L’interruzione volontaria di gravidanza in Italia rappresenta uno dei capitoli più significativi, tormentati e complessi della storia dei diritti civili nel nostro Paese. Per comprendere appieno la portata delle battaglie condotte dai Radicali, è necessario guardare alle radici profonde di una legislazione che, per decenni, ha relegato la salute riproduttiva delle donne nell'ombra dell'illegalità.
Prima del 1978, l’interruzione volontaria di gravidanza era considerata reato dal codice penale italiano, che lo puniva con la reclusione da due a cinque anni, comminati sia all’esecutore dell’aborto che alla donna stessa. Il clima in cui si è vissuto fino agli anni sessanta era quello di una scontata immoralità dell’aborto volontario. Con la diffusione del femminismo e un cambiamento della sensibilità morale, la legge sull’aborto in Italia e la legislazione proibitiva fu radicalmente modificata, anche a fronte dell’elevatissimo numero di aborti illegali, che causavano spesso complicazioni gravi e un grande numero di morti.

Il ruolo propulsivo del Partito Radicale
Radicalmente non è un avverbio usato a caso: è con i Radicali e con la loro campagna referendaria che nel nostro Paese si solleva l’onda antiproibizionista. La figura di Giacinto Marco Pannella, leader storico del Partito radicale italiano, è centrale in questo percorso. Tra i più longevi attori della scena politica italiana, negli ultimi cinque decenni ha abbracciato, e vissuto da protagonista, praticamente tutte le battaglie civili combattute nel nostro paese: da quelle per il divorzio e l’aborto degli anni sessanta e settanta, fino a quelle più recenti per la depenalizzazione delle droghe, contro l’accanimento terapeutico, per il diritto all’eutanasia, e in difesa dei diritti dei carcerati.
In tanti anni, le sue armi sono state sempre quelle della nonviolenza, e quindi la disobbedienza civile, i sit-in, la sua impressionante capacità retorica, e gli scioperi della sete e della fame, che ha continuato a fare fino all’ultimo. Nel 1975, ad esempio, si autodenunciavano alle autorità di polizia per aver praticato aborti, e venivano arrestati, il segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, la fondatrice del Centro d’Informazione sulla Sterilizzazione e sull’Aborto (CISA) Adele Faccio e la militante radicale Emma Bonino.
Verso il 1978: un percorso a tappe
Il 5 febbraio una delegazione comprendente Marco Pannella e Livio Zanetti, direttore de L’espresso, presentava alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo degli articoli del codice penale riguardanti i reati d’aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione. Dopo aver raccolto oltre 700.000 firme, il 15 aprile del 1976 veniva fissato il giorno per la consultazione referendaria, che però non ebbe seguito perché il presidente Leone fu costretto a sciogliere le Camere per la seconda volta.
Intanto, però, la Corte Costituzionale, con la storica sentenza n. 27 del 18 febbraio 1975 aveva consentito il ricorso all’IVG per motivi gravi motivando che non era accettabile porre sullo stesso piano la salute della donna e la salute dell’embrione o del feto. Per comprendere l’atmosfera dell’epoca si può leggere la lettera che sul tema Italo Calvino scrisse a Claudio Magris nel febbraio del 1975: «Nell’aborto chi viene massacrato, fisicamente e moralmente, è la donna; anche per un uomo cosciente ogni aborto è una prova morale che lascia il segno, ma certo qui la sorte della donna è in tali sproporzionate condizioni di disfavore in confronto a quella dell’uomo, che ogni uomo prima di parlare di queste cose deve mordersi la lingua tre volte».

