La Paternità e la Fecondità Sacerdotale nel Magistero di Papa Francesco: Un Richiamo all'Amore Che Genera Vita Libera e Responsabile

Nella sua costante riflessione sulla vita e la missione della Chiesa, Papa Francesco ha proposto una delle note più tipiche del suo magistero “ordinario”: l’invito ad amare la Chiesa non custodendone solo il mistero e la tradizione, ma affrontando l’inevitabile compito di ripensarla, alla luce del Vangelo e del tempo in cui viviamo. Con parole chiare, ha dichiarato: «Credo che dovremmo avere il coraggio di dire che la Chiesa non dovrebbe essere solo materna ma anche paterna». Questa non è una semplice esortazione a recuperare la centralità del Padre come immagine di Dio rivelata dal Figlio, ma piuttosto una profonda richiesta di collocare l’elemento paterno, intrinsecamente maschile, al centro dell’essere e dell’agire ecclesiale. È un invito a riscoprire una dimensione essenziale che arricchisce e completa la comprensione della Chiesa stessa.

La Chiesa: Da Immagine Materna a Dimensione Materna e Paterna

L'intuizione di aver pensato la Chiesa come madre è stata un dono meraviglioso, che ha garantito al popolo di Dio una storia molto bella e feconda, di cui i credenti devono essere soprattutto orgogliosi. Del resto, la vita non può che venire alla luce da un grembo materno, che garantisce tutto il necessario perché l’esistenza maturi e si sviluppi in modo promettente. Allo stesso modo, aver riconosciuto Maria come madre di Dio e madre della Chiesa ha permesso alla comunità dei credenti di prosperare attorno alla sorgente della misericordia, cioè «quell’amore che genera e rigenera alla vita». Per una madre, infatti, il figlio non deve fare nulla per essere riconosciuto e amato; ha solo bisogno di essere nutrito con costanza e sollecitudine.

Attorno all’immagine di una Chiesa materna sono nati i grandi punti di riferimento che tutti conoscono e che hanno plasmato l'identità cristiana: i dogmi che hanno precisato gli spazi ampi e accoglienti della grazia divina, i sacramenti che abilitano e custodiscono la vita nuova in Cristo, e il ministero ordinato come attualizzazione dell’azione del Risorto dentro la storia umana. Questi pilastri testimoniano l'amore accogliente e nutritivo della Chiesa.

Tuttavia, Papa Francesco ci invita a guardare oltre, verso una completezza che include il maschile, l'elemento paterno. In un tempo segnato da una profonda crisi della paternità umana, la Chiesa non dovrebbe aver timore di verificare quanto le sue viscere siano non solo materne, ma anche paterne, cioè capaci di generare vita libera e responsabile. Se l’immagine di Maria - come madre - ha garantito alla Chiesa il suo essere, la sua identità profonda e la sua capacità di generare figli nella fede, l’immagine di Giuseppe - come padre - dovrebbe invece garantire il suo divenire, il suo continuo processo di trasformazione e adattamento, attraverso un esercizio creativo e responsabile della libertà. Questo richiamo è un appello a un dinamismo ecclesiale che, pur conservando la sua identità essenziale, sappia sempre rinnovarsi e osare.

La Chiesa come madre e padre

San Giuseppe: Archetipo della Paternità Ecclesiale e Umana

L’anno speciale dedicato a san Giuseppe ha offerto un'opportunità preziosa per contemplare un’altra immagine a cui la Chiesa ha ugualmente bisogno di conformarsi, per essere fedele al mistero dell’incarnazione. Sebbene lo sposo di Maria non sia mai stato definito ufficialmente padre di Dio, né padre della Chiesa, è indubbio che il suo ruolo nella generazione del Verbo nella nostra carne umana sia stato fondamentale. Senza il suo coraggio creativo e la sua virilità sensibile alla debolezza, il Cristo non avrebbe potuto fare il suo ingresso nella storia della salvezza, rimanendo il mistero ineffabile che è.

La figura di San Giuseppe, come ci ha ricordato Papa Francesco nella lettera apostolica Patris Corde in occasione del 150° anniversario della dichiarazione di san Giuseppe patrono della Chiesa universale, è un esempio e uno speciale patrono per tutti coloro che sono chiamati a esercitare una forma di paternità, in particolare per i sacerdoti. La meditazione di questa lettera, in quanto sacerdoti, è molto suggestiva, poiché aiuta a meditare sull'essere custodi del dono ricevuto e custodi dei fedeli affidati alle loro cure.

