I. Introduzione: La Paura del Parto, tra Normalità e Disturbo Clinico
La gravidanza e la nascita di un figlio sono momenti comunemente visti come tra i più belli ed intensi della propria vita, connotati da sentimenti di gioia e felicità. Tuttavia, per molte donne, questo periodo è anche scandito da emozioni contrastanti, tra cui ansie, preoccupazioni e paure. È normale avere paura del parto; si tratta di una paura fisiologica che può presentarsi in tutti i nove mesi di gestazione ed essere sperimentata durante il parto stesso, con un'ampia gamma di timori legati a questo evento ancestrale. Si stima che nei Paesi Occidentali, la paura del parto sia riferita dal 20% delle donne gravide.
Tuttavia, quando questa paura diventa fonte di ansia intensa, di evitamento o addirittura di un non desiderio di avere un figlio, nonostante il desiderio di maternità, è fondamentale riconoscerla come una condizione clinica distinta e affrontarla con l'aiuto di specialisti. Questo disturbo, caratterizzato da una paura intensa e invalidante del parto, è noto come tocofobia e può influenzare profondamente la gravidanza e le scelte delle future mamme. Tale intenso stato di ansia può condurre alcune donne all’evitamento del parto e della gravidanza, nonostante possano anche desiderare un figlio.
II. Che Cos'è la Tocofobia? Definizione e Forme
Il termine "tocofobia" deriva dal greco tokos (parto) e phobos (paura). La tocofobia è una fobia specifica del periodo perinatale ed è definita come una grave paura della gravidanza e del parto. Si tratta di una paura intensa e persistente del parto, che può riguardare la gravidanza e il parto stesso, ed è una fobia riguardante il periodo perinatale. Non si tratta di una semplice preoccupazione, ma di una reazione di paura intensa all'idea della gravidanza e del parto. La tocofobia non è un fenomeno nato di recente; già alla fine del 1700 ci sono i primi resoconti scritti medici riguardanti la paura patologica del parto. La tocofobia è stata riconosciuta e diagnosticata per la prima volta nel 2000 dalla dottoressa Kristina Hofberg.
Si distinguono principalmente due forme di tocofobia:
- Tocofobia primaria: Riguarda le donne che non hanno partorito e può manifestarsi già in adolescenza o in giovane età adulta, a volte anche molto prima di una gravidanza reale. Spesso può derivare dal racconto in famiglia da parte della figura materna di parti traumatici, con conseguente sviluppo di paure relative alla gravidanza e al parto. Altre volte, invece, può purtroppo essere condizionata da episodi di abuso sessuale subiti in età infantile e/o adolescenziale. Può anche derivare da traumi infantili, esperienze negative vissute da altre donne (amiche, familiari) o da informazioni su gravidanza e parto. Questa forma può portare alla decisione di non avere figli.
- Tocofobia secondaria: Si riscontra in donne che hanno avuto esperienza di parti traumatici, di aborti, o anche di eventi traumatici non perinatali. Aspetti traumatici riguardanti parti pregressi possono determinare nella donna una marcata paura che la sua vita o quella del nascituro possa essere in pericolo. Può essere caratterizzata da tutti i sintomi di un classico disturbo da stress post-traumatico come amnesia, pensieri intrusivi o ricordi intrusivi dell’evento, e crisi di pianto improvvise. Questa forma può portare ad evitare ulteriori gravidanze, all’interruzione di gravidanza o alla richiesta di partorire con un taglio cesareo. Può includere sensazioni di perdita di controllo, dolore estremo, complicazioni mediche (come la lacerazione o l’episiotomia) o mancato supporto emotivo durante il parto, così come preoccupazioni relative al bambino. Può manifestarsi anche a partire dalla seconda gravidanza o in donne che hanno avuto un taglio cesareo di emergenza, ad esempio, in condizioni come l’avere un travaglio complesso e prolungato, la necessità di manovre ostetriche invasive, o un taglio cesareo di emergenza effettuato in condizioni di criticità. La percezione da parte della partoriente di aver subito una violenza sul proprio corpo può rappresentare un fattore di rischio, anche nel caso in cui il parto abbia avuto un decorso regolare.

