Giacomo Poretti, noto per la sua inconfondibile vena comica e la capacità di indagare con leggerezza e profondità le pieghe dell'animo umano, si distingue nel panorama artistico italiano per una narrazione che spazia dall'ironia più acuta alla riflessione filosofica. Riprendiamo qui un articolo di Giacomo Poretti pubblicato su La Stampa il 29/04/2012, che offre uno sguardo penetrante sulla genesi della ricchezza e sulla natura umana attraverso la storia di un personaggio singolare, Rocco. Questa storia, ricca di spunti, si inserisce in un contesto più ampio che include le sue opere teatrali, come "La fregatura di avere un'anima", e le riflessioni su grandi classici della letteratura che, pur non essendo direttamente sue creazioni, arricchiscono il dialogo culturale in cui l'artista si muove.

L'Inizio di una "Fortuna Colossale": Rocco e il Pannolino
La storia di Rocco, così come narrata da Giacomo Poretti, è un esempio emblematico di come la sete di ricchezza e l'aspirazione all'immortalità possano germogliare fin dalla più tenera età. Rocco aveva un solo desiderio: essere ricco. Dopo aver desiderato di essere ricco, pensò che doveva essere anche immortale, perché la ricchezza è talmente bella che tutti cercano di portartela via: moglie, figli, parenti, amici, nemici, poveri, ministero delle finanze, banche, galleristi e venditori di auto e di orologi. Tutti, persino Dio, sono invidiosi dei tuoi soldi, e per questo vuole farti morire. E allora, si chiedeva Rocco, come proteggere la tua ricchezza? Con le azioni? Hedge fund? Investimenti immobiliari? Diamanti? Fatturare a Reggio Emilia e avere la residenza fiscale a Montecarlo? No, la sua intuizione era chiara: fregandoli tutti e diventando immortale. Ma come si diventa ricchi e dove la si trova l’immortalità?
Rocco manifestò queste tendenze e desideri fin da bambino: si racconta che all’asilo nido desse la mancia alle suore tutte le volte che gli veniva cambiato il pannolino. Dove si procurasse i soldi per le mance è tuttora coperto dal segreto istruttorio. Ma dove procurarsi l’immortalità? Questa lacerante domanda accompagnò Rocco nei suoi primissimi anni di vita, finché finalmente, dopo un episodio febbrile acuto che gli procurò le convulsioni, ebbe un’intuizione geniale e decise di chiederla, l’immortalità, a Babbo Natale.
A tre anni, scrivendogli la sua prima letterina, si potevano leggere le seguenti sconcertanti parole: «Egregio Dottor Natale, sarebbe bello se il giorno di Natale mi svegliassi e sotto l’albero trovassi un bel sacco di monete d’oro in valuta pregiata e una Hummer color mimetizzato. Si risparmi puzzle, peluche e marchingegni elettronici, mi faccia trovare invece un attestato di Immortalità e le assicuro che non rivelerò ai bimbi del quartiere la sua vera identità». Quel Natale il papà e la mamma di Rocco gli fecero trovare sotto l’albero tre pacchettini: il primo conteneva 25 euro in monete di cioccolato, il secondo una macchinina Fiat Duna color giallo ocra, e il terzo, non sapendo dove procurarsi una certificazione di Immortalità, conteneva una letterina con su scritto: «Ti vorremo bene per sempre. Firmato Mamma e Papà».
Il bambino che voleva diventare ricco dopo le vacanze di Natale si recò all’asilo portando con sé i pacchettini dei regali e diede inizio alla sua fortuna colossale: iniziò con lo scambiare due monete di cioccolato contro una moneta da un euro. Perché lui a tre anni non amava il cioccolato, ma il sapore del denaro lo mandava in sollucchero. Scambiò la Duna con un iPhone del bambino più agiato dell’asilo, tale Fistallani, facendogli credere che con quella macchina avrebbe sicuramente rimorchiato. Rivendette poi lo stesso telefonino allo stesso Fistallani convincendolo che già la Duna era una macchina così così, ma senza un telefonino sarebbe stata proprio una macchina di merda. Il bambino agiato Fistallani pensò che Rocco fosse una persona molto profonda, lo ringraziò del consiglio e ricomprò il suo telefonino per appena 250 euro.
