Il Profondo Significato di "Invitare i Poveri alla Propria Culla": Un Appello alla Solidarietà Radicata nella Sapienza Antica e nella Fraternità Umana

Il concetto di "invitare i poveri alla propria culla" racchiude in sé un significato di accoglienza radicale e profonda, che va oltre la semplice carità o l'assistenza superficiale. Evoca l'immagine di un gesto che integra il più vulnerabile, il più bisognoso, nella sfera più intima e protetta della propria esistenza, come se lo si accogliesse all'inizio della propria vita stessa o nel cuore della propria famiglia. Questa metafora potente risuona con gli antichi insegnamenti che esortano a tendere la mano al povero, facendone non solo un oggetto di aiuto, ma un compagno di cammino, un riflesso della sacralità della vita.

La sapienza antica ha posto queste parole, come "Tendi la tua mano al povero" (cfr Sir 7,32), come un codice sacro da seguire nella vita. Esse risuonano oggi con tutta la loro carica di significato per aiutare anche noi a concentrare lo sguardo sull’essenziale e superare le barriere dell’indifferenza. La profondità di questo invito risiede nella capacità di vedere in ogni persona, specialmente quella più svantaggiata, un fratello o una sorella, un'estensione della propria umanità, meritevole di un'accoglienza che non è solo materiale, ma spirituale e integrale. È un invito a far sì che la loro condizione diventi parte della nostra stessa consapevolezza, fin dalle radici del nostro essere, fin dalla "culla" della nostra identità.

Le Radici della Sapienza: Il Siracide e la Fiducia Divina

Per comprendere appieno questo appello, è illuminante prendere tra le mani il Siracide, uno dei libri dell’Antico Testamento. Qui troviamo le parole di un maestro di saggezza vissuto circa duecento anni prima di Cristo. Egli andava in cerca della sapienza che rende gli uomini migliori e capaci di scrutare a fondo le vicende della vita. Lo faceva in un momento di dura prova per il popolo d’Israele, un tempo di dolore, lutto e miseria a causa del dominio di potenze straniere. Essendo un uomo di grande fede, radicato nelle tradizioni dei padri, il suo primo pensiero fu di rivolgersi a Dio per chiedere a Lui il dono della sapienza. Fin dalle prime pagine del libro, il Siracide espone i suoi consigli su molte concrete situazioni di vita, e la povertà è una di queste.

Egli insiste sul fatto che nel disagio bisogna avere fiducia in Dio: «Non ti smarrire nel tempo della prova. Stai unito a lui senza separartene, perché tu sia esaltato nei tuoi ultimi giorni. Accetta quanto ti capita e sii paziente nelle vicende dolorose, perché l’oro si prova con il fuoco e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore. Nelle malattie e nella povertà confida in lui. Affidati a lui ed egli ti aiuterà, raddrizza le tue vie e spera in lui.» Questo antico testo pone le basi per un atteggiamento di resilienza e fede, suggerendo che la prova e la povertà non sono solo ostacoli, ma occasioni per rafforzare il legame con il divino e per riscoprire l'essenziale. La fiducia in Dio, in questo contesto, non è passività, ma la radice di un agire consapevole e amorevole verso il prossimo. La sapienza che ne deriva guida l'uomo a superare l'attaccamento alla gloria umana, ai desideri di primeggiare nello studio, nella pietà, nella stima dei superiori o al semplice voler diventare uno studioso, uno specialista, un professore celebre, o essere un celebre predicatore per attrarre. Tutti questi sono aspetti che possono distogliere dall'essenziale, e il vero saggio si interroga: "Quali sono i più gravi ostacoli all'azione dello Spirito Santo in te? Li hai individuati? Sei sempre stato disposto a tutto perdere pur di toglierli?".

