La complessità e la delicatezza del tema relativo alla vita che si interrompe prima della nascita toccano corde profonde nella società, nella medicina, nel diritto e nella sfera personale di milioni di individui. Che si tratti di interruzioni volontarie o di aborti spontanei, la realtà dei bambini non nati solleva interrogativi fondamentali sulla dignità, sul riconoscimento e sulle pratiche di accompagnamento del lutto e della sepoltura. La comprensione di queste dinamiche richiede un approccio multifattoriale che tenga conto delle diverse prospettive e delle esigenze di tutti gli attori coinvolti, dalla coppia genitoriale alle istituzioni sanitarie e legislative.
La Realità degli Aborti in Italia e nel Mondo: Dimensioni e Implicazioni
Le stime relative agli aborti, sia spontanei che indotti, variano significativamente da Paese a Paese, evidenziando un fenomeno di vasta portata globale. Un tasso compreso tra il 10% ed il 15% di tutte le donne che hanno iniziato una gravidanza e sanno di essere in attesa sperimenta un aborto spontaneo. La stragrande maggioranza di questi aborti spontanei avvengono nelle prime settimane di gravidanza, spesso prima ancora che la donna sia pienamente consapevole dello stato di attesa. Questi numeri, già di per sé rilevanti, si sommano agli aborti procurati, conosciuti come interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg). In Italia, secondo le Relazioni ministeriali, le Ivg ammontano a circa un quinto delle nascite e riguardano quasi totalmente aborti entro la 13^ settimana.
A livello globale, le cifre assumono proporzioni ancora più drammatiche. Secondo i dati ufficiali dell’Oms, come riportato da portali dedicati alle statistiche mondiali, nel solo 2020 sono stati effettuati in tutto il pianeta 42.655.372 interventi abortivi. Questa statistica impressionante si traduce in circa 117.000 aborti ogni giorno, oltre 4.860 all’ora e più di 81 al minuto, superando abbondantemente un bambino non nato ucciso ogni secondo. Queste cifre vanno oltre la mera statistica, poiché rappresentano esseri umani, "persone scartate" dagli uomini ma considerate profondamente amate da Dio da una prospettiva religiosa, e la loro gestione solleva questioni complesse che richiedono attenzione.

Comprendere la portata di questi eventi è fondamentale per affrontare le questioni annesse, come il supporto emotivo, la gestione dei resti e il riconoscimento della dignità del concepito in ogni fase del suo sviluppo.
Il Quadro Normativo Italiano per la Sepoltura dei Prodotti del Concepimento
La legge naturale impone, fin dalla preistoria, il dovere di seppellire i morti, un principio che si estende anche ai prodotti del concepimento. La normativa italiana in materia di polizia mortuaria, pur con variazioni locali, si basa sul Decreto del Presidente della Repubblica (Dpr) 10 settembre 1990 n. 285. L’articolo 7 di tale decreto è particolarmente significativo. Esso dichiara che "Per i nati morti, ferme restando le disposizioni dell’art. 74 del regio decreto 9 luglio 1939, n. 1238, sull’ordinamento dello stato civile, si seguono le disposizioni stabilite dagli articoli precedenti." Ancora più specificatamente, il DPR 285/90 stabilisce che "Per la sepoltura dei prodotti abortivi di presunta età di gestazione dalle 20 alle 28 settimane complete e dei feti che abbiano presumibilmente compiuto 28 settimane di età intrauterina e che all’ufficiale di stato civile non siano stati dichiarati come nati morti, i permessi di trasporto e di seppellimento sono rilasciati dall’unità sanitaria locale."
Crucialmente, l'articolo prosegue affermando che "A richiesta dei genitori, nel cimitero possono essere raccolti con la stessa procedura anche prodotti del concepimento di presunta età inferiore alle 20 settimane." Questa disposizione è fondamentale poiché consente la dignitosa sepoltura dei resti abortivi di qualsiasi età gestazionale, garantendo ai genitori il diritto di chiedere la sepoltura anche per bambini concepiti da meno di 20 settimane. Già la Circolare del Ministero della Sanità n. 500.2/4/270 del 16 marzo 1988 aveva richiamato l'attenzione su questo aspetto, ricordando che "l’attuale regolamento di Polizia mortuaria prevede su richiesta dei genitori il seppellimento anche dei prodotti del concepimento abortivi di presunta età inferiore alle 20 settimane" e aggiungendo che "si ritiene che il seppellimento debba di regola avvenire anche in assenza di detta richiesta".
