Introduzione: Un Affresco della Famiglia Siciliana
Il vasto affresco de "I Viceré" si dipana attraverso la storia di una grande famiglia siciliana, gli Uzeda di Francalanza e Mirabella, composta da quattordici o quindici tipi, tra maschi e femmine, ognuno più forte e stravagante dell'altro. L'opera, frutto di una lunga e difficoltosa stesura iniziata a Catania nel settembre 1891 e completata nel novembre 1892, con una successiva fase di revisione da parte dell'autore Federico De Roberto terminata verso la fine del 1893, offre un'immersione profonda nelle dinamiche di una nobiltà in declino. I componenti della famiglia degli Uzeda sono accomunati da una "razza" e da un "sangue vecchio e corrotto", una condizione spesso aggravata dai numerosi matrimoni tra consanguinei. Da questa famiglia emerge una spiccata avidità, una sete insaziabile di potere, nonché una serie di meschinità e odi reciproci che alimentano in ciascuno una diversa e patologica monomania. Il romanzo segue le vicende di questa stirpe fino al 1870, catturando le trasformazioni sociali, economiche e politiche che investono la Sicilia in seguito all'Unità d'Italia. Il testo si propone di esplorare le origini e l'istoria della nobiltà patria, un sapere che non deve tornare in niente a ciascuno, specialmente in tempi in cui essa viene stimata da sezzo, in quella vece che tuttosi dagli esteri ammirando si viene. Un nuovo racconto, dopo che il Mugnos, il Villabianca e altri famosi a sé recarono immortalità sbrancandone quel denso velo, chiarirsi potrebbe un fuor'opera; se quei valentuomini, per legge di natura, arrestati non fossero ai tempi che vissero. Ma, senza che il proseguimento insino ai nostri ultimi giorni, un altro oggetto ne rischiara la convenienza; vogliam dire la rarezza di quell'opera insigni, cui non a tutti è dato acquistare.
L'Araldo Siculo e il Ritorno di Don Eugenio: Un Presagio di Tempi Mutati

Il ritorno del cavaliere don Eugenio nella sua terra natia si manifesta attraverso un'iniziativa editoriale, simbolo di un'epoca in cui anche la nobiltà, un tempo inattaccabile, deve cercare nuove vie per affermare la propria rilevanza o, più semplicemente, la propria sopravvivenza. Questa circolare, diffusa a centinaia e centinaia di copie, provò ai concittadini del cavaliere don Eugenio che egli era ancora tra i vivi, dopo anni di assenza in cui nessuna notizia di lui arrivava più. Inizialmente, egli aveva scritto ai parenti chiedendo quattrini in prestito per grandi e sicure speculazioni; ma, poichè gli rispondevano picche, aveva finalmente smesso. Che cosa avesse fatto per tanto tempo, dove fosse stato, non seppe nessuno. Nessuno di quelli che andavano a Palermo lo vide mai, nessuno udì parlare di lui, e insomma l'ignoranza dei fatti suoi fu così grande, che molti avevano supposto fosse passato zitto zitto al mondo di là.
Il tempo aveva lasciato i suoi segni su don Eugenio: mancava da tanti anni, ed era naturalmente invecchiato, toccando ormai la sessantina; ma stranamente imbruttito, anche, e quasi irriconoscibile. Sul viso dimagrito ed emaciato il naso sembrava essersi allungato, come una tromba, una proboscide, un'appendice flessibile atta a frugare in mezzo al letame; la caduta dei denti, affossando la bocca, aveva contribuito anch'essa a quell'apparente crescenza che dava a tutto il viso un aspetto basso, ignobile e quasi animalesco. Il suo abbigliamento non era da meno: indosso, la sordidezza della camicia e dell'abito a coda, troppo lungo e troppo largo, con un panciotto che era stato bianco e l'untume del cappello che pareva sudasse dal troppo caldo, lo facevano prendere per un servitore di trattoria o per un bigliardiere di bisca; la gotta che gli tormentava i piedi lo costringeva ad un'andatura storta e strisciante.