Nei mesi successivi Rocco eseguiva i tagliandi alla Duna di Fistallani facendosi pagare 300 euro ogni volta. Rocco era anche l’assicuratore di Fistallani: la Duna fu assicurata per un valore di 58.000 euro, e con scadenza trimestrale Fistallani pagava 856 euro di polizza che lo garantiva da RC, furti e incendi. Al secondo anno d’asilo scadde il leasing e Fistallani pagò a Rocco 1250 euro per il riscatto.
Infine, Rocco vendette il bigliettino «Ti vorremo bene per sempre, mamma e papà» a Preda, l’orfano della classe. Preda gli era simpatico e si fece dare solo 20 euro. Ogni sei mesi procurava a Preda bigliettini di quel tono facendogli credere che i suoi genitori non erano morti, ma immigrati nelle Filippine per cercare lavoro, e non possedendo più una casa in Italia scrivevano a Rocco quei biglietti. Tutte le volte Rocco si faceva dare da Preda 20 euro, dicendo che erano per le spese postali. Preda leggeva i bigliettini che invariabilmente dicevano la stessa frase («Ti vorremo bene per sempre») e piangeva commosso. Tramite Rocco, l’affetto dei genitori di Preda non venne mai meno.
Dopo tre anni d’asilo Rocco aveva un discreto conto in banca. Le suore, con i soldi delle mance, potevano permettersi le calze di seta. Fistallani aveva messo sul lastrico i suoi genitori. Cosa se ne facesse di tutti quei soldi Rocco, lo scopriremo un paio di decenni più avanti quando il nostro acquistò dei terreni destinati al pascolo e ci costruì un centro residenziale. Il primo acquirente fu Fistallani. Preda divenne l’amico più fedele di Rocco.
La Ricchezza, l'Immortalità e la Giustizia secondo Rocco
La narrazione prosegue con la vita adulta di Rocco, che diventò veramente ricco. Ebbe una vita molto divertente e piena di soddisfazioni. Con i suoi amici del cuore, Preda e Fistallani, condivideva le passioni calcistiche, il sarto a Londra e la stessa donna: a Fistallani toccava il conto del gioielliere, a Preda le lettere infuocate d’amore e a Rocco non rimaneva che portarsela a letto, qualcuno doveva pur farlo.
Insieme investirono in borsa, specularono sui derivati, fondarono società offshore, pilotarono il mercato dei cereali, investirono nel settore delle discariche, dell’energia eolica e nelle automobili a motori ibridi. Avevano partecipazioni importanti in società che si occupavano di agricoltura biologica, nei settori degli infestanti chimici e della ricerca farmacologia. Mettevano i soldi in Svizzera, poi li spostavano alle Bahamas e poi di nuovo in Svizzera, transitavano per qualche ora a Dubai, per poi tornare in un’isola caraibica. Fistallani non si ricordava mai dove aveva il conto corrente e finiva sempre per farsi prestare i soldi da Rocco.
Un giorno i tre amici fondarono un partito, solo perché Preda voleva diventare sindaco del suo paese. Fu eletto con il 97% dei consensi perché in campagna elettorale promise l’abolizione delle tasse e la costruzione di un asilo per orfani. Rocco divenne assessore alla finanza locale. Un giudice indagò sulle attività del suo assessorato e Rocco venne condannato a cinque anni di carcere per corruzione.