In caso di morte in utero, vige l'obbligo di registrazione presso l’anagrafe, come previsto dall’art. 74 del Regio Decreto 09.07.1939 n. 1238, il quale stabilisce che "Quando al momento della dichiarazione di nascita il bambino non è vivo, il dichiarante deve far conoscere se il bambino è nato morto o è morto posteriormente alla nascita, indicando in questo secondo caso la causa di morte." Tali circostanze devono essere comprovate dal dichiarante con il certificato di assistenza al parto. Il bambino nato morto è registrato all’anagrafe nello stato civile ed ha tutti i diritti che spettano ad ogni altro essere umano, indipendentemente dal fatto che la sua morte sia avvenuta mentre era ancora nell’utero della madre. La richiesta di sepoltura, corredata da certificato medico, va compilata e presentata entro 24 ore dall’intervento o dal parto presso la Direzione Sanitaria dell'A.S.L., specificando il desiderio di sepoltura individuale. Lo spazio per la sepoltura al cimitero è generalmente fissato nella zona prevista per i bimbi nati morti e prodotti del concepimento. È importante notare che non tutti i cimiteri dispongono di aree preposte alla sepoltura di embrioni e feti, e, dopo l’esame istologico, la sepoltura degli embrioni è possibile solo in cimiteri a norma per la tutela delle falde acquifere a causa della presenza di formalina.
Dalle Norme alla Pratica: Sfide e Lacune Informative nel Contesto Italiano
Nonostante la chiara base normativa che consente la sepoltura dei prodotti del concepimento a qualsiasi età gestazionale, la realtà pratica presenta notevoli sfide e lacune informative. Non è affatto rara la circostanza per cui una donna che subisca un aborto, sia spontaneo che procurato farmacologicamente, nelle prime settimane di gravidanza, sperimenti l’espulsione dell’embrione e degli annessi embrionali in ambiente extra-ospedaliero, presumibilmente a domicilio. In questi scenari, la madre, magari assistita dal partner o da un parente/amico, si trova ad affrontare una situazione per la quale con ogni probabilità non è preparata.
Ad esempio, dopo l'assunzione della pillola di prostaglandina, in un’abitazione privata, forse nella stanza da bagno, la donna può espellere il prodotto del concepimento per via trans-vaginale dopo una serie di contrazioni forti e dolorose. Anche se l’embrione non fosse immediatamente riconoscibile, la donna è consapevole che "esso è realmente lì in mezzo da qualche parte". Confusa, nell’incertezza, potrebbe istintivamente gettare il materiale nel water o nel sacchetto dei rifiuti, per poi cercare di recuperarlo e seppellirlo in un vaso di terra o nel giardino di casa. L’idea di scaricare nel wc il proprio piccolo, talmente minuscolo da essere quasi invisibile, o di gettarlo nell’immondizia, con il dubbio se sia meglio l’organico o il residuo, è qualcosa che ripugna l’umanità di chiunque. Questo disagio deriva spesso dalla mancanza di informazioni adeguate, poiché questi percorsi, pur essendo possibili e legittimi, non sono mai stati protocollati in modo efficace, e nessuno ha pensato che fosse giusto e opportuno farlo.