La Circolare di un Nobile Decaduto: Visioni e Contraddizioni
Don Eugenio, in qualità di cultore di storici studi e amante delle patrie glorie, si appellava ai suoi pari con l'obiettivo di realizzare un'opera monumentale. Il progetto consisteva nell'istoria documentata dell'origini, sorte e vicende delle Nobili Famiglie Siciliane da' tempi più oscuri infino al giorno d'oggi: ben tre volumi, di cui il primo testo, il secondo alberi genealogici, il terzo stemmi. Un'uscita mensile di una dispensa, al prezzo di lire due, e un'associazione all'opera completa per lire cinquanta. La circolare conteneva un incentivo particolare: chi procurava sei sottoscrizioni avrebbe avuto diritto a pubblicare il proprio albero genealogico, un'offerta che mirava a stimolare l'orgoglio e la vanità delle famiglie nobiliari.
L'intento dichiarato era nobile: "consistente nell’istoria documentata dell’origini, sort’e vicende delle Nobili Famiglie Siciliane da’ tempi più oscuri infino al giorno d’oggi". Don Eugenio non nascondeva le sue credenziali, affermando di non volere far senza di porre qui bocca sulla scienza che delle araldiche discipline egli succhiò una col latte, sì come quelle che a discendente di non ultima, tra le sicole blasonate famiglie, famiglia, più convenissero. Egli asseriva che una bassa idea di guadagno non lo spronasse, not'essendo non averne egli uopo; non peroddimanco onde coprire in parte le pure e semplici spese, abbisognava dell'appoggio dei nobili.
Incontri Infruttuosi: L'Indifferenza Familiare e l'Avarizia
La sua prima visita fu per il capo della famiglia, ma, giunto dinanzi al portone del palazzo, vide con stupore che era chiuso, col solo sportello aperto. Datosi a conoscere come zio del padrone al nuovo portinaio che lo squadrava da capo a piedi, sentì rispondersi che non c'era nessuno: né il principe, né la principessa, né Consalvo: partiti tutti. Il signorino era in viaggio da quasi un anno, i padroni per togliere dal collegio la signorina e farle vedere un po' di mondo. L'incontro con Pasqualino Riso, il cocchiere, rivelò la verità: il signorino non poteva più stare in casa a cagione dell'urto continuo col padre, il principe era caduto ammalato e Consalvo doveva rimanere lontano per un po' a causa dei dissapori e dei diverbi. Il principe non voleva metter fuori quattrini, e il principino invece spendeva da signore. Perciò il signorino aveva firmato qualche cambialetta; e ogni volta che i creditori ne presentavano una al signor principe, pareva che gli pigliasse un accidente secco.
Don Eugenio cercò sostegno dal fratello, il monaco, presentandogli il suo manifesto e le venti firme di municipi, trenta di società, otto di biblioteche, affermando che l'affare era magnifico e il guadagno assicurato. Ma il monaco lo accolse con un "Perché sei tornato?" e un "Non voglio veder niente!" Quando don Eugenio ridusse la domanda da mille a ottocento e poi a cinquecento lire per coprire le spese iniziali di stampa, il monaco continuava a rispondere, cantilenando dall'impazienza: "Non le ho, non-ho-de-na-ri…".
Sperando di riuscir meglio con la sorella, il cavaliere andò a rinnovare il tentativo con donna Ferdinanda. Asciutta e verde come un aglio, la zitellona pareva sfidare il tempo, gli anni le passavano addosso senza mutarla: ne aveva oramai sessantadue e non ne mostrava più di cinquanta. Solo le mani le si coprivano di rughe e si spolpavano e s'irruvidivano a contar denari, come a lavorare il ferro od a zappar la terra. Anche lei aveva ricevuto la circolare dell'Araldo sicolo, ma si mostrò incredula e beffarda all'idea che lui stampasse un'opera, scoppiando in una di quelle sue rare risate che pungevano nel vivo. Una storia della nobiltà dopo il Mugnos e il Villabianca? Per ficcarci dentro gli arricchiti che si facevano dare del cavaliere e del marchese? La nobiltà autentica era tutta scritta nei libri antichi! Donna Ferdinanda non gli dava quartiere: guadagnare con la carta sporca? Per chi mai la carta sporca ha avuto valore, fuorché pei pizzicagnoli? E chi avrebbe comprato un libro di lui? Le firme? Le avevano poste per levarselo di torno!