III. Prevalenza e Impatto della Tocofobia
Quanto è diffusa questa paura tra le donne in gravidanza? Negli studi di ricerca è stata riscontrata una prevalenza molto variabile di tale condizione a causa dei diversi strumenti diagnostici utilizzati per identificarla. Si stima che la prevalenza possa variare dal 6% al 14% a seconda del tipo di gravità del quadro clinico. Secondo alcune ricerche, la sindrome da timore eccessivo e infondato del parto sembra colpire dal 5 al 16% delle donne in gravidanza, non per forza primipare (Adams et al., 2012). Secondo una revisione sistematica comprendente 33 studi effettuati in 18 paesi, con un campione complessivo di 853988 donne in gravidanza, i tassi di prevalenza mondiale della tocofobia varierebbero tra il 3,7 e il 43%. La prevalenza stimata, quindi, sarebbe del 14% con una notevole eterogeneità dei dati a causa della definizione di tocofobia utilizzata, della variabilità, tra le donne reclutate, del numero dei parti e dei dati trimestrali di screening.
La tocofobia può avere un impatto importante sulla salute mentale della donna che ne è affetta e determinare importanti conseguenze durante la gravidanza. La paziente può sperimentare sintomi quali ansia costante, attacchi di panico, insonnia, nervosismo e abbassamento del tono dell’umore. In alcuni casi estremi, la tocofobia può portare alla scelta dell’aborto, anche in donne desiderose di avere figli. La persistente paura del parto, infatti, sembrerebbe correlata a numerosi fattori, tra cui il livello di percezione del dolore, l'uso precedente dell’anestesia e l’eventualità di ricorrere al cesareo.
IV. Fattori di Rischio e Contesto Sociale
Si identificano diversi fattori di rischio che possono favorire l’insorgenza della tocofobia. Innanzitutto, è significativo l'essere in presenza di pregressi disturbi di ansia e depressione. Ulteriori fattori di rischio sono caratterizzati dalla presenza di abusi sessuali, precedenti parti traumatici, un temperamento ansioso di base, scarso supporto sociale e un contesto famigliare ansiogeno. Anche l’abuso sessuale, fisico ed emotivo subito dalla donna durante l’infanzia o l’adolescenza sembra essere comune in coloro che presentano paure del parto. La paura del parto sembra essere associata a personalità inclini all’ansia, più vulnerabili, con bassa autostima e una storia di eventi traumatici. Alcuni studi hanno dimostrato la connessione tra tocofobia e problemi di salute mentale, come depressione, disturbi d’ansia e disturbi alimentari. Le complicazioni ostetriche e il timore di morire sono correlati in modo significativo alla tocofobia.
Il contesto culturale e sociale può influire su questo tipo di disturbo, primariamente attraverso i fattori di rischio già descritti, come lo scarso supporto sociale e contesti famigliari particolarmente ansiogeni o caratterizzati da storie di abuso. Un buon supporto da parte del partner risulta significativo durante la gravidanza ed il parto. Se il partner è depresso, anche la donna presenterà con maggiore probabilità sintomi depressivi.
V. Sintomi della Tocofobia: Oltre la Semplice Preoccupazione
Chi soffre di tocofobia non prova una semplice preoccupazione, ma una reazione di paura intensa all’idea della gravidanza e del parto, con sintomi che possono includere: ansia grave legata al parto; attacchi di panico alla sola idea della gravidanza; disturbi del sonno; incubi durante la gravidanza; pianto e agitazione; nervosismo e angoscia; perdita di autostima; difficoltà a portare avanti le proprie attività consuete; tentativi di evitamento dell’evento che scatena la paura, cioè il parto.