La mancanza di un’informativa ministeriale uniforme per tutto il territorio italiano e per tutti i punti nascita è un problema persistente; ogni azienda ospedaliera può decidere autonomamente come impostare la comunicazione con la donna o la coppia, generando un’assistenza disomogenea. Molti genitori hanno ricevuto informazioni contrastanti, a seconda degli operatori a cui si sono rivolti. A molti sono state dette mezze verità o vere e proprie menzogne, la più frequente delle quali è che "alla sepoltura provvede l’ospedale". Queste carenze informative hanno avuto ripercussioni significative, portando alcuni genitori, una volta scoperte le leggi vigenti e la palese violazione di queste, ad avviare un complesso e doloroso contenzioso legale con l’azienda ospedaliera in cui è avvenuto il parto. In Italia, purtroppo, la sepoltura dei nati morti è spesso tinta di tristi connotati ideologici, politici e religiosi, che infiammano gli animi e spostano il focus dal lutto dei genitori e dal loro diritto di scegliere secondo la legge, a sterili polemiche.

Per ovviare a queste carenze, alcuni regolamenti regionali hanno cercato nel tempo di prevenire queste situazioni, garantendo una corretta informazione ai genitori. Un esempio è la Regione Marche, che nel 2015, con il regolamento regionale n. 7, ha disposto che "l’Asur, le Aziende ospedaliere e le strutture sanitarie private accreditate predispongono opuscoli informativi sulla possibilità di richiedere la sepoltura del feto o del prodotto abortivo e sulle disposizioni applicate in mancanza di tale richiesta." L’opuscolo, unitamente alla richiesta di consenso formale, è consegnato ai genitori, ai parenti o a chi per essi, al momento del ricovero presso la struttura sanitaria. Similmente, il Regolamento Regionale della Lombardia ha introdotto il dovere da parte dell’operatore ospedaliero di informare i genitori della possibilità di chiedere la sepoltura, per qualunque età gestazionale del bambino. Tuttavia, anche queste leggi regionali, pur sembrando ottime, sono applicate in modo non uniforme da comune a comune, e non tutte le aree preposte ad accogliere gli embrioni e i feti sono adeguatamente strutturate. È fondamentale chiedere sempre l’iter amministrativo previsto dalla struttura e la tracciabilità del medesimo.
A livello legislativo nazionale, è stato depositato al Senato il disegno di legge n. 2455 d’iniziativa dei senatori De Carlo, Rauti e Malan, intitolato "Disposizioni in materia di sepoltura dei bambini non nati". Questo disegno di legge mira a modificare il DPR n. 285/1990, sostituendo il comma 2 dell'articolo 7 e aggiungendo un comma 4-bis. Il nuovo testo proposto stabilisce che, in caso di aborto verificatosi presso una struttura sanitaria, anche quando l’età presunta del concepito è inferiore a ventotto settimane e pari o superiore a novanta giorni, qualora i genitori o i parenti fino al secondo grado non provvedano o non lo richiedano entro quindici giorni, l’inumazione, la tumulazione o la cremazione è disposta, a spese dell’unità sanitaria locale, in un’area cimiteriale dedicata o nel campo di sepoltura dei bambini del territorio comunale. I feti, a tali fini, sono riposti in una cassetta, secondo la data della procedura. Questo testo presenta notevoli pregi, in quanto affronta l’argomento usando l’espressione "bambini non nati" e cita esplicitamente i parenti fino al secondo grado (padre, nonni, fratelli) come soggetti autorizzati a chiedere la sepoltura per qualunque causa, spontanea o volontaria. Tuttavia, un vistoso difetto che confligge con la giusta motivazione posta dai Senatori è il limite indicato di 90 giorni di "età presunta del concepito". Abbassare il limite per la sepoltura “d’ufficio” dalle attuali 20 settimane di gestazione a 90 giorni dal concepimento è sicuramente un merito, ma non si comprende perché limitarsi a questi 90 giorni, lasciando ancora una discriminazione per i "bambini non nati" di età inferiore. Inoltre, 90 giorni non è un riferimento clinico corretto, poiché il tempo della gravidanza si misura in età gestazionale.
