Le Leggi sull'Aborto in Irlanda: Dalla Restrizione alla Riforma Storica

DUBLINO (IRLANDA) - Sono le tre di pomeriggio e in Henry Street, nel centro di Dublino, alcune attiviste raccolgono firme per estendere il diritto all’aborto in Irlanda e renderlo legale e accessibile in ogni circostanza. Alcune parlano con il megafono, altre distribuiscono volantini in quella che è una delle vie più frequentate della capitale irlandese. Fanno parte di Rosa (for Reproductive rights, against Oppression, Sexism and Austerity), organizzazione nata tre anni fa che si batte per il riconoscimento dei diritti delle donne. La loro azione evidenziava una realtà radicata per decenni nel paese: l'Irlanda ha avuto una delle leggi più restrittive di tutta l’Unione Europea in materia d’aborto, un quadro normativo che ha profondamente influenzato la vita di migliaia di donne.

Un Contesto di Rigida Restrizione: L'Irlanda Prima della Riforma

Per molti decenni, l'interruzione di gravidanza in Irlanda era ammessa solo quando la vita della madre era in pericolo o c’era il rischio che la donna potesse suicidarsi. Per tutti gli altri casi, inclusi stupro, incesto e malformazioni fetali, l’aborto era illegale e punito con 14 anni di carcere. Questo sistema normativo rifletteva l'influenza profonda della religione cattolica nel paese, una delle maggiori roccaforti del cattolicesimo con il 78,3% di credenti al tempo dell'introduzione dell'Ottavo Emendamento.

Mappa dell'Irlanda che evidenzia la sua posizione in Europa

Il divieto di abortire era addirittura scritto nella Costituzione irlandese, nell’ottavo emendamento (o articolo 40.3.3), introdotto tramite un referendum nel 1983. Quest'emendamento stabiliva la piena equiparazione del diritto alla vita della madre e di quello del nascituro, rendendo perciò incostituzionale ogni normativa che legittimasse l'interruzione volontaria di gravidanza. Solo nel 1992 la Corte Suprema aveva stabilito un’unica eccezione: che l’interruzione potesse essere praticata nei casi in cui fosse «reale e sostanziale» il rischio per la vita della donna. Tuttavia, nonostante quella sentenza, fu introdotto solamente un emendamento alla Costituzione (il tredicesimo) che permetteva alle donne di andare all’estero per abortire, ma non ebbe nessuna conseguenza pratica per l'accesso ai servizi sul suolo irlandese. Nel 2013, il Parlamento aveva approvato una legge, denominata “Protection of Life During Pregnancy Bill”, che consentiva l’aborto solo nel caso in cui la gravidanza mettesse a rischio la vita della donna. Questo provvedimento, pur considerato importante, trovò forti opposizioni sia da parte di chi era genericamente contrario all’aborto, sia da parte di chi lo considerava un diritto fondamentale.

Il rigore della legge si traduceva in un iter burocratico che assomigliava a una corsa a ostacoli per le poche donne che cercavano di accedere all'aborto legalmente in Irlanda. Secondo i dati diffusi dal ministero della Salute irlandese, nel 2014 ci sono stati solo 26 aborti legali. Una donna incinta che desiderava interrompere legalmente la propria gravidanza doveva farsi esaminare da una commissione di medici - tre per stabilire se la donna avesse tendenze suicide, due nei casi in cui la vita della madre fosse a rischio. Se il responso era negativo, si poteva ricorrere in appello, ma in quel caso il numero dei dottori da convincere aumentava fino ad arrivare a dieci. Si trattava di un processo lungo e snervante, e non stupisce quindi che la maggior parte delle donne decidesse di prendere un aereo per andare in una clinica in un altro Paese.

La "Fuga Silenziosa" e le Implicazioni Sociali

Per le donne irlandesi, la restrizione delle leggi sull'aborto significava spesso solo un’alternativa: andare ad abortire all’estero. «Quando ero giovane, 25 anni fa, ho avuto delle amiche che sono andate in una clinica inglese - spiega Patrick, che ha appena firmato una petizione a Dublino - Dobbiamo fare qualcosa per risolvere questo problema e lo dobbiamo fare ora, non tra 10 anni». «Fino a due anni fa ero contraria - racconta Daisy, di appena vent’anni - poi ho cambiato idea. Da decenni è in corso una fuga silenziosa».