L'approvazione della legge 194
Finalmente nel 1978 arrivava la legge 194, ovvero la legge sull’aborto, che da allora consente alla donna, nei casi previsti, di poter ricorrere alla IVG in una struttura pubblica. Tuttavia, il testo finale della 194 era considerato dai radicali troppo poco libertario. Le polemiche non si placarono: la legge ha sollevato critiche sia da parte cattolica, sia da quanti contestavano l’abuso del ricorso all’obiezione di coscienza, che la rende in alcuni contesti quasi impraticabile. Mentre non è possibile conoscere i dati certi sugli aborti prima dell’introduzione della 194, dopo la sua emanazione, dagli anni Ottanta a oggi, l’indice di abortività si è comunque più che dimezzato.
Il crocevia elettorale del 1979 e i referendum successivi
Le elezioni politiche del 1979 furono positive per il Partito Radicale, che passò dall'1,1 al 3,5% di consensi. Questo consolidamento permise di spingere nuovamente su istanze referendarie. Il quesito sull'abolizione del Tribunale Militare venne superato dal Parlamento. I quesiti sottoposti al voto popolare furono invece per l'abrogazione del fermo di polizia, dell'ergastolo, del porto d'armi e le due proposte sull'aborto. Venne anche proposta l'abrogazione della legge Cossiga, che era stata concepita per affrontare l'emergenza terrorismo in Italia negli anni settanta.
Per quanto riguarda l'aborto, i radicali tentarono di eliminare ogni restrizione. Il quarto quesito proponeva l'abrogazione di tutti i procedimenti, gli adempimenti e i controlli, di tipo amministrativo o anche giurisdizionale, riferiti all'interruzione volontaria della gravidanza, come pure tutte le sanzioni per l'inosservanza delle modalità configurate dalla legge 194 del 1978. Si chiedeva, in sostanza, di eliminare articoli come il 1, il 4, il 5, il 6, fino al 19 e il 22, per scardinare la struttura burocratica imposta alla scelta della donna.

Di segno opposto era il quinto quesito, sostenuto dal Movimento per la vita, volto all'abrogazione di ogni circostanza giustificativa ed ogni modalità dell'interruzione volontaria della gravidanza, come previsto dalla legge 194. Si trattava di una battaglia speculare che cercava di riportare il Paese verso un ritorno al proibizionismo totale.
I quesiti referendari nel dettaglio tecnico
La precisione dei quesiti radicali rifletteva la volontà di incidere chirurgicamente sul tessuto normativo. Si prenda ad esempio il terzo quesito, volto all'abolizione delle norme sulla concessione di porto d'arma da fuoco: «Volete voi l'abrogazione dell'art. 42, comma terzo, del regio decreto 18 giugno 1931?», dove il questore aveva facoltà di dare licenza per porto d'armi lunghe da fuoco e il prefetto di concedere licenza di portare rivoltelle.
Analogamente, l'attacco all'ergastolo era declinato in un quesito specifico: «Volete voi che siano abrogati gli articoli 17, comma primo n. 2 (l'ergastolo) e 22 del codice penale approvato con regio decreto 10 ottobre 1930?». Queste iniziative mostravano una visione organica della società in cui il controllo del corpo, la libertà personale e la limitazione del potere punitivo dello Stato erano visti come un unico fronte di difesa della democrazia.
50 ANNI FA IL REFERENDUM SUL DIVORZIO : una targa per ricordare - documentario di Claudio Bernieri
L'impatto dei referendum del 1981
Il 17-18 maggio 1981, l'Italia fu chiamata a pronunciarsi in una tornata referendaria che segnò un momento di altissima tensione politica. Il referendum popolare per l'abolizione della legge 194, promosso dal Movimento per la vita, ebbe esito negativo. La cittadinanza confermò sostanzialmente la tenuta della legge 194, nonostante le critiche che provenivano da fronti opposti: da una parte chi riteneva la legge un'intollerabile apertura morale, dall'altra chi, come i radicali, riteneva che la legge mantenesse ancora troppi filtri burocratici che ostacolavano l'esercizio effettivo del diritto.
La storia di queste battaglie dimostra come il Partito Radicale abbia operato sempre come una sentinella del diritto, utilizzando la legge e gli strumenti di partecipazione diretta per scardinare consuetudini ereditate da secoli di cultura patriarcale. Il coraggio dei militanti, spesso tradotto in autodenunce e scioperi della fame, ha permesso di rendere pubblico un dibattito che altrimenti sarebbe rimasto confinato nelle aule dei tribunali o nei segreti delle stanze private, portando finalmente il Paese verso una modernità normativa che, seppur imperfetta, rimane un pilastro delle libertà civili italiane.