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I Pilastri della Casata Uzeda: Un Ritratto Corale
La famiglia Uzeda è un microcosmo di ambizioni, frustrazioni e patologie, dove ogni membro lotta per la propria affermazione o sopravvivenza, spesso a scapito degli altri. La descrizione dei vari personaggi svela le molteplici sfaccettature di questo "sangue vecchio e corrotto".
Don Blasco: Dal Convento al Capitalismo
Don Blasco Uzeda, il monaco, incarna la trasformazione e l'opportunismo in seno alla nobiltà. Il monaco pareva sul punto di scoppiare: il pancione gli s'era imbottito di lardo e la testa ingrossata; il mento si confondeva con la massa gelatinosa del collo. Inizialmente, Don Blasco è ritratto come un uomo di chiesa immerso nella tradizione, distante dagli affari mondani, che risponde con indifferenza e quasi fastidio alla richiesta di aiuto del fratello Don Eugenio. Tuttavia, l'arrivo dei tempi nuovi, con lo sbarco dei Mille in Sicilia, offre nuove opportunità anche a chi era chiuso tra le mura di un convento. Nel 1867, con la soppressione del convento di San Nicola, Blasco non esita a investire le ricchezze sottratte all'istituzione in buoni del tesoro e in terreni già appartenuti al convento stesso. Per convenienza si converte al liberalismo e diventa sostenitore del nuovo Stato, fino a festeggiare per strada la presa di Roma. La sua figura diviene simbolo di come la vecchia aristocrazia, anche quella ecclesiastica, si adatti cinicamente al nuovo ordine per mantenere o accrescere il proprio potere economico. Il priore non ne fiatò con don Blasco, ma riferì ogni cosa all'Abate, perché questi ne tenesse parola con qualcuno degli amici del monaco. Don Blasco aveva il sogno della sua giovinezza: aver del suo, essere capitalista, non si curava né di lui né degli altri. Don Blasco studiava il modo di batter moneta.
Donna Ferdinanda: La "Zitellona" e il Culto dell'Araldica
Donna Ferdinanda Uzeda, la "zitellona", è una figura che sfida il tempo, ma non le sue fissazioni. Rimasta nubile per volere della famiglia, riesce da sola attraverso l'usura ad accumulare un cospicuo patrimonio. Gretta e ignorante, ha una viscerale passione per l'araldica e per la storia della sua famiglia, considerandola un punto di riferimento immutabile. Le sue posizioni politiche, vicine ai Borboni e ostili al nuovo assetto istituzionale portato dall'unità d'Italia, resteranno immutate per tutto il romanzo. La sua resistenza al cambiamento si manifesta anche nel suo aspetto, quasi immutato: ne aveva oramai sessantadue e non ne mostrava più di cinquanta. Solo le mani le si coprivano di rughe e si spolpavano e s'irruvidivano a contar denari, come a lavorare il ferro od a zappar la terra. Ella incarna la conservazione ostinata delle tradizioni e dei valori di un'aristocrazia che si rifiuta di accettare la propria decadenza, pur sfruttando i mezzi più "borghesi" come l'usura per mantenere il proprio status. La sua opposizione al progetto editoriale di Don Eugenio e al matrimonio di Lucrezia con Giulente sono esempi della sua intransigenza.
Don Giacomo: Il Principe Amaro e le Lotte Ereditarie
Don Giacomo Uzeda, principe di Francalanza, è il primogenito maschio della principessa Teresa e del principe Consalvo VII. Egli è odiato dalla madre, che gli preferisce il fratello più giovane Raimondo. Avido, aggressivo e superstizioso, dopo la morte della madre, pur essendo il primogenito, è costretto a dividere l'eredità col fratello Raimondo. Si adopera poi, con pretesti e raggiri, per appropriarsi dei beni andati ai fratelli. Gravemente malato e in pessimi rapporti con Consalvo, il suo figlio maggiore, lo disereda poco prima di morire, ma questo non ostacola i progetti del giovane. Il signor principe non voleva metter fuori quattrini, e il principino invece spendeva da signore. Il suo carattere avaro e rancoroso è un tratto distintivo degli Uzeda, che mostra come l'avidità possa corrodere anche i legami familiari più stretti.
