La corretta informazione scientifica e sociale rappresenta un pilastro fondamentale per la tenuta di una società consapevole. Tuttavia, la proliferazione di narrazioni distorte, spesso confezionate per orientare l'opinione pubblica su temi sensibili come l'interruzione volontaria di gravidanza e la produzione di farmaci, richiede uno sforzo rigoroso di verifica delle fonti. Pubblichiamo il documento sulle fake news degli abortisti diffuso da ProVita Onlus in occasione della campagna di sensibilizzazione a 40 anni dall'approvazione della legge 194 sull'aborto. Si tratta di un documento importante per comprendere le bugie sulla mortalità e la clandestinità degli aborti che spesso sono portate come scuse da chi sostiene la causa dell'aborto.

Il dibattito sui numeri dell'aborto e la legalizzazione
In occasione dei 40 anni dalla legalizzazione dell’aborto in Italia, offriamo una risposta a due delle argomentazioni più frequenti in tema di legalizzazione dell’aborto. È falso che la legalizzazione dell’aborto riduce il numero di aborti. In realtà, la legalizzazione dell’aborto di per sé provoca l’aumento notevole e lineare del numero di aborti per un periodo di tempo lungo. Tutto ciò porta logicamente ad un aumento del numero di aborti: sia del numero di donne che decidono di ricorrere all’aborto, che del numero medio di aborti praticati per donna.
Le cifre sugli aborti clandestini in Italia fornite prima della legalizzazione erano incredibilmente gonfiate. Nel 1971 il Psi presentò una proposta per l’introduzione dell’aborto legale affermando che vi erano tra i 2 e i 3 milioni di aborti annui, e che circa 20.000 donne all’anno morivano a causa di questi interventi. Nel libro Da Erode a Pilato (Marsilio, 1973), di Giuliana Beltrami e Sergio Veneziani, si sostiene che vi sono donne “che hanno abortito già dieci, venti volte”, in modo clandestino e che vi siano nientemeno che “quattro aborti per ogni nascita”. L’unico studio serio in quegli anni fu quello dei prof. Bernardo Colombo, Franco Bonarini e Fiorenzo Rossi, demografi e statistici dell’Università di Padova, intitolato La diffusione degli aborti illegali in Italia (1977), con il quale si mostrò la totale infondatezza di tali cifre. Del resto, se l’anno successivo alla legalizzazione gli aborti (“accessibili, legali e sicuri”) furono 187 mila, è realistico ritenere che gli aborti clandestini annuali precedenti - quando si presume fossero più pericolosi, meno accessibili e vietati - fossero solo una frazione di quel numero.
Dopo la legalizzazione dell’aborto in uno Stato, l’effetto normale è l’aumento forte e costante del numero di aborti per lungo tempo. Qualche esempio. Nel Distretto della Città del Messico si legalizzò l’aborto nel 2007. Da 4729 aborti in quell’anno si arrivò a circa 12000 nel 2008, e a più di 20200 nel 2011. Di solito si osserva una riduzione solo dopo 15 o 20 anni, quando la fertilità è diminuita di molto. Da questo punto di vista l’Italia costituisce una parziale eccezione. La legalizzazione dell’aborto ne ha comunque aumentato il numero (crescendo in modo lineare dal ’78 al ’82) tuttavia l’effetto è stato molto più breve del normale. Le interruzioni di gravidanza sono cresciute notevolmente già subito dopo il 1978: 68.000 aborti nel 1978; 187.752 nel 1979; 220.263 nel 1980, 224.377 nel 1981; 234.377 nel 1982. Fattori diversi - evidentemente indipendenti dalla legalizzazione, considerato quanto appena esposto - hanno contribuito alla diminuzione del numero di aborti dal 1983 in poi.
Fattori di incidenza sulla fertilità e salute materna
Tra i tanti fattori, in Italia probabilmente l’effetto della riduzione della fertilità è stato più veloce che altrove: l’Italia è uno dei paesi con fertilità più bassa al mondo. Si può ipotizzare che la tendenza al rialzo del numero di aborti cominciata nell’anno della legalizzazione e finita poi nel 1982 sia stata rapidamente neutralizzata dal crollo della fertilità. Tuttavia, ci sono certamente altri fattori che hanno influito non solo sul numero di aborti in senso assoluto ma anche sulla riduzione dei tassi di abortività: probabilmente una maggiore consapevolezza e conoscenza della vita prenatale, ma anche la diffusione delle varie “pillole”.