Non appena il giudice ebbe pronunciato la sentenza, Rocco stappò bottiglie di champagne con gli amici, invitò la cittadinanza ai festeggiamenti che si prolungarono per settimane con canti, balli, fuochi d’artificio ed esibizione nella piazza comunale delle Spice Girls offerta da Fistallani. Nel comizio conclusivo Rocco lanciò la proposta di riforma dell’elenco dei reati che prevedeva l’abolizione di: concussione, falso in bilancio, ricettazione, riciclaggio, aggiotaggio. Era convinto che la gente avesse bisogno di una giustizia semplice ed efficace. Non a caso un disegno di legge del suo partito prevedeva la riforma dell’elenco dei reati con una drastica riduzione del numero degli stessi. Massimo due: pornografia minorile e vilipendio alla bandiera. In questo modo sarebbe stato più semplice riconoscere le persone oneste dai delinquenti. I giudici avrebbero beneficiato di uno sgravio notevole di lavoro e finalmente i processi sarebbero potuti terminare in tempi brevi.
Prima che la giustizia del suo paese fosse riformata, Rocco morì. Era gennaio, la gente si ammalava di influenza, ma Rocco che si sentiva immortale non faceva il vaccino antinfluenzale, anzi ai primi starnuti si metteva a torso nudo con Preda e Fistallani sul balcone e fischiava alle ragazze che passavano. Una polmonite se lo portò via una mattina. Rocco capì di essere morto quando, stando in fila con un sacco di gente, vide i genitori di Preda. Si vergognò e abbassò gli occhi, ma la mamma di Preda si avvicinò e gli regalò una moneta di cioccolato.
Non osava guardare le persone negli occhi, temeva di incontrare i genitori di Fistallani che per causa sua erano morti poverissimi. Tutti avevano monete di cioccolato, e si accorse che a distribuire tutto quel cioccolato era un signore vecchio e calmissimo, ad ognuno dava una carezza sulla testa e una moneta di cioccolato. Pensò che dovesse essere Babbo Natale, ma Babbo Natale era dietro di lui in coda che aspettava la sua moneta di cioccolato. In quell’androne enorme dove tutti stavano in fila Rocco riconobbe faccendieri, finanzieri, concussi, zoccole, cassintegrati, orfani. Amaramente si rese conto di essere morto e pensando alla sua vita ebbe un attimo di terrore perché ora lo attendeva l’inferno. Infatti vide una porta proprio con la scritta che temeva: Inferno. Si avvicinò, esitò qualche istante e poi si fece coraggio ed entrò. Con stupore vide che l’inferno era vuoto. Si sentì battere dolcemente sulla spalla, si girò: erano i suoi genitori, erano raggianti di felicità, lo abbracciarono e gli sussurrarono: «Ti abbiamo sempre voluto bene», poi gli offrirono un biglietto di cioccolato da 500 euro.
Giacomo Poretti e la Profondità dell'Anima: "La fregatura di avere un'anima"
Dalle avventure quasi picaresche di Rocco, Giacomo Poretti si muove verso indagini più introspettive e filosofiche, come dimostra il suo spettacolo "La fregatura di avere un’anima". Quest'opera, che ha fatto riflettere e ridere il pubblico al Meeting, torna sul palco del Teatro Oscar di Milano, in una nuova messinscena, offrendo un viaggio ironico e tenero. Si tratta di uno spettacolo di e con Giacomo Poretti, che segue un padre alle prese con la sfida più radicale: accompagnare un figlio a scoprire la bellezza della realtà.
Il tema centrale ruota attorno alla domanda: «Immaginate di venire al mondo adesso…». Poretti stesso ha raccontato, in un’intervista al mensile Tracce, che non è stato facile mettere in scena questo concetto. «Quando parti dalla suggestione di un libro di un autore importante come Giussani è difficile smarcarsi e non ripetere. Molti autori lo hanno fatto, non solo Giussani. Però lui mi ha colpito perché - ed è una cosa che nel mio spettacolo funziona proprio bene - fa l’esempio di un adulto: immaginate di venire al mondo, di uscire dal ventre di vostra madre adesso, con la coscienza che avete da adulti. Da lì mi è venuto lo spunto per ironizzare e immaginare invece un bambino che ha uno, due, tre secondi e vede il mondo. Ma per arrivare a quel concetto del dentro e del fuori devono passare almeno dieci anni… mentre io avevo un secondo, due secondi: che cosa ne può sapere uno di due secondi di che cosa sia il dentro e il fuori?».