Gli Evangelisti Matteo e Luca presentano Giuseppe come padre putativo di Gesù e non come padre biologico. Matteo lo precisa, evitando la formula “generò”, usata nella genealogia per tutti gli antenati di Gesù; ma lo definisce «sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù detto il Cristo» (Mt 1,16). Per comprendere la paternità putativa o legale di Giuseppe, occorre tener presente che anticamente in Oriente era molto frequente, più di quanto non sia ai nostri giorni, l’istituto dell’adozione. Un esempio comune presso Israele è il “levirato” così formulato nel Deuteronomio: «Quando uno dei fratelli morirà senza lasciare figli, la moglie del defunto non si sposerà con uno di fuori, con un estraneo. Suo cognato si unirà a lei e se la prenderà in moglie, compiendo così verso di lei il dovere di cognato. Il primogenito che ella metterà al mondo, andrà sotto il nome del fratello morto, perché il nome di questi non si estingua in Israele» (Dt 25,5-6). In altre parole, il genitore biologico di questo figlio è il cognato, ma il padre legale resta il defunto, che attribuisce al neonato tutti i diritti ereditari. In modo analogo, come padre ufficiale di Gesù, Giuseppe esercita il diritto di imporre il nome al figlio, riconoscendolo giuridicamente. Giuridicamente è il padre, ma non generativamente, non l’ha generato.

Anticamente il nome era il compendio dell’identità di una persona. Cambiare il nome significava cambiare sé stessi, come nel caso di Abramo, il cui nome Dio cambia in “Abraham”, che significa “padre di molti”, «perché - dice il Libro della Genesi - sarà padre di una moltitudine di nazioni» (Gen 17,5). Così per Giacobbe, che viene chiamato “Israele”, che significa “colui che lotta con Dio”, perché ha lottato con Dio per obbligarlo a dargli la benedizione (cfr Gen 32,29; 35,10). Giuseppe sa già che per il figlio di Maria c’è un nome preparato da Dio - il nome a Gesù lo dà il vero padre di Gesù, Dio - il nome “Gesù”, che significa “Il Signore salva”, come gli spiega l’Angelo: «Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). Questa paternità legale e spirituale, pur non essendo biologica, è stata per Gesù una garanzia di appartenenza, di identità e di protezione.

Preghiera miracolosa a San Giuseppe per proteggere la famiglia

La Paternità Oltre la Biologia: Adozione e Cura Responsabile

Questo particolare aspetto della figura di Giuseppe ci permette oggi di fare una riflessione profonda sulla paternità e sulla maternità. Il Santo Padre sottolinea che è molto importante pensare alla paternità, oggi, perché si vive un’epoca di notoria orfanezza. È curioso, aggiunge, che la nostra civiltà sia un po’ orfana, e si sente, questa orfanezza.

Non basta, infatti, mettere al mondo un figlio per dire di esserne anche padri o madri. «Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti» (Lett. ap. Patris Corde). Questa prospettiva allarga il concetto di paternità e maternità ben oltre il dato biologico, abbracciando la dimensione della cura, della responsabilità e dell'amore che genera vita.

In questo contesto, il pensiero di Papa Francesco si rivolge in modo particolare a tutti coloro che si aprono ad accogliere la vita attraverso la via dell’adozione, che egli definisce un atteggiamento così generoso e bello. Giuseppe ci mostra che questo tipo di legame non è secondario, non è un ripiego, ma una forma sublime di amore. Questo tipo di scelta è tra le forme più alte di amore e di paternità e maternità. Il mondo è pieno di bambini che aspettano che qualcuno si prenda cura di loro, e sono molti i coniugi che desiderano essere padri e madri ma non riescono per motivi biologici; o, pur avendo già dei figli, desiderano condividere l’affetto familiare con chi ne è rimasto privo. Papa Francesco ribadisce con forza che non bisogna avere paura di scegliere la via dell’adozione, di assumere il “rischio” dell’accoglienza.

