La legge 194 festeggia i suoi quarant'anni, ponendosi come parte integrante di una vera stagione riformista della sanità italiana. Questa normativa, che disciplina l'interruzione volontaria della gravidanza, è considerata importante perché ha sancito un cambiamento culturale significativo sul tema della sessualità e dell'autodeterminazione in merito alle scelte procreative delle donne. Tuttavia, le questioni problematiche rimangono sostanzialmente tre: l’aumento, nel corso dei decenni, dell’istituto dell’obiezione di coscienza a livelli non tollerabili per il sistema, il problema delle donne migranti e la persistenza di sacche consistenti di aborto clandestino. Le iniziative pro-aborto in Italia, sia storiche che contemporanee, hanno costantemente cercato di affrontare queste complessità, rivendicando il diritto all'aborto libero e sicuro, istanza storica delle lotte femministe.

La Legge 194: Un Pilastro della Sanità Riformista Italiana
La legge 194 del 22 maggio 1978, che depenalizza l’aborto entro i primi 90 giorni di gravidanza e, in caso di grave pericolo per la donna, anche oltre quel termine, ricorre ormai da decenni. La sua emanazione fu preceduta da una lunga battaglia e molte discussioni. Questa legge si somma infatti alla legge sulla chiusura dei manicomi e alla nascita del Servizio Sanitario Nazionale, inserendosi in un contesto di profonde riforme sociali e sanitarie.La legge fu firmata da figure politiche di spicco dell'epoca, tra cui Giovanni Leone (presidente della Repubblica), Giulio Andreotti (presidente del consiglio), Tina Anselmi (ministro della sanità), Francesco Bonifacio (guardasigilli) e altri ministri come Tommaso Merlino e Filippo Maria Pandolfi, tutti politici democristiani. Il rapporto tra la legge sull'Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG) e la nascita del Servizio Sanitario Nazionale è intrinseco, poiché quest'ultimo è lo strumento attraverso cui il diritto alla salute della donna, riconosciuto come fondamento della 194, doveva essere garantito.
Il Ministro della Salute Orazio Schillaci ha difeso la legge sulle Liste d’Attesa, rimarcando che “dove la legge viene applicata, il trend è positivo”. Sappiamo tutti quanto la sanità sia un tema che tocca la vita dei cittadini, e l'azione del Governo ha portato il Fondo sanitario nazionale al livello più alto. Anche il decreto Pnrr, su cui la Camera ha votato la fiducia al Governo, include un capitolo sanitario che si muove lungo tre direttrici fondamentali: il rafforzamento del personale, la messa in opera. Dopo diciassette anni, il commissariamento della sanità in Calabria è giunto al termine, a deciderlo è stato il Consiglio dei ministri, riunito su proposta del ministro per gli Affari.
L'Italia Prima della 194: Un Contesto di Criminalizzazione e Silenzio
Fino al 1978, l’interruzione volontaria della gravidanza era considerata un reato in Italia. Il codice penale italiano puniva il procurato aborto con la reclusione da due a cinque anni, comminati sia all'esecutore dell'aborto che alla donna stessa. Nel “codice Rocco” erano previsti una serie di reati tra cui “l’aborto di donna consenziente”, l’aborto di donna “non consenziente”, “l’autoprocurato aborto” e la “istigazione all’aborto”. Era del tutto in linea con la concezione culturale dell’epoca l’attenuante della “causa d’onore” che permetteva la diminuzione delle pene per chi commetteva i reati previsti per l’aborto per “salvare l'onore proprio o quello di un prossimo congiunto”. Ricordiamo che il codice penale puniva il “procurato aborto” secondo il linguaggio dell’epoca o, secondo il linguaggio del codice, l’aborto di donna consenziente: le sanzioni erano sia per chi cagionava l’aborto sia per la donna che consentiva l’aborto.