Le statistiche solitamente si riferiscono agli aborti chirurgici mentre non viene preso in considerazione l’effetto delle pillole anti-nidatorie e micro-abortive, la cui diffusione sempre più massiccia ha caratterizzato gli ultimi decenni. Aggiungiamo un'altra osservazione importante: la legalizzazione operata dalla 194 non ha nemmeno portato alla scomparsa degli aborti clandestini in Italia come fenomeno socialmente rilevante. Vengono stimati tutt’ora, secondo l’Istituto superiore della sanità (dati del 2012), circa 15 mila - 20 mila aborti clandestini l’anno… perciò non sappiamo neppure se o di quanto gli aborti clandestini siano diminuiti dagli anni precedenti la legalizzazione al giorno d’oggi!

Sembra di poter affermare invece che gli aborti clandestini si riducano più efficacemente non con la legalizzazione ma con i programmi di assistenza alle mamme, promossi soprattutto dalle associazioni e dalla società civile. In Cile, ad esempio, paese con una legge molto restrittiva sull’aborto, l’effettività di questi programmi di aiuto rispetto alla diminuzione dell’intenzione di aborto clandestino è dimostrata essere altissima: circa dell’86%, persino nei casi più drammatici, in cui la gravidanza è risultato di uno stupro.
È falso che la legalizzazione dell’aborto abbia migliorato la salute materna e ridotto la mortalità materna. Il primo ragionamento è falso, come mostrato sopra: sono molte di meno le donne disposte a ricorrere all’aborto illegale, e quelle che ricorrono all’aborto legale, per effetto della legalizzazione, sono via via più numerose negli anni successivi alla legalizzazione, se altri fattori non entrano in gioco per invertire la tendenza. Il secondo ragionamento effettua un paragone errato tra paesi che hanno situazioni sociali molto diverse. In realtà la mortalità materna dipende ampiamente da altri fattori, come il livello di assistenza medica generale e la sua diffusione sul territorio, il livello di istruzione, il livello di povertà, l’accesso all’acqua potabile e così via.
Esperimenti naturali sulla mortalità materna
Sono stati realizzati due c.d. “esperimenti naturali” sul rapporto tra la legalizzazione dell’aborto e la mortalità materna. Sono i primi studi che hanno valutato l’effetto di un cambiamento di legislazione in tema di aborto su un lungo periodo di tempo, controllando molteplici fattori concorrenti. Il primo è uno studio pubblicato sulla rivista americana PlosOne (2012) sulla situazione in Cile, paese dove vige un sostanziale divieto di aborto dal 1989. In Cile vi è stata una diminuzione del 94% della mortalità materna dal 1957 al 2007, e nel 2008 il Cile era il secondo (migliore) paese per livello di salute materna nel continente americano. Dopo la proibizione dell’aborto nel 1989, la mortalità materna continuò a diminuire rapidamente. La modifica legislativa del 1989 non ebbe effetti statisticamente rilevabili sulla curva della salute e mortalità materna.
Il secondo “esperimento naturale” è stato pubblicato sul British Medical Journal (2015): riguarda la relazione tra mortalità materna e le leggi sull’aborto nei diversi Stati del Messico. Si osservò meno mortalità materna in Stati con leggi meno permissive. Questi Stati tuttavia avevano anche migliori parametri rispetto all’istruzione, assistenza sanitaria, ecc. In realtà le leggi sull’aborto in sé non mostrarono una causalità significativa rispetto alla mortalità (né in positivo né in negativo). Esistono anche casi in cui un aumento della mortalità materna è associata all’avvenuta legalizzazione dell’aborto.
Fuori dal Sudamerica, un paese occidentale come l’Irlanda ha notoriamente una bassa mortalità e buona salute materna. Uno studio comparativo del 2013 pubblicato sul Journal of American Physicians and Surgeons mette in rapporto la mortalità materna e la salute neonatale in Irlanda (dove l’aborto è sostanzialmente proibito) con quelle dell’Inghilterra (aborto ampiamente permesso). Lo studio mostra una migliore salute neonatale e materna in Irlanda (mortalità materna 3/100.000) che in Inghilterra (6/100.000), nel decennio 2003 - 2013. Secondo i dati dell’OMS riferiti all’anno 2015, il tasso di mortalità materna in Polonia è il più basso al mondo, stimato a 3/100.000, insieme ai tassi riscontrati in Finlandia, Islanda e Grecia.