La Dignità del Feto come Paziente: Prospettive Mediche Avanzate
Il riconoscimento del feto come paziente è un concetto relativamente recente ma rivoluzionario, promosso dalla disciplina della medicina fetale. Fondata da figure come il prof. Noia, questa branca della medicina enfatizza la dignità del feto, considerandolo a tutti gli effetti un paziente, anche in condizioni patologiche che fino a pochi anni fa erano ritenute incurabili. Da questo punto di vista, la diagnosi prenatale assume una luce nuova: non più finalizzata solamente all’eliminazione dei feti con anomalie congenite, ma come punto di partenza per cercare soluzioni terapeutiche capaci di garantire vita e salute al nascituro.
Un esempio emblematico di questo approccio è lo studio sull’Igroma Cistico. Questa patologia, un accumulo di liquidi dietro la nuca del feto dovuto a un’alterazione del sistema linfatico durante l’embriogenesi, ha spesso indotto all’interruzione di gravidanza in passato. Si riteneva infatti che tali condizioni fossero foriere, nel 100% dei casi, di malattie genetiche o cromosomiche associate a un elevato tasso di cardiopatie. Tuttavia, recenti ricerche condotte dal prof. Noia hanno indotto a rivedere queste convinzioni. Uno studio su 220 gravidanze con diagnosi di Igroma Cistico, i cui casi erano stati indirizzati verso l'aborto volontario, ha dimostrato che era necessario fornire molte più informazioni sulla reale condizione del feto. Dopo analisi cromosomiche e amniocentesi, è emerso che i cromosomi fetali erano normali nel 55% dei casi. Alla fine, 50 bambini sani sono nati, i quali altrimenti sarebbero stati condannati a non nascere per la diagnosi iniziale. Un follow-up a lungo termine, anche di 18 anni, ha rivelato che il 68% di questi bambini nasce ed è sano. Questo dimostra che non è vero che questi bimbi sono sempre condannati, aprendo nuove speranze e possibilità terapeutiche.
VITA PRENATALE, NE PARLA IL PROFESSOR GIUSEPPE NOIA
Un altro fronte avanzato della medicina fetale riguarda la ricerca sulle cellule staminali. Il prof. Noia e il suo team si stanno concentrando sulle staminali mesenchimali amniotiche, contenute nel liquido che circonda il bambino, studiandone l’uso come terapia fetale futura per malattie genetiche, e sulle staminali ematopoietiche del cordone ombelicale. L’obiettivo è trapiantare il feto quando la sua reazione immunitaria è ancora bassa o inesistente, in un periodo molto precoce, per arrivare alla nascita di bambini sani. Esperimenti su modelli animali, come le pecore, hanno dimostrato che inserendo cellule staminali nella cavità celomatica tra 30 e 40 giorni di età gestazionale (corrispondente alla 11esima settimana nell’uomo), si ottiene una grande capacità di queste cellule di muoversi dall’esterno agli organi interni del ricevente (fegato, milza, midollo osseo), con un attecchimento del 100% negli organi ematopoietici e in altri organi. Sebbene si sia riscontrata una forma di rigetto dopo circa un anno e mezzo, gli obiettivi futuri includono l’anticipazione del trapianto a un’età gestazionale ancora più precoce (sotto la decima settimana nell’uomo) e la comprensione di come indirizzare le cellule verso i tessuti corretti. L’obiettivo primario è l’anemia mediterranea (beta talassemia maior), ma questo approccio potrebbe estendersi ad altre patologie. La collaborazione con l’Istituto di genetica MAGI è fondamentale per entrambi i progetti, sia per i test genetici necessari allo studio dell’Igroma Cistico che per l’individuazione di altre malattie genetiche da trattare prenatalmente. Intervenire in età fetale non solo rappresenta un grande passo per la vita, ma contribuirebbe anche in modo significativo a un sistema sanitario in un periodo di crisi, combattendo malattie che rappresentano un terzo dei ricoveri pediatrici e il 50% del costo complessivo delle prestazioni.
