L'Agricoltura Israeliana: Un Laboratorio di Innovazione tra Scarsità Idrica e Nuove Dottrine Agronomiche

L'oliveto a Taybeh (Palestina), non lontano dal deserto di Giuda, è un simbolo della terra. Oltre che epicentro delle tensioni tra l’Occidente ed il Mondo arabo, dalla propria fondazione Israele è stato uno straordinario laboratorio agronomico. Le sue condizioni ambientali estreme, caratterizzate da scarsità di acque e estrema povertà dei suoli, unitamente alla disponibilità finanziaria assicurata dalla comunità ebraica internazionale, hanno sospinto la ricerca di soluzioni sperimentali che per cinque decenni si sono collocate all’avanguardia del progresso internazionale della tecnologia irrigua. Questa nazione, fin dall'inizio della sua storia moderna, ha dovuto affrontare molteplici difficoltà derivanti dalla scarsità di risorse naturali e dalle innumerevoli sfide politiche, territoriali e geografiche. Il padre fondatore di Israele, David Ben Gurion, dichiarò l’obiettivo di “far fiorire il deserto”, convinto che potesse essere uno dei suoi principali contributi al proprio Paese e al mondo. Un impegno che ha trasformato radicalmente le pratiche agricole e il rapporto con il suolo, portando a una vera e propria rivoluzione scientifica le cui conseguenze future sono ancora difficili da valutare pienamente.

Contesto Storico e Sfide Ambientali: La Necessità di una Nuova Agronomia

Le radici della singolare traiettoria agricola israeliana affondano in un contesto ambientale particolarmente impegnativo. All’origine della straordinaria rivoluzione concettuale possono identificarsi, ancora, i due elementi ambientali che rendono i suoli a disposizione degli agricoltori israeliani un terreno sperimentale assolutamente peculiare: la scarsità dell’acqua e la povertà naturale dei suoli. Questi terreni sono generalmente di scarsa profondità e ad altissimo contenuto di scheletro, il frutto evidente di quattro millenni di sovrapascolo e di coltivazioni di rapina. Tali elementi sono stati così incisivi da imporre, alla luce dei canoni dell’agronomia classica, un giudizio categoricamente negativo sulle possibilità di sfruttamento agricolo redditizio di gran parte dei suoli del Paese. Il clima arido e la scarsità di risorse idriche non fanno, infatti, di Israele un paese naturalmente vocato all’agricoltura.

L'evoluzione delle metodologie irrigue da applicare nel territorio, inizialmente, è stata diretta ad individuare le forme di applicazione più congrue dei canoni dell’agronomia classica a coltivazioni realizzate in condizioni assolutamente eccezionali. Successivamente, gli specialisti israeliani ideavano tecniche di coltura che forzavano i limiti dell’agronomia tradizionale, dalla quale si allontanavano sempre più significativamente. Questo processo ha condotto alla formulazione di una dottrina della coltivazione che impone i caratteri di teoria agronomica nuova. Chi sia consapevole della complessità del processo secolare da cui ha preso forma l’agronomia classica, e possa misurare quale coazione sia destinata a rappresentare la carenza d’acqua per l’agricoltura del futuro, non può non guardare con immenso interesse alle procedure irrigue praticate dal deserto del Neghev al lago di Tiberiade.

Mappa delle precipitazioni in Israele e nel deserto del Negev

La Rivoluzione Agronomica Israeliana: Dall'Agronomia Classica alla Nutrizione Bilanciata

Per comprendere la portata di questa innovazione, è fondamentale richiamare i principi dell'agronomia classica, da cui la nuova dottrina israeliana ha preso le distanze. L’agronomia moderna conosceva il proprio manifesto nell’opera di Justus Liebig, che nel secondo quarto dell’Ottocento enucleava i principi destinati a costituire il fondamento della pratica agraria moderna, preceduta da una serie di intuizioni che erano venute maturando nella seconda metà del Settecento, a opera soprattutto degli studiosi britannici.

