Il panorama musicale contemporaneo, e in particolare il genere hip hop, si è dimostrato un veicolo potente per affrontare tematiche sociali complesse e spesso controverse. Tra queste, l'aborto emerge come un argomento che suscita dibattito, riflessione e, talvolta, shock. L'hip hop, con la sua immediatezza e la sua capacità di dare voce alle esperienze più intime e alle critiche più feroci, offre uno spazio unico per esplorare le molteplici sfaccettature di questa realtà. Due esempi significativi nel contesto italiano, sebbene con approcci radicalmente diversi, sono "Buonanotte" di Ernia e "HIPHOPABORTO FREESTYLE" di Nello Taver, che incarnano rispettivamente una narrazione emotiva e introspettiva e una provocazione cruda e dissacrante. L'analisi di queste opere permette di indagare non solo le reazioni individuali e collettive di fronte a un'esperienza così delicata, ma anche di contestualizzarle all'interno delle più ampie dinamiche delle culture di strada e del loro rapporto con la società egemone, come teorizzato nell'ambito della "teppa".
La Delicatezza del Racconto Personale: "Buonanotte" di Ernia
L'incontro con una canzone che affronta un tema così profondo può non essere casuale, ma piuttosto il risultato di un'attesa, di una preparazione emotiva. È ciò che accade quando ci si imbatte in "Buonanotte" di Ernia, rapper milanese classe '93, un brano che la mia compagna mi ha suggerito di ascoltare in un momento di serenità, lontano dal caos quotidiano. A fine giornata, quando il pc era spento e l'acqua scaldava per la doccia, ho incontrato "Buonanotte", scoprendo la sua straordinaria profondità.

"Buonanotte" è la canzone che Ernia dedica al suo figlio mai nato. È il racconto intimo e straziante di come la sua compagna ha scelto di abortire in ospedale. Questa ninna nanna dolorosa è un messaggio che lui dedica alla vita che non ha visto nascere, spiegandole la scelta fatta, le sensazioni provate e la strada percorsa verso la clinica. Il brano si distingue per la sua narrazione post-evento, andando oltre la difficoltà di capire la cosa giusta da fare, un tema che Marco Masini aveva già cantato in "Cenerentola innamorata". Ernia fa qualcosa di diverso, scegliendo di raccontare quello che c'è dopo l'interruzione di gravidanza.
Il rapper descrive il mal di testa che lo attanaglia quando la notte gli torna in mente quell'esperienza, la difficoltà di capire come si ama veramente, la paura di sbagliare e ritrovarsi bloccati in qualcosa che non si è voluto. La "buonanotte" nel titolo non è per lui o per il figlio che poteva essere, ma è una richiesta disperata per la sua compagna, affinché riesca a dormire nonostante la sua "anima pesante": «Non so esser così forte/Tu falle far la buonanotte».
La cosa inaspettata e profondamente significativa è la delicatezza con cui il cantante sceglie di affrontare il tema dell'aborto. Ernia si fa da parte, un gesto che pochi uomini sanno fare su un argomento così sensibile, ma osserva attentamente ciò che vede intorno, in particolare nelle sale d'attesa dell'ospedale: «Vedi, io stavo fuori già dall'arrivo/ Aveva un che di punitivo, tipo messo in castigo/ Ma nelle sale d'attesa ho capito/ Temono che l'uomo possa fare pressione di qualche tipo». Questa osservazione getta luce sulla percezione sociale del ruolo maschile nell'interruzione di gravidanza, evidenziando la complessa dinamica tra sostegno, assenza e il timore di influenze esterne sulla decisione della donna.
Il singolo arriva in un momento storico delicato, in cui i diritti delle donne in tema di aborto vengono di nuovo messi in dubbio. Probabilmente l'intenzione di Ernia non è fare propaganda contro specifici governi o politiche, ma la sua scelta di dar voce a questa esperienza personale e collettiva trasparire comunque un messaggio di rabbia e di denuncia. Il rapper non esita a criticare coloro che pontificano senza comprendere la profondità delle situazioni altrui: «L'altra sera c'era un vecchio ad un programma serale/ Inveiva contro casi come il nostro indi per cui avrei stretto la mia mano sulla sua giugulare/ Per dirgli, "È facile ingrassare, facendo la morale alla morale altrui"». Questa affermazione sottolinea la frustrazione verso una morale imposta dall'alto, spesso disconnessa dalla realtà vissuta dalle persone.