Secondo i dati forniti dal ministero della Salute inglese, solo nel 2014 in Inghilterra e in Galles si sono recate oltre 3 mila donne irlandesi, e quasi 162 mila dal 1980. Tuttavia, si tratta di dati che non sono completi, poiché l’organizzazione conteggia solo coloro che, quando vengono ricoverate, forniscono un indirizzo irlandese e non considera quelle che invece danno un recapito inglese. A queste andrebbero aggiunte le donne che si recano in altri Paesi, come l’Olanda e la Francia. Anche se non ci sono dati ufficiali, le associazioni pro-choice calcolano che ogni giorno circa 12 irlandesi vadano all’estero per interrompere la propria gravidanza. La legge irlandese, che autorizza l’aborto solo se la vita della donna è in pericolo, era una delle più restrittive al mondo e ogni anno costringeva almeno 4000 donne e ragazze a recarsi in altri paesi per un aborto, con costi mentali, finanziari e fisici notevoli. L'Irlanda, infatti, chiudeva un occhio quando le donne viaggiavano all’estero per abortire, mostrando indifferenza nei confronti della sofferenza che questo causava.

La battaglia d'Irlanda, pro o contro l'aborto

A tutto questo si aggiungeva il fatto che non tutte le famiglie potevano permettersi un viaggio in una clinica privata. «Ho avuto delle pazienti che si sono fatte prestare dei soldi. Alcune andavano in banca dicendo che dovevano ricomprare la cucina e invece, con quel denaro, andavano ad abortire in Inghilterra». «È importante capire - conclude un'intervistata - che l’ottavo emendamento non ferma le donne che vogliono avere un aborto». La realtà è che quando in Irlanda una donna rimane incinta perdeva completamente la possibilità di decidere cosa fare del suo corpo.

L'Ombra del Tabù e la Nascita del Movimento per i Diritti

L’aborto in Irlanda è sempre stato un tabù che ha iniziato lentamente a sgretolarsi nel tempo. Questo cambiamento è stato in gran parte alimentato da tragici eventi e dalla crescente mobilitazione della società civile.Un giro di boa importante nella storia irlandese c’è stato nel 2012 con il caso di Savita Halappanavar, una 31enne di origini indiane morta perché i medici si erano rifiutati di effettuare un aborto terapeutico. Ai dottori non importava che il feto fosse in gravi condizioni e che per lui non ci fossero possibilità di sopravvivere: quando Savita arrivò in ospedale il cuore del figlio batteva ancora e quindi venne deciso di rimandare l’operazione. L’aborto le venne praticato tre giorni dopo, ma ormai era troppo tardi e la donna morì di setticemia. L'ombra della sua morte è stata cruciale dietro la storica vittoria che nel 2018 ha portato all’abolizione dell’ottavo emendamento della Costituzione irlandese. In quel momento, come spiega Rita Harrold, attivista e fondatrice di Rosa, «è stato chiaro che anche quando la vita della donna era a rischio non c’era modo di avere accesso all’aborto».

Ritratto di Savita Halappanavar, simbolo della lotta per l'aborto in Irlanda

Molti gruppi pro-choice sono nati proprio con la morte di Savita Halappanavar. Nel 2012 è nata la Coalition to Repeal the Eighth Amendment, un’organizzazione che riunisce circa 50 associazioni e che ha come obiettivo quella di abrogare l’ottavo emendamento. Alcuni gruppi organizzano riunioni mensili per sensibilizzare l’opinione pubblica mentre altri, come Rosa, hanno raccolto firme per chiedere che venisse indetto un referendum per cancellare l’ottavo emendamento.Un’ulteriore spinta è arrivata nel maggio del 2015 quando, con un referendum, gli irlandesi hanno detto sì al matrimonio egualitario. Questo ha mostrato chiaramente come il paese fosse fiero di essere aperto e di avere una società inclusiva, ponendo le basi per ulteriori cambiamenti sociali.