Manipolazione mediatica e rappresentazione dell'embrione
Perché chi difende l’aborto non ha il coraggio di difenderlo per quello che è e spaccia fake news? Perché chi difende l’autodeterminazione della donna mistifica continuamente quello che l’aborto realmente è, di fatto ingannando la donna? Sono domande che sorgono spontanee quando ci si imbatte nelle bufale che, proprio sull’aborto, non sono di certo una novità. Lo prova quanto ha pubblicato The Vision sui propri canali social e Instagram in particolare - prontamente ripreso da Chiara Ferragni, la principale influencer italiana - a proposito di ciò che verrebbe «espulso in un aborto entro le 10 settimane. Non manine e piedini come mostrano gli anti-abortisti». Accompagnano questa scritta una carrellata di foto, che hanno la pretesa di mostrare i prodotti di un aborto a 4, 5, 6, 7, 8 e 9 settimane.
Peccato che siano scatti provenienti sì da un articolo della testata inglese The Guardian, ma il quale a sua volta - attenzione - le ha pescate da un portale internet apertamente pro aborto, che di fatto ha come call action «prendere appuntamento» per poi indirizzare le donne a trovare un medico che le possa aiutare a interrompere la gravidanza. A seguito dell’immagine pubblicata, in tanti si sono subito accorti di come essa fosse quanto meno fuorviante. Al punto che The Vision stesso, sul proprio profilo, dopo tre giorni è stato costretto a correre ai ripari modificando il post. Così viene ammesso, per esempio, che quelle foto mostrano «i tessuti fetali espulsi durante l’aborto se effettuato nelle prime dieci settimane, ripuliti dal sangue» e soprattutto dall’embrione. In realtà quelle foto non ritraggono - appunto - l’embrione, né dunque un bambino nel grembo materno che, davvero, ha manine e piedini.
LA FECONDAZIONE UMANA
La vicenda è stata caratterizzata da un altro elemento: la valanga di critiche che sotto il post di The Vision sono apparse a firma, udite udite, di utenti dichiaratamente pro aborto! «Sono un medico e pro-aborto», scrive un utente, «ma a 9 settimane non si vede questo. E voi a ripostare questa roba senza nemmeno capirla o magari provare a capirla leggendo i testi di medicina e informandovi voi stesse, forse fareste bene a limitarvi a fare i fit check». Dunque le fake news sono state smascherate da donne pro-aborto o che comunque un aborto lo hanno vissuto sulla propria pelle.
Analisi dei rischi e realtà biologica
L’aborto nelle prime settimane di gravidanza è molto più comune di quanto si pensi. Si stima che una donna sotto i 30 anni abbia fino al 15% di probabilità che la prima gravidanza non vada a buon fine. Un caso su sei, una percentuale che cresce con l’età raggiungendo una media del 45% di rischio di aborto a 44 anni. “Gli aborti che avvengono nei primi due mesi sono per la maggior parte dovuti a fattori genetici, che fanno sì che l’embrione fosse in realtà incompatibile con la vita a causa di un’unione anomala fra quel gamete maschile e quel gamete femminile che si erano incontrati.
Le ragioni di un aborto spontaneo sono diverse e purtroppo, anche dopo essersi sottoposte a tutti gli accertamenti possibili, il 50% dei casi sono a oggi inspiegati. La restante metà dei casi si suddivide in un 10-20% di aborti dovuti a fattori immunitari nella mamma o nell’embrione, un 17% circa a fattori endocrini, un 10-15% a fattori anatomici. Insomma, il principale fattore di rischio rimane purtroppo l’età della donna.
La questione vaccini e linee cellulari
Vaccini anti covid: alcune associazioni "per la vita" e molti no-vax strillano sul Web che sono sviluppati in feti abortiti. La bugia, sollevata a più riprese da no-vax & Co., sostiene che molti vaccini sono prodotti usando feti abortiti. Come se già questo non fosse incredibile, c'è di più: tali feti sarebbero ottenuti dalle case farmaceutiche in cambio di un compenso, sarebbero dunque acquistati. Questa vecchia e macabra storia è stata riciclata per i vaccini anti covid, in particolare per il vaccino di AstraZeneca, decontestualizzando le informazioni contenute nella documentazione del prodotto.
Per ottenere grandi quantità del virus del raffreddore, per produrre i vaccini, è necessario introdurlo all'interno di cellule, affinché possa replicarsi (Dicks et al., 2012). Le cellule utilizzate da AZ sono conosciute con il nome di HEK 293 (Human Embryonic Kidney 293), in italiano cellule renali embrionali umane 293: ottenute nel 1973 da Frank Graham nel laboratorio del prof. Alex van der Eb (Università di Leiden, Olanda), rappresentano una linea cellulare ampiamente utilizzata nella ricerca biomedica. Le HEK 293 non sono le uniche linee cellulari esistenti. Ve ne sono molte, diverse per il tessuto di partenza da cui sono state isolate: tumorali, nervose, connettive (Walz & Young, 2019).