Il clima in cui si è vissuto fino agli anni Sessanta era quello di una scontata immoralità dell’aborto volontario. Prima del 1978, l'interruzione volontaria di gravidanza era considerata reato dal codice penale italiano.In questo contesto, la maternità divenne una questione pubblica già nell'Ottocento. In quest'ottica, il feto si trasformò in un "futuro cittadino, soldato e lavoratore" da salvaguardare e, di conseguenza, "la donna gravida non è più semplice moglie del cittadino, ma in un certo modo proprietà dello Stato", secondo la definizione data dal medico illuminista tedesco Johann Peter Frank. In epoca fascista le leggi su questo tema si fecero più stringenti: aborto e contraccezione divennero reati contro la persona o delitti contro l'ordine della famiglia.
L'aborto in Italia: Il referendum e la legge 194/1978
Molte donne morivano nelle ore successive agli aborti clandestini, dissanguate, con l'utero perforato da ferri da calza malamente manovrati dalle mammane, o avvelenate da decotti fatti in casa. Nel 1973, in Italia, erano più di 3 milioni le donne che ogni anno ricorrevano a un aborto clandestino. Non mancavano le donne che sceglievano di ricorrere a quello che alcuni autori definirono il "cieco attacco" contro il proprio utero, con uno strumento che bucasse la placenta: come un particolare ago di bronzo, antenato del ferro da calza delle mammane. Quell'esperienza, profondamente individuale, in realtà non era mai stata in nessun momento una voce isolata. Il fenomeno degli aborti clandestini fa da paravento ad una realtà che non ha né censo né classe, di cui tutti sanno, ma che non viene riconosciuta come problema, un'industria dalle solide fondamenta costruite sul corpo di milioni di donne.
La Spinta al Cambiamento: Movimenti, Sentenze e Contingenze Storiche
Con la diffusione del femminismo e un cambiamento della sensibilità morale, la legislazione proibitiva fu radicalmente modificata, anche a fronte dell’elevatissimo numero di aborti illegali, che causavano spesso complicazioni gravi e un grande numero di morti. Radicalmente non è un avverbio usato a caso: è con i Radicali e con la loro campagna referendaria che nel nostro Paese si solleva l’onda antiproibizionista.Nel 1975 la Corte costituzionale depenalizzò il c.d. aborto. Due anni più tardi, la Corte costituzionale, con sentenza 18 febbraio 1975, n. 27, dichiarò illegittimo l’art. 546 del codice penale, che vietava appunto l’aborto, nella parte in cui non prevedeva che la gravidanza potesse venire interrotta quando l’ulteriore gestazione implicasse danno o pericolo grave per la donna. In quest’occasione i giudici si pronunciarono sull’incostituzionalità parziale dell’art. 546 del Codice penale, che puniva il reato di aborto procurato anche in caso di gravi pericoli per il benessere fisico o psichico della gestante. La sentenza evocava il conflitto madre/concepito, riconoscendo che l’interesse costituzionalmente protetto del concepito entrava in collisione con altri beni tutelati dalla Costituzione, come la salute della madre che meritava adeguata protezione. Con queste riflessioni la Corte incardinava il diritto alla salute previsto dall’art. 32 della Costituzione come principio fondamentale.
Vi furono numerosi fattori che influenzarono l’approvazione della legge. Nel contesto e nel dibattito internazionale vi fu la fondamentale sentenza della Corte suprema statunitense Roe vs Wade che collocò il diritto di aborto all’interno del diritto alla privacy e negò lo statuto di “persona” al feto. In diversi Paesi occidentali erano state nel frattempo introdotte norme avanzate: in Gran Bretagna già dal 1967; negli Stati Uniti, a livello federale, nel 1973; in Francia nel 1974; in Germania nel 1975.