"Buonanotte" fa parte dell'album "Io non ho paura", uscito il 18 novembre per Island Records. Il titolo dell'album, che suggerisce una forma di coraggio e resilienza, è in realtà estremamente ironico. Per Ernia, questo è l'album delle paure, delle ansie che la sua generazione si trova ad affrontare quotidianamente. C'è l'angoscia per un pianeta morente, cantata in "Rose e fiori", e il rischio di finire in una vita sempre uguale a se stessa, espresso in "Weekend". In questo contesto, "Buonanotte" si inserisce come una delle manifestazioni più intime e vulnerabili di queste paure, quella di confrontarsi con una vita che non è stata e con le conseguenze emotive di una scelta difficile.
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La Provocazione Cruda del Freestyle: "HIPHOPABORTO FREESTYLE" di Nello Taver
In netto contrasto con l'approccio riflessivo e delicato di Ernia, il mondo del freestyle hip hop offre anche espressioni che si spingono ai confini della provocazione, della dissacrazione e del commento sociale crudo, talvolta offensivo. "HIPHOPABORTO FREESTYLE" di Nello Taver ne è un esempio lampante, un brano che attraverso una serie di versi incisivi e volutamente urticanti, esplora tematiche come la paternità, la società, la sessualità e la moralità, spesso ribaltando le convenzioni e scuotendo l'ascoltatore.
Il testo si apre con una dichiarazione scioccante e una visione distopica: "Nato dopo diciotto anni di matrimonio/ Mamma dice è stato Dio, per me è stato il demonio/ Sogno aborto obbligatorio/ Non vedere più bambini capro espiatorio". Qui, Taver non solo mette in discussione l'idea di una nascita benedetta, ma arriva a "sognare" un aborto obbligatorio, una frase che per la sua violenza concettuale mira a provocare una reazione immediata. L'immagine dei "bambini capro espiatorio" suggerisce una critica alla società che addossa responsabilità e problemi sulle nuove generazioni, o che li vede come un costo, un peso.

La provocazione continua con una critica cinica alle dinamiche familiari e alle aspettative materiali: "Ma ci pensi, fra'? Spendi i soldi per un figlio/ Poi ti chiede la Smart/ Non la compri e si apre OnlyFans/ 'Che ho sbagliato, a papà?'". Questi versi dipingono un quadro disilluso dei rapporti genitoriali, dove l'amore filiale è misurato in beni materiali e la mancanza di questi porta a scelte estreme come l'apertura di un profilo OnlyFans per necessità o desiderio. Il rapper tocca qui un nervo scoperto della società contemporanea, che spesso lega la felicità e il successo al consumo e al possesso.
Il testo si addentra poi in commenti espliciti e controversi sulla sessualità e l'identità, con riferimenti che mirano a shockare e a sfidare il politicamente corretto: "Mazza e panelle fanno 'e figlie belle/ No panelle e troppa mazza, a figliate ce piace 'o cazzo". Questa rima, che gioca su proverbi e stereotipi, si trasforma in un commento volgare sulla sessualità delle figlie, suggerendo una critica o un'osservazione cruda sulla libertà sessuale o sulla sua percezione.La provocazione si estende anche a temi come l'orientamento sessuale e il rispetto delle minoranze: "Alla mia porta 'drin drin', chi è?/ LGBT: 'Nello, non ci rispetti-i'/ Non è vero, sono trisessuale/ Amo le mignotte, le drogate e le puttane". Nello Taver qui si auto-definisce "trisessuale" in un modo che dissacra l'identità LGBT e, allo stesso tempo, dichiara senza filtri di "amare" categorie di persone spesso emarginate o stigmatizzate, come prostitute e tossicodipendenti. Questi versi sono un chiaro tentativo di infrangere i tabù e di confrontare l'ascoltatore con una realtà scomoda, seppur attraverso un linguaggio che può essere percepito come profondamente irrispettoso e offensivo da molti.
Il freestyle continua con osservazioni caustiche sulle donne e sulla loro educazione o condizione sociale: "Ma mi senti?/ Le migliori sono quelle con i padri assenti/ Obbligate a studiare legge/ Che nel bagno degli studenti/ Con la fessa fanno le scorregge". Questa serie di rime lega l'assenza paterna a un certo tipo di comportamento femminile, arrivando a descrivere azioni volgari e degradanti che, ancora una volta, mirano a provocare e a stigmatizzare. È un esempio di come il freestyle possa essere usato per esprimere una visione del mondo grezza, senza filtri, che si nutre di stereotipi e di un certo tipo di "verità" di strada, per quanto distorta o misogina possa apparire.