I caposaldi di Liebig, sviluppati dai suoi successori, possono riassumersi in tre enunciazioni fondamentali:La necessità, per lo sviluppo delle piante, della presenza nel terreno di tre elementi chimici fondamentali: l’azoto, il fosforo e il potassio. A questi si aggiungono alcuni elementi complementari, come il calcio, il solfo e il magnesio, e tracce di elementi necessari in quantità infinitesimali, quali il ferro, il manganese, il boro e lo zinco. È cruciale che gli elementi chimici necessari alla crescita siano presenti nelle proporzioni richieste dalla pianta; la carenza di uno solo determina l’incapacità del vegetale a utilizzare le quantità maggiori dagli altri. La presenza nel terreno degli elementi chimici in rapporti equilibrati costituisce la fertilità chimica del suolo.La necessità della presenza nel suolo di una quantità di acqua tale da consentire l’assorbimento degli elementi chimici e la continuità dell’attività fotosintetica. Questa quantità non deve eccedere, però, il livello che impedirebbe la circolazione nel suolo dell’ossigeno, necessario alla respirazione delle radici.La necessità di un assetto fisico del terreno tale da consentire l’assolvimento delle due condizioni precedenti, favorendo la maggiore espansione delle radici alla ricerca di acqua e soluti. La somma delle caratteristiche del suolo corrispondenti a questa esigenza viene definita fertilità fisica.

Dai tre postulati capitali possono ricavarsi due corollari fondamentali. Dal punto di vista naturalistico, più elevato risulti, in un suolo, il livello della fertilità chimica e di quella fisica, maggiori saranno le sue capacità di favorire lo sviluppo dei vegetali, tanto più elevate risulteranno, quindi, le sue potenzialità agronomiche e produttive. Costituendo scopo dell’agronomia l’ottenimento, da ogni coltura, della più alta produzione di derrate, il primo obiettivo delle tecniche di coltivazione deve individuarsi nel miglioramento sistematico dei caratteri del suolo che si compendiano nella fertilità, prima condizione della produttività agraria. L’agronomia deve orientare, quindi, i processi pedologici verso l’accrescimento permanente della fertilità fisica, e assicurare al terreno gli elementi necessari a rendere più elevata la fertilità chimica.

Schema dei principi di Liebig per la fertilità del suolo

Sono questi principi, autentici dogmi dell’agronomia classica, i cardini dai quali la nuova agricoltura di Israele è venuta progressivamente emancipandosi. Questo processo ha portato a dare corpo ad una teoria della coltivazione che rigetta consapevolmente il ruolo che alla fertilità del terreno, tanto fisica quanto chimica, hanno assegnato due secoli di pensiero agronomico. Ascoltare, dagli studiosi israeliani, l’enunciazione dei programmi di ricerca cui sono impegnati, l’illustrazione delle tecnologie di coltivazione in corso di sperimentazione nei campi degli istituti agronomici, impone al cultore di scienze agrarie la percezione di penetrare entro orizzonti scientifici e tecnologici in cui il terreno e le sue caratteristiche hanno perduto persino il diritto alla menzione tra gli elementi rilevanti per giudicare la funzionalità dell’attività agricola. L’obiettivo cardinale della nuova scienza agronomica israeliana è la nutrizione bilanciata della pianta, che mira a realizzare mediante la somministrazione diretta di soluzioni nutritizie.