A livello nazionale un deciso ruolo lo ebbe il disastro ambientale di Seveso. Il 10 luglio del 1976 in seguito a un incidente accaduto all’industria Icmesa - di proprietà della multinazionale svizzera Hoffman-La Roche - di Meda si verificò la fuoriuscita di una nube di diossina che investì una grande area che coinvolse i comuni di Seveso, Meda, Desio e Cesano Maderno. Questo evento drammatico contribuì a sensibilizzare l'opinione pubblica sulla necessità di soluzioni legali e sicure per l'interruzione di gravidanza in situazioni di grave rischio.
Da un punto di vista politico però la pressione maggiore venne dall’esplosione del movimento femminista. “Aborto libero e gratuito” era uno slogan del femminismo emancipazionista degli anni Settanta. Il movimento femminista ebbe anche un merito legato al miglioramento delle tecniche abortive fino a quel momento legato al “raschiamento”. In clandestinità furono praticati numerosi aborti con la tecnica dell’aspirazione con il c.d. metodo Karman. La curiosità, spesso sottaciuta, è relativa al fatto che Harvey Karman non fosse un medico. L’inventore della maggiore tecnica chirurgica sugli aborti era uno psicologo: tecnica che veniva insegnata poi alle donne dei gruppi di self-help per praticare direttamente le interruzioni clandestine. Ricorrenti sono le polemiche sulla celebre foto di Emma Bonino ritratta mentre pratica un aborto con una pompa da bicicletta usata in luogo dell’allora proibitivo (da un punto di vista dei costi) aspiratore. Eugenia Roccella - allora femminista radicale oggi portavoce del Family day - scrisse un libro (Aborto: facciamolo da noi, Napoleoni, 1975) per insegnare alle donne dei gruppi femministi la tecnica abortiva.

Il dibattito in Italia in questo periodo era diventato assai pressante, preso in mano soprattutto dai movimenti femministi e dai radicali, che denunciavano il dramma della pratica clandestina, di cui molte donne rimanevano vittime. Nel 1975 si autodenunciavano alle autorità di polizia per aver praticato aborti, e venivano arrestati, il segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, la fondatrice del Centro d’Informazione sulla Sterilizzazione e sull’Aborto (CISA) Adele Faccio e la militante radicale Emma Bonino. Il 5 febbraio una delegazione comprendente Marco Pannella e Livio Zanetti, direttore de L’espresso, presentava alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo degli articoli nn. 546, 547, 548, 549 2º Comma, 550, 551, 552, 553, 554, 555 del codice penale, riguardanti i reati d’aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia. Dopo aver raccolto oltre 700.000 firme, il 15 aprile del 1976 veniva fissato il giorno per la consultazione referendaria, che però non ebbe seguito perché il presidente Leone fu costretto a sciogliere le Camere per la seconda volta.
Nel 1974 una campagna per un referendum per l’abolizione delle norme sull’aborto fu promossa dall’Espresso e dalla Lega 13 maggio, e nel novembre 1975 la Cassazione dichiarò valido il numero di firme raccolte, stabilendo tra l’aprile e il giugno 1976 la data della consultazione se non fosse subentrata una nuova legge. Il progetto referendario fu però rinviato al 1978 a causa dello scioglimento anticipato delle Camere.
La Natura della Legge 194: Tra Autodeterminazione e Tutela della Salute
La soluzione adottata con la legge 194 scontentò i fautori della liberalizzazione e dell’autodeterminazione. L’impianto normativo non riconosce, infatti, formalmente l’autodeterminazione ma sposa un’impostazione di carattere sanitario. Il diritto di abortire quindi, come diritto, non viene riconosciuto, ma il diritto alla interruzione di gravidanza viene subordinato a determinate condizioni. In Italia l’impostazione della legge 194 non è legata al principio della libertà personale, né tantomeno all’autodeterminazione riproduttiva, bensì alla tutela del diritto alla salute, e questo a partire dalla sentenza della Corte costituzionale n. 27 del 1975.