Manoscritto del Siracide

Inseparabilità tra Preghiera e Sollecitudine per il Prossimo

Pagina dopo pagina, scopriamo un prezioso compendio di suggerimenti sul modo di agire alla luce di un’intima relazione con Dio, creatore e amante del creato, giusto e provvidente verso tutti i suoi figli. Lo dimostra chiaramente il brano da cui è tratto il titolo di questo Messaggio (cfr 7,29-36). La preghiera a Dio e la solidarietà con i poveri e i sofferenti sono inseparabili. Per celebrare un culto che sia gradito al Signore, è necessario riconoscere che ogni persona, anche quella più indigente e disprezzata, porta impressa in sé l’immagine di Dio. Da tale attenzione deriva il dono della benedizione divina, attirata dalla generosità praticata nei confronti del povero. Pertanto, il tempo da dedicare alla preghiera non può mai diventare un alibi per trascurare il prossimo in difficoltà. Questa inseparabilità sottolinea come la spiritualità autentica non possa prescindere dall'azione concreta, e come la vera devozione si manifesti nel prendersi cura dei più vulnerabili. L'amore verso Dio e l'amore verso il prossimo sono due facce della stessa medaglia, un circolo virtuoso in cui l'uno alimenta l'altro, rendendo la fede viva e operosa.

L'Attualità di un Insegnamento Millenario

Quanto è attuale questo antico insegnamento anche per noi! Infatti la Parola di Dio oltrepassa lo spazio, il tempo, le religioni e le culture. La generosità che sostiene il debole, consola l’afflitto, lenisce le sofferenze, restituisce dignità a chi ne è privato, è condizione di una vita pienamente umana. La scelta di dedicare attenzione ai poveri, ai loro tanti e diversi bisogni, non può essere condizionata dal tempo a disposizione o da interessi privati, né da progetti pastorali o sociali disincarnati.

Tenere lo sguardo rivolto al povero è difficile, ma quanto mai necessario per imprimere alla nostra vita personale e sociale la giusta direzione. Non si tratta di spendere tante parole, ma piuttosto di impegnare concretamente la vita, mossi dalla carità divina. Questo significa trasformare i principi etici in azioni quotidiane, superando l'indifferenza che spesso pervade le nostre società. Significa interrogarsi costantemente sul proprio egoismo, su sentimenti di invidia verso gli altri, o sulle difficoltà ad avvicinarsi a chi è diverso o meno fortunato. Significa vincere la propria timidezza e cercare di mantenere una conversazione cordiale, affabile e seria con tutti, salutando per primi. È un richiamo a domandarsi: "Hai sempre dato o prestato, quando potevi? Hai aiutato? Verso quali cose sei più affezionato?" e a riflettere sul desiderio di spogliarsi di tutto, anche materialmente, come nel caso dei libri, riconoscendo che "le anime non si salvano coi libri, ma con la santità". È un invito a farsi poveri del tutto, seguendo lo stimolo a spogliarsi di ogni attaccamento, rispettando la roba degli altri e la propria con distacco evangelico.

La Comunità e l'Incontro con la Povertà Spirituale e Materiale

Sempre l’incontro con una persona in condizione di povertà ci provoca e ci interroga. Come possiamo contribuire ad eliminare o almeno alleviare la sua emarginazione e la sua sofferenza? Come possiamo aiutarla nella sua povertà spirituale? La comunità cristiana è chiamata a coinvolgersi in questa esperienza di condivisione, nella consapevolezza che non le è lecito delegarla ad altri. E per essere di sostegno ai poveri è fondamentale vivere la povertà evangelica in prima persona.

Non possiamo sentirci “a posto” quando un membro della famiglia umana è relegato nelle retrovie e diventa un’ombra. È vero, la Chiesa non ha soluzioni complessive da proporre, ma offre, con la grazia di Cristo, la sua testimonianza e gesti di condivisione. Essa, inoltre, si sente in dovere di presentare le istanze di quanti non hanno il necessario per vivere. Questo impegno collettivo si estende anche all'attenzione per i giovani in situazioni difficili. Come sottolineato in un discorso rivolto a "carissimi amici" in un contesto di accoglienza, "siamo qui, perché… vi vogliamo bene. Ma se non ci siamo mai visti? Non importa! Prima perché siete giovani, e per noi un giovane è sempre un caro amico. Voi avete il dono incantevole della giovinezza: siete tutti dei ragazzi meravigliosi e simpatici. Come sarebbe possibile non volervi bene?". Questo amore si estende a riconoscere che per alcuni "la vita è stata dura con voi. Oh, noi vi comprendiamo: non è stata tutta colpa vostra. Noi al vostro posto avremmo fatto molto peggio." In questo contesto, si presenta un atto di "doverosa riparazione": "siamo a chiedervi scusa a nome di tutti coloro che vi hanno fatto del male, che non vi hanno amato come voi meritavate." È un impegno a "aiutare e amare tutti i ragazzi come voi che potremo avvicinare; li aiuteremo e proteggeremo contro le imboscate, le insidie e i mali passi, affinché non debbano poi scontare la pena di colpe di cui non sono essi i maggiori responsabili." Questo è un esempio lampante di come l'invito a "invitare i poveri alla propria culla" si traduca in azioni concrete di cura, protezione e riabilitazione, partendo dalla consapevolezza delle ingiustizie subite.

