalizzazione sul tema dei minori, la capacità di fare rete con le istituzioni locali per dare risposte concrete, sostenibili e durature ai bisogni dei bambini in difficoltà unita a una rendicontazione puntuale e trasparente fanno di Ai.Bi un partner non profit ideale. Un plus ulteriore nella valutazione di Terna è dato dall’adesione di Ai.Bi alla “Carta della Donazione” dell’Istituto Italiano per la Donazione. Queste collaborazioni dimostrano l'importanza di un impegno congiunto tra enti pubblici, organizzazioni non profit e il settore privato per garantire un futuro migliore ai minori in stato di abbandono o disagio.
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