La donna può abortire solo se “accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”. Si sanitarizza la richiesta ma non la si subordina realmente alle condizioni di salute, quanto meno nei primi 90 giorni di gestazione. La legge 194, varata nel 1978, in realtà fu un compromesso che finì per scontentare un po' tutti: la Chiesa, i partiti, le donne a favore della depenalizzazione dell'aborto e quelle contrarie. Eppure rimane ancora oggi un punto fermo per evitare il calvario e i rischi dell'aborto clandestino.
Le Pratiche Clandestine: Voci e Storie di Dolore Prima della Legge
Prima dell’approvazione della Legge 194, le pratiche clandestine erano una realtà diffusa e tragica, spesso condotta in luoghi improvvisati e malsani rispondenti a sistemi di interessi che, sulla necessità e sulla disperazione delle donne e delle persone intorno a loro, hanno costruito solide fortune. Era una situazione che costringeva il sistema di valori di ognuna a rimodularsi rispetto alla necessità di trovare una qualunque via d’uscita.
Testimonianze dirette, apparse su libri e giornali verso la metà degli anni Settanta, fecero l’effetto di un vero e proprio choc culturale, ponendo sotto gli occhi di tutti la discrasia esistente tra la teoria e la realtà dei fatti, tra i principi enunciati in una legge e la loro vita quotidiana. Le storie di donne che avevano avuto l'età per essere accettate in un istituto e avevano lasciato la loro città per lottare per la sopravvivenza, inseguendo lavori duri. "Quel bambino non potevo averlo. Ho chiesto aiuto ad una conoscente che mi ha dato appuntamento in casa sua. Non c’era anestesista, non c’era niente, mi ha fatto un’iniezione di Valium. Mi sono divincolata perché il cucchiaio ti raschia dentro, mentre sei sveglia, fa tanto male. E così sono arrivate le perforazioni. Due all’utero una all’intestino". Questo è il racconto di una donna incriminata per aborto a Roma nel 1976. Un’altra donna processata dichiarò: "Ho sei figli e ho abortito cinque volte"; "mio marito entra ed esce dal manicomio". "Nel 1972 ho fatto l’ultimo aborto". L'articolista descrive infine anche il pubblico che assiste al dibattimento: “alle transenne si accalcano decine di ragazzine, età media diciotto anni. Maggiore che tiene in braccio un neonato”.
L'aborto in Italia: Il referendum e la legge 194/1978
Queste narrazioni hanno permesso di superare l'immaginario comune e gli stereotipi che le tenevano legate a uno spazio altro, a un mondo con altre regole rispetto a quelle che governavano la vita degli uomini nello spazio pubblico. La presa della parola delle donne su un corpo fino ad allora così tenacemente nascosto e taciuto, ha consentito di scoprire “ciò che era sempre stato lì e non era mai stato detto”. La sofferenza delle donne che ricorrevano all'aborto clandestino era immensa, anche se a volte si esprimeva in un linguaggio che cercava di normalizzare o giustificare l'esperienza. Molte parlavano di debiti contratti per abortire: “Quando si deve fare un aborto c’è da fare i salti mortali per i soldi si fa anche il prestito in azienda a volte, dando una scusa falsa. Loro sanno benissimo a cosa serve ma non stanno a fare tante indagini a loro gliene importa poco del motivo”.
Altre testimonianze raccontavano di pratiche autogestite: "Qui per noi è impossibile trovare qualcuno che lo faccia, così ho imparato a farmeli e da allora li ho fatti tutti con la sonda, ogni due tre mesi". O ancora: "Bevevo litri di vino rosso e facevo dei salti da un tavolo alto… mi avevano detto che così si abortiva … lui mi aiutava a risalire sul tavolo ogni volta…. Ho fatto 37 aborti nella mia vita". Un’anziana contadina del Molise, in un’intervista, parla dei suoi quattro parti e dei suoi dieci aborti con eguale serenità, spiegando che "Era lui che manteneva la famiglia solo lui poteva decidere se il figlio doveva crescere o non doveva crescere". Queste storie svelano un insieme di pregiudizi e di stereotipi assorbiti dal nascere e vivere in ambienti che ne sono permeati. Rilette a distanza di tanti anni, queste testimonianze conservano intatto tutto il loro carico di sofferenza e di emozione.