Il timore patologico può portare all’evitamento attivo della gravidanza, manifestandosi con l'uso ossessivo di contraccettivi o la rinuncia a relazioni sentimentali. In alcuni casi, può manifestarsi anche come evitamento dei rapporti sessuali, con possibilità di vaginismo. Un altro sintomo comune è il desiderio di partorire solo tramite taglio cesareo. Possono inoltre presentarsi pensieri ossessivi e immagini intrusive. In alcuni casi estremi, come menzionato, la tocofobia può portare alla scelta dell’aborto, anche in donne desiderose di avere figli.
Per uno studio condotto da febbraio a maggio 2016, è stato reclutato un campione di 120 donne in gravidanza nel terzo trimestre di gestazione, al quale sono stati somministrati questionari specifici di valutazione dell’ansia. Nel 6,7% delle future mamme, il livello di ansia relativa al parto era molto alto, soprattutto nelle donne di età superiore ai 30 anni. È stato dimostrato che nascite successive possono avere un impatto sulla riduzione del livello di ansia, tanto che l’ansia risultava più elevata nelle donne primipare. Nell’85% delle donne esaminate, infatti, l’ansia veniva attribuita alla paura di non riuscire a sopportare il dolore del parto.
VI. La Richiesta di Cesareo Elettivo e la Tocofobia
La tocofobia può influenzare la scelta relativa al parto. Secondo alcune ricerche, la tocofobia potrebbe essere tra le cause dell’aumento dell’incidenza del numero di nascite tramite taglio cesareo. La fobia del parto (Tocofobia) può portare alla richiesta, da parte della donna che deve partorire, di richiedere il parto cesareo. La paura del parto sembra essere strettamente correlata con la paura del dolore, cosa che spinge chi soffre di tocofobia a richiedere un taglio cesareo.
In Italia il ricorso al taglio cesareo è molto frequente e negli ultimi decenni i numeri che riguardano la frequenza del parto cesareo hanno visto una continua crescita. Si è infatti passati dall’11,2% del 1980 al 33,2% nel 2000, un numero che risulta superiore rispetto ai valori registrati negli altri Paesi europei: 21,5% in Inghilterra e Galles, 17,8% in Spagna, 15,9% in Francia. Nel 2023 si è invece registrata una leggera inversione di tendenza: il 30,3% dei parti è avvenuto con taglio cesareo, con grandi differenze da regione a regione.
Si nota comunque un eccessivo ricorso al parto per via chirurgica, con numeri molto distanti da quello che viene definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) il “tasso ideale” di cesareo, che è pari al 10-15%. Secondo l’OMS, i tassi di taglio cesareo superiori a questa percentuale non sono associati a una riduzione del tasso di mortalità materna e infantile e non trovano quindi giustificazione dal punto di vista medico-sanitario. L’approccio più corretto da parte delle persone che si trovano vicino a chi soffre di tocofobia è ovviamente quello di comprendere e accogliere il disagio riportato dalla donna che soffre di una problematica di questo tipo e di non sottovalutare o trascurare tale forma di disturbo d’ansia. Purtroppo, anche da parte del personale sanitario c’è spesso ignoranza rispetto a tale tematica, con il rischio dell’impossibilità da parte della donna di usufruire delle appropriate cure psicologiche o psichiatriche.

VII. Strategie Terapeutiche e Supporto Psicologico
Non bisogna provare vergogna per eventuali emozioni negative riguardanti la gravidanza e il parto. Come abbiamo visto, sono condizioni piuttosto frequenti nella popolazione generale e possono essere affrontate e risolte. Per farlo, il primo passo fondamentale è quello di chiedere aiuto a professionisti della salute mentale, come psicologi o terapeuti con competenze specifiche sul perinatale. In letteratura, gli studi riguardanti gli interventi per la tocofobia sono ancora limitati, ma sono disponibili in ogni caso diverse possibilità di trattamento.