Il Silenzio e lo Stigma: L'Impatto Emotivo della Perdita Perinatale
La perdita di un bambino durante la gravidanza, sia a causa di un aborto spontaneo (miscarriage) che per morte prematura del feto (stillbirth), è ancora un argomento tabù in tutto il mondo, spesso collegato a pregiudizi e sentimenti di colpa. Questa realtà ha conseguenze enormi per le donne, molte delle quali tendono a sviluppare problemi di salute mentale che possono durare mesi o anni, anche se successivamente hanno portato a termine altre gravidanze dando alla luce bambini sani. Nonostante l'esperienza della perdita sia profondamente personale e diversa da donna a donna, lo stigma, la vergogna e il senso di colpa sono elementi comuni che accomunano molte di queste esperienze.
La mancanza di cure appropriate e rispettose è un problema diffuso, con molte donne che non vengono aiutate a esprimere il loro dolore. L'aborto spontaneo è la causa più comune di perdita di un figlio durante la gravidanza, con tassi stimati del 10-15% tra le donne che erano consapevoli di essere incinte. La definizione di perdita varia globalmente, ma generalmente si parla di aborto spontaneo prima delle 28 settimane e di morte prematura del feto dalle 28 settimane fino alla nascita. Ogni anno si verificano 2,6 milioni di morti premature del feto, molte delle quali potrebbero essere evitate con cure adeguate.

Le testimonianze personali rivelano l'angoscia e il lutto profondi che accompagnano queste perdite. Una psicologa clinica specializzata in salute mentale materna ha condiviso di aver compreso appieno il dolore delle sue pazienti solo dopo aver sperimentato in prima persona un aborto spontaneo a sedici settimane. Ha descritto l'esperienza come traumatica, aggravata dall'atteggiamento dello staff medico e dalle attitudini culturali. In molte culture tradizionali africane, ad esempio, la perdita di un bambino è vista come frutto di stregoneria o spiriti maligni, creando un'esperienza carica di pregiudizi e un senso che "ci sia qualcosa che non va nella donna che ha un aborto spontaneo".
Altre storie, come quella di Kimberly Van Der Beek, moglie dell'attore Jason Van Der Beek, evidenziano la devastazione emotiva anche con supporto medico sensibile e un marito affettuoso. Kimberly ha avuto tre aborti spontanei intorno alla decima settimana, descrivendo come "ogni volta ne uscivo devastata" e ricordando di aver pianto per cinque ore sotto la doccia dopo uno degli episodi. Un'altra donna, dopo quattro aborti spontanei, ha affermato che "ogni volta che succede, una parte di te muore", con il primo aborto silente a dodici settimane che l'ha lasciata devastata, perché il suo corpo non aveva mostrato sintomi nonostante il bambino fosse morto da tempo.
Le cause degli aborti spontanei sono diverse, includendo anomalie nello sviluppo fetale, età della madre e infezioni, molte delle quali evitabili. Le precauzioni generali si concentrano su un’alimentazione sana, attività fisica, evitamento di sigarette, droghe e alcol, limitazione della caffeina, riduzione dello stress e mantenimento di un peso forma. La morte prematura del feto si verifica in uno stadio più avanzato della gravidanza, con circa la metà degli eventi che avvengono durante il parto, spesso evitabili con cure di qualità più elevata durante la gravidanza e il parto. La garanzia di accesso a cure prenatali e la continuità assistenziale da parte di un operatore sanitario professionale sono procedure chiare per ridurre il numero di bambini morti durante la gravidanza. Tuttavia, in molte aree del mondo, le donne vedono il primo operatore sanitario solo in stadio avanzato di gravidanza. La gestione dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne è diseguale, e la pressione sociale può portare a gravidanze non desiderate o non pronte, aggravate dalla mancanza di accesso ai contraccettivi moderni.
Il modo in cui vengono trattate le donne durante la gravidanza è intrinsecamente legato ai loro diritti sessuali e riproduttivi, che non sono garantiti allo stesso modo ovunque. Le esperienze di discriminazione possono aggravare il trauma della perdita, come nel caso di una donna a cui è stata negata un'ecografia urgente perché il responsabile pensava non fosse sposata. Mettere le donne al centro di un percorso di cura è vitale per un esito positivo della gravidanza e per affrontare dignitosamente le perdite.