Al giorno d'oggi c'è, finalmente, un approccio molto più trasparente della scienza, il cui obiettivo è anche quello di creare una maggiore comprensione e consapevolezza dei suoi metodi. 1. I vaccini per il COVID-19 utilizzano l’RNA messaggero (mRNA), che viene normalmente utilizzato dalle cellule per trasformare l’informazione genetica in proteine. Questi vaccini istruiscono le cellule del nostro organismo a produrre una proteina che assomiglia a parte piccolissima del virus del COVID-19, in modo da attivare il sistema immunitario e produrre anticorpi. 2. La produzione dei vaccini segue le stesse regole di tutti gli altri farmaci per stabilirne l’efficacia e la sicurezza. 3. Il Codice di Norimberga ha creato una serie di principi etici della ricerca medica in risposta alle azioni dei nazisti che eseguivano esperimenti medici sui prigionieri dei campi di concentramento senza il loro consenso. I vaccini anti COVID-19 sono stati sottoposti a più cicli di test negli studi clinici e sono stati poi approvati per un uso diffuso da parte delle autorità di regolamentazione.
Validità scientifica e corretta informazione
Il sistema di farmacovigilanza per i vaccini contro il SarsCov-2 è lo stesso di tutti gli altri farmaci e vaccini. Dopo i risultati degli studi effettuati su decine di migliaia di individui di diversa età, vengono raccolte le segnalazioni dalle agenzie regolatorie nazionali e internazionali di possibili eventi avversi temporalmente correlate con la vaccinazione. L’aborto spontaneo è un evento relativamente frequente e la maggior parte si verifica nelle prime 12 settimane (primo trimestre) di gravidanza. Questa fake nasce perché alcuni vaccini contro comuni malattie virali sono prodotti utilizzando linee cellulari discendenti da feti abortiti decenni fa. Ciò ha sollevato in passato questioni di etica medica. “Le cellule di queste linee hanno attraversato più divisioni prima di essere utilizzate nella produzione di vaccini. Dopo la produzione, i vaccini vengono rimossi dalle linee cellulari e purificati. Nessuno dei vaccini autorizzati contiene il virus vivo. Invece è possibile che anche le persone vaccinate possano contrarre la malattia sia perché l’infezione può essere contratta subito prima o subito dopo la vaccinazione, mentre l’immunità richiede almeno due settimane per svilupparsi.
I vaccini contro il COVID-19 autorizzati non contengono un virus vivo ma solo l’informazione genetica per far produrre alle cellule dell’organismo alcune molecole del virus che inducono la risposta immunitaria. I dati della farmaco-vigilanza sono pubblici. Tutti i farmaci e i vaccini possono avere effetti collaterali. Le Agenzie regolatorie riportano queste due patologie, che peraltro sono anche tra quelle causate dall’infezione, come rari effetti avversi della vaccinazione. Anche se nelle fasce più giovani il rischio di sviluppare un’infezione sintomatica è minore rispetto agli adulti, è comunque presente. Dall’inizio della pandemia al 17 luglio ad esempio ci sono stati 28 decessi nella fascia di età 0-20 anni. I bambini non sono immuni all’infezione da SARS-CoV-2.
Dettagli tecnici sulle linee cellulari
La questione feti e vaccini è così ricorrente che non è difficile trovare pagine dedicate al tema, tanto in siti istituzionali che si occupano di ricerca e salute che siti afferenti a credo religiosi, che cercano di dare risposte anche etiche alla questione. Tralasciando gli aspetti etici, dal punto di vista scientifico la questione è questa: alcuni vaccini utilizzano cellule derivate da feti abortiti durante la loro produzione. La domanda potrebbe allora diventare perché? Nei giorni scorsi, tra gli altri, a rispondere è stata Alessondra T Speidel, ricercatrice presso lo svedese Karolinska Institutet che sulle pagine di The Conversation ha spiegato la scelta di utilizzare linee cellulari di derivazione fetale per la produzione di vaccini.