Ogni caso deve essere valutato in maniera individuale e personalizzata, ma tra i trattamenti riconosciuti come più efficaci ci sono la terapia cognitivo-comportamentale (TCC) e le tecniche di rilassamento profondo. La TCC, insieme a tecniche di rilassamento come ad esempio la respirazione profonda, la meditazione e lo yoga perinatale, può aiutare le donne a superare le proprie paure e a vivere la gravidanza e il parto in maniera positiva. Anche i corsi pre-parto possono giocare un ruolo importante in questo processo.
Il supporto da parte del partner può essere altrettanto importante e fare la differenza nel modo di affrontare questa problematica. È molto importante riconoscere questa condizione e affrontarla in maniera adeguata, attraverso un trattamento personalizzato proposto da professionisti esperti e specializzati.
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VIII. Il Ruolo dello Psicologo e la Certificazione per il Parto Cesareo
Lo psicologo ha un ruolo chiave sia nella presa in carico della paziente, sia nella collaborazione con il personale medico. Attraverso un percorso di valutazione è possibile certificare la presenza del disturbo ed accedere ad altre modalità per partorire. Il compito dello psicologo sarà quello di approfondire le dinamiche relative a questa paura e proporre alla paziente come affrontarla. Una possibilità può essere un percorso di sostegno, oppure la certificazione per il parto cesareo.
Questa certificazione può avere un valore importante in ambito medico. In particolare, consente di:
- Richiedere un taglio cesareo programmato per motivi psicologici, ai sensi delle normative sanitarie che prevedono l’indicazione medica del cesareo anche per cause psichiche documentate.
- Fornire alla ginecologa/o e all’equipe ostetrica un quadro clinico chiaro, favorendo una gestione empatica e centrata sulla persona.
- Intraprendere un percorso terapeutico per ridurre l’ansia e lavorare sulle paure in vista del parto.
IX. Riferimenti Normativi e Linee Guida
La possibilità di richiedere un parto cesareo per motivi psicologici è prevista e legittimata dalle normative italiane e dalle linee guida cliniche. La gravidanza e la nascita di un figlio vengono comunemente visti come momenti tra i più belli ed intensi della propria vita. Diventare madri richiede l’apprendimento di nuove competenze e l’aumento di responsabilità. Il rilascio di una relazione/certificazione psicologica sulla presenza di tocofobia a sostegno del Parto cesareo Elettivo su richiesta della madre va considerato nel quadro più ampio della normativa e delle linee guida, ed è uno degli elementi della valutazione del medico.
Tra i riferimenti normativi e le raccomandazioni si includono:
- Legge 194/1978, art. 6: Pur se pensata per l’interruzione volontaria della gravidanza, sancisce il principio che la salute psichica della donna è parte integrante della salute complessiva.
- Legge 833/1978 (Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale): Riconosce il diritto alla tutela della salute in tutte le sue dimensioni, compresa quella psicologica.
- OMS - Organizzazione Mondiale della Sanità: Raccomanda il rispetto della volontà e del benessere psicologico della donna durante il parto e riconosce il diritto alla scelta consapevole.
- Linee guida del Ministero della Salute italiano sul parto cesareo (2014): Pur privilegiando il parto naturale, riconoscono che in presenza di motivi clinici documentati, anche di natura psicologica, il cesareo può essere indicato. La documentazione deve essere prodotta da uno psicologo o da uno psichiatra.
- Anche l’Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (AOGOI) ha raccolto le linee guida e le indicazioni regionali di Lombardia e Campania.
X. Le Paure Normali del Parto: Un Percorso Fisiologico
Verso la fine della gestazione è normale provare un po’ di ansia. Tuttavia, la tocofobia è una paura del parto molto intensa, tale da portare le donne a rinunciare a rimanere incinte e, appunto, a partorire, nonostante il desiderio di avere un figlio. È importante distinguere la tocofobia da quelle che sono le normali paure legate al parto. Partiamo dicendo che è normale avere paura del parto. Il parto deve essere un momento che fa quasi paura ad un livello proprio ancestrale. La paura del parto è una paura fisiologica. Tuttavia, se la paura diventa fonte di ansia intensa, di evitamento o di non desiderio di avere un figlio, è giusto parlarne con degli specialisti. L’esperienza del parto è soggettiva e le emozioni sono varie.