Il Potere Trasformativo del Gesto di Tendere la Mano

Tendare la mano fa scoprire, prima di tutto a chi lo fa, che dentro di noi esiste la capacità di compiere gesti che danno senso alla vita. Quante mani tese si vedono ogni giorno! Purtroppo, accade sempre più spesso che la fretta trascina in un vortice di indifferenza, al punto che non si sa più riconoscere il tanto bene che quotidianamente viene compiuto nel silenzio e con grande generosità. Accade così che, solo quando succedono fatti che sconvolgono il corso della nostra vita, gli occhi diventano capaci di scorgere la bontà dei santi “della porta accanto”, «di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 7), ma di cui nessuno parla. Le cattive notizie abbondano sulle pagine dei giornali, nei siti internet e sugli schermi televisivi, tanto da far pensare che il male regni sovrano. Non è così. L'atto di tendere la mano è un segno visibile di speranza e un'affermazione della bontà intrinseca nell'animo umano, spesso oscurata dalla negatività mediatica.

Mani che si stringono

Le Mani Tese in Tempo di Crisi: La Lezione della Pandemia

Tendare la mano è un segno: un segno che richiama immediatamente alla prossimità, alla solidarietà, all’amore. In questi mesi, nei quali il mondo intero è stato come sopraffatto da un virus che ha portato dolore e morte, sconforto e smarrimento, quante mani tese abbiamo potuto vedere! La mano tesa del medico che si preoccupa di ogni paziente cercando di trovare il rimedio giusto. La mano tesa dell’infermiera e dell’infermiere che, ben oltre i loro orari di lavoro, rimangono ad accudire i malati. La mano tesa di chi lavora nell’amministrazione e procura i mezzi per salvare quante più vite possibile. La mano tesa del farmacista esposto a tante richieste in un rischioso contatto con la gente. La mano tesa del sacerdote che benedice con lo strazio nel cuore. La mano tesa del volontario che soccorre chi vive per strada e quanti, pur avendo un tetto, non hanno da mangiare. La mano tesa di uomini e donne che lavorano per offrire servizi essenziali e sicurezza. E altre mani tese potremmo ancora descrivere fino a comporre una litania di opere di bene.

Questa pandemia è giunta all’improvviso e ci ha colto impreparati, lasciando un grande senso di disorientamento e impotenza. La mano tesa verso il povero, tuttavia, non è giunta improvvisa. Essa, piuttosto, offre la testimonianza di come ci si prepara a riconoscere il povero per sostenerlo nel tempo della necessità. Non ci si improvvisa strumenti di misericordia. Questo momento che stiamo vivendo ha messo in crisi tante certezze. Ci sentiamo più poveri e più deboli perché abbiamo sperimentato il senso del limite e la restrizione della libertà. La perdita del lavoro, degli affetti più cari, come la mancanza delle consuete relazioni interpersonali hanno di colpo spalancato orizzonti che non eravamo più abituati a osservare. Le nostre ricchezze spirituali e materiali sono state messe in discussione e abbiamo scoperto di avere paura. Chiusi nel silenzio delle nostre case, abbiamo riscoperto quanto sia importante la semplicità e il tenere gli occhi fissi sull’essenziale. Abbiamo maturato l’esigenza di una nuova fraternità, capace di aiuto reciproco e di stima vicendevole. Questo è un tempo favorevole per «sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo […]. Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà […]. Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi, provoca il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce lo sviluppo di una vera cultura della cura dell’ambiente» (Lett. enc. Laudato si’, 229).

