La depressione è una vera e propria patologia psichiatrica, estremamente diffusa, che rasenta un problema di salute pubblica. Eppure siamo ben al di là di sentimenti di tristezza, malinconia e lacrimosità che - culturalmente e a torto - attribuiamo alle donne. La depressione è caratterizzata anche da ansia, rabbia, perdita di volontà, psicosi: sintomi complessi di un disturbo che può colpire chiunque nel corso della propria vita. La depressione nei maschi è ancora troppo sottodiagnosticata, vittima di vecchi tabù culturali. Rispondere a questa domanda è estremamente difficile, perché spesso la depressione maschile sfugge alla diagnosi. In primis, perché ancora oggi gli uomini sono meno inclini a parlare dei propri disturbi psicologici.

Provare tristezza, essere deboli sono caratteristiche che la cultura diffusa non ritiene accettabili per i maschi. I sintomi caratteristici della depressione maggiore sono apatia, abulia, tristezza, ansia, crisi di pianto, perdita di interesse nelle attività quotidiane. Ma, non essendo queste emozioni culturalmente attribuibili agli uomini, la depressione nei maschi viene “nascosta” e “repressa” nelle sue forme più caratteristiche.
Le radici della repressione: educazione e aspettative sociali
L'esperienza della genitorialità, per l’uomo diventa concreta e tangibile solo alla nascita del bambino. In questo momento, l’attenzione della partner è completamente concentrata sul neonato. Queste difficoltà possono sfociare in depressione nel neo-genitore. Ma com’è possibile riconoscere il fenomeno? Quali sono i segnali a cui prestare attenzione? Indicatori indiretti: apparire depressi, piagnucolosi, isolarsi dal gruppo di amici, peggiorare il rendimento scolastico, attaccamento ai grandi.
Tra gli elementi correlati all’essere bullo o vittima rientra di certo l’educazione impartita dalla famiglia, che insegna i principi e le norme condivise socialmente. Se vi accorgete di rientrare in questi modelli genitoriali, è bene cominciare a cambiare qualcosa quanto prima. Questo comportamento non permette ai giovani di apprezzare quello che hanno, tutto si può avere. Tra le cause dei comportamenti di cyberbullismo e bullismo rientrano anche le scene di violenza di film e programmi televisivi. Vista la difficoltà dei ragazzi a raccontare ciò che accade è importante che i genitori siano informati sul tema bullismo, per coglierne i sintomi e agire. Indizi di cyberbulling: il bullo manifesta dipendenza da internet di giorno e di notte, chiude i programmi o spegne il pc se arriva un adulto.
Meccanismi di rabbia e collera: quando la sofferenza esplode
Non è difficile farsi un’idea della collera e della rabbia in quanto tutti noi adulti, molte volte, abbiamo sperimentato direttamente queste emozioni o le abbiamo notate negli occhi, nel corpo e nei comportamenti altrui. Collera e rabbia sono reazioni primordiali emotive, intense, primarie, universali, presenti in tutti gli animali superiori. Quando dentro di noi cresce la collera avvertiamo un disagio e una tensione via via crescente, fino a quando non abbiamo la possibilità di scaricarla sulla persona che l’ha provocata o su altre persone, animali o cose, assolutamente innocenti che sono costretti, loro malgrado, a subire i nostri maltrattamenti e le nostre ingiurie.
Per quanto riguarda la distinzione tra rabbia e collera la prima è un’emozione, mentre la collera è il comportamento conseguente a questa emozione. La collera e la rabbia sono pertanto meccanismi di protezione che ci segnalano che c’è qualcosa che non va nel rapporto con gli altri. Ci mettono a conoscenza del fatto che qualcuno ci sta facendo del male, che i nostri diritti sono stati violati, che i nostri bisogni e i nostri desideri non sono stati soddisfatti.
L' AGGRESSIVITA' (52)
Durante tutto il tempo della reazione emotiva sono stimolate le ghiandole che portano alla produzione degli ormoni adrenalinici e noradrenalinici. Questi ormoni, a loro volta, provocano un aumento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca. Le manifestazioni esterne sono eclatanti: il viso, a volte rosso, altre volte chiaramente paonazzo, è sconvolto dalla tipica espressione di rabbia. Purtroppo però, in questa condizione particolare, la mente, accecata dall’odio e dal bisogno di far del male, mira soltanto a scegliere la migliore strategia di offesa o di difesa, trascurando le conseguenze degli atti aggressivi che si stanno per compiere. Cosicché l’efficacia della ragione diminuisce notevolmente.
