Il labirinto dell'aborto: giornalismo, diritti e tensioni sociali negli Stati Uniti

Il dibattito sull'aborto negli Stati Uniti rappresenta oggi la linea di faglia più profonda su cui si gioca l'identità della più grande democrazia del mondo. L'immagine dell'America, oggi, ci appare per molti versi indecifrabile. Nelle cronache, la più grande democrazia del mondo mostra una politica sempre più pirotecnica, tra assalti social e assalti giudiziari, colpi di scena e colpi bassi, declini che sembrano irreversibili e spettacolari rimonte. Dietro le apparenze mediatiche, di volta in volta foriere di timori e speranze, la realtà è quella di una società profondamente divisa da una nuova conflittualità culturale su temi controversi come il razzismo, l’immigrazione, i diritti civili, primo fra tutti quello all’aborto.

Manifestazione per il diritto all'aborto davanti alla Corte Suprema

La precarietà del diritto e l'attivismo sotterraneo

In un soleggiato pomeriggio di inizio gennaio 2022, su una spiaggia della California meridionale, una giovane donna ha disposto su un asciugamano arancione a pois il necessario per uno strano picnic. La donna, che chiameremo Ellie, ha costruito in meno di dieci minuti un semplice dispositivo per praticare un aborto, noto come Del-Em, progettato originariamente negli anni '70 da Lorraine Rothman. Questo strumento, composto da un barattolo di vetro, un tappo di gomma, una siringa e cannule, rappresenta per molte donne un "amuleto del passato" da portare con sé in un futuro incerto.

Il lavoro di attiviste come Rothman e Carol Downer ha radici profonde. Prima che la Corte Suprema si pronunciasse nel 1973 sul caso Roe contro Wade, le donne usavano strumenti simili quando l’aborto era illegale. Il metodo di Harvey Karman, chiamato “aborto in pausa pranzo”, fu il precursore di una forma di resistenza che oggi, dopo il ribaltamento di quella storica sentenza, sta tornando di estrema attualità.

Donne con la macchina da presa [gli anni '70] - Incontro con Federico Rossin

La frammentazione legislativa post-Roe

Il 23 giugno, la Corte Suprema - composta da sei giudici conservatori e tre progressisti - ha confermato una legge del Mississippi che vieta l’aborto quasi in ogni circostanza dopo le quindici settimane di gestazione, annullando la sentenza Roe contro Wade del 1973 e il verdetto Planned parenthood contro Casey del 1992. D’ora in avanti, saranno i singoli stati a decidere come regolamentare le interruzioni di gravidanza. Secondo il Guttmacher institute, più della metà degli stati tenterà di vietare l’aborto.

Per molte statunitensi, il diritto era già stato svuotato. In quasi il 90 per cento delle contee statunitensi non c’è una clinica che pratica l’interruzione di gravidanza. Tra le crepe create da questi ostacoli si è sviluppata una vasta infrastruttura di sostegno: più di novanta organizzazioni locali, note come “fondi per l’aborto”, raccolgono soldi per pagare gli interventi, le spese di viaggio, l’alloggio e la baby-sitter. Esiste anche una rete sotterranea di operatori comunitari - ostetriche, fitoterapeute, doule - disposti ad aggirare la legge per offrire supporto fuori dal sistema sanitario ufficiale.

La nuova generazione "Pro-Life" e lo scontro culturale

A scorrere le foto delle manifestazioni davanti alla Corte Suprema, dopo la decisione di abolire il diritto all'aborto a livello federale, c'è qualcosa di stridente. Ai volti arrabbiati si mescolano visi allegri ed esultanti. Tra chi si batte per vietare l'aborto non ci sono solo giudici repubblicani, ma giovani donne che si definiscono la "Pro Life Generation".

Phoebe Purvey, ventiseienne texana, sostiene: “Respingo semplicemente l'idea che, come donna, ho bisogno dell'aborto per avere successo o per essere fiorente come un uomo nella mia carriera”. Queste attiviste spesso si considerano guerriere per i diritti umani, supportate da un accesso facilitato alle ecografie, che permettono di visualizzare il feto molto prima di quanto fosse possibile in passato, alimentando la narrativa che il concepito sia un essere umano completo fin dalle prime settimane.

Manifestazione di attiviste pro-life davanti a un tribunale

Rappresentazioni mediatiche e la narrazione di Abby Johnson

Il dibattito sull'aborto ha invaso anche il cinema. Il film Unplanned, basato sulle memorie di Abby Johnson, ha sollevato accese polemiche. La storia racconta di una direttrice di Planned Parenthood che, dopo aver assistito a una procedura di aborto sotto guida ecografica, decide di cambiare radicalmente vita diventando una nota attivista anti-aborto. La pellicola è stata celebrata da testate vicine al mondo conservatore come onesta e schietta, ma è stata ferocemente criticata da altre testate, come il Guardian e il New York Times, che l'hanno definita "propaganda inefficace" e piena di inesattezze fattuali.

Il caso di Abby Johnson illustra bene come il racconto mediatico dell'aborto sia polarizzato. Da una parte, l'immagine del feto che "si allontana" dall'aspiratore, citata in diverse testimonianze storiche; dall'altra, il consenso scientifico che sostiene l'assenza di percezione del dolore fetale nelle prime fasi gestazionali. La discordanza tra il vissuto personale e le evidenze mediche continua a essere il fulcro della battaglia politica.

L'impatto internazionale e il futuro della causa

Mentre negli Stati Uniti si torna a lottare per un diritto acquisito ormai da decenni, in America Latina si avanza a grandi passi per ottenere per la prima volta una legislazione sull’aborto. L’Argentina, con il movimento "Ni Una Menos", è diventata un esempio globale di come il dibattito possa essere portato nelle piazze e nelle case delle famiglie, sdoganando il tema anche in contesti tradizionalmente conservatori come il Messico o la Colombia.

La relazione tra il diritto all’aborto e la rivendicazione di questo diritto allo Stato è complessa. In Italia, come in altre democrazie, le donne si interrogano sulla reale libertà di scelta, specialmente laddove l'obiezione di coscienza o le restrizioni statali rendono la procedura un percorso a ostacoli. La testimonianza di attiviste come Martha Rosenberg ricorda che la conquista di una legge non è la fine del percorso: "Avere una legge non significa che sia rispettato il diritto, bisogna continuare a rivendicarlo come movimento organizzato".

La tensione tra la visione "sacrale" della vita, promossa da settori della Chiesa cattolica e movimenti evangelici, e quella del diritto all'autodeterminazione, resta il vero nodo gordiano della politica contemporanea. Le marce di protesta che hanno unito star di Hollywood e cittadine comuni dimostrano che, in un'America indecifrabile, la difesa del controllo sul proprio corpo è diventata il catalizzatore di una mobilitazione sociale che non accetta di tornare indietro.

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