Il Giappone si trova oggi a fronteggiare una sfida esistenziale senza precedenti nella sua storia moderna. Non si tratta solo di una fluttuazione statistica, ma di un mutamento strutturale profondo che minaccia di ridefinire il futuro della nazione. Da nove anni, la natalità in Giappone continua a scendere inesorabilmente e, nel 2024, il numero delle nascite ha registrato un calo del 5% rispetto all’anno precedente. Questo dato rappresenta il livello più basso mai registrato dal 1899, anno in cui si cominciò a tenere traccia delle nascite nel paese. La preoccupazione è crescente: se questa tendenza non verrà invertita, il paese potrebbe scomparire entro l’anno 2720.

Una popolazione in rapido declino: i numeri della crisi
Il Ministero della Salute giapponese ha pubblicato i dati demografici che confermano la crisi: nel 2024 sono nati 720.988 bambini, inclusi quelli da genitori stranieri, con una diminuzione rispetto ai 758.631 nati nel 2023. Questo calo si affianca a un numero di decessi in costante aumento: lo scorso anno il Giappone ha registrato 1.618.684 morti, con un incremento dell'1,8% rispetto all'anno precedente. In sostanza, per ogni bambino nato, due persone sono morte, portando a una diminuzione complessiva della popolazione di quasi 900.000 persone.
Dal 2010 la popolazione del Giappone è in costante calo, dopo aver raggiunto il suo picco massimo di circa 128,1 milioni al censimento del 1° ottobre 2010. Le proiezioni demografiche indicano un continuo spopolamento, con il rischio di scendere sotto i 100 milioni già intorno al 2050 e toccare quota 90 milioni durante gli anni 2050-60. Addirittura, alcune stime proiettano che entro il 2100 la popolazione potrebbe dimezzarsi rispetto a quella attuale.
Secondo il professor Hiroshi Yoshida, esperto di demografia presso il Tohoku University Research Centre for Aged Economy and Society, se il declino delle nascite non verrà arrestato, il Giappone potrebbe arrivare a un punto critico. «Se questa tendenza continua, nel 2720 il paese avrà un solo bambino sotto i 14 anni, il che significa che la popolazione giapponese potrebbe estinguersi entro 695 anni», ha affermato l'esperto. «Il Giappone potrebbe diventare la prima nazione a scomparire a causa di un tasso di natalità troppo basso».
Le radici del fenomeno: perché i giapponesi fanno meno figli?
Gli esperti indicano diverse ragioni per il costante declino della natalità. Una delle principali è la diminuzione dei matrimoni: il Giappone ha una delle percentuali più basse di nascite fuori dal matrimonio rispetto ad altri paesi, il che indica un forte legame tra il calo dei matrimoni e il crollo delle nascite. Il primo ministro giapponese, Shigeru Ishiba, ha riconosciuto la gravità della situazione: «Dobbiamo essere consapevoli che la tendenza al calo delle nascite non è stata ancora invertita. Tuttavia, il numero dei matrimoni è aumentato e, considerando il legame tra matrimoni e nascite, dovremmo concentrarci anche su questo aspetto».
Il basso tasso di natalità è strettamente legato anche a un crescente tasso di celibato permanente. Dal 1960, questa percentuale è salita a circa il 18% per le donne e il 28% per gli uomini nel 2020. Secondo Takumi Fujinami, economista del Japan Research Institute, il problema risiede in fattori economici e sociali. Molti uomini con impieghi precari non vengono considerati partner desiderabili, mentre molte donne, trovandosi in lavori instabili e mal retribuiti, evitano di costruire una famiglia. Ekaterina Hertog, docente presso l’Oxford Internet Institute, sottolinea che «le aspettative tradizionali sul ruolo di capofamiglia per gli uomini scoraggiano i matrimoni tra chi ha salari più bassi».
Un altro elemento determinante è la cultura del lavoro: il fenomeno del karoshi (morte per eccesso di lavoro) è emblematico di un sistema che lascia poco spazio alla vita familiare. Questa pressione sociale porta molte coppie a evitare di avere figli, contribuendo ulteriormente al declino della natalità.
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L'invecchiamento della popolazione e le conseguenze strutturali
Un tratto essenziale della demografia giapponese è l’aspettativa di vita, la più alta al mondo: 81,41 anni per gli uomini e 87,45 anni per le donne nel 2020. Queste aspettative di vita sempre più lunghe portano naturalmente a un invecchiamento progressivo della popolazione. La generazione del baby boom, nata tra il 1947 e il 1949, è oggi diventata una fascia demografica composta da anziani. Attualmente, in Giappone vivono circa 36 milioni di persone con più di 65 anni.