Esiste un’ampia gamma di normali paure legate al parto che possono manifestarsi. Queste includono:
- Paura del dolore: Il dolore è sicuramente l’ingrediente meno gradevole e meno accettato del parto. Il dolore, in ogni sua forma, suscita in noi paura, soprattutto perché ci fa percepire di subire passivamente una situazione. La paura del dolore spesso corrisponde infatti alla paura dell’ignoto. Tuttavia, la donna ha a disposizione una risorsa importante che è la capacità di seguire il proprio dolore, accompagnarlo in modo attivo attingendo a tutte le risorse possibili che sentirà di avere in quel momento. Questo le permetterà di “guardarlo in faccia” e di accettarlo, non solo come spettatrice ma come protagonista attiva al centro della scena. Seguendo il linguaggio del corpo imparerà che anche il dolore può essere una risorsa importante. Le donne che hanno paura di partorire naturalmente sono convinte di non riuscire ad affrontare i dolori del travaglio e/o di morire durante il parto.
- Paura di perdere il controllo: L’idea di poter avere delle reazioni impreviste, a livello non solo fisico ma anche emotivo, è spesso presente nelle donne che si avvicinano al parto. Per quanto sia un evento medicalizzato, e quindi si abbia la percezione di avere tutto sotto controllo, la gravidanza non è un evento razionale. Durante il parto infatti, l’area del cervello collegata al pensiero razionale viene messa a riposo ed entrano in circolo gli ormoni che favoriscono il buon espletamento del parto. La perdita di controllo quindi non deve essere vista come un qualcosa di negativo, bensì come un segnale che tutto sta andando bene. Il parto è proprio un momento in cui si è chiamati ad abbandonare ogni forma di controllo razionale, per entrare in una nuova dimensione, data soprattutto dal sentire.
- Paura di non riconoscere le spinte: Anche in questo caso, è importante che la donna assecondi le sue sensazioni, segua i segnali del corpo e i ritmi della sua nascita. Quando il bambino è pronto per nascere, eserciterà una forte pressione e lei sentirà il bisogno di spingere. L’abbandono, l’apertura, il respiro, il sostegno, il dialogo con il bambino sono la sua forza.
- Paura di essere incapaci di dare la vita: Alcune donne hanno paura che il proprio corpo non sia in grado di partorire. È un vissuto frequente nella donna, che coinvolge sia un senso di incapacità fisica che di incapacità psicologica.
- Paure legate al bambino: Le paure legate alla salute del bambino sono tra le più comuni e ancestrali, nonché tra le prime a manifestarsi. Tra le più frequenti, la paura che il bambino nasca morto, deforme o con “qualcosa che non va”. Del resto, la priorità per la futura mamma fin dall’inizio della gravidanza, è quella di dare alla luce un bambino sano. È importante concedersi di accettare questa paura, cercando di interpretarla per quello che è: un ottimo sistema per proteggere il proprio bambino.
- Paura degli imprevisti: Gli imprevisti fanno parte della vita e non dobbiamo farci bloccare da essi. Non si possono prevedere ed è probabile che non si verifichino.
- Paura del parto cesareo: Il pensiero di doversi sottoporre ad un intervento chirurgico può generare una certa ansia in alcune donne. Si tratta di una paura più che comprensibile, soprattutto per chi non si è mai sottoposto ad interventi simili. Tuttavia, è importante pensare che il parto cesareo viene indicato qualora il medico individuasse delle condizioni che impediscano il buon esito di un parto naturale e quindi la protezione della salute della mamma e del bambino. Da un punto di vista emotivo, il parto naturale rappresenta la possibilità per la mamma di partecipare attivamente al momento della nascita del proprio figlio interagendo con lui fin da subito e quindi godendo pienamente di questa nuova relazione. Tutto ciò non accade sempre quando viene effettuato il parto cesareo, nel quale spesso la donna accusa dolori e disagi fisici che, almeno in un primo momento, limitano la sua capacità di avere scambi con il bambino, con conseguente senso di frustrazione per entrambi. Anche per il bambino il parto cesareo provoca un cambiamento brusco, catapultandolo dal grembo materno al mondo esterno senza l’accompagnamento delle spinte materne. La paura del parto sembrerebbe essere fortemente associata a sintomi di stress post-traumatico anche nelle donne che hanno subito un cesareo non pianificato, quindi che non hanno mai partorito naturalmente.