Donna Lucrezia: Amori Proibiti e Disprezzo Matrimoniale
Donna Lucrezia Uzeda, figlia della principessa Teresa, rappresenta un esempio di ribellione destinata a spegnersi nella delusione. S'invaghisce del giovane avvocato liberale Benedetto Giulente e lo sposa dopo la morte della madre, nonostante i familiari cerchino di dissuaderla perché il pretendente non è nobile e oltretutto le nozze comportano esborsi economici che il fratello Giacomo rifiuta di sostenere. Dopo il matrimonio, in mancanza di eredi, i rapporti tra i coniugi si guastano ed ella lo critica e lo disprezza apertamente. "Guardiamo la zia Lucrezia che, viceversa, fece pazzie per sposare Giulente, poi lo disprezzò come un servo, e adesso è tutta una cosa con lui, fino al punto di far la guerra a me e di spingerlo al ridicolo del fiasco elettorale!" Lucrezia incarna il fallimento delle aspirazioni individuali all'interno di una famiglia opprimente, e il suo progressivo conformarsi ai valori che aveva un tempo rifiutato. La sua rabbia aveva un bersaglio più vicino e più diretto nella nipote Lucrezia. Questa vipera osava ancora pensare a quella carogna! Furono quelli i giorni più tremendi per Lucrezia. Erano tutti scatenati contro di lei: o non le rivolgevano la parola, o la colmavano d’improperii; donna Ferdinanda l’afferrava pel braccio dandole pizzicotti che portavano via la pelle; don Blasco un giorno per miracolo non se la mise sotto. Pallida e muta, ella lasciava passare la tempesta, chinava gli occhi, non piangeva, pareva non sentisse neppur dolore, quasi fosse fatta di marmo.
Don Gaspare: Il Duca Opportunista e la Sfera Politica
Don Gaspare Uzeda, duca d'Oragua, cognato della principessa, è un abile politico che naviga tra le correnti della storia con opportunismo. Inizialmente borbonico, fiutando il rivolgimento dell'assetto politico che si sta profilando, sposa senza esitazioni la causa dei liberali e da questi si fa sostenere nella sua carriera politica. Eletto deputato nel parlamento del nuovo Stato unitario, pur non essendo in grado di sostenere neanche un discorso in pubblico, si barcamenerà per anni tra la destra e la sinistra storica, fino a diventare senatore. Don Gaspare è il simbolo dell'aristocrazia che, pur di mantenere il potere, è disposta a cambiare bandiera e ideologia, dimostrando una notevole capacità di adattamento e dissimulazione. La sua figura è essenziale per comprendere come i vecchi poteri si siano infiltrati nelle nuove istituzioni del Regno d'Italia. "Con lo sbarco dei Mille in Sicilia, lo zio Gaspare si rende popolare presso i rivoluzionari." Il duca vuole esser deputato, e il giovanotto sostiene la sua elezione scrivendo nell’Italia risorta, e discorrendo ogni sera al Circolo Nazionale in favore di lui, perché ha già preso la laurea d’avvocato.
Raimondo e Matilde: Un Matrimonio Sfortunato e le Sue Conseguenze
Raimondo Uzeda, preferito dalla madre Giacomo, è protagonista di un matrimonio infelice. Abbandona la moglie Matilde, e grazie all'influenza della famiglia Uzeda, ottengono l'annullamento del suo matrimonio e di quello di donna Isabella, che Raimondo sposa subito dopo. Matilde Palmi, figlia del barone Palmi di Milazzo, viene costretta dalla principessa Teresa a sposare Raimondo perché vede in Matilde una donna debole e insulsa che il figlio non potrà mai amare quanto sua madre. Sinceramente desiderosa di serenità familiare e di evitare conflitti, soffre intensamente per la trascuratezza e i tradimenti del marito, e per il disprezzo che gli Uzeda le riservano. La storia di Raimondo e Matilde illustra la brutalità dei matrimoni combinati per interessi di casata e le conseguenze devastanti sulla felicità individuale.