Altri versi spaziano da commenti sulla "bimba ritardata" se respira "troppa aria di provincia" a desideri di "residenza svizzera" per sfuggire alla "Finanza", passando per la non volontà di "pagare le tasse" e l'uso di "catcalling" come forma di interazione. Il testo è un susseguirsi di immagini forti, auto-referenziali ("Esco il cazzo e non il disco"), e riferimenti culturali vari (Akira Kurosawa, Arisa, Eren il gigante). La scelta di chiamare un figlio "illegittimo" "Israele" è un altro elemento che si inserisce in un discorso di provocazione e di potenziale critica sociale e geopolitica, che mira a destabilizzare le aspettative dell'ascoltatore.
L'intero freestyle è un flusso di coscienza che mescola insulti, osservazioni politiche ("sei nato in una base oppure in una base NATO?"), riferimenti alla cultura popolare (Gattuso, Giovanardi, Diletta Leotta, Berlusconi) e frasi sessualmente esplicite, culminando con la domanda: "Vuó fá 'o successo?". Nello Taver, attraverso queste rime, si presenta come un artista che non ha paura di spingersi oltre i limiti, usando la volgarità e la provocazione come strumenti per attirare l'attenzione e per denunciare, a modo suo, le ipocrisie e le assurdità della società. Questo stile rappresenta una forma estrema di espressione del genere, dove la "sfrontatezza" delle canzoni e la "sconsideratezza" dei comportamenti diventano un marchio distintivo, in linea con certe manifestazioni delle culture di strada.
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Le Culture di Strada e la Reazione Sociale: L'Aborto nel Contesto della "Teppa"
L'espressione artistica, in particolare quella proveniente da contesti come l'hip hop e le "culture di strada", non esiste in un vuoto sociale, ma è costantemente in dialogo, e talvolta in conflitto, con la società egemone e le sue norme morali. Per comprendere il significato e il contesto di brani che affrontano temi come l'aborto, in modi sia delicati che brutalmente provocatori, è essenziale rifarsi agli studi sulle culture di strada e sulla "teppa", come quelli proposti da autori quali Valerio Marchi.
Le culture di strada, come descritto nell'introduzione di "Barrio Chino", sono un terreno fertile per l'emergere di pratiche, linguaggi e comportamenti che spesso vengono etichettati come "devianti" o "problematici" dalle istituzioni e dai saperi ufficiali. Il concetto di "teppa" non è solo un termine per indicare il teppismo giovanile, ma diventa una categoria attraverso la quale la società cerca di comprendere, classificare e, in ultima analisi, controllare le manifestazioni giovanili che sfuggono alle norme. Nelle storie del teppismo giovanile si evidenzia infatti un continuo intreccio tra culture popolari, istituti sociali di repressione e di controllo e continua produzione di categorie devianti.
La costruzione di allarme sociale e l'individuazione di "folk devils" si è molto spesso rivelata uno strumento fondamentale ai fini del governo delle crisi di consenso, consentendo di volta in volta di ridurre a questione morale ogni manifestazione di protagonismo e conflitto. Espressioni come il "sogno aborto obbligatorio" di Nello Taver, o anche la semplice, seppur delicata, narrazione di un'interruzione di gravidanza in un momento di dibattito politico, possono facilmente innescare tale panico. La "teppa", nel suo stesso emergere in quanto tale, diventa infatti funzionale ai processi di civilizzazione e di modernizzazione della società, definendo ciò che è "normale" attraverso il contrasto con ciò che è "deviante".

I costi sociali del "progresso" sono spesso giustificati e legittimati attraverso l'esposizione e la spettacolarizzazione delle vite marginali nei loro aspetti più lontani dai valori egemoni nel periodo storico. I giovani, in particolare, sono sovraesposti a tal fine. La loro presenza nello spazio pubblico, la tendenza di assemblarsi in grandi gruppi, il tempo di vita non ancora del tutto assorbito dal lavoro e le energie non del tutto incanalate dalla produzione, la sperimentazione di esperienze differenti e la voglia di allontanarsi dalla chiusura sociale della famiglia: tutti questi aspetti diventano il bersaglio perfetto per la costruzione dell'alterità sociale, delle situazioni ingestibili che necessitano di essere governate, del soggetto da educare e curare. In questo contesto, canzoni che affrontano l'aborto in modo non convenzionale possono essere percepite come ulteriori manifestazioni di una gioventù "sconsiderata" o "immorale".