L'Acqua come Perno dell'Innovazione: Teorie e Pratiche dell'Irrigazione a Goccia

In coerenza alle premesse ambientali ed economiche che ne hanno determinato il prendere corpo, la nuova agronomia di Israele si fonda su una revisione radicale della concezione tradizionale delle relazioni tra disponibilità idrica del suolo e produttività delle piante coltivate. Il professor Eli Ravitz, uno degli artefici della nuova dottrina dell’uso dell’acqua, illustra le coordinate di questo capovolgimento concettuale. L’argomentazione proposta si sviluppa dagli assunti “classici”, i principi sul fabbisogno idrico delle piante enunciati, nel primo quarto del Novecento, da Frank Veihmeyer. Questi definiva il concetto di stato di saturazione, inteso come il massimo contenuto di acqua che si registra nel terreno dopo un adacquamento. Inoltre, egli introduceva il concetto di capacità di campo, ovvero la quantità d’acqua trattenuta dal terreno quando termina la percolazione prodotta dalla forza di gravità, e quello di punto di appassimento, che corrisponde alla quantità d’acqua presente nel terreno quando le forze igroscopiche delle particelle terrose prevalgono sulla capacità di suzione, specifica per ogni specie, e la pianta non è più in grado di assumere acqua. Nell’intervallo tra capacità di campo e punto di appassimento, Veihmeyer affermava sussistere l’indifferenza della pianta ad ogni variazione dell’umidità del suolo: in qualsiasi punto intermedio tra gli estremi, ogni specie sarebbe, infatti, egualmente in grado di assumere l’acqua necessaria ai propri processi vitali.

La supposta indifferenza costituiva la ragione della critica che alla concezione di Veihmeyer muoveva, negli anni successivi, un gruppo di fisiologi vegetali, primo tra i quali L. A. Richards. Questi, sperimentando su suoli diversi da quelli impiegati da Veihmeyer, giungeva a enunciare un’ipotesi opposta, per la quale tra la capacità di campo e il punto di appassimento la pianta sarebbe costretta ad uno sforzo crescente per assumere l’acqua necessaria. Per ogni suolo e per ogni specie vegetale sarebbe possibile, secondo Richards, determinare un livello di umidità critica, da impiegare quale indicatore del momento in cui si imporrebbe l’intervento irriguo. Il risultato più significativo di quelle ricerche sarebbe stato, tuttavia, sottolinea Ravitz, la scoperta della corrispondenza diretta, in campo, tra traspirazione e produzione. La pianta produce sostanza secca, cioè, in proporzione diretta all’entità dell’acqua traspirata: per ottenere da una coltura l’espressione delle massime capacità produttive occorre assicurarle, nelle ore di maggiore insolazione, la possibilità di una traspirazione ininterrotta. In termini applicativi, tutte le tecniche irrigue che consentono, nel periodo tra due erogazioni, un abbassamento dell’umidità del terreno tale da comportare riduzioni di traspirazione, comportano, inevitabilmente, perdite di produzione. Dall’enunciazione deve dedursi, argomenta Ravitz, che le forme di irrigazione più efficienti sono quelle capaci di assicurare alla pianta un assorbimento abbondante e continuo.

Postulando, per l’irrigazione di una superficie determinata, la disponibilità di un volume d’acqua definito, somministrare la medesima quantità a turni più brevi, in modo da mantenere costante il livello di traspirazione delle piante, consente produzioni più elevate della somministrazione dell’identica quantità di acqua a intervalli più ampi, tra i quali le cadute del livello di umidità impongano alla coltura periodi di attività traspiratoria ridotta. In questi principi, sottolinea Ravitz, definiti negli anni ’60, v’erano i presupposti teorici dell’irrigazione a goccia, una procedura il cui significato fondamentale non deve essere identificato, ribadisce, nella riduzione dei volumi di acqua impiegata, che può costituirne il correlato, ma la maggiore produttività del suo impiego.

Pressione e portata di un impianto di irrigazione

Il Suolo come Supporto: La Ridefinizione del Ruolo della Fertilità

La nuova dottrina agronomica israeliana, focalizzandosi sulla nutrizione bilanciata della pianta mediante la somministrazione diretta di soluzioni nutritizie, ha radicalmente ridefinito il ruolo del terreno. Definito il problema dell’alimentazione delle piante come ricerca delle modalità per la fornitura diretta di acqua e soluti all’apparato radicale, la funzione del terreno si riduce a quella di mero supporto fisico dei vegetali coltivati. Le sue caratteristiche pedologiche risultano rilevanti solo in quanto condizionanti la penetrazione delle soluzioni fertilizzanti fino alle radici. Stimate con questo metro, le differenze che distinguono i suoli si riducono entro i termini di una classificazione estremamente schematica, essendo assai ampi i margini di variabilità entro i quali terreni separati da differenze pedologiche ingenti presentano permeabilità e capacità di imbibizione assimilabili.