"Tendi la Mano al Povero": Un Impegno di Responsabilità Etica e Sociale

“Tendi la mano al povero”, dunque, è un invito alla responsabilità come impegno diretto di chiunque si sente partecipe della stessa sorte. È un incitamento a farsi carico dei pesi dei più deboli, come ricorda San Paolo: «Mediante l’amore siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso. […] Portate i pesi gli uni degli altri» (Gal 5,13-14; 6,2). L’Apostolo insegna che la libertà che ci è stata donata con la morte e risurrezione di Gesù Cristo è per ciascuno di noi una responsabilità per mettersi al servizio degli altri, soprattutto dei più deboli.

Il libro del Siracide ritorna in nostro aiuto: suggerisce azioni concrete per sostenere i più deboli e usa anche alcune immagini suggestive. Dapprima prende in considerazione la debolezza di quanti sono tristi: «Non evitare coloro che piangono» (7,34). Il periodo della pandemia ci ha costretti a un forzato isolamento, impedendoci perfino di poter consolare e stare vicino ad amici e conoscenti afflitti per la perdita dei loro cari. E ancora afferma l’autore sacro: «Non esitare a visitare un malato» (7,35). Abbiamo sperimentato l’impossibilità di stare accanto a chi soffre, e al tempo stesso abbiamo preso coscienza della fragilità della nostra esistenza.

Questo impegno di responsabilità si estende anche a fornire speranza e un nuovo inizio. Come in un momento di incontro con giovani, si sottolineava che "il vostro passato fu molto triste, abbiate fiducia, il vostro avvenire può essere molto sereno e lieto. Si può sempre ricominciare. Qualunque cosa sia capitata, non vi è nulla di irreparabile." Questo messaggio, simile a quello del generale Desain a Marengo che, avendo perso la battaglia, radunò il suo stato maggiore, rincuorò gli ufficiali dicendo: "sono le sei. Prima di notte, c'è ancora tempo di vincere". Questo spirito di non arrendersi e di credere nella possibilità di un nuovo inizio è fondamentale. "Un giovane senza fiducia è una macchina senza benzina!" - o, come detto con altra immagine suggestiva, "non sei un rottame, ma un materiale da ricupero". La fiducia in Dio, nella vita e negli educatori è la ricetta per la vera allegria e per il successo nella vita: "la pace della coscienza, è l'amicizia con Gesù". È Lui che "vi aspetta, per fare pasqua con voi, per ridarvi la sua amicizia nella confessione pasquale. Fatene la prova."

Il Contrasto Sconfortante: Mani in Tasca e Globalizzazione dell'Indifferenza

“Tendi la mano al povero” fa risaltare, per contrasto, l’atteggiamento di quanti tengono le mani in tasca e non si lasciano commuovere dalla povertà, di cui spesso sono anch’essi complici. L’indifferenza e il cinismo sono il loro cibo quotidiano. Che differenza rispetto alle mani generose che abbiamo descritto! Ci sono, infatti, mani tese per sfiorare velocemente la tastiera di un computer e spostare somme di denaro da una parte all’altra del mondo, decretando la ricchezza di ristrette oligarchie e la miseria di moltitudini o il fallimento di intere nazioni. Ci sono mani tese ad accumulare denaro con la vendita di armi che altre mani, anche di bambini, useranno per seminare morte e povertà. Ci sono mani tese che nell’ombra scambiano dosi di morte per arricchirsi e vivere nel lusso e nella sregolatezza effimera. Ci sono mani tese che sottobanco scambiano favori illegali per un guadagno facile e corrotto.

In questo panorama, «gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 54). Questa "globalizzazione dell'indifferenza" è alimentata anche da atteggiamenti che la saggezza popolare condanna, come suggerisce il detto "Il diavolo non ha le pecore e vende la lana", indicando come le apparenze possano ingannare e come ci siano coloro che traggono profitto senza possedere nulla di legittimo. O ancora, "Il pesce puzza dalla testa", un'amara constatazione che il comportamento poco edificante di un leader o di chi sta al vertice finisce per corrompere l'intero sistema, contribuendo a creare le condizioni per la povertà e l'ingiustizia.