Tra i più attivi nella campagna per la riforma c’è Amnesty International che all’inizio di aprile ha dato il via a una serie di manifestazioni quotidiane davanti al Dàil, il parlamento irlandese. Colm O’Gorman, direttore di Amnesty, ha spiegato: «A febbraio abbiamo fatto un sondaggio nazionale e abbiamo scoperto che l’87% degli irlandesi vuole che sia ampliato il diritto di aborto. L’80% in particolare vuole che sia possibile interrompere la gravidanza nei casi di stupro, incesto o malformazione del feto». Salil Shetty, Segretario generale di Amnesty International, ha dichiarato: «I diritti umani delle donne e delle ragazze venivano quotidianamente violati a causa di una Costituzione che le trattava come semplici contenitori in grado di portare a termine una gravidanza. Donne e ragazze che devono interrompere la gravidanza erano trattate come criminali, stigmatizzate e costrette a viaggiare all’estero, con serie conseguenze sulla loro salute mentale e fisica».

Le Voci delle Donne e la Rottura del Silenzio

In un paese profondamente cattolico come l'Irlanda, poche donne ammettevano pubblicamente di avere avuto un aborto. «Quando parliamo di sessualità in generale - continua Rita Harrold - le donne vengono giudicate e marchiate. Ovviamente l’interruzione di gravidanza è un caso particolare perché è considerato un crimine». Proprio per questo motivo, alcune associazioni hanno creato veri e propri gruppi di ascolto. Uno di questi è “Share your abortion story”, realizzato dall’Abortion Right Campaign. Linda Kavanagh ha spiegato: «Le donne vengono qui e hanno la possibilità di parlare del proprio aborto sapendo che non verranno giudicate. Ci sono persone che non l’hanno mai detto a nessuno o che ne hanno parlato solo con i propri familiari».

La questione è salita alla ribalta anche grazie ad alcune donne del mondo della cultura e dello spettacolo che hanno deciso di parlare pubblicamente del proprio aborto. Tra queste c’è Tara Flynn, attrice e scrittrice. «La prima volta che ho raccontato la mia storia è stato in forma anonima ad un giornale ma nessuno se ne curò. Ho quindi capito che era necessario metterci la faccia. Se la gente si rende conto che alla fermata del bus, in casa o all’università c’è qualcuno che ha avuto un aborto, se possono attribuire quella storia a un volto, allora si sentono anche più vicine». Tara Flynn è rimasta incinta nel 2006 nonostante avesse preso la pillola del giorno dopo. Ai tempi non aveva un lavoro né un compagno e subito decise di volare in Olanda per interrompere la gravidanza. «Ho parlato perché ne avevo abbastanza del silenzio, dei segreti, della vergogna. Non mi pento di aver abortito perché so che per me era la cosa giusta da fare in quel momento». Ha aggiunto: «Quando ho detto pubblicamente di aver avuto un aborto ho trovato molto appoggio perché sono tantissime le donne là fuori che hanno avuto la stessa esperienza. Ci sono anche quelli che mi definiscono un’assassina».

Manifestazione pro-choice a Dublino

Anche i medici e le organizzazioni che offrono informazioni sulla pianificazione familiare si ritrovavano spesso con le mani legate. Il “Regulation of Information Act” del 1995 dava disposizioni molto chiare a riguardo: quando una donna si rivolgeva a una struttura o a un medico, questi dovevano presentarle tutte le opzioni possibili, vale a dire la possibilità di tenere il figlio, darlo in adozione e infine l’aborto. Tutte le informazioni riguardanti la possibilità di avere un aborto dovevano essere date di persona. A prima vista questa poteva sembrare una sottigliezza, ma per centri come l’Ifpa (Irish Family Planning Association) non lo era. La direttrice Evelyn Geraghty spiegava: «Quando una donna ci chiama quello che noi facciamo è cercare di farla venire nei nostri centri in modo da poterle dare tutte le alternative possibili». Inoltre, molte donne avevano già ben chiaro cosa volessero fare.