Le Sfide e le Polemiche Attuali: Dalla RU486 all'Obiezione di Coscienza
La legge 194 non ha mai smesso di sollevare polemiche, sia da parte cattolica, sia da quanti contestano l’abuso del ricorso all’obiezione di coscienza - uno dei punti sin dall’origine più dibattuti della legge -, che la rende in alcuni contesti quasi impraticabile. L’obiezione di coscienza ai numeri attuali crea molti problemi alle strutture e pone difficoltà di accesso alle procedure abortive. A questo si aggiunge una certa intolleranza all’utilizzo delle procedure farmacologiche.
Nell’agenda dello sciopero globale transfemminista dell’8 marzo è centrale la questione dei diritti riproduttivi, e in primo luogo all’aborto libero e sicuro, istanza storica delle lotte femministe. Diritti che sono ancora lungi dall’essere garantiti e, dove sembravano acquisiti - o meglio, conquistati -, sono quotidianamente messi in discussione. La legge, con l’art. 15, prevede «l’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza».In Italia i progetti di commercializzazione della pillola RU486 sono stati al centro di accesi dibattiti, soprattutto in occasione del trentennale della legge che si è chiuso, il 24 dicembre 2008, con la condanna - da parte del cardinale Bagnasco, presidente della Cei - della pillola RU486, accusata di banalizzare l’aborto. Nell’immediato la liberalizzazione della RU486 non ha rivoluzionato l’accesso all’IVG nel nostro paese: la sua diffusione, infatti, si è attestata al 12,9% del totale nel 2014 e al 20,8% nel 2018. Da questo punto di vista, l’impatto della pandemia di Covid-19 è stato rilevante: nel 2020 sono state emanate le «Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine per agevolare l’accesso all’aborto farmacologico». La somministrazione dei farmaci è stata demandata agli ospedali, alle case di cura, ai consultori e alle strutture ambulatoriali pubbliche autorizzate dalle Regioni, senza pernottamento.
Nonostante non sia possibile conoscere i dati certi sugli aborti prima dell’introduzione della 194, dopo la sua emanazione, dagli anni Ottanta a oggi, l’indice di abortività si è comunque più che dimezzato. Con 182 procedure di aborto medico ogni 1000 nati, l'Italia ha uno dei tassi di aborto più bassi d’Europa. Tuttavia, le polemiche persistono e si concentrano su punti nodali che mettono in discussione la piena applicazione e l'efficacia della legge.
Il Contesto Globale e le Nuove Pressioni Restrittive in Italia
La storia delle leggi sull’aborto nel mondo dimostra come anch’esso non sia un diritto che può essere dato per acquisito una volta per tutte, ma è sempre oggetto di conflitti e può essere vittima di clamorosi arretramenti. Che nel corso del XXI secolo la libertà di scelta e il libero accesso all’aborto volontario costituiscano un diritto acquisito e indiscutibile per le donne in buona parte dei paesi del mondo e certamente in parte d’Europa, è un’affermazione spesso ripetuta, ma non sempre confermata da un’analisi più ravvicinata e dettagliata. Difficile considerare questi modelli come definitivamente acquisiti, sia nella direzione di una maggiore liberalizzazione, ma anche del suo contrario.