Questioni Etiche e Dibattiti Sociali e Religiosi sulla Vita non Nata
La questione dei bambini non nati è un nodo sospeso e fonte di dibattiti intensi in diverse sfere, dalla teologia alla politica. La Chiesa Cattolica, per esempio, considera l’embrione umano e i feti soppressi attraverso l’interruzione volontaria di gravidanza a tutti gli effetti come esseri umani in potenza, e da qui si allarga la riflessione sulla possibilità di aprire processi canonici per il riconoscimento del martirio dei bambini uccisi dall'aborto. Questa è una domanda tutt'altro che campata in aria, sostenuta da illustri pareri teologici e promossa da associazioni che interpellano il mondo cattolico con una realtà scivolosa e scomoda, fonte di contrasti e dilemmi interni.
Secondo alcuni postulatore delle Cause dei Santi, si tratterebbe di riconoscere ai bambini non nati il primato della grazia e l'odium fidei riscontrabile nell'ideologia del relativismo che ha portato all'approvazione di leggi abortiste. Il fenomeno dei bambini abortiti, considerando l’alto numero di aborti praticati ogni anno, costituisce di fatto una sorta di “olocausto”, un termine fortissimo usato per sottolineare la gravità della situazione. In questo contesto, viene spiegato che, oltre al Covid, esiste un altro tipo di “virus che si annida direttamente nella mente e nello spirito di tante persone, che sta generando molti, ma molti morti in più”.

La Chiesa madre ha da sempre desiderato la salvezza eterna per questi bambini e per loro prega, come indicato da documenti della Commissione Teologica Internazionale sulla "speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza Battesimo". Pontefici e vescovi italiani hanno ampiamente affrontato gli argomenti della dignità e della difesa della vita umana, come nelle encicliche del beato Paolo VI, "Humanae Vitae" (1968), e di san Giovanni Paolo II, "Evangelium Vitae" (1995), nonché nell’istruzione della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, "Donum Vitae" (1987). In quest’ultimo documento si chiarisce inequivocabilmente: "I cadaveri di embrioni o feti umani, volontariamente abortiti o non, devono essere rispettati come le spoglie degli altri esseri umani". Il gesto d’amore del seppellimento è insegnato dalla Chiesa (CCC 1261) e previsto dalla legge italiana (Dpr 285/90, art. 7). Il 20 gennaio 2022, l’Ufficio Liturgico della Conferenza Episcopale della Regione Lazio ha scritto una Nota Pastorale sulla celebrazione delle esequie, dando un’indicazione precisa: dato che i bambini concepiti e non ancora nati, anche se piccoli, sono pur sempre uomini, in caso di morte (cioè di aborto) devono ricevere lo stesso trattamento di sepoltura dei bambini nati morti o morti dopo la nascita, e non lo “smaltimento attraverso la linea dei rifiuti speciali”.
Il dibattito etico si estende anche al campo della ricerca scientifica. Negli Stati Uniti, ad esempio, l’annuncio dell’Istituto nazionale per la Salute (Nih) di modificare i limiti alla ricerca sui tessuti fetali umani derivanti da aborto, imposti dalla precedente amministrazione, ha suscitato immediate reazioni. La Conferenza episcopale degli Stati Uniti (Usccb) ha fermamente dichiarato che "I corpi dei bambini uccisi dall'aborto meritano lo stesso rispetto di quello di qualsiasi altra persona" e che "Il governo non ha il diritto di trattare le vittime innocenti dell'aborto come una merce che può essere depredata per ottenere parti del corpo da utilizzare nella ricerca". Il presule ha ribadito che "non è etico promuovere e sovvenzionare la ricerca che può portare a legittimare la violenza dell'aborto", soprattutto in quanto "i ricercatori hanno dimostrato che si può fare una ricerca scientifica efficace e sviluppare trattamenti clinici efficaci" senza ricorrere in tutti i casi ai tessuti fetali abortiti.