Fare il padre, secondo la riflessione di Poretti, vuol dire ricordare a qualcuno che siamo figli. La fregatura, quindi, sta qui. «Siamo abituati a non pensare alle domande fondamentali della vita», proseguiva Poretti, «e a viverla senza riflettere: ci siamo, quindi carriera, star bene, vivere comodi, agiatamente, no? E la fregatura è proprio questa. Apparente, però: perché una volta che uno percorre questa strada credo possa scoprirne la ricchezza. Ed è un’ospitalità meravigliosa. Fare il padre vuol dire ricordare a qualcuno - perché è una cascata - che siamo figli, che dipendiamo da qualcuno, che non ci siamo fatti da soli».

Eco e Riferimenti Culturali: Il "Cyrano de Bergerac"
Nel vasto panorama culturale che nutre e ispira figure come Giacomo Poretti, trovano spazio anche opere intramontabili che continuano a interrogare l'uomo sulle sue passioni più profonde e sulle sue eterne contraddizioni. Tra queste, spicca il "Cyrano de Bergerac" di Edmond Rostand, un'opera che, con le sue molteplici interpretazioni e adattamenti, mantiene intatta la sua forza evocativa.
Il Cyrano de Bergerac fu rappresentato per la prima volta il 28 dicembre del 1897 al Théâtre de la Porte-Saint-Martin di Parigi, avendo come protagonista un celebre attore del tempo, Benoît-Constant Coquelin, lo stesso che glielo aveva commissionato. Cyrano de Bergerac è uno scontroso spadaccino dal lunghissimo naso, scrittore e poeta in bolletta dall'irresistibile vitalità. Spaventoso e inarrestabile con una spada in mano, egli, però, nutre segretamente un candido ed impossibile amore per la bella Rossana, sua cugina.
Non sta più nella pelle per la gioia e, pieno di incontenibile vitalità, mentre si avvia a rientrare al suo alloggio, incontra un suo amico pasticciere e poeta che gli chiede aiuto e protezione da un gran numero di sicari (si dice che fossero addirittura cento) intenzionati ad aggredirlo nella notte, mandati da qualche potente messo in ridicolo dai suoi versi. Si reca poi trepidante al suo appuntamento, convinto che il suo sogno d'amore stia per realizzarsi. Alla vista di Rossana riesce a malapena a mantenere un contegno formale, pronto a liberare i propri sentimenti appena l'amata manifesterà i suoi. Però la sua adorata ha ben altro in mente. Addirittura Cyrano deve prometterle solennemente di proteggere e guidare questo giovanotto per non farle soffrire l'ansia di saperlo indifeso in un ambiente "pepato" come quello dei cadetti, sempre pronti a sguainare la spada. A Cyrano non resta che accettare e prendersi cura di costui, sulle prime solo per la promessa a Rossana, che lui ama sempre disperatamente, poi per una sincera amicizia che nasce tra i due.
La guerra appena scoppiata costituisce a questo punto per costui una perfetta occasione per allontanare i due innamorati: Cristiano e Cyrano finiranno insieme al fronte, con la loro compagnia di cadetti. Qui Cyrano prosegue nella sua opera, sapendo che l'unico modo per poter continuare ad esternare in tutta la sua immensità quest'amore per Rossana è di continuare a manifestarlo come quello di Cristiano. In fin dei conti i due si completano, uno bello ma senza talento e l'altro con un grandissimo talento, ma brutto. Cyrano tutti i giorni scrive una lettera per l'amata e tutte le notti attraversa le linee nemiche per farla recapitare. Ma un giorno al campo dei cadetti, sebbene fossero praticamente accerchiati dal nemico, giunge una carrozza piena di vettovaglie, guidata dall'amico poeta e pasticciere e con una dama a bordo.