XI. Il Viaggio Emozionale della Gravidanza e del Parto
Mesi di attese, desideri, sogni, speranze, sono connotati da sentimenti di gioia e felicità, ma scanditi anche da emozioni contrastanti. La gravidanza comporta numerosi cambiamenti nel corpo di una donna, che subisce trasformazioni rispetto alle sue normali funzionalità per adattarsi gradualmente alla vita che cresce dentro di sé. Queste trasformazioni possono essere vissute con emozioni contrastanti. Ciò che avviene nel corpo ha una controparte psichica; ancor prima di nascere nell'utero materno, il neonato nasce nella mente. Mentre il corpo cambia per accogliere e contenere il piccolo arrivato, anche la mente e l'immaginazione lavoreranno al massimo delle proprie potenzialità nel tentativo di dare forma al tipo di vita che si condurrà e che al momento non si è in grado di comprendere pienamente.
Nel primo trimestre di gravidanza, il feto viene percepito come una sorta di estensione del proprio corpo, una parte inscindibile di sé. Spesso si presentano molti sintomi fisici (nausea, stanchezza, dolori) ed i pensieri si concentrano principalmente su se stessi. L’ansia viene vissuta spesso a livello inconsapevole nel primo trimestre.
È a partire dal secondo trimestre di gravidanza che la mamma comincia a percepire i movimenti del feto e a sentire l’esistenza di un altro essere dentro di lei. Inizia un processo di personificazione del feto come individuo distinto e a sé stante. Aumenta l’investimento affettivo e nasce la possibilità di una relazione tra bambino e genitori, che cominciano a conversare con lui, lo accarezzano, lo abbracciano. L'ansia viene sostituita da preoccupazioni più specifiche sul bambino e sulla preparazione pratica delle cose che serviranno dopo la nascita. Tutti questi pensieri che cominciano a prendere forma nella mente sia della donna che dell'uomo sono del tutto normali e comprensibili. La donna inizia ad assaporare il concetto di maternità e si adatta alle concezioni interiorizzate della genitorialità.
L'ultima fase della gravidanza vede ancora momenti altalenanti. Il tempo del parto si avvicina e così anche l'idea di poter conoscere veramente il proprio figlio. L’ultimo trimestre della gravidanza è un momento di preparazione al parto in cui si riduce l’interesse per le situazioni circostanti, e vi è una maggiore concentrazione sulla nascita. Nascono così anche le ansie e paure per il parto stesso. Durante la gravidanza, la mente dei genitori ha costruito dentro di sé un "bambino immaginario", frutto delle fantasie maturate nel corso dei mesi. Con la nascita del bambino, i genitori incontreranno invece il loro "bambino reale", che nella maggior parte dei casi sarà diverso da quello che avevano immaginato o sperato.
Il papà non ha nel proprio corpo il bambino che lo aiuta a percepire una vita altra, sin dall’inizio, così come per la mamma. Tuttavia, anche lui conduce una gravidanza mentale nel senso che la sua mente è “gravida” di pensieri ed emozioni mai provati e nei quali è difficile fare ordine. Si rimette in gioco il proprio concetto di sé. Il parto, così come la gravidanza, è un momento di grande impatto psicologico. Il parto implica la separazione tra la mamma e il bambino e fa emergere rappresentazioni culturali e sociali, fattori familiari ed emotivi. In alcune donne può essere vissuto come una liberazione, in altre come una perdita. A questo evento la donna, il bambino e la coppia si preparano per tutti i 9 mesi di gestazione.