Alla crescente aggressività dei movimenti cosiddetti pro-vita e alla loro capacità di contaminare il dibattito pubblico, e di tradursi in scelte politiche e costituzionali, si oppongono forme eterogenee di mobilitazione e organizzazione (tra cui, in Italia, l’osservatorio di Obiezione Respinta), impegnate in battaglie tanto culturali, quanto di garanzia e avanzamento dei diritti. Si pensi alla decisione del Tribunale Costituzionale polacco del 2020 e a quella della Corte suprema statunitense del 2022 che ha ribaltato la storica «Roe v. Wade». Il caso della Polonia è emblematico: tra il 2016 e il 2018 il partito conservatore Diritto e giustizia (Prawo i Sprawiedliwość, PiS) ha presentato alcune proposte di modifica della legge estremamente restrittive: aborto consentito solo nel caso di pericolo per la vita della donna, reclusione per i medici che praticano illegalmente l’aborto e, infine, un progetto di legge per introdurre il divieto di aborto anche nei casi in cui il feto sia affetto da malformazioni genetiche, comprese quelle che potrebbero causare la morte durante la gestazione o immediatamente dopo il parto. Grazie anche a una serie di intense proteste da parte delle donne «in nero», in più di cento città polacche, le proposte di modifica della legge non sono state ratificate, ma l'aborto è vietato in quasi tutte le circostanze.

Guardando all’Italia, vale la pena ricordare che - mentre le associazioni pro-life acquistano sempre più spazio e visibilità - nei soli primi tre mesi della XIX Legislatura sono state presentate quattro proposte di legge relative alla questione riproduttiva. Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia, ha riproposto per l’ennesima volta un disegno di legge per modificare l’art. 1 del codice civile e anticipare l’acquisizione della capacità giuridica al «momento del concepimento» e non più al «momento della nascita». Il capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo, ha presentato una proposta che prevede il riconoscimento del concepito come componente del nucleo familiare; e il senatore di Fratelli d’Italia Roberto Menia ha ipotizzato l’attribuzione della soggettività giuridica agli embrioni dal momento del concepimento. Infine, un disegno di legge presentato al Senato dal capogruppo di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, e dalla senatrice Isabella Rauti, ha sollecitato l’inserimento della «Giornata della vita nascente» - in un calendario civile già affollatissimo - «per valorizzare l’accoglienza di ogni nuova vita, per incoraggiare e sostenere la scelta di diventare genitori». La data individuata è il 25 marzo, in coincidenza con la ricorrenza religiosa dell’Annunciazione a Maria.
Queste misure, come quelle dell’ascolto del battito fetale e l’inserimento delle associazioni anti abortiste nei consultori, sono state presentate come necessarie a garantire una reale scelta consapevole, ma in realtà sortiranno l’effetto opposto. Ben più vincolante e stringente sarebbe invece la proposta legata al garantire diritti legali dal momento del concepimento. Questa proposta cambierebbe radicalmente lo status giuridico del concepito e, in quanto tale, è complessa e controversa poiché ha ramificazioni etiche e legali. Garantendo diritti legali sin dal momento del concepimento, si andrebbe a rendere l’aborto illegale, andandolo a equiparare all’omicidio. L'obiettivo non è criticare coloro che credono che un embrione abbia lo stesso status morale di una persona, ma di evidenziare che la definizione dello status morale del concepito debba essere diritto della donna incinta e non definita a prescindere dalla legge.
Restrizioni all’accesso all’aborto non solo limitano il diritto di autodeterminazione delle donne, ma possono avere conseguenze molto più gravi, fino ad arrivare all’incremento di pratiche abortive illegali o di “turismo medico”. Misure restrittive o la negazione totale del diritto all’aborto comporterebbero anche rischi significativi per il benessere psicosociale e fisico delle donne. Divieti e limitazioni, infatti, possono portare le donne a cercare l'interruzione della gravidanza in strutture sanitarie non legalmente autorizzate a svolgere procedure di aborto. Una situazione ancor più pericolosa sarebbe un aumento delle donne che cercano un aborto autogestito, attraverso procedure non mediche improvvisate o pillole legali. Alcune donne possono richiedere l'aborto altrove, nei paesi in cui il diritto all'interruzione di gravidanza è ancora concesso.