Teresina e Giovannino: Un Amore Ostacolato e Tragico
Teresina Uzeda, secondogenita di Giacomo, umile e rispettosa, bellissima e profondamente religiosa, è soggiogata dalla figura autoritaria del padre. Si lascia indurre a sposare il rozzo cugino Michele Radalì, invece che il fratello minore di lui, Giovannino, di cui è innamorata. Giovannino Radalì, cugino di Consalvo e compagno di monastero con lui, s'innamora di Teresina ma non si oppone quando le due famiglie decidono che ella debba sposare il rozzo fratello maggiore Michele. Ma l'amore tra i due si risveglia e la sua impossibilità porta Giovannino al suicidio. "Guardiamo, in un altro senso, la stessa Teresa. Per obbedienza filiale, per farsi dar della santa, sposò chi non amava, affrettò la pazzia ed il suicidio del povero Giovannino; e adesso va ad inginocchiarsi tutti i giorni nella cappella della Beata Ximena, dove arde la lampada accesa per la salute del povero cugino!" Il loro è un destino tragico, simbolo delle vittime sacrificali sull'altare delle convenienze familiari e dell'onnipotenza del "sangue".
Baldassarre Crimi: Il Figlio Illegittimo e il Servizio alla Casata
Baldassarre Crimi, figlio illegittimo di Consalvo VII, è il "maestro di casa" degli Uzeda per decenni. La sua figura, pur essendo di umili origini, è integrata nella struttura della famiglia, servendola con devozione. Lascia improvvisamente l'incarico dopo il matrimonio tra Teresina e Michele Radalì, un gesto che potrebbe simboleggiare un punto di rottura o una presa di coscienza rispetto alle dinamiche disfunzionali della casata. La sua presenza sottolinea la complessità dei legami, anche non ufficiali, che si intrecciano attorno alla nobiltà.
Consalvo Uzeda: L'Erede Ribelle e l'Ascesa Politica

Consalvo Uzeda, figlio del principe Giacomo XIV e della principessa Margherita, è forse il personaggio che meglio incarna la transizione e l'adattamento della nobiltà alla nuova Italia. In gioventù vizioso e arrogante, dopo un viaggio sul continente e all'estero cambia vita e decide di intraprendere la carriera politica. Sfruttando il prestigio familiare, l'abilità oratoria e la demagogia diviene assessore e sindaco di Catania, fino a ottenere l'elezione a deputato.
Dalla Vita Sregolata all'Ambizione Politica
Consalvo, come altri membri della sua famiglia, viene mandato a studiare al ricco convento di San Nicola. Tuttavia, questo non gli impedisce di condurre una vita sregolata. I rapporti tra lui e il padre peggiorano a tal punto che il signorino non poteva più stare in casa, almeno per un certo tempo, a cagione dell'urto continuo col padre. I suoi eccessi finanziari lo portano a firmare cambialette, mettendo in crisi l'avarizia paterna. Il principe lo tiene a corto di quattrini, non comprendendo che un giovanotto come il principino di Mirabella aveva bisogno di tante cose, doveva, per necessità, far tante spese! Dopo un periodo di assenza, Consalvo riappare con una nuova determinazione. È dominato dalle vicende sue e di Teresa, figli di Giacomo.
I Conflitti con la Famiglia e l'Affermazione Individuale
Nonostante i dissapori, il principino Consalvo non è senza ragioni. Il padre lo accusa di non interessarsi alle faccende dell'amministrazione e di trattar male la madrigna. Ma, come sottolinea il cocchiere Pasqualino, il signor principe non voleva mettere fuori quattrini, e il principino invece spendeva da signore. Il principe dice che il signorino non vuol bene alla principessa come una madre; questo è vero: madre però ce n'è una sola. La madrigna, basta che la rispetti; e rispettarla, la rispetta.
Giacomo, gravemente malato e in pessimi rapporti con Consalvo, lo disereda poco prima di morire, ma questo non ostacola i progetti del giovane. Anzi, la determinazione di Consalvo gli permette di superare gli ostacoli familiari e di affermarsi nel nuovo scenario politico. "Consalvo non era poi senza ragioni, e che… e che… s'erano placati." Consalvo non era stato senza ragioni, e non si poteva dire che s'affliggesse tanto da farne una malattia, ma neanche lui doveva ingrassare a furia di dissapori e di diverbi; il meglio perciò era che se ne stesse un pezzo lontano… La sua ascesa politica, aiutato dalle sue doti di oratore e dall'influenza dello zio Gaspare, dimostra come la capacità di adattamento e l'astuzia possano prevalere anche in un contesto di profonda crisi aristocratica. Il suo percorso rappresenta l'evoluzione della famiglia Uzeda, da una nobiltà feudale a una classe dirigente borghese e politica.