XII. Il Ruolo Fondamentale del Partner durante il Parto
In sala parto, è importante la presenza del padre (o una persona di fiducia), per la vicinanza, il sostegno morale e fisico. Per i papà, la nascita del proprio bambino sarà un crescendo di emozioni. Il loro ruolo è quello di trasmettere calma e fiducia. La donna ha bisogno di essere sostenuta dal partner nei suoi desideri e nelle sue esigenze. È possibile che in sala parto le esigenze e i desideri cambino a seconda della situazione. Quindi, il partner deve essere sempre pronto ad assecondare il flusso degli eventi. Dovrà anche essere pronto ad accettare improvvisi malumori e frustrazione. In questo momento la donna ha bisogno di concentrarsi su se stessa e su ciò che sta vivendo.
Il partner dovrebbe ridurre al minimo la comunicazione verbale e gli stimoli sensoriali (rumori, luci, voci…). È utile osservare attentamente la donna e cercare, se possibile, di anticipare i suoi bisogni (es. se si bagna le labbra con la lingua, avvicinarle un bicchiere; se sente caldo, asciugarle il sudore o tamponarle il viso; se sente freddo, coprirla con una coperta). Sostenerla nella respirazione e nel rilassamento è fondamentale, soprattutto nella pausa tra le contrazioni. È importante invitarla a cambiare posizione, a muoversi, e accompagnarla quando cammina. Bisogna cercare di incoraggiarla e sostenerla fino alla fine del travaglio, soprattutto nei momenti di sconforto in cui lei crederà di non farcela più.
I padri hanno spesso paure relative al parto, con vissuti di impotenza. In loro si presenta la paura nei confronti del dolore che vivrà la propria compagna o di possibili danni che possono presentarsi nel bambino.
XIII. Dopo il Parto: La Nuova Simbiosi e l'Attaccamento
Dopo essersi separati, la mamma e il bambino si ritroveranno in una nuova simbiosi che si ricostruisce nel dopo parto, ancora guidati e facilitati dal fiume ormonale che si mantiene alto per alcune ore. La necessità di separarsi dal bambino, da un bambino che è contemporaneamente altro e parte integrante di sé, non è un processo facile o indolore. È la separazione di una parte di sé. Separarsi significa interrompere la simbiosi, l’intimità creata. Significa affrontare l’incognita del bambino reale e dei cambiamenti che porterà nella propria vita. Questo processo di separazione necessita di un tempo, che è individuale ed esclusivo. È importante che si consumi tutto per completare il processo di separazione. Le separazioni sono momenti di crescita, di evoluzione, ma necessitano ciclicamente della simbiosi per poter disporre delle risorse necessarie.
Nei momenti successivi al parto, la mamma può avvalersi della presenza delle ostetriche e delle puericultrici per trovare risposte alle innumerevoli domande che sorgeranno spontanee. I pochi giorni trascorsi in ospedale potranno diventare una preziosa opportunità per la neomamma per apprendere la modalità con cui costruire la relazione con il proprio bambino. Come neomamme si svilupperà gradualmente uno stile personale nel modo di stare con il proprio bambino. Tuttavia, prima si dovrà legittimare una fase in cui ci si potrà percepire come inadeguate.
L’attaccamento ricopre un ruolo centrale nelle relazioni degli esseri umani dalla nascita alla morte. Lo sviluppo armonioso della personalità dipende da un adeguato attaccamento alla figura materna. È importante che la madre fornisca al bambino la cosiddetta “base sicura”, ovvero quell’atmosfera di sicurezza da cui il bambino si può allontanare per poi tornare da lei al momento del bisogno. Elementi fondamentali dell’attaccamento sono l’empatia e la sintonizzazione affettiva. La mamma inizia a percepire lo stato emotivo del bambino e ne riconosce i bisogni, tanto poi da creare una sorta di armonia, di accordo emozionale, andando a creare una diade per favorire una fluida comunicazione delle percezioni.