Donne che decidono di interrompere la gravidanza sono già normalmente sottoposte a stress, pressione e spesso vengono stigmatizzate per la loro scelta. Mantenere il diritto all’aborto e l’accesso legale alle procedure è fondamentale per garantire il benessere delle donne, ma è anche essenziale per contrastare le già critiche disuguaglianze professionali e conseguenze relative all’indipendenza socioeconomica. Restrizioni all’aborto possono avere un impatto a breve e a lungo termine sui piani educativi e professionali e accrescere il divario di genere in relazione a vari fattori, per esempio istruzione, stipendio, benessere, famiglia. L'assenza di opzioni di aborto accessibili può portare a un aumento della pressione finanziaria e dello stress per le donne, colpendo la loro salute mentale, il loro benessere, la loro capacità di scelta professionale e di partecipazione equa alla forza lavoro. Il mantenimento della piena autonomia e della libertà di scelta delle donne in gravidanza è essenziale per garantire la protezione del loro benessere fisico e psicosociale sia a breve che a lungo termine. La capacità di prendere decisioni sul proprio corpo, comprese quelle relative alla gravidanza e al parto, sono un aspetto fondamentale della libertà individuale e dei diritti umani. Il rispetto della piena autonomia e della libertà di scelta delle donne in gravidanza è quindi un pilastro cruciale per preservare la loro dignità, garantire il loro benessere e promuovere una società più giusta.
Una Prospettiva Storica Ampia: Dal Fascismo alla Repubblica
Ripercorrere la storia dell’aborto significa comprendere meglio le lotte e le poste in gioco del presente. Generalmente l’aborto procurato è inscritto in un quadro di valori netti, di orientamenti e principi religiosi ed etico-filosofici immutabili, astorici, universali e assoluti. È, cioè, diffusa la convinzione che appartenga a una dimensione metastorica. Una convinzione dovuta anche all’inappellabile e totale condanna dell’aborto che negli ultimi decenni è divenuta una pietra angolare del discorso pubblico vaticano. Per questo, nonostante il volume si collochi nel contesto dell’Italia repubblicana, è utile situare la ricerca in una periodizzazione più lunga, provando a interrogare le continuità e i mutamenti sul piano storico-normativo almeno dalla svolta tardo-settecentesca quando al «non nato» vengono progressivamente assegnati i caratteri di «persona»: cioè di individualità distinta che vive nel grembo materno e alla quale sono ben presto riconosciuti attributi di cittadinanza.
L’Ottocento è il secolo durante il quale il disciplinamento della nascita - anche all’interno della Chiesa e del pensiero cattolico - si fa più esplicito: una fase che rende perfettamente visibile il suo essere un prodotto storico stratificato. Nell’Europa tra Otto e Novecento l’enfasi sul controllo della riproduzione si fa sempre più deciso. In questo passaggio tra i due secoli, l’intervento diretto dello Stato-nazione in materia di procreazione è esplicito e ragionato. Dal momento che la nazione non è un dato di natura ma una costruzione politica e culturale, i corpi riproduttivi delle donne e il loro destino biologico si elevano a simbolo della comunità nazionale e del suo perpetuarsi. L’assunto discorsivo predisposto per trasformare la nazione da remota astrazione a vincolo concreto assume forza da una serie di immagini, sistemi allegorici, costellazioni narrative in grado di attribuire senso a quella astrazione. Una tappa obbligata di questo più «lungo periodo» è rappresentata dalla formulazione quasi esclusivamente biologica della funzione materna e il suo collegamento agli interessi nazionali come autentiche caratteristiche del ventennio fascista. In Italia è con il nuovo Codice penale Rocco, promulgato nel 1930, che «l’oggetto giuridico del reato» d’aborto procurato diviene esplicitamente «l’interesse dello Stato», secondo il Titolo X, Dei delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe.