La gestione del conflitto: repressione e dissociazione nell'infanzia
Il bimbo molto piccolo manifesta la sua collera con grida e calci, con tentativi di colpire e mordere, con ostinato rifiuto di mangiare o con l’espulsione incontrollata delle feci. Quello più grande può già meglio esprimere i suoi sentimenti con parole e gesti più moderati. Fabio, di nove anni, era nato da una donna la quale aveva vissuto delle situazioni sentimentali sempre molto complicate e difficili. Il bambino, molto risentito per questa situazione, nella ricerca di un minimo di benessere interiore, avvertiva nel suo intimo il bisogno di difendersi e punire chi gli aveva fatto e gli stava facendo del male.
Se interpretiamo il racconto di Fabio alla luce della sua storia familiare e personale, capiamo che egli sente prepotentemente il bisogno di eliminare in maniera definitiva l’essere cattivo che attenta alla sicurezza sua e della sua famiglia. Egli ubbidisce ai dettati del suo comandante e re, che in questo caso è la madre perseguitata da un uomo ‘cattivo’. Tuttavia sa bene che i suoi problemi non sono solo all’esterno della sua famiglia, ma vivono accanto a lui: il problema maggiore è proprio la madre che con i suoi comportamenti incongrui lo ha messo e lo mette sistematicamente in ansia e in grave difficoltà.
La forma più grave ed eclatante della collera esplosiva viene chiamata collera disinibita. Se, invece, si accumula nel tempo e si esprime in un momento successivo con scoppi d’ira, viene chiamata collera implosiva o inibita. Quest’ultimo tipo di collera è caratteristico di quei bambini i quali, essendo molto attenti al rispetto formale o per paura delle punizioni e delle reazioni degli adulti, riescono a tenere a bada o a mascherare la rabbia, sotto l’azione dell’inibizione educativa. Nella collera autopunitiva la forza distruttiva della collera si ripercuote e si dirige verso se stessi. La sua carica distruttiva diventa autopunitiva e autolesionistica. Un altro percorso della collera e della rabbia è quello dell‘impotenza. In questi casi il bambino appare apatico, perde il tono corporeo, diventa flaccido, stanco, lamenta mal di testa, inappetenza e stanchezza. In questi casi la rabbia si nasconde dietro i lamenti, le lagne e lo scoraggiamento.

Ciò che è certo è che il precipitoso attuarsi di processi difensivi: repressione o dissociazione, con conseguente fissazione, inizia molto più facilmente nell’infanzia che in età adulta. In ciò risiede la spiegazione del perché e del come le esperienze di perdita nella prima infanzia portino a uno sviluppo incompleto della personalità e a una predisposizione a disturbi psichici (Bowlby, 1982). La collera, pertanto, è un sentimento secondario, ma deriva sempre da un sentimento primario. Per Bowlby la collera, anche se non sempre ce ne rendiamo conto, è un’immediata, comune e costante reazione alla perdita, ed è parte integrante delle reazioni di dolore.
Identità sessuale e repressione: un conflitto interiore
L'omosessualità repressa rappresenta una condizione in cui una persona nega o sopprime la propria attrazione verso lo stesso sesso, spesso a causa di pressioni sociali, culturali o personali. Questo conflitto interno può manifestarsi attraverso disagio psicologico, comportamenti compensatori o difficoltà nelle relazioni interpersonali. I meccanismi di difesa sono strategie psichiche che utilizziamo per proteggerci da esperienze emotive dolorose o minacciose; quando diventano rigidi e pervasivi, possono limitare la nostra capacità di vivere esperienze autentiche e appaganti.
Questa "repressione" è un meccanismo di difesa psichico che ci permette di evitare l'ansia e il disagio associati all'espressione di un'identità sessuale non conforme alle norme sociali dominanti. A differenza della rimozione e del diniego, che sono meccanismi di difesa inconsci, la repressione implica una scelta attiva di non affrontare o riconoscere determinati aspetti della propria psiche.
Le cause dell'omosessualità repressa sono molteplici e possono includere:
- Contesto culturale e sociale: in molte società, l'omosessualità e la bisessualità stigmatizzate portano le persone a nascondere la loro vera identità per paura di essere giudicate o discriminate.
- Famiglia e ambiente: un contesto familiare che promuove valori tradizionali o che esprime atteggiamenti negativi nei confronti dell'omosessualità può contribuire alla repressione dei desideri omosessuali.
- Esperienze traumatiche: eventi traumatici legati all'orientamento sessuale, come bullismo o abusi, possono condurci alla negazione della nostra identità sessuale.
- Omofobia interiorizzata: a volte siamo vittima di un meccanismo che ci porta a far nostre le convinzioni omofobe presenti nella società, portandoci a rifiutare la nostra sessualità.