L'obiettivo di aumentare la frequenza degli adacquamenti, assicurando alle piante in coltura la costanza di disponibilità ottimali, è palesemente sottoposto, ove si escluda di aumentare i volumi complessivi, a una condizione: che la quantità d’acqua erogata ad ogni intervento possa essere diminuita in proporzione al loro aumento numerico. Tuttavia, posta l’evidente impossibilità di mantenere, con quantità ridotte, il grado di umidità ottimale nel volume complessivo del suolo, il proposito di assicurare alle radici un assorbimento continuo si traduce nel quesito sulla possibilità di fornire alla pianta l’acqua in un’area ridotta. Ciò ha generato la necessità di verificare le conseguenze del mantenimento del livello di umidità ottimale in un volume circoscritto di terreno. Il quesito dischiudeva ai ricercatori israeliani un terreno di indagini nuovo, ricorda Ravitz, sul quale avrebbero dovuto individuare l’entità del volume di terra irrigata necessario al soddisfacimento delle esigenze di massima traspirazione di ogni specie coltivata. La ricerca di quell’entità conduceva a definire il secondo presupposto teorico per la congegnazione delle tecniche di irrigazione a goccia.

I rapporti tra l’apparato radicale ed il volume di terra interessato dall’irrigazione nei sistemi a goccia sono stati illustrati al visitatore italiano da due ricercatori dell’Istituto Volcani, il dott. Broidi e il dottor H. Bieloroi. Le esperienze israeliane hanno provato, riferiscono, che la mole di terreno esplorata dalle radici può essere sensibilmente ridotta, rispetto a quanto postula l’agronomia “classica”, che esalta gli effetti di un apparato radicale espanso. Questo è possibile purché alla pianta si forniscano, congiuntamente, l’acqua e le sostanze fertilizzanti necessarie. Il rigoglio vegetativo non è funzione, infatti, dell’estensione dell’apparato radicale, ma dell’efficienza con cui assicura alla pianta, qualsiasi ne siano le dimensioni, acqua e soluti. Le piante possono esprimere il massimo delle capacità produttive con un apparato radicale ridotto, purché fornisca l’acqua e i fertilizzanti necessari allo sviluppo più intenso. L’irrigazione a goccia è stata concepita proprio per fornire ad apparati radicali ridotti gli elementi necessari a produzioni ottimali.

Differenze di rilievo sussistono, riconoscono i due ricercatori, tra il volume di terreno in cui è possibile contenere l’attività radicale di una pianta allevata, dalla germogliazione o dal trapianto, con un metodo a goccia, e quello necessario ad una pianta allevata con metodi irrigui diversi, di cui si voglia iniziare l’irrigazione a goccia ad un punto avanzato del ciclo vitale. Nel secondo caso il terreno mantenuto umido potrà essere contenuto, non quanto possa esserlo, tuttavia, per piante che si siano sviluppate in regime di irrigazione a goccia. La conversione da una forma di irrigazione che interessi l’intero campo all’irrigazione localizzata impone alla pianta, infatti, la riduzione della frazione attiva dell’apparato radicale. Il contenimento non comprometterà la produttività fino al punto in cui le radici attive siano in grado di assorbire tutta l’acqua e i soluti chimici necessari; la ridurrà se le radici raggiunte dall’acqua non siano in grado, per l’età, di sviluppare un capillizio adeguato alle esigenze vegetative. Le radici collocate nel terreno che non sarà più raggiunto dall’irrigazione continueranno ad assolvere alle funzioni di ancoraggio fisico entrando, nei periodi asciutti, in dormienza, per riacquistare le proprie funzioni fisiologiche nei mesi invernali e primaverili, quando l’intera superficie del suolo sarà bagnata dalle piogge. Il volume del terreno mantenuto umido deve essere correlato, precisano Broidi e Bieloroi, alle caratteristiche morfologiche e fisiologiche della specie coltivata: la “cipolla” di suolo bagnato deve avere cioè, dimensioni adeguate alle attitudini di ogni specie e cultivar ad espandere il proprio apparato radicale. Determinato il volume di terra da irrigare, se ne desumerà la quantità di acqua da erogare nell’unità di tempo, che determinerà la scelta dei due elementi essenziali per la progettazione, il diametro dei tubi e la loro distanza, nella cui scelta dovranno considerarsi, oltre alle ragioni tecnologiche, anche quelle economiche e operative.

