L’Irlanda tra il peso del passato e la rivoluzione dei diritti: il tramonto dell’egemonia cattolica

L’Irlanda, nell’immaginario collettivo globale, è stata per lungo tempo dipinta come un’isola cattolicissima, la terra dei santi e del monachesimo celtico, un fortino "papista" posizionato strategicamente nell’Europa settentrionale. Tuttavia, questa visione stereotipata e a tratti fiabesca non corrisponde alla realtà ormai da un bel pezzo. La storia recente dell’Irlanda è segnata da una profonda frattura tra le istituzioni religiose e la coscienza civile, un processo di secolarizzazione che ha trasformato radicalmente il volto sociale e politico del Paese. Il punto di non ritorno di questa evoluzione non è da ricercarsi esclusivamente nelle recenti riforme legislative, ma affonda le radici in una memoria collettiva dolorosa, legata alla gestione delle istituzioni religiose durante il ventesimo secolo.

Panorama suggestivo di un paesaggio rurale irlandese con rovine storiche

Il trauma delle istituzioni: il caso Tuam e la storia nascosta

Per decenni, il sistema sociale irlandese ha operato in una cornice dove Stato e Chiesa lavoravano insieme con l’obiettivo dichiarato di difendere la morale pubblica. In questo contesto, le cosiddette case per ragazze-madri divennero luoghi di isolamento e sofferenza. Le cifre che emergono dagli studi storici sono agghiaccianti: nelle 18 istituzioni esaminate negli anni fra il 1922 e il 1998 sarebbero morti 9.000 bambini per denutrizione e scarse cure mediche, con un tasso di mortalità doppia rispetto al resto del Paese. Nell’insieme, le ragazze-madri interessate sarebbero state 56.000 e i bambini 57.000, in un panorama che coinvolgeva complessivamente 180 istituzioni.

Il documento della commissione d’inchiesta parla di un livello spaventoso di mortalità infantile in luoghi che non solo non hanno salvato la vita dei bambini illegittimi, ma hanno significativamente ridotto le loro prospettive di sopravvivenza. Il caso più studiato è quello di Tuam, retto dalle suore del Buon Soccorso, dove sarebbero morti 978 bambini. Grazie alla scoperta occasionale di ossa attorno all’istituzione, ormai dismessa, nel 1975 è partito un lungo lavoro di ricerca ad opera di Catherine Corless che ha via via recuperato i nomi dei bambini morti e non sepolti. Nel 2015-2017 si è avviata una commissione di inchiesta governativa che ha confermato che i resti umani non risalivano, come alcuni sostenevano, alla grande crisi alimentare del XIX secolo, ma erano databili nei decenni del ’900.

Le suore del Buon Soccorso, direttamente implicate nel caso Tuam, hanno espresso in una dichiarazione pubblica il rammarico, il dolore e la richiesta di perdono, ammettendo: «Quando gestivamo l’istituto (1925-1961) non eravamo all’altezza della nostra fede. Non siamo riuscite a dare loro la compassione di cui avevano bisogno. Riconosciamo in particolare che i neonati e i bambini morti nella casa sono stati seppelliti in modo inaccettabile e offensivo».

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La crisi di credibilità e il fallimento educativo

Molti osservatori concordano sul fatto che l’origine della crisi di credibilità della Chiesa irlandese non sia figlia solo dello scandalo degli abusi sessuali, ma di una concezione moralistica e sentimentale della fede che viene da molto lontano. Si tratta di un sistema educativo che ha reso la fede disincarnata dalla realtà. Il rapporto governativo ammette che «la Chiesa cattolica non ha inventato da sé le attitudini nei confronti dei matrimoni o della responsabilità familiare», ma ha contribuito «a rafforzare l’atteggiamento verso le ragazze madri con insegnamenti che sottolineavano l’importanza della verginità prima del matrimonio e i pericoli sessuali legati alla pratica del ballo, ai vestiti impudichi, ai bagni misti e ad altri luoghi di tentazione».

Questa impostazione risale, secondo alcuni analisti, alle carestie degli anni Quaranta del 1800, in seguito alle quali fu introdotta una nuova forma di cattolicesimo come tentativo di prevenire il ripetersi di una simile catastrofe. Questo cattolicesimo era altamente moralista, basato sulle regole e sentimentale; molto semplicistico nella sua presentazione delle questioni morali fondamentali e abbastanza privo di una base ragionevole visibile. Dopo l’indipendenza nel 1921, la Chiesa assunse il controllo del sistema educativo, che fino ad allora era stato gestito dal governo britannico. La religione veniva insegnata senza connessione con la scienza, la matematica, l’educazione civica o la storia. Di conseguenza, la Chiesa è riuscita a educare generazioni di irlandesi al di fuori del cristianesimo, suggerendo loro che le basi della loro stessa generazione e della generazione del mondo in cui abitavano potessero essere viste come un soggetto aggiuntivo e in qualche modo facoltativo nel programma.