Il Dramma di Donna Chiara: Speranza, Deformità e Sterilità

Il dramma di Donna Chiara Uzeda è uno degli episodi più toccanti e simbolici del romanzo, rivelando la corruzione intrinseca del "sangue" degli Uzeda e la frustrazione delle aspirazioni più intime.
Le Nozze Imposte e il Desiderio di Maternità
Donna Chiara, figlia della principessa, è costretta dalla madre a sposare il marchese Federico di Villardita, un matrimonio gradito alla principessa perché il marchese, già ricco di suo, rinuncia alla dote. Le nozze, come molte all'interno della famiglia Uzeda, sono dettate da considerazioni economiche e di prestigio, piuttosto che da amore. Nonostante ciò, Chiara nutre un ardente desiderio di maternità, un anelito profondo che si scontra con la realtà crudele del suo destino. "L'ardente desiderio di maternità viene frustrato". "Guardiamo la zia Chiara, prima capace di morire piuttosto che di sposare il marchese, poi un'anima in due corpi con lui, poi in guerra ad oltranza." In questo passaggio si coglie la sua iniziale riluttanza, seguita da un apparente adattamento, che però sfocia in un conflitto costante.
La Nascita del Feto Mostruoso: Un Simbolo di Corruzione
Dopo una lunga attesa, Chiara, finalmente incinta, partorisce un feto mostruoso che muore subito. Questo evento non è solo una tragedia personale per Chiara, ma assume un significato simbolico potentissimo nel contesto del romanzo. Il feto deforme e mostruoso rappresenta la decadenza genetica e morale della famiglia Uzeda, il risultato di quel "sangue vecchio e corrotto" alimentato da secoli di endogamia e vizi. È una manifestazione fisica della corruzione interiore che affligge la casata, una maledizione che si materializza nel corpo innocente del nascituro. La nascita del feto mostruoso sottolinea l'idea di una stirpe condannata, incapace di generare vita sana e pura."Chiara, finalmente incinta dopo lunga attesa, partorisce un feto mostruoso che muore subito." Questa frase condensa la tragicità e l'ineluttabilità del destino di Chiara e, più in generale, della famiglia.
Le Implicazioni della Sterilità
In seguito alla tragica esperienza del parto, Chiara è colpita da una malattia uterina che la rende sterile. Questa condizione aggrava ulteriormente la sua frustrazione e il suo senso di inadeguatezza. La sterilità non solo le nega la possibilità di avere altri figli, ma la condanna a un ruolo marginale all'interno della famiglia, in cui la procreazione e la continuazione della stirpe sono valori centrali. Il suo ardente desiderio di maternità viene così doppiamente frustrato, prima dalla deformità del figlio nato morto e poi dall'impossibilità fisica di concepire ancora. La storia di Chiara è una delle più emblematiche della sofferenza individuale causata dalle dinamiche oppressive e corrotte della famiglia Uzeda, un'esistenza segnata da un dolore profondo e irrimediabile. Le sue vicende riflettono il tema più ampio della sterilità non solo fisica, ma anche morale e produttiva della nobiltà siciliana ritratta nel romanzo.
La Corruzione del Sangue e le Dinamiche Interna degli Uzeda
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La famiglia Uzeda è intrinsecamente definita da un "sangue vecchio e corrotto", un concetto che permea l'intera narrazione de "I Viceré" e spiega molte delle sue dinamiche interne.
Matrimoni Consanguinei e la Monomania Ereditaria
La frequenza dei matrimoni tra consanguinei all'interno della famiglia Uzeda è un elemento cruciale che contribuisce alla corruzione del loro "sangue". Questi legami endogamici non solo aggravano eventuali predisposizioni genetiche, ma simbolizzano anche l'isolamento della casata, la sua chiusura verso l'esterno e la sua ossessione per la purezza della stirpe, che paradossalmente porta alla sua degenerazione. Ogni componente della famiglia è affetto da una "diversa patologica monomania", una fissazione ossessiva che li rende quasi caricaturali, ma al contempo tragici. Queste monomanie - l'avarizia di Giacomo, l'araldica di Ferdinanda, la sete di potere di Blasco e Gaspare, la volubilità di Chiara - sono manifestazioni individuali di una più profonda malattia collettiva che affligge il "sangue" Uzeda.