Il Caso Esemplare del Deserto del Negev: Far Fiorire l'Inospitale

L'applicazione di queste dottrine innovative trova uno dei suoi massimi esempi nel deserto del Negev. Viaggiando da Tel Aviv verso Sud, il paesaggio cambia in fretta. L’orizzonte definito dai grattacieli e dai grandi palazzi del Gush Dan, l’area metropolitana più grande di Israele, lascia progressivamente spazio ad alcune aree coltivate. La direzione, tuttavia, indica uno scenario diverso da quello delle pianure un tempo paludose e oggi fertili. È così che, avvicinandosi e superando la città di Beer Sheba, il paesaggio si fa pietroso, caldo, mediorientale, nell’immagine stereotipata che spesso se ne ha in Occidente.

In questa regione vivono beduini ed ebrei in numero pari al dieci per cento della popolazione del Paese, anche se l’area copre circa il sessanta per cento della sua superficie. Il territorio è dominato da aree rocciose, grandi depressioni e valli che si perdono a vista d’occhio ai lati della strada principale che connette il resto di Israele con la città di Eilat. Fin dall’indipendenza, il deserto del Negev ha mantenuto una sua centralità nell’epopea sionista di ricostruzione del legame fisico tra popolo ebraico e terra, proprio perché le sue caratteristiche aspre hanno rappresentato per molti l’essenza della sfida del ritorno alla terra promessa attraverso il lavoro agricolo. Per una zona come il Negev, inospitale per definizione eppure così rilevante per la fenomenologia del Paese, non è tanto l’acqua a essere perno delle scelte di chi vive in questa parte dello Stato ebraico, quanto la sua assenza. Le precipitazioni annue nell’area sono al di sotto dei cento millimetri d’acqua, rappresentando il livello più basso sia in Israele sia nei territori palestinesi. Questo dato, aggiunto alla graduale diminuzione della risorsa idrica nel corso degli anni, pone al deserto del Negev una sfida impegnativa.

Per contrastare la siccità, Israele ha progressivamente estratto acqua dalle falde acquifere desertiche: oggi ci sono otto pozzi nelle alture del deserto, che ogni anno forniscono circa otto milioni di metri cubi di acqua salata. In questo contesto è entrata in gioco fin dagli anni Quaranta l’innovazione israeliana, con investimenti continuativi nel campo dell’uso della risorsa idrica dalle falde acquifere sotterranee per l’agricoltura. L’investimento di Israele nell’uso intelligente dell’acqua per sviluppare il settore agricolo del deserto si è anche indirizzato all’impiego di acqua di mare, reso possibile dagli impianti di desalinizzazione che dal Mediterraneo forniscono risorsa idrica ai territori del Negev.