La metafora sanitaria è spesso impiegata per descrivere questo processo di individuazione e stigmatizzazione. Si parla di "sanificazione morale della città", un meccanismo (funzionale all'urbanizzazione prima, alla riqualificazione poi) che, mosso attraverso un protagonismo del sapere medico nella trasformazione spaziale, si è esteso dal piano fisico a quello morale. Le politiche del decoro e del degrado che oggi dettano l'agenda delle politiche urbane differiscono da questi precedenti forse per una questione "stilistica", in una normalizzazione dei toni attraverso la loro applicazione nel quotidiano, ma non nella sostanza delle questioni. La ricorsività della metafora sanitaria esemplifica bene il processo di individuazione della teppa in soggetti e comportamenti: attraverso il parallelismo con la malattia, la componente malata è pericolosa non soltanto in sé, ma anche nella sua potenziale infezione, nel contagio, nell'estensione. Brani come quello di Nello Taver, con la loro esplicita volgarità e le loro posizioni estreme, possono essere facilmente etichettati come "focolai d'infezione morale", un'eco lontana delle operazioni di polizia contro i campeggi hippie del passato, come lo sgombero del campeggio hippie di Barbonia City nel giugno 1967, definito come la fine del "più pericoloso focolaio d’infezione morale e biologico della città" in un'operazione di Polizia chiamata "operazione sterminio".
A farsi possibili interpreti della devianza giovanile non sono dunque soltanto "le belve del ghetto", quei sottoproletari per antonomasia pericolosi e violenti, ma anche tutti gli altri giovani, compresi quelli di condizioni sociali più privilegiate, che possono rimanere esposti e farsi influenzare da tali modi di fare barbarici. Sorge così la "sindrome di Andy Capp", una patologia sociale che non riguarda i ragazzi, soggettivati nello sguardo pubblico come incivili, violenti, provocatori, indolenti, ma che colpisce la cultura egemone stessa, che al contempo crea i "mostri" delle culture popolari e delle periferie e l'ansia di esserne circondata e minacciata. Questa ansia viene replicata e rigenerata incessantemente, così come sono continui i movimenti di urbanizzazione e di securizzazione.
Un aspetto fondamentale evidenziato dalla letteratura sulla "teppa" è che la continuità di tali processi è invisibilizzata e nascosta dietro a una presunta eccezionalità e unicità di ogni forma concreta di cultura di strada, in cui l'originalità di pratiche, produzioni e consumi viene posta sempre come una preoccupante novità che muove allarme sociale. Frasi come "I ragazzi non sono mai stati così violenti, le canzoni mai così sfrontate, i comportamenti mai così sconsiderati, i vestiti mai così provocatori" riflettono questa dinamica, dove "ogni manifestazione teppistica è tanto più agghiacciante tanto più appare nuova".
All'emergenza vengono associati una serie di retoriche e di meccanismi funzionali sia all'individuazione delle culture di strada come "folk devils" che della comunità civile come entità da proteggere e difendere. Da un lato, una rappresentazione delle memorie e del passato come un'età dell'oro, di tranquillità e ricchezza, che è sparita per l'incursione nella scena pubblica del nuovo allarmante fenomeno; dall'altro, la caratteristica contrapposizione delle sottoculture alle tradizioni e ai tratti culturali nazionali. Questo panico è, al tempo stesso, anche accolto nelle stesse formazioni sotto e contro-culturali, in un'ambiguità che attraversa tutto il discorso sulla Teppa, in un gioco tra sovversione e subalternità a quella cultura egemone che li definisce nell'atto di nominarli e contestualmente emarginarli.