Cristiano, che quelle lettere non le ha scritte, capisce, non ha talento poetico ma non è stupido, vuole chiarirsi con l'amico di cui comprende il sentimento e gli chiede di dire la verità a Rossana perché lei possa a sua volta capire chi ama veramente tra i due. Anche lui è pronto a sacrificarsi, sia per la felicità di Rossana che per quella del suo grande amico, tanto da offrirsi volontario per una pericolosissima missione di ricognizione che riesce a compiere venendo però ferito molto gravemente. Cyrano cerca di soccorrerlo ed alla domanda che l'amico gli rivolge, ormai in punto di morte, se l'amata ha fatto la sua scelta, con un gesto apparentemente di estremo altruismo, risponde che sì, Rossana ha saputo la verità ed ha scelto lui, Cristiano, come compagno della propria vita. Cristiano muore. Rossana, a cui in realtà Cyrano non ha detto nulla e non dirà mai nulla, decide di ritirarsi in convento.
Per la prima volta quella sera giunge in leggero ritardo, e suo malgrado si tradisce. Invitato a leggere l'ultima lettera scritta come Cristiano, frastornato com'è, la dice a memoria e Rossana se ne avvede. Adesso anche lei comincia a capire, troppe coincidenze alle quali non aveva dato peso ora si mostrano come elementi chiari: è lui, Cyrano, che ha dato vita ai suoi sentimenti, è lui il vero protagonista di tutti i suoi sogni. La sua geniale temerarietà, la drammaticità della sua fiera esistenza, vissuta pericolosamente all'insegna del non piegarsi mai alla mediocrità e alle convenienze, costi quel che costi, ne fanno un autentico eroe romantico e al contempo un personaggio straordinariamente moderno.
Celebri interpretazioni teatrali di Cyrano sono state quelle di Gigi Proietti, Franco Branciaroli, Massimo Popolizio, Alessandro Preziosi, Gabriele Dimaggio e, in chiave musicale, Domenico Modugno. Il cinema si è ispirato alla figura dello spadaccino rostandiano per numerose pellicole. La prima già nell'anno 1900 fu una pellicola francese realizzata da Clément Maurice, di un certo interesse anche tecnico. Seguì in Italia, nel 1908, un film di circa 280 metri girato da Ernesto Maria Pasquali a Torino per conto della società da lui stesso costituita in quello stesso anno, che è andata perduta. Quando arriva il sonoro, occorre attendere il secondo dopoguerra per il Cirano di Bergerac del 1950 di Michael Gordon (che valse al suo interprete José Ferrer il premio Oscar), cui segue una versione francese del 1990 diretta da Jean-Paul Rappeneau ed interpretata da Gérard Depardieu dal titolo Cyrano de Bergerac che valse nel 1991 a Franca Squarciapino un Premio Oscar per i costumi. Nel 2021 Joe Wright dirige il suo Cyrano interpretato da Peter Dinklage.
Il compositore italiano Franco Alfano compose l'opera lirica Cyrano de Bergerac su libretto di H. Cain, che venne rappresentata la prima volta a Roma nel 1936 e che è stata ripresa nel 2005 al Metropolitan Opera di New York con Plácido Domingo nel ruolo principale. Di stampo decisamente più romantico il brano di Roberto Vecchioni, intitolato Rossana Rossana e contenuto in Blumùn. In "Chiedimi se sono felice" (Aldo, Giovanni e Giacomo), i protagonisti cercano di mettere in scena il Cyrano, e ci riusciranno alla fine del film. È degno di nota un celebre passaggio di Edmond Rostand, tradotto in italiano, che esplora la natura del bacio: «Ma poi che cos'è un bacio? Un giuramento fatto poco più da presso, un più preciso patto, una confessione che sigillar si vuole, un apostrofo rosa messo tra le parole "T'amo"; Un segreto detto sulla bocca, un istante d'infinito che ha il fruscio d'un'ape tra le piante, una comunione che ha gusto di fiore, un mezzo di potersi respirare un po' il cuore e assaporarsi l'anima a fior di labbra».