Simbolo della globalizzazione e indifferenza

Saggezza Popolare e Principi di Vita: Echi e Riflessioni

Oltre alla sapienza biblica e agli insegnamenti della Chiesa, la saggezza popolare, espressa attraverso proverbi e detti antichi, offre ulteriori spunti di riflessione su questi temi universali. Questi modi di dire, che hanno scandito i ritmi della quotidianità e suggellato comportamenti, usi e costumi, rivelano una profonda conoscenza della natura umana e delle dinamiche sociali.

Sull'Autonomia e l'Impegno Personale:La cultura popolare ha sempre valorizzato l'intraprendenza e la responsabilità individuale. "Chi spera negli altri e non si fa da mangiare, la sera va a dormire digiuno" è un monito eloquente per chi si affida ciecamente all'altrui operato, senza prendere in mano le redini della propria vita. Un richiamo all'azione è anche "Quando sei incudine incassa i colpi e quando sei martello picchia forte", che descrive una particolare condizione, spesso proposta dalla vita, in cui si deve saper subire ma anche agire con decisione. Allo stesso modo, "L’acqua passa e chi non beve è fesso" esorta a cogliere le opportunità che la vita offre continuamente, valutandone la bontà e saperle sfruttare. Questi proverbi, pur sottolineando l'importanza dell'iniziativa personale, non contraddicono l'appello alla solidarietà, ma lo completano, suggerendo che un aiuto autentico supporta l'altro nella sua capacità di auto-determinazione, anziché renderlo dipendente.

Sulla Prudenza e la Lungimiranza:La fretta e la disattenzione sono spesso causa di problemi. "La gatta frettolosa fa i figli ciechi" è un avvertimento contro l'impulsività e la mancanza di riflessione: la fretta non è buona consigliera. Altresì, "Chi non ubbidisce ai propri genitori, incontra il diavolo scatenato" è un modo per ribadire l'importanza di ascoltare i consigli dei più saggi, evitando scelte avventate che possono condurre a gravi difficoltà. Questi detti invitano a un approccio meditato alla vita, dove la saggezza è frutto di esperienza e attenzione, valori che sono fondamentali anche nell'aiuto ai poveri, per non agire con superficialità ma con discernimento.

Sulla Vera Essenza e l'Umiltà:La vera ricchezza non risiede nell'esteriorità o nell'orgoglio. "La spiga piena si piega e la vuota sta dritta" è un'immagine potente per indicare che chi è probo e saggio, ricco di conoscenza e virtù, con umiltà è pronto a piegarsi, mentre chi è vuoto tende a mostrare una falsa alterigia. Sul fronte dell'apparenza, "È inutile che ti pettini e ti trucchi, si è belli solo se cosi si nasce" e "La donna che è bella per natura, più scamiciata va più bella pare" ricordano che la bellezza innata non subisce condizionamenti e che ogni tentativo di alterare forzatamente l'aspetto è vano rispetto a un'autentica bellezza interiore. Il detto, però, va inteso anche come un invito a una maggiore autostima, poiché la bellezza non è solo quella apparente. Questi proverbi mettono in guardia contro l'attaccamento alla superficialità e alla vanità, riaffermando l'importanza di riconoscere il valore intrinseco, al di là delle facciate. Similmente, "Non sei legno per fare crocifissi" suggerisce che chi non ha una buona personalità difficilmente raggiungerà traguardi significativi e non potrà diventare importante come il legno del crocifisso, un simbolo di profondo significato e valore.

Sulla Gentilezza e l'Amore nelle Relazioni:L'efficacia della dolcezza rispetto alla durezza è un tema ricorrente. "Cento mosche si catturano con una goccia di miele. Non ne catturi neanche una con un quintale di fiele" è un'ode alla gentilezza: la dolcezza e l’amore, pur se erogati in piccole quantità, garantiscono sempre esiti positivi. Questo si lega perfettamente all'invito a tendere la mano al povero con amore e compassione. Inoltre, "Si rispetta il cane perché si rispetta il padrone" indica come il rispetto per una persona si estenda a tutto il suo entourage e a ciò che gli appartiene, un principio che promuove l'armonia e la considerazione reciproca all'interno delle relazioni sociali.