Il contatto pelle a pelle che la madre stabilisce con il neonato fa sì che si instauri una relazione affettiva sicura e amorevole. Tenere in braccio il bambino, toccarlo, accarezzarlo, cullarlo, sono le prime espressioni di questo nuovo legame, che si esprime con il passare dei giorni attraverso interazioni sempre più strutturate e animate. L’importanza di questo legame non sta tanto nell’assolvere a funzioni pratiche di accudimento, quali per esempio l’allattamento, quanto nell’instaurazione di una comunicazione, di un dialogo intimo tra mamma e bambino: un dialogo fatto di sguardi, di contatto fisico, di odori, di suoni e parole che la mamma rivolge al suo piccolo, anche se lui non ne comprende il significato. Il contatto fisico riveste per lo sviluppo di ogni essere umano un ruolo centrale in quanto veicolo diretto e immediato della relazione con un altro significativo, nonché importante elemento ai fini dello sviluppo di un attaccamento sicuro. La pelle è un organo fondamentale di relazione, in quanto è il canale principale che permette di sentire profondamente la presenza dell’altro, ma allo stesso tempo proteggendoci e permettendoci di delimitare i confini, affinando la sensazione di noi stessi come distinti dall’altro. È attraverso il tatto e il tocco affettivo che il bambino impara ad essere (auto-regolarsi) ed essere in relazione (eco-regolarsi).
L’allattamento è il processo fondamentale nella costruzione del legame di attaccamento. Mentre durante la gravidanza il centro di gravità emotivo della mamma rimane concentrato sul ventre, quando il bambino comincia a succhiare, il centro si sposta verso l’alto. Il seno rappresenta un porto sicuro per il piccolo, luogo d’elezione non solo per il nutrimento, ma anche per l’amore e la protezione. Come afferma la Prof.ssa Loredana Cena in “Allattamento al seno: nutrimento per il corpo e per la mente” (Psicologia Clinica e Ricerca), “L’allattamento materno, rappresenta una modalità nutritiva, ma anche una modalità comunicativa e di relazione con il proprio bambino perché favorisce il contatto fisico pelle a pelle, il contatto olfattivo e visivo tra lo sguardo della mamma e quello del bambino […]. L’allattamento al seno favorisce un importante scambio di sensazioni fisiche e psichiche che determina la nascita di un dialogo intimo tra la mamma e il suo piccolo; per succhiare il seno, oltre alla bocca anche la guancia, il naso, il mento e le manine del bambino sono a stretto contatto con la pelle della mamma. Durante le pause della suzione il bambino stacca la bocca dal seno e rivolge il proprio sguardo alla madre che lo corrisponde e commenta con parole affettuose quanto sta accadendo tra loro. Il bimbo elabora le risposte costituite da questi sguardi, contatti, parole che per ora sono soltanto suoni per lui privi di un significato ma con importanti connotazioni affettivo-emotive, e apprende cosa sta succedendo tra lui e la madre. Il contenuto di questa comunicazione non verbale, corporea non è traducibile in parole ma è evidente che ciò che viene scambiato costituisce un apprendimento di significati, che nella memoria implicita caratterizzano la qualità della relazione. È la capacità della madre di entrare in relazione con il piccolo, di capire e dare significato alle sue comunicazioni che configura la qualità della relazione entro la quale si strutturerà lo stile di attaccamento del bambino.”
Cosa accade se la mamma non allatta al seno? Anche in merito a questo, la Prof.ssa Loredana Cena afferma quanto segue: “Può succedere che, nonostante il forte desiderio di allattare, l’impegno e la forte volontà, qualche mamma incontri delle difficoltà, sia all’inizio che durante il periodo dell’allattamento […]. L’allattamento artificiale consente esperienze sensoriali ed emotive diverse sia per la mamma, sia per il bimbo, ma molto dipende dalla struttura della mamma e dalla situazione.”