L'Avidità e la Lotta per il Potere
L'avidità e la sete di potere sono i motori principali che muovono i personaggi degli Uzeda. Mentre in famiglia sorgono contrasti sulla divisione dell'eredità, ogni membro cerca di ottenere il massimo vantaggio personale, spesso a scapito dei propri parenti più stretti. Don Giacomo, ad esempio, dopo la morte della madre, si adopera con pretesti e raggiri per appropriarsi dei beni andati ai fratelli, mostrando una spietatezza che non conosce legami di sangue. Allo stesso modo, Don Blasco sfrutta la soppressione dei conventi per arricchirsi, e Don Gaspare si allea con i liberali per assicurarsi una carriera politica. Queste lotte intestine, fatte di meschinità e odi reciproci, sono il sintomo di una morale deteriorata, in cui l'interesse personale prevale su ogni altro valore.
I Meccanismi di Controllo e la Sofferenza Individuale
All'interno della famiglia Uzeda, i meccanismi di controllo sono pervasivi e spesso brutali. La principessa Teresa, dopo la prematura morte del marito, si dedica da sola all'amministrazione del patrimonio familiare, esercitando sui figli e sui parenti un potere tirannico. È lei che impone a Chiara di sposare il marchese Federico, che costringe Raimondo a sposare Matilde Palmi, e che in generale manovra le vite dei suoi figli per il bene, o per gli interessi, della casata. Questo controllo soffoca le individualità e genera profonda sofferenza. Lucrezia, che fa pazzie per sposare Giulente, finisce per disprezzarlo, mentre Teresina, per obbedienza filiale, sposa chi non ama, portando al suicidio del suo vero amore, Giovannino. Questi esempi mostrano come la logica della famiglia, dominata da avidità e potere, distrugga la felicità individuale e la genuinità dei sentimenti. La frase "La mia famiglia m'ha fatto un tradimento" pronunciata da un personaggio, sintetizza il senso di profonda delusione e tradimento che molti Uzeda vivono a causa delle imposizioni familiari.
Il Contesto Storico-Politico: La Sicilia nell'Unità d'Italia

"I Viceré" non è solo un romanzo familiare, ma anche un profondo affresco storico della Sicilia durante il Risorgimento e i primi anni dell'Unità d'Italia. Il romanzo offre uno spaccato della società siciliana alle prese con un cambiamento epocale.
La Rivoluzione e l'Adattamento dei Nobili
Lo sbarco dei Mille in Sicilia segna l'inizio di una nuova era e costringe l'aristocrazia a confrontarsi con forze nuove e imprevedibili. Alcuni Uzeda, come Don Gaspare, duca d'Oragua, dimostrano un notevole opportunismo. Inizialmente borbonico, fiutando il rivolgimento dell'assetto politico che si sta profilando, sposa senza esitazioni la causa dei liberali e da questi si fa sostenere nella sua carriera politica. Egli si rende popolare presso i rivoluzionari, e il giovane avvocato Benedetto Giulente sostiene la sua elezione scrivendo nell'Italia risorta e discorrendo ogni sera al Circolo Nazionale in favore di lui. Il comportamento di Gaspare è emblematico di come una parte della nobiltà cerchi di riciclarsi nel nuovo ordine, abbandonando le vecchie fedeltà pur di conservare privilegi e potere. L'atteggiamento dei popolani e degli operai che, pur non godendo del voto, trascinano con sé i votanti, mostra il fermento delle classi subalterne.
Le Elezioni e la Nuova Borghesia
Le elezioni sono un momento cruciale che svela le nuove dinamiche politiche. La gran maggioranza del collegio è per il duca e nel coro degli adepti le voci discordi rimangono soffocate. I più infervorati sono i popolani, gli operai, la Guardia nazionale, la gente spicciola che non godeva del voto, ma trascinava con sé i votanti. Il romanzo dipinge un quadro di intrighi, manipolazioni e compromessi. Benedetto Giulente, marito di Lucrezia, avvocato liberale e combattente coi garibaldini, aspira al posto di deputato, ma anche per sua imperizia non riuscirà mai nel suo intento. Successivamente sarà Consalvo a prendere il posto tanto ambito dall'avvocato. Questo passaggio di consegne evidenzia l'emergere di una nuova classe politica, spesso composta da individui capaci di sfruttare al meglio le nuove regole del gioco. L'articolo di fondo di Benedetto sull'Italia risorta, dove si parla di "intemerato patriottismo" e "cospicuità della posizione sociale", riflette l'ideologia del tempo, che cercava di legittimare il potere attraverso nuovi criteri.