L'omosessualità latente si riferisce a desideri o attrazioni omosessuali che non sono stati completamente riconosciuti o espressi. In questo caso non neghiamo i nostri sentimenti ma semplicemente non abbiamo ancora esplorato o accettato la nostra identità. La differenza principale sta nella consapevolezza e nell'accettazione: l'omosessualità repressa implica un rifiuto consapevole della propria identità, l'omosessualità latente può essere caratterizzata da una mancanza di consapevolezza o da una curiosità non esplorata.
Fenomeni di ritiro: l'hikikomori come risposta al fallimento sociale
Abbiamo sperimentato tutti durante la pandemia una condizione di isolamento forzato: chi più chi meno, ognuno di noi ricorda la sensazione di disagio quando - finalmente - abbiamo ricominciato a stare in mezzo agli altri. Oggi ci è quindi più facile immaginare cosa provano gli hikikomori, ragazzi e ragazze che si auto-isolano perché hanno difficoltà a relazionarsi. È un disagio adattivo che riguarda soprattutto i ragazzi molto giovani, per loro natura più vulnerabili: l’età media in cui nasce l’impulso al ritiro sociale è tra i 15 anni e i 20 anni, anche se questa media tende ad alzarsi.
Altro dato interessante riguarda il genere: il 70-90% dei ragazzi che soffrono di questo disturbo sono maschi, ulteriore problematica legata molto probabilmente al fatto di ricevere una educazione di genere molto tossica che, oltre a dar vita ad adulti maschilisti e discriminazioni di genere, può avere anche risvolti autodistruttivi. Marco Crepaldi, psicologo che da anni si occupa di divulgazione online, in particolare della problematica hikikomori, spiega che un campanello d’allarme può essere la pulsione all’isolamento sociale.

È necessario sfatare il pregiudizio secondo il quale questo disagio coincide con la sindrome da dipendenza da internet. Marco Crepaldi definisce il fenomeno come “una pulsione all’isolamento fisico, continuativa nel tempo, che si innesca come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale, tipiche delle società capitalistiche economicamente sviluppate”. Una volta che i bisogni primari sono dati per scontati, la preoccupazione diventa quella di essere apprezzati, brillanti, piacevoli, realizzati, che è quello che si chiede anche ai giovani e che innesca una competizione più feroce di qualunque altra.
Oltre il tabù: la ricerca di un'identità autentica
"Non mi sono svegliato una mattina dicendomi: Sono omosessuale". Credo d’averlo sempre saputo anche se non so spiegare né il come ne il perché. Vincent non ha vissuto la scoperta della propria omosessualità come una rivelazione. L’adolescenza è un periodo di ricerca di sé. Molti giovani sono turbati dall’assenza di punti di riferimento. Allora come identificare chiaramente la propria omosessualità, mentre è attiva la bisessualità psichica? Come fare a capire la differenza tra una semplice fantasia e un vero e proprio desiderio? tra un’attrazione passeggera e l’espressione profonda del proprio essere?
Il primo approccio al corpo dell’altro con carezze, toccate e masturbazione reciproca avviene tra persone dello stesso sesso. Una tappa ricorrente prima del passaggio alla sessualità adulta, che poi sarà orientata secondo il percorso psicoaffettivo verso l’omosessualità o verso l’eterosessualità, a seconda dei casi. La difficoltà ad accettare ciò che si è porta molti adolescenti e giovani adulti gay a chiedere agli psicoterapeuti una correzione di ciò che viene vissuto come anormale o a trovare rifugio nel rifiuto e nella repressione delle proprie tendenze.
Anche le famiglie cosiddette aperte e tolleranti spesso mandano messaggi contraddittori su questo tema. È inutile aspettarsi un aiuto esterno quando non accettiamo noi stessi. Nel caso di un’omosessualità fondamentale la conversione è solo apparente, non si smette psichicamente di essere omosessuali perché ci si astiene dai rapporti gay. Il percorso verso l'accettazione richiede introspezione e riflessione personale: concediamo a noi stessi il permesso di esplorare questi sentimenti senza giudizio. Informarsi sull'omosessualità e sulle esperienze di altre persone può contribuire a ridurre l'ansia e la paura. Il coming out è un passo liberatorio quando ci si sente pronti. Esprimere la propria identità può alleviare la pressione e l'ansia associate alla repressione. Prendersi cura della propria salute mentale è fondamentale. Riconoscere e accettare i propri desideri e le attrazioni in un ambiente sicuro e senza giudizi è un processo trasformativo che permette di uscire dalla spirale della repressione e ricostruire la propria dignità.