L'ottavo emendamento influenzava così anche i dottori. «Se una donna ha avuto un aborto e, una volta tornata in Irlanda, ha delle complicazioni, è difficile trovare dei medici con una formazione adeguata a seguire il caso». Anche nei casi di malformazione del feto erano poche le donne che decidevano di intraprendere l’iter burocratico per farsi riconoscere il diritto ad abortire in Irlanda, rendendola una battaglia contro il tempo. «Può capitare che nella prima ecografia sia tutto in ordine ma che poi, successivamente, si scoprano delle malattie o delle malformazioni. Ricordo il caso di una paziente incinta che un giorno scoprì che il figlio aveva la sindrome di Edward. Lei e il marito decisero di andare in Inghilterra ad abortire». Secondo la legge irlandese, era un crimine se un medico o un collaboratore di un consultorio informava le donne in modo completo sulle terapie necessarie e su come interrompere la gravidanza in modo sicuro. Un avvocato che si occupa di questioni di genere e che chiede di rimanere anonimo ha sottolineato che uno dei problemi della legge attuale era che, mentre sulla carta veniva tutelato il diritto alla vita della donna, non c’era nessun accenno al suo diritto alla salute. Un caso emblematico è stato quello di “A, B and C versus Ireland”, tre donne che, per motivi diversi ma sempre legati all’aborto, nel 2010 si rivolsero alla Corte Europea dei Diritti Umani.

Le Ragioni del "No": Le Associazioni Pro-Life

Non tutti però credevano che la vita delle donne valesse più di quella dell’embrione. Accanto alle organizzazioni pro-choice esistevano anche quelle che si battevano per mantenere nella Costituzione l’ottavo emendamento, come Pro-life campaign. «Il motivo per il quale un referendum non ci sembra appropriato - ha spiegato Sinead Slattery, portavoce dell’associazione - è che non è chiaro il suo significato. Significa che priveremo l’unborn di ogni tutela costituzionale? Oppure che l’articolo verrà sostituito? E se sì, con cosa? Le associazioni pro-choice non hanno detto chiaramente cosa vogliono».

Secondo Slattery, le interruzioni di gravidanza si sarebbero potute ridurre se il governo avesse deciso di venire incontro ai bisogni delle madri. «Una ragazza che scopre di essere incinta è spaventata, pensa che non potrà finire gli studi, che non potrà avere la carriera che vuole. Credo che si dovrebbero migliorare i servizi per l’infanzia, rafforzando l’educazione a distanza per le studentesse e garantendo la flessibilità lavorativa per le madri». E quando la donna invece scopriva che il figlio era malato? «Alcuni medici - rispondeva - consigliano l’aborto per evitare una sofferenza ai genitori». Concludeva: «È una questione di parità - ci sono bambini fortemente voluti che nascono prematuri e sono seguiti in tutti i modi possibili dai dottori, mentre altri non hanno diritti». Le associazioni pro-life, forti della virata del paese a destra, hanno rialzato la testa, con giganteschi cartelli che tracciavano paralleli fra il femminicidio e l’aborto o negavano la scelta della donna con un artificio retorico: “Tu sei qui perché tua mamma non ti ha abortito” e non perché ha scelto, eventualmente, di averti.

Il Referendum del 2018: Una Scelta Decisiva per l'Irlanda

Il 25 maggio 2018 è stata una data storica per la Repubblica d'Irlanda. Dopo anni di campagne, dibattiti e mobilitazione, gli irlandesi sono stati chiamati a votare per esprimersi sull’abolizione del divieto di aborto. Fino all’ultimo, i media nazionali prospettavano un margine di vantaggio molto ristretto per il sì; nessuno si aspettava che il risultato fosse così ampiamente a favore dell’abolizione, con più del 60% di sì. A spoglio ancora in corso, il partito del No aveva già ammesso la sconfitta. Il sì ha vinto con oltre il 66% dei suffragi, un trionfo per le donne dell’Éire, uno dei paesi più conservatori dal punto di vista sociale in tutta l’Unione, dove almeno fino al 1993 le donne che rimanevano incinte fuori dal matrimonio, venivano violentate o erano semplicemente vivaci venivano internate, separate dai figli e costrette ai lavori forzati nelle Magdalene Laundries.