Un episodio scioccante, che evidenzia ulteriormente le implicazioni etiche, è stato quello verificatosi nell’ospedale di Rossano, dove una creatura, che si presumeva abortita, si è mossa ed è nata viva dopo un intervento. Nonostante fosse un feto malformato di appena cinque mesi e mezzo, ha lottato per 24 lunghe ore. Accade, infatti, che se un feto viene abortito oltre la metà delle settimane di gestazione (venti), è molto probabile che nasca vivo. Nessuno dell’équipe medica e infermieristica ha l’autorizzazione o la facoltà di sopprimere il feto nato vivo, né di accelerare la sua fine, per cui si attende, lasciandolo senza assistenza medica, che la vita, o la morte, faccia il suo decorso. Questo evento solleva domande cruciali sulla tutela di una vita così fragile e sulla possibilità per questa creatura di essere un figlio, evidenziando come simili casi non siano purtroppo isolati e richiedano un'urgente riflessione etica e normativa.
L'Importanza di Informazione e Protocolli Chiari nell'Assistenza al Lutto Perinatale
L’esperienza della perdita perinatale, che in Italia si verifica nel 15-18% delle gravidanze, è un momento di profondo dolore che richiede un’assistenza accurata e rispettosa. Essere preparati e conoscere le procedure possibili da spiegare alla donna e alla coppia rientra nella buona prassi e tra i compiti del professionista sanitario, in linea con le ultime linee guida internazionali. La mancanza di informazioni corrette e la disomogeneità dei protocolli assistenziali rappresentano, come precedentemente evidenziato, un ostacolo significativo a un’assistenza adeguata.
Associazioni come CiaoLapo Onlus hanno svolto un ruolo cruciale nello sviluppo di documenti esemplificativi per ospedali e consultori, con l’obiettivo di fare chiarezza sulle leggi che regolano la sepoltura in caso di aborto e morte in utero e di favorire il passaggio corretto di informazioni tra le istituzioni preposte e gli aventi diritto (la donna, la coppia, i loro rappresentanti). Conoscere le leggi vigenti e saper fornire le informazioni corrette è molto importante ai fini di una corretta assistenza.

Il corpo dell’embrione-feto non è privo di valore e significato per la donna e per la coppia. Esso è il corpo del bambino che si sviluppa in utero, il corpo monitorizzato durante la gravidanza e di cui si cercano i parametri vitali, come il battito della prima ecografia. È il corpo del bambino, infine, che smette di vivere. Credere che questo “bambino in divenire” smetta di essere pensato o di rivestire un qualche significato per la donna/coppia una volta morto, non è ciò che esperiscono migliaia di donne e uomini in Italia e nel mondo. Anzi, dopo la diagnosi, il corpo del bambino acquisisce un’importanza ancora maggiore: le donne vogliono capire cosa è accaduto, hanno bisogno di ricevere una spiegazione e di potersi spiegare l’accaduto. Lungi dall’essere “dimenticato”, è proprio sul corpo del bambino che si chiedono approfondimenti, esami e indagini. Il bambino pensato si incarna in quei millimetri di corpo, e quando il bambino muore, è quel bambino in quel corpo che muore. Per molti genitori, quel corpo è talmente importante da rendere fondamentale procedere a un rituale di sepoltura.
Nel caso in cui l’espulsione dell’embrione/feto avvenga al domicilio della donna, la donna è libera di decidere, insieme al compagno, cosa fare del corpo dell’embrione o del feto, senza dover compilare alcun modulo, pur rimanendo la possibilità di rivolgersi alle autorità sanitarie per la sepoltura. È fondamentale che il lutto perinatale non venga sminuito e che non venga negato il diritto alla sepoltura degli embrioni o dei feti, poiché ciò non offre alcun vantaggio alle donne, sia che scelgano di interrompere la gravidanza sia che subiscano un aborto spontaneo. Al contrario, un supporto adeguato, trasparenza e la possibilità di onorare la vita che si è spenta sono elementi cruciali per il benessere psicologico e il processo di elaborazione del lutto dei genitori. La dignità dei più piccoli e indifesi, i bambini concepiti e non ancora nati, deve essere pienamente riconosciuta e tutelata, anche attraverso la garanzia di una sepoltura appropriata in caso di morte.