La rivoluzione tranquilla: dal referendum sul matrimonio all’aborto

L’avanzata implacabile della secolarizzazione nella terra di san Patrizio si è manifestata alla luce del sole nel giro di pochi anni. Tra il 2015 e il 2018, la maggioranza degli irlandesi ha votato la legalizzazione delle unioni omosessuali e, successivamente, l’abrogazione dell’VIII emendamento della Costituzione che proibiva l’aborto in ogni sua forma. Questa stagione ha assunto il volto di Leo Varadkar, eletto premier nel 2017, il quale non ha mai nascosto la sua omosessualità e ha definito il risultato del referendum sull’aborto come «un momento storico per le donne» e «il culmine di una rivoluzione tranquilla che si è sviluppata negli ultimi 10 anni».

L’ottavo emendamento, introdotto nel 1983, era stato approvato con il 66,9 per cento dei voti. Da allora, ogni anno migliaia di donne irlandesi sono state costrette a intraprendere viaggi all’estero, in particolare nel Regno Unito, per abortire. La situazione è mutata radicalmente in seguito a tragici episodi, come la morte di Savita Halappanavar a Galway nel 2012, a cui i medici negarono l’interruzione di gravidanza nonostante un principio di aborto naturale. Questo dramma ha indignato l’opinione pubblica, portando il governo a una prima revisione normativa nel 2013, che permetteva l’aborto solo in caso di serio rischio per la salute della donna.

Il referendum del 2018 ha segnato il superamento definitivo di questo quadro. Il 66,4 per cento dei cittadini ha scelto di abrogare l’emendamento costituzionale. La nuova legge, denominata The Regulation of Termination of Pregnancy Bill, permette di interrompere la gravidanza entro la dodicesima settimana in caso di anomalie fetali o se la salute fisica o psicologica della donna dovesse essere in pericolo, previo consulto con due medici.

Infografica che mostra la progressione dei diritti civili in Irlanda tra il 2015 e il 2018

Il dibattito pubblico e la posizione della Chiesa

Durante le campagne referendarie, la Chiesa cattolica è apparsa quasi del tutto assente dalla mischia. Nel referendum sul matrimonio egualitario, molti sacerdoti si sono espressi a favore delle posizioni pro-LGBT. In quello sull’aborto, i vescovi si sono nascosti deliberatamente, lasciando ai laici il compito di sostenere la difesa della protezione del nascituro. Nonostante l’assenza delle gerarchie, i media hanno spesso dipinto le questioni come una battaglia tra "progresso" e "oscurantismo cattolico".

Alcuni critici dell'attuale corso politico, come l’editorialista John Waters, sostengono che il dibattito sia stato una messa in scena gestita per garantire che argomenti legati alla natura dell’aborto non fossero ascoltati. Waters afferma: «Questo è un elemento centrale della campagna pro-aborto in tutto il mondo: nascondere al pubblico la vera natura di ciò che davvero è l’aborto e costruire una discussione spuria fatta di eufemismi ed evasioni per suggerire a un pubblico credulone che le questioni in ballo sono i "diritti riproduttivi"».

Dall’altra parte, il vescovo Kevin Doran, presidente del gruppo sulla bioetica della Commissione episcopale irlandese, ha espresso preoccupazioni profonde: «Se la società accetta che un essere umano abbia il diritto di porre fine alla vita di un altro, allora non è più possibile rivendicare il diritto alla vita come diritto umano fondamentale per nessuno». Nonostante tali moniti, la Chiesa irlandese ha registrato negli ultimi due decenni un declino drastico della pratica religiosa e delle vocazioni. I sondaggi recenti indicano che meno della metà degli irlandesi si considera una persona religiosa.

La trasformazione culturale e il futuro dell’Irlanda

L’Irlanda contemporanea si presenta come un Paese che ha voltato pagina, cercando di allinearsi a standard globali di pluralismo e laicità. Questo cambiamento non è avvenuto in modo indolore. La rimozione di simboli religiosi dagli ospedali su richiesta dei pazienti o la discussione sul ruolo delle scuole cattoliche sono segni tangibili di una società che sta ridefinendo la propria identità.

Il professor Diarmaid Ferriter dell’University College di Dublino osserva che la mentalità è profondamente cambiata rispetto al 1983: «All’epoca il dibattito è stato dominato da persone di una certa età, soprattutto da uomini, e la chiesa cattolica ricopriva una posizione di maggiore influenza rispetto a oggi». Mentre la campagna referendaria recente è stata condotta da attiviste donne, molto più giovani, che hanno utilizzato i social network e campagne come #hometovote per mobilitare l’elettorato.

Il pluralismo, in stile irlandese, viene interpretato da alcuni come una ridefinizione radicale della cultura nazionale. C’è chi sostiene che gli irlandesi siano stati spinti ad abbracciare elementi esterni come scusa per allontanarsi dalla propria tradizione, in un tentativo di ottenere l’approvazione del mondo "liberale". In questo scenario, la sconfitta del cattolicesimo istituzionale viene salutata da molti come una prova di modernità, mentre altri guardano con preoccupazione alla perdita di un collante sociale che per secoli ha definito, nel bene e nel male, l’identità dell’isola. Il percorso dell’Irlanda resta un caso di studio unico su come una nazione possa passare in pochissimo tempo da una teocrazia di fatto a una democrazia liberale secolarizzata, portando con sé le cicatrici di un passato mai del tutto risolto.

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