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Le connessioni tra pratiche espressive e comunicative e la sperimentazione di uno spazio di azione nell'illecito e nell'illegale sono evidenti nelle culture di strada, manifestandosi attraverso scontri di piazza e sugli spalti, consumo di sostanze, occupazioni temporanee, scritte sui muri, "gabole", truffe e piccoli commerci che caratterizzano le mille sfumature di chi cerca un reddito attraverso vie sommerse, gesti vandalici e atti spregiudicati che compongono le variegate possibilità di teppismo. Non è di certo una sorpresa, per chi realizza tali pratiche, scoprirne quale ne sia il costo, e non solo a livello personale. Pur riuscendo spesso a sfuggire individualmente alla sorveglianza e al controllo, nel momento stesso in cui sono svolte le pratiche mettono in conto repressione, produzione di ulteriori norme, restringimento degli spazi per sé e per gli altri in futuro, esponendosi alla "vendetta" dello Stato.
L'agire illegale diventa un "modus operandi" per interrogare le opportunità, le strutture sociali, il quartiere, la propria vita nelle costrizioni imposte e nelle forme di controllo e di disciplinamento che vengono agite nei loro confronti, cercando soluzioni (in primis individuali, in alcuni casi comunitarie o collettive) al di fuori di essa. Allo stesso modo, specie nelle sue dimensioni più impolitiche, ossia incapaci di creare un'autonomia simbolica e di autodeterminazione di altre forme del vivere, tali pratiche rischiano continuamente di essere imbrigliate nelle dinamiche di potere, sperimentando quanto siano anguste le strettoie dell'agire legale che pongono continuamente i soggetti al di fuori del campo di azione previsto dal diritto. Il bilanciamento tra sovversione e funzionalità delle pratiche teppistiche è da sempre dato dai rapporti di forza esistenti, che raramente si sono dati a favore delle culture di strada. In questo senso, brani come quelli di Nello Taver, che deliberatamente trasgrediscono norme e sensibilità, possono essere letti come un tentativo di agire questo conflitto, sebbene con un'efficacia e delle conseguenze che dipendono dai rapporti di forza culturali e sociali.

L'attenzione nei confronti delle culture di strada non può però esaurirsi nella dinamica di produzione della teppa da parte degli istituti di controllo e governo. Per quanto in modo sempre più ossessivo e pervasivo si impegni nella normalizzazione, nell'identificazione, nella sanzione, nel controllo preventivo, lo Stato non è mai in grado di "risolvere" definitivamente la questione sociale della devianza giovanile e di come, attraversando mode e modi, linguaggi e pratiche, determinati comportamenti continuino a verificarsi, al di là di ogni controllo e di ogni politica educativa. L'irriducibilità delle resistenze create nelle culture di strada, e il modo in cui esse vanno a inserirsi nelle dinamiche di potere, evidenziano un piano politico nella continua manifestazione di un conflitto sociale e culturale. Questo conflitto può essere esplicitato nelle forme delle controculture, con una postura immediatamente politica di contrapposizione al potere e costruzione radicale di alternativa; o nelle forme di sottocultura, dove il conflitto non viene espresso in termini sistemici ma rimane radicato all'interno della definizione di stili di vita e di pratiche. La stessa enfasi che in questo volume viene data all’idea di culture di strada è volutamente trasversale, non solo per "tenere insieme" culture e produzioni fortemente differenti, ma anche per mostrare le connessioni che sussistono tra di esse.
Attraverso le culture della strada, viene dunque a evidenziarsi il piano in cui il conflitto politico investe le esistenze, nelle condizioni e nelle scelte di vita, trovando il modo di manifestarsi attraverso espressioni culturali che mettono al centro lo svago, il tempo libero, le attività aggreganti e non produttive. Lo stile estetico e le tecniche corporee che lo completano (e che potremmo riassumere nell'"attitudine") sono un elemento centrale delle culture di strada, aspetto aggregante e identificativo, che si tratti delle ciprie dei Merveilleux post-rivoluzionari, dei capelli lunghi degli Swingboys nella Germania nazista, dei bomber al contrario nelle curve degli stadi negli anni Ottanta, delle creste punk o delle treccine colorate e il completo Gucciato dei trap boi. Le culture si organizzano così intorno a quegli elementi che creano disgusto, repulsione, panico nella cultura egemone (ora perché straccione, ora perché ostentatrici) e che sono maggiormente bersaglio delle retoriche del contagio e di atti di controllo e repressione. Le canzoni che affrontano l'aborto, in particolare quelle che lo fanno con la sfrontatezza e la crudezza del freestyle di Nello Taver, diventano così emblemi di questa complessa relazione tra espressione culturale, identità giovanile e reazione sociale, dimostrando come la musica hip hop sia non solo un riflesso, ma anche un catalizzatore di queste dinamiche.