Impianto di desalinizzazione israeliano

La particolarità del caso israeliano è che anche nel deserto è presente il settore dell’acquacoltura, dal momento che l’acqua estratta dalle falde acquifere della zona (la desert water) sembra creare un contesto favorevole per l’allevamento di pesci d’acqua salata. Nel corso dei decenni, lo Stato ebraico ha saputo tenere unite le traiettorie della costruzione nazionale e dell’innovazione tecnologica mettendo al centro di queste strategie l’utilizzo efficiente della risorsa. Questo approccio consente oggi al deserto del Negev di essere addirittura meta di numerosi viaggi lungo la strada del vino: è il caso formidabile della zona di Ramat HaNegev, autorità locale più vasta d’Israele, in cui l’innovazione in campo agricolo ha pennellato lo scenario desertico di vigneti, aiutata dalla scarsa umidità e dalle radiazioni solari. Guardando al passato, questa parte di Medio Oriente sembra tornata al tempo dei Nabatei, l’antica popolazione nomade che proprio su questi altipiani produceva vini.

Vigneto nel deserto del Negev

Innovazione, Sostenibilità e Sfide Future: Dal Consumatore alla Manodopera

A livello globale, la popolazione mondiale aumenta mentre le terre coltivabili e le risorse in generale diminuiscono. Ci si chiede come risolvere il problema e con quali mezzi possiamo garantire, per oggi e per il futuro, una produzione agro-alimentare degna di una popolazione sempre più esigente. Israele, con la sua esperienza, offre risposte concrete. Il paese si è sempre posto come protagonista nel risolvere il problema delle risorse disponibili. "Ci vogliono tre cose per produrre alimenti: terra, acqua e agricoltori," e la mancanza di risorse, unita alla necessità di trovare soluzioni alternative, ha permesso proprio in Israele lo sviluppo di una serie di innovazioni in campo agricolo. La strada è sempre quella, la stessa indicata da esperti come Luca Olcese, direttore generale di Netafim Italia: produrre di più con meno.

Le innovazioni israeliane non si sono limitate a garantire esigenze naturali, come una maggiore disponibilità d’acqua. Oggi i consumatori sono sempre più difficili, come ammette Kapulnik; ecco allora la necessità, o meglio il desiderio, di accontentarli, proponendo magari tre differenti qualità di peperoni, oppure un grappolo d’uva con acini per metà verdi e metà rossi. Questo evidenzia una spinta all'innovazione che va oltre la mera sopravvivenza agricola, mirando alla diversificazione e alla qualità del prodotto per soddisfare mercati esigenti.

Un problema correlato è quello dei rifiuti, che non riguarda certo solo Israele. Da un lato si pone la questione di come utilizzare i rifiuti, dall’altro si sente la necessità di diminuire la loro produzione, evitando quindi sprechi di cibo. Un errore banale del consumatore, come spiega il professore, è quello di mettere tutta la frutta e verdura nello stesso frigorifero alla stessa temperatura. Se vogliamo che le nostre zucchine o i nostri pomodori si conservino più a lungo, c’è bisogno di una distinzione nel modo di conservarli. La tecnologia, quindi, si estende anche alla gestione post-raccolta per ridurre gli sprechi e ottimizzare la conservazione.

L’introduzione della tecnologia all’interno dell’agricoltura ha anche un altro scopo, molto importante: modernizzare le condizioni di lavoro per attrarre le giovani generazioni nel settore. "Non ci sono sistemi per lavorare i campi a distanza," spiega a Pagine Ebraiche Susan Lurie, del Volcani Center, il centro di ricerca e sviluppo in campo agricolo d’Israele. Le tecnologie ideate al Volcani possono aiutare i coltivatori, ma non sostituiscono la manodopera necessaria per raccogliere i prodotti della terra.