La battaglia d'Irlanda, pro o contro l'aborto

Il referendum costituzionale, il trentaseiesimo emendamento della Costituzione, aveva ad oggetto l’abolizione dell’ottavo emendamento che ammetteva l’aborto solo nei casi in cui la gravidanza fosse risultata mortale per la madre. A favore del superamento dell’ottavo emendamento si è schierato anche Leo Varadkar, primo ministro della Repubblica d’Irlanda, eletto con il centrodestra. La responsabile della campagna Together for Yes, Deirdre Duffy, ha dichiarato: «Questa è una giornata davvero importante per le donne in Irlanda. (…) Il male e la sofferenza che l’ottavo [emendamento] ha causato alle donne ora è solo un ricordo. Il 2018 sarà riconosciuto come un punto di svolta nel modo in cui questo paese rispetta e tratta le donne. Quest’anno ha scatenato un nuovo movimento femminista attraverso varie generazioni che ora sono determinate a superare tutte le sfide che restano per raggiungere un’uguaglianza di genere reale e duratura».

La Nuova Legislazione: "The Regulation of Termination of Pregnancy Bill"

In attuazione del risultato del Referendum costituzionale svoltosi il 25 maggio 2018, il parlamento irlandese ha approvato una legge che autorizza l’interruzione volontaria di gravidanza. La legge, denominata "The Regulation of Termination of Pregnancy Bill", ha superato l’ultimo step ed è stata definitivamente licenziata dall’Oireachtas, il Parlamento irlandese, con 27 voti favorevoli e 5 contrari durante un dibattito durato dieci ore. Il 18 settembre 2018, il presidente irlandese Michael D. Higgins ha firmato la legge, che abroga l’VIII, il XIII e il XIV emendamento della Costituzione, e la fa diventare a tutti gli effetti legge dello stato. Le prime interruzioni di gravidanza secondo la nuova normativa potevano essere eseguite nel gennaio del 2019. L'intervento normativo si colloca in un contesto giuridico in cui, fino al Referendum abrogativo, l'interruzione volontaria di gravidanza e la relativa attività di consulenza erano qualificate come reato, in ragione dell’equiparazione della vita della madre a quella dell’embrione/feto. Scopo del legislatore riformatore è «to provide for and regulate termination of pregnancy…to make available without charge certain services to women for the purpose of termination of pregnancy».

Firma della legge da parte del Presidente irlandese

I tre emendamenti abrogati sono stati sostituiti con il XXXVI emendamento, il quale statuisce: “Provision may be made by law for the regulation of termination of pregnancy.” Questo permette di disciplinare l'IVG con legge ordinaria. Già l’8 marzo, in seguito a una Sentenza della Corte Suprema irlandese la quale stabiliva che i nascituri non godevano di diritti ulteriori rispetto a un generico diritto alla vita, il Governo aveva emanato un documento che illustrava 21 principi dei quali tenere conto per un’eventuale riforma normativa che si sarebbe resa necessaria in caso di vittoria del sì al referendum.

La nuova legge prevede la possibilità di abortire su richiesta fino alla dodicesima settimana di gravidanza, senza limitazioni. Dopo la dodicesima settimana di gravidanza, l'interruzione è possibile soltanto se ci sia un pericolo per la vita o per la salute della donna, se il feto non abbia raggiunto la viability (ossia la capacità di sopravvivere autonomamente al di fuori del corpo della mamma, che convenzionalmente si ritiene raggiunta al sesto mese di gestazione) ed è appropriato compiere l’IVG per evitare un tale pericolo. È prevista anche la possibilità di interrompere la gravidanza in caso di «pericolo di vita» o «grave rischio per la salute» della donna incinta, e in caso di anomalie fetali che possono portare alla morte in utero o che non hanno raggiunto un livello di sviluppo tale da permettergli la sopravvivenza extrauterina. Prima di poter procedere, la donna sarà sottoposta al parere di due diversi medici, ad eccezione delle situazioni di emergenza in cui vi sia un ragionevole pericolo per la vita o il rischio di danni permanenti per la salute della donna incinta o il rischio attuale della morte del feto prima o entro 28 giorni dalla nascita, in tali casi l'intervento può avvenire in una situazione di emergenza.