La questione ha a che fare con i sistemi di produzione di alcuni vaccini, come quelli ad adenovirus, tra cui quello AstraZeneca e quello Johnson & Johnson. Piccolo ripasso: alcuni vaccini utilizzano degli adenovirus modificati in laboratorio per trasportare sequenze genetiche che codificano per la produzione degli antigeni contro cui deve essere indirizzata la risposta immunitaria. Per produrre gli adenovirus che verranno poi utilizzati nei vaccini servono delle cellule (ed questo il motivo per cui i virus ci attaccano: cercano sostanzialmente delle macchine da riproduzione). In quanto virus infatti non sono capaci di replicazione autonoma, caratteristiche che più di altre li distingue in biologia, e per la loro replicazione vengono scelte cellule il più possibili simili a quelle di destinazione finale. Cellule umane appunto, come quelle fetali, che possono dividersi a lungo e mantenute per decenni grazie alla possibilità di congelamento in azoto liquido. Ideali per la produzione di vaccini, ricordavano anche dall'International Society for Stem Cell Research.
Nei vaccini contro Covid-19 sono usate due linee cellulari derivate da feti abortiti (la HEK 293 e la PER.C6), la cui origine è da rintracciare in aborti avvenuti negli anni Settanta e Ottanta nei Paesi Bassi. L'uso delle cellule (originariamente) fetali nelle diversi fasi di produzione dei vaccini (quelli a mRna attualmente approvati infatti pur non utilizzandole nel processo produttivo ne hanno fatto uso in fase di test) non è un segreto. È possibile che qualcosa rimanga nel prodotto finale? Prendendo il prestito la risposta del Children' Hospital di Philadelphia a titolo di esempio: no, perché dopo la produzione i virus usati per i vaccini vengono purificati, separati da detriti cellulari e reagenti, e il dna di origine cellulare viene distrutto.
L'uso di queste linee cellulari nella produzione dei vaccini è dichiarato. Nel foglietto illustrativo del prodotto di AstraZeneca, Vaxzevria, oltre alla dichiarazione di contenuto di prodotto Ogm si legge: “Prodotto in cellule renali embrionali umane geneticamente modificate (Hek) 293 e mediante tecnologia del dna ricombinante”. Analogamente, si legge per il vaccino di J&J: “Prodotto nella linea cellulare PER.C6 TetR e mediante tecnologia del dna ricombinante”. Che ci siano donne che vengono ingravidate appositamente per poi "rubare" loro il feto, abortito ma vivo (procedura tra l’altro scientificamente impossibile) e usato per sviluppare i vaccini, è assolutamente falso e inverosimile.

Come in quasi tutte le fake news - spiega la dr.ssa Roberta Villa, medico, giornalista e divulgatrice scientifica - un fondo di verità c’è. Ovvero: per sviluppare i vaccini nei laboratori vengono usate delle linee cellulari umane, che per riprodursi praticamente all’infinito devono essere di origine embrionale, e quindi programmate per replicarsi fino a produrre tutti i tessuti dell’organismo. I virus che servono per produrre alcuni vaccini sono dunque coltivati su cellule che derivano, attraverso innumerevoli generazioni, dai tessuti donati alla ricerca da due donne che negli anni Sessanta si erano sottoposte ad un’interruzione volontaria della gravidanza. Si tratta quindi di linee cellulari prodotte su scala industriale e comprate dai laboratori da decenni!
Se è vero che questi virus sono coltivati su cellule di origini fetale - prosegue la dr.ssa Villa - non esiste assolutamente un commercio di feti e non vi è alcun incentivo ad abortire. Tutto è riconducibile a questi due feti donati ormai 60 anni fa, un episodio dall’etica certamente controversa ma scagionato dalla Chiesa stessa da tempo. La Pontificia Accademia della Vita ha infatti già in passato esaminato a fondo la questione, concludendo che questa modalità di produzione dei vaccini, pur basata su due eventi secondo la Chiesa non giustificabili, non deve portare a sconsigliare la vaccinazione, grazie alla quale è possibile salvare vite, oltre che ad evitare aborti spontanei dovuti alla rosolia congenita e a prevenire gravi disabilità. Dal punto di vista della sicurezza - chiarisce Villa - la questione non si pone nemmeno: i vaccini prodotti in questo modo, in ogni caso non contengono né cellule embrionali né i loro residui, anche perché provocherebbero reazioni di rigetto da parte dell’organismo. Tali vaccini sono estremamente purificati e sono sottoposti a centinaia di controlli lungo tutta la filiera produttiva: di conseguenza non è plausibile che impurità di questo tipo rimangano nel prodotto immesso in commercio, tanto meno si è mai verificato. È dunque chiaro che si tratti di un’informazione falsa, travisata e probabilmente manipolata ad hoc.