L'Impatto delle Riforme Post-Unità
Le riforme introdotte dal nuovo Stato unitario, come la soppressione dei conventi, hanno un impatto diretto sulla vita degli Uzeda. Don Blasco ne approfitta investendo le ricchezze sottratte al convento in buoni del tesoro e in terreni, dimostrando la sua capacità di adattamento e la sua trasformazione da uomo di chiesa a capitalista. La presa di Roma e le celebrazioni per questo evento vedono Blasco festeggiare per strada, a dimostrazione della sua piena adesione, seppur opportunistica, al nuovo regime. Le difficoltà economiche e la rapacità del fisco, di cui si lamenta il principe, evidenziano le nuove sfide che la vecchia nobiltà deve affrontare in un'economia in trasformazione. Il romanzo mette in luce le resistenze, gli adattamenti e le trasformazioni di una società siciliana complessa e stratificata, dove le ambizioni personali si intrecciano con i grandi eventi della storia.
Genesi e Fortuna Critica de "I Viceré"
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La creazione de "I Viceré" è il frutto di un meticoloso lavoro autoriale, e la sua ricezione iniziale riflette le dinamiche culturali e letterarie dell'epoca.
Il Lavoro di Federico De Roberto: Stesura e Revisione
La stesura del romanzo, iniziata a Catania nel settembre 1891, fu lunga e difficoltosa, e fu completata nel novembre 1892. De Roberto sottopose poi il testo a un lungo lavoro di revisione, terminato verso la fine del 1893. Questa cura nella redazione testimonia l'impegno dell'autore nel voler creare un'opera di grande respiro e precisione, in linea con i canoni del verismo e del naturalismo che miravano a un'osservazione scientifica della realtà. La ricerca storica e genealogica, evidente anche nella circolare di Don Eugenio, fu un elemento fondamentale nella costruzione del mondo romanzesco degli Uzeda.
Naturalismo, Verismo e Influenze Europee
Il romanzo si inserisce pienamente nel contesto del naturalismo e del verismo, correnti letterarie che guardavano con interesse alle teorie scientifiche e filosofiche del tempo. L'influenza di Darwin, con il suo "Origin of Species" del 1859, e la teoria di Taine su "race, le moment et le milieu", insieme ai programmi dottrinari di Émile Zola, stavano permeando il clima intellettuale in Italia. De Roberto applica questi principi alla sua narrazione, analizzando la "razza" Uzeda con un rigore quasi scientifico, esplorando come le caratteristiche ereditarie e l'ambiente plasmino il destino dei personaggi. La "razza e il sangue vecchio e corrotto", dovuto anche ai numerosi matrimoni tra consanguinei, diventa la chiave di lettura della decadenza e delle monomanie della famiglia. Il romanzo è un'analisi cruda e disincantata delle forze che agiscono sulla società e sull'individuo.
La Ricezione Iniziale e il Tono Pessimistico
Quando "I Viceré" uscì non ebbe fortuna perché il naturalismo stava ormai declinando e iniziava ad affermarsi la reazione spiritualistica di D'Annunzio, Fogazzaro, Pascoli. Inoltre, il tono troppo pessimistico e la forma poco elegante non potevano più essere apprezzati in un momento in cui trionfavano il nazionalismo ed il formalismo. Questo giudizio, espresso da critici e lettori dell'epoca, evidenzia un disallineamento tra l'opera di De Roberto e i gusti letterari prevalenti. Il pessimismo radicale del romanzo, la sua rappresentazione impietosa di una nobiltà corrotta e di un'Italia unita ma piena di contraddizioni, non era in sintonia con l'ottimismo nazionalista e le tendenze più idealistiche della letteratura del tempo. Nonostante l'iniziale fredda accoglienza, l'opera è stata successivamente rivalutata come uno dei massimi capolavori della letteratura italiana, un ritratto lucido e potente di un'epoca e di una classe sociale.