All'articolo 13 è sancito il diritto della donna di rivolgersi a una commissione di esperti nell’eventualità in cui un medico fornisca un parere in contrasto con gli intenti della gestante, oppure si rifiuti di formularlo. La commissione di revisione dei pareri, la cui definizione e disciplina di dettaglio spetta al ministero competente, è composta da appartenenti alla professione medica, i quali, entro 3 giorni dalla ricezione della domanda, hanno il compito di riunirsi per emettere il parere di revisione in forma collegiale. La procedura non può superare i 7 giorni a partire dalla ricezione della domanda.

Sfide e Prospettive Future: Obiezione di Coscienza e Ambiguita'

Molte attiviste e femministe hanno comunque fatto sapere che la situazione andrà tenuta sotto controllo e che ci sono ancora molti margini di miglioramento, nel disegno di legge appena approvato. Sostengono ad esempio che vadano aboliti i tempi di attesa obbligatori, fissati a tre giorni, e che l’espressione “grave danno per la salute della donna” sia troppo ambigua perché potrebbe facilmente diventare una ragione per non concedere l’interruzione da parte dei medici che, in paesi come l’Irlanda, ancora criminalizzavano l’aborto.

Con riguardo all’obiezione di coscienza, la proposta di legge afferma che nessun medico, infermiere o ostetrica può essere costretto a praticare un aborto se fa obiezione di coscienza. Chi obietta, però, deve al più presto indicare alla donna che voglia usufruire dell’IVG una struttura in cui possa ricevere la prestazione sanitaria (art. 15). Fatta salva la facoltà di obiezione di coscienza prevista all’art. 22, sono punite tutte le condotte non conformi al disposto di legge, con la pena al pagamento di una multa o all’incarcerazione fino ad un massimo di 14 anni cumulabili. È inoltre incriminabile il funzionario di società commerciale, di qualsiasi grado, che si renda in qualche modo complice o colpevole di una condotta di interruzione di gravidanza non conforme alla nuova disciplina. Infine, l’art. 25 stabilisce la punibilità di chiunque tragga dall’interruzione della gravidanza un indebito vantaggio o beneficio particolare (direttamente od indirettamente, all’interno o fuori dai confini nazionali) che siano sproporzionati rispetto al ragionevole costo che l’attività di consulenza od informazione comporta.

La battaglia d'Irlanda, pro o contro l'aborto

Il percorso dell'Irlanda verso una legislazione sull'aborto più liberale riflette un'evoluzione sociale e culturale significativa, marcando un momento storico per un paese in cui la religione cattolica era molto influente e radicata. Questa transizione può essere messa in prospettiva confrontandola con altri contesti europei. Ad esempio, la legge sull’aborto in Polonia, introdotta dopo la caduta del Muro e la fine del regime comunista e progressivamente ristretta da allora, proibisce l’interruzione di gravidanza tranne in caso di rischio per la vita della madre o grave malformazione del feto. Nel 2016 e nuovamente in anni più recenti, il governo polacco ha cercato di introdurre norme per la criminalizzazione totale dell’aborto, suscitando la “protesta nera” delle donne polacche. In Italia, la legge 194 è da tempo di dominio pubblico, una norma equilibrata resa in sostanza quasi inapplicabile da un lavoro sottotraccia che ne sfrutta un’inevitabile debolezza, ovvero il comma che tutela l’obiezione di coscienza. A quarant’anni da quella norma, circa il 70% dei medici ginecologi operanti nelle strutture pubbliche italiane non compie aborti, ufficialmente per motivi di coscienza, ufficiosamente, come dicono apertamente gli operatori sanitari, perché là dove il primario si dichiara antiabortista, chi fa gli aborti non fa carriera e passa il resto della sua vita da medico a fare aborti. Una situazione viziata da un’insopportabile ipocrisia, dato che l’obiezione è autocertificata e nessuno può metterla in dubbio.

Il caso irlandese dimostra che, anche nei contesti più conservatori, il cambiamento è possibile quando le voci delle donne e della società civile si uniscono per chiedere il riconoscimento di diritti fondamentali. Le donne irlandesi hanno affrontato tutto questo a viso aperto, raccontando i loro aborti, i voli Ryanair per Londra, l’emorragia sul volo di ritorno, la paura, la desolazione, il sollievo di non essere più incinte, le gravidanze successive accolte con gioia, superando il silenzio, i segreti e la vergogna.

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