Il rapporto demografico tra le persone di età compresa tra i 15 e i 64 anni (considerate potenzialmente attive nella forza lavoro) e quelle con più di 65 anni (considerate presumibilmente in pensione) è anch’esso in costante diminuzione. Nel 1980, c’erano 7,4 persone in età lavorativa per ogni anziano; nel 2010 questo numero è sceso a 2,7. Nel frattempo, il numero di ultracentenari è salito a circa 75.000 nel 2019. Secondo il rapporto “Proiezioni demografiche del Giappone” pubblicato nel 2012 dall’Istituto nazionale di ricerca sulla popolazione, il numero degli anziani continuerà ad aumentare.
Un’altra conseguenza dell’invecchiamento della popolazione giapponese è la crescente carenza di manodopera. Il basso tasso di natalità e la forza lavoro in costante diminuzione continuano a rallentare la crescita economica complessiva e a influenzare negativamente le dinamiche commerciali, sia a livello regionale che internazionale. C’è preoccupazione in particolare per la sostenibilità del sistema pensionistico e di quello sanitario, con i vertici governativi che mettono in guardia sul fatto che la perdita di popolazione e l'invecchiamento mettono in pericolo la possibilità del paese di «funzionare come società».
Evoluzione storica e curiosità statistiche
Sebbene associato principalmente agli ultimi decenni, i segnali di un declino demografico erano già visibili negli anni ’20 del Novecento. Nonostante l’aumento significativo della popolazione totale tra il 1872 e il 1944 (da 34,8 a 74,4 milioni), il tasso di fertilità cominciò a diminuire nel 1920, scendendo da 5,24 a 4,36 figli per donna entro il 1937. La particolarità di questo processo d’invecchiamento demografico risiede nel fatto che non è direttamente riconducibile a eventi traumatici come guerre, epidemie o crisi economiche.
Nel 1966, anno dello Hinoe Uma (“cavallo di fuoco”), si verificò un fenomeno molto curioso: il tasso di natalità del Paese calò del 31% rispetto al 1965, per poi risalire del 42% l’anno successivo, a causa di una superstizione che associava l'anno a presagi negativi per le nate femmine. Nel 1950, con 2,3 milioni di nascite e 320.150 aborti, il rapporto era di 7,19:1. Nel 2020, con 840.835 nascite e 141.433 aborti, il rapporto è sceso a 5,94:1. Ciò evidenzia un calo proporzionale delle nascite rispetto agli aborti, nonostante la riduzione complessiva degli aborti in termini assoluti.

Strategie governative e risposte tecnologiche
Di fronte a questa complessa crisi demografica, il Paese sta cercando di reagire esplorando diverse strade. I governi giapponesi stanno tentando da decenni di invertire questa tendenza. Il primo ministro Shigeru Ishiba ha recentemente annunciato una serie di misure di welfare per spingere le persone giovani a fare figli: ha aumentato i sussidi per le famiglie con bambini, fornito benefit per l’istruzione, stanziato fondi per gli asili e promesso il rimborso totale dello stipendio per i genitori che prendono periodi di maternità o paternità.
Il governo ha inoltre varato diverse iniziative peculiari, come un'app per incontri gestita dallo stato per incentivare i matrimoni, oltre a un pacchetto di misure da 3,6 trilioni di yen per il sostegno all’infanzia. Sono stati potenziati gli asili nido, introdotti sussidi per l’acquisto della casa ed è stata istituita la figura di un apposito ministro incaricato di affrontare il calo delle nascite. Nonostante ciò, il tasso di fecondità è sceso a 1,15 nel 2024, ben al di sotto della soglia di sostituzione di 2,1.
Per far fronte all’allarmante mancanza di manodopera, il Giappone sta esplorando anche soluzioni esterne e tecnologiche. Alcuni funzionari al più alto livello del governo hanno riconosciuto la necessità di ricorrere a più lavoratori stranieri. Parallelamente, si spinge verso un maggiore ricorso alla robotica. Alcuni robot umanoidi, come “Pepper”, vengono già utilizzati in vari contesti pubblici, tra cui negozi, banche, stazioni e ospedali. Con la crescente carenza di manodopera in settori come l’edilizia e l’impiantistica, il numero di robot impiegati potrebbe aumentare significativamente, trasformando il Giappone in un laboratorio vivente per l'integrazione dell'automazione in una società in declino numerico.