La questione della manodopera è diventata particolarmente acuta a seguito degli eventi del 7 ottobre. “Dopo il 7 ottobre circa due terzi dei lavoratori thailandesi sono stati rimpatriati dal loro governo,” osserva l’esperta. Con la loro partenza, moltissime aziende agricole nell’area di Gaza ma anche nel nord e nel centro d’Israele sono rimaste senza forza lavoro. Un’assenza sopperita “da un grande afflusso di volontari da tutto il paese per aiutare nella raccolta. Durante le settimane di chiusura delle scuole, migliaia di studenti si sono messi a disposizione. Molti datori di lavoro hanno permesso ai propri dipendenti di prendersi un giorno di volontariato alla settimana senza che fosse conteggiato nelle ferie”. Al Volcani Center, racconta Lurie, ci si è organizzati con autobus per portare i volontari nei kibbutz o nei moshav (villaggi agricoli). “Il moshav in cui vivo, vicino ad Ashdod, ha chiesto per esempio aiuto per la raccolta di avocado, cachi e verdure”. In generale, afferma Lurie, esperta dei processi di conservazione della frutta, a causa della guerra la situazione dell’agricoltura israeliana “non è buona, ma poteva essere peggio”. Per quanto riguarda la salute dei frutteti, suo campo di studio, “una volta terminato il raccolto non c’è alcun problema ad aspettare la primavera per prendersene cura, sperando che per allora la guerra sia finita”.

Dopo insalata, pomodori e altri ortaggi, a fine anno avocado e agrumi sono diventate le colture per cui era richiesta manodopera. Nelle settimane subito successive al pogrom il Volcani Center ha lanciato una raccolta fondi per aiutare le tante comunità agricole colpite: “ReGrow Israel”, il nome della campagna. Il nodo rimane la manodopera, non solo thailandese, ma anche palestinese. Prima dello scoppio della guerra, circa 8.500 braccianti dalla Cisgiordania avevano un permesso per lavorare nel settore agricolo in Israele. Dopo il 7 ottobre, per motivi di sicurezza, questo flusso è stato sospeso. “La soluzione è semplice. Se lo Stato apre all’arrivo di lavoratori dall’estero, allora possiamo tornare a lavorare normalmente,” ha dichiarato a ynet, Guy Tal, agricoltore dell’area di Ashdod. Per il futuro, conclude Lurie, servirà continuare a investire “sulla robotica e sui sistemi automatizzati per diminuire il ricorso al lavoro umano”. Il problema è “sviluppare sistemi poco costosi e sostenibili per gli agricoltori."

Volontari agricoli al Volcani Center

Tecnologie Idriche Avanzate e Collaborazioni Internazionali

L'efficienza nella gestione dell'acqua è un pilastro fondamentale dell'agricoltura israeliana. Il 70% delle scorte idriche del mondo viene incanalato nell’agricoltura e le soluzioni per ottimizzare le scorte di acqua destinate all’agricoltura sono fondamentali per vincere le sfide idriche mondiali. In Israele, il governo e varie imprese locali, dalle start-up alle aziende già affermate, lavorano insieme per gestire efficacemente e ottimizzare le limitate risorse idriche del paese. L’azienda idrica nazionale ha sviluppato con successo le tecnologie più avanzate per ottimizzare le risorse di acqua del Paese, automatizzarne il trattamento e portarla in modo efficiente a tutte le utenze, in special modo quelle agricole. Israele vanta grandi opere di bonifica e ha realizzato ambiziosi sistemi di irrigazione che hanno reso fertili territori in precedenza inutilizzabili.

Questa expertise è diventata un modello e un catalizzatore per collaborazioni internazionali. Expo è stata, è e sarà l’occasione per mettere in contatto le tecnologie israeliane con l’agricoltura italiana. Un esempio emblematico di questa collaborazione tra i due paesi è stato portato all’attenzione da Gefter: in un campo a lato del Parco Tecnologico Padano si è deciso di costruire una collina artificiale per dimostrare la possibilità di coltivare anche su terreni apparentemente difficili. “Vorremmo che la collina di Lodi diventasse un centro da cui lanciare messaggi importanti,” spiega Luca Olcese, direttore generale di Netafim Italia. Questo dimostra come le soluzioni sviluppate in Israele siano rilevanti a livello globale, offrendo approcci innovativi per affrontare le sfide agricole in contesti diversi, sempre con l'obiettivo di "produrre di più con meno".

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