Sulla Resilienza e la Speranza:Anche nei momenti più bui, la speranza è un faro. "Più buio della mezza notte non può venire" è una metafora rassicurante: per quanto la situazione possa sembrare disperata, c'è sempre un limite al peggio, e dopo il buio, la luce torna. Questo eco si ritrova nel messaggio di speranza per i giovani, "Dopo l'inverno verrà la primavera; non siate tristi e disperati, voi che state dietro le sbarre! Per tutti c'è una speranza." E ancora, la fiducia in Dio, nella vita, negli educatori è la benzina per il motore della vita.

Sulla Gratitudine e la Memoria:Un avvertimento contro l'ingratitudine è dato da "Quando il maiale è sazio, rovescia il trogolo". Questo proverbio ammonisce che una volta raggiunta la condizione di benessere desiderata, con troppa faciloneria, ci si dimentica delle cose che hanno permesso di conseguirla. Questo è un richiamo alla memoria e alla gratitudine, fondamentali per mantenere una disposizione d'animo solidale anche quando si è usciti dalla condizione di necessità.

Sull'Amore Familiare:La potenza dell'amore genitoriale è celebrata da "Una mamma e un papà danno da mangiare a cento figli, e cento figli non riescono a dar da mangiare a una mamma e a un papà". Questo proverbio sottolinea la profondità e l'intensità dell'amore dei genitori verso i figli, spesso disinteressato e incondizionato, in contrasto con la difficoltà dei figli, anche numerosi, di ricambiare con la stessa generosità. Questa osservazione si lega al modello di cura e dedizione che dovrebbe ispirare la solidarietà verso i poveri.

Il Fine Ultimo: Amore, Gioia e la Maternità dei Poveri

«In tutte le tue azioni, ricordati della tua fine» (Sir 7,36). È l’espressione con cui il Siracide conclude questa sua riflessione. Il testo si presta a una duplice interpretazione. La prima fa emergere che abbiamo bisogno di tenere sempre presente la fine della nostra esistenza. Ricordarsi il destino comune può essere di aiuto per condurre una vita all’insegna dell’attenzione a chi è più povero e non ha avuto le stesse nostre possibilità. Esiste anche una seconda interpretazione, che evidenzia piuttosto il fine, lo scopo verso cui ognuno tende. È il fine della nostra vita che richiede un progetto da realizzare e un cammino da compiere senza stancarsi. Ebbene, il fine di ogni nostra azione non può essere altro che l’amore.

È questo lo scopo verso cui siamo incamminati e nulla ci deve distogliere da esso. Questo amore è condivisione, dedizione e servizio, ma comincia dalla scoperta di essere noi per primi amati e risvegliati all’amore. Questo fine appare nel momento in cui il bambino si incontra con il sorriso della mamma e si sente amato per il fatto stesso di esistere. Anche un sorriso che condividiamo con il povero è sorgente di amore e permette di vivere nella gioia.

In questo cammino di incontro quotidiano con i poveri ci accompagna la Madre di Dio, che più di ogni altra è la Madre dei poveri. La Vergine Maria conosce da vicino le difficoltà e le sofferenze di quanti sono emarginati, perché lei stessa si è trovata a dare alla luce il Figlio di Dio in una stalla. Per la minaccia di Erode, con Giuseppe suo sposo e il piccolo Gesù è fuggita in un altro paese, e la condizione di profughi ha segnato per alcuni anni la santa Famiglia. Possa la preghiera alla Madre dei poveri accomunare questi suoi figli prediletti e quanti li servono nel nome di Cristo. Il suo esempio incarna il significato più profondo di "invitare i poveri alla propria culla", accogliendoli con amore incondizionato fin dal primo respiro, e condividendo con loro le proprie gioie e sofferenze, unendo in un unico abbraccio divino e umano tutti coloro che sono emarginati e in cerca di speranza.

Icona della Vergine Maria con bambino

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