Il tema dell’aborto e del controllo della riproduzione fa emergere rilevanti questioni in merito alla periodizzazione. Ad esempio, mette in rilievo la continuità del Codice civile e soprattutto di quello penale - prodotto peculiare del fascismo - che transiterà nell’Italia repubblicana rimanendo in vigore fino all’approvazione della legge del 22 maggio 1978, la n. 194 che con il suo ultimo articolo abrogherà l’intero Titolo X. Partire da lontano e riconsiderare la stratificazione normativa ha consentito, a nostro parere, di sottoporre a verifica più efficace il paradigma della «continuità» tra fascismo e Repubblica e la più consueta periodizzazione interna a questa fase, in cui il mutamento sarebbe inscritto nei soli anni Settanta.Il quadro è più complesso e meno lineare: basti pensare che in Unione Sovietica l’aborto viene legalizzato per la prima volta nel 1920 e nell’Europa orientale negli anni Cinquanta ma, dopo il crollo dell’Urss, ci sono stati cambiamenti in senso restrittivo, soprattutto in Polonia. La Germania nazista perseguendo l'ideale della razza pura, proibiva alle donne "ariane" l'interruzione di gravidanza, ma la incentivava (fino a renderla obbligatoria) nei territori occupati.
L'Importanza delle Iniziative "Dal Basso" e l'Autorganizzazione Femminile
Pratiche e iniziative «dal basso» attraversano questa storia con continuità, prima e dopo la legge, e al contempo rappresentano un elemento portatore di riforme e rotture. Lo sguardo è rivolto certamente alle istituzioni, senza per questo vederle come strutture produttrici di meccanismi coerenti e immanenti che gravano dall’alto su soggetti inermi. Un rischio che, soprattutto se si guarda alle donne, è sempre incombente, tale è l’abitudine a inscriverle in una subordinazione che renderebbe superflua ogni altra cornice interpretativa fino alle loro esplicite e formalizzate «ribellioni».
Certamente l’autorganizzazione dal basso è stata decisiva: pensiamo all’attività del Cisa, il Centro informazioni sulla sterilizzazione e sull’aborto fondato nel 1973 da Adele Faccio e Guido Tassinari, convinti sostenitori della disobbedienza civile, che aprono a Firenze un ambulatorio. E pensiamo ovviamente alle esperienze dei consultori autogestiti femministi: a Milano il consultorio della Bovisa, vicino a una fabbrica che impiegava principalmente manodopera femminile; a Padova il Centro per la salute della donna legato al collettivo Lotta femminista; a Venezia il Gruppo salute; a Roma dapprima il consultorio di via dei Sabelli, aperto da Simonetta Tosi nel quartiere di San Lorenzo, e poi altri gruppi nati all’interno dei «collettivi di quartiere». Nel giro di pochi mesi, i progetti finalizzati a diffondere strumenti utili per la consapevolezza e la salute sessuale iniziano ad affrontare, direttamente, anche i problemi delle interruzioni di gravidanza clandestine.
L'aborto in Italia: Il referendum e la legge 194/1978
Le donne in questo periodo iniziano a rompere il silenzio sul proprio corpo e sulla propria sessualità, rivendicando uno spazio di vita, uno spiraglio tra una gravidanza ed un'altra. Invece di individuare nell’uomo, nell’incontrollata sessualità maschile, il vero problema, iniziano a riconoscere come un’urgenza assoluta che abbatte ogni barriera, la necessità di autodeterminazione riproduttiva. Questo è stato un vero cambiamento culturale, permettendo alle donne di occupare nuovi spazi e nuovi ruoli sociali. Il racconto è una nuova e inaspettata “dimensione minima della cura di sé”. Le donne desideravano la parità con gli uomini, non l'accesso allo spazio pubblico, ma la possibilità di andare in sala da ballo, per sposarsi con chi si ama, per avere un lavoro, per avere dei sogni o almeno un destino non segnato. Si tratta di un superamento della centralità della vocazione domestica del soggetto femminile, così come una certa tradizione lo ha codificato. Se prima degli anni Sessanta nessuno sforzo sembrava capace di spezzare concretamente l’equivalenza rigida tra identità femminile e spazio privato della casa, con la presa di parola delle donne, questo muro iniziava a sgretolarsi.
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