Con l’orfanezza attuale, il Pontefice rileva anche un certo egoismo. Ha ricordato le sue parole sull’inverno demografico che affligge molti Paesi: la gente non vuole avere figli, o soltanto uno e niente di più. Tante coppie non hanno figli perché non vogliono o ne hanno soltanto uno perché non ne vogliono altri, ma, con una nota di amara ironia, il Papa osserva che hanno “due cani, due gatti… Eh sì, cani e gatti occupano il posto dei figli”. Questa non è una realtà da sottovalutare: questo rinnegare la paternità e la maternità, che sia reale o spirituale, ci sminuisce, ci toglie umanità. E così la civiltà diviene più vecchia e senza umanità, perché si perde la ricchezza della paternità e della maternità. Ne soffre la Patria, che non ha figli e - come diceva uno con un po’ di umorismo - “e adesso chi pagherà le tasse per la mia pensione, che non ci sono figli? Chi si farà carico di me?”: rideva, ma è la verità.

La paternità e la maternità, sia biologica che spirituale o adottiva, sono la pienezza della vita di una persona. Se non si possono avere figli biologici, è fondamentale pensare all’adozione. Avere un figlio, sia naturale sia d’adozione, è sempre un rischio, ma più rischioso è non averne. Più rischioso è negare la paternità e la maternità in ogni sua forma. Un uomo e una donna che volontariamente non sviluppano il senso della paternità e della maternità, mancano qualcosa di principale, di importante nella loro vita e nel loro contributo all'umanità. Papa Francesco auspica che le istituzioni siano sempre pronte ad aiutare in questo senso dell’adozione, vigilando con serietà ma anche semplificando l’iter necessario perché possa realizzarsi il sogno di tanti piccoli che hanno bisogno di una famiglia, e di tanti sposi che desiderano donarsi nell’amore. La testimonianza di un dottore che, pur non avendo figli biologici, decise di adottarne uno anche di fronte a incertezze sulla sua salute, esemplifica quella voglia di essere padre, di essere madre anche nell’adozione, mostrando una generosità che supera ogni ostacolo.

Famiglia adottiva felice

La Paternità Sacerdotale: Gioia e Servizio al Grembo della Chiesa

La Messa Crismale, che tradizionalmente si celebra il Giovedì Santo, offre un momento privilegiato per riflettere sul sacerdozio e sulla sua intrinseca fecondità. Giovedì 17 aprile 2014, Papa Francesco ha celebrato la Messa Crismale in San Pietro e, come già aveva fatto l’anno precedente, ha parlato con vigore del sacerdozio, ponendo l'accento sulla «gioia del sacerdote», che «è un bene prezioso non solo per lui ma anche per tutto il popolo fedele di Dio». I sacerdoti, ha detto il Pontefice, sono «unti con olio di gioia per ungere con olio di gioia», un'immagine che evoca sia la consacrazione che la missione.

Questa gioia sacerdotale si manifesta in tre aspetti fondamentali. Anzitutto, è una gioia che unge, nel senso che «è penetrata nell’intimo del nostro cuore, lo ha configurato e fortificato sacramentalmente», radicandosi profondamente nell'essere del sacerdote. In secondo luogo, è una gioia incorruttibile, perché al dono del sacerdozio «nessuno può togliere né aggiungere nulla», a indicare la sua origine divina e la sua immutabilità. Infine, è una gioia «eminentemente missionaria», una caratteristica da «condividere e sottolineare in modo speciale»: l’unzione «è in ordine a ungere il santo popolo fedele di Dio» e perciò la gioia «fluisce solo quando il pastore sta in mezzo al suo gregge (anche nel silenzio della preghiera, il pastore che adora il Padre è in mezzo alle sue pecorelle)». Questa gioia è dinamica e si realizza nel servizio, nella prossimità al popolo di Dio.

A difesa di questa gioia sacerdotale, Papa Francesco ha aggiunto che vi sono «tre sorelle»: «sorella povertà, sorella fedeltà e sorella obbedienza». La sorella povertà richiama il fatto che «il sacerdote è povero di gioia meramente umana: ha rinunciato a tanto! E poiché è povero, lui, che dà tante cose agli altri, la sua gioia deve chiederla al Signore e al popolo fedele di Dio. Non deve procurarsela da sé». Questa povertà di spirito lo rende dipendente da Dio e dal popolo che serve, evitando l'autosufficienza e l'isolamento. Papa Francesco ha sottolineato che «Molti, parlando della crisi di identità sacerdotale, non tengono conto che l’identità presuppone appartenenza. Non c’è identità - e pertanto gioia di vivere - senza appartenenza». Di qui nascono tante crisi dei sacerdoti, perché «il sacerdote che pretende di trovare l’identità sacerdotale indagando introspettivamente nella propria interiorità forse non trova altro che segnali che dicono “uscita”: esci da te stesso».

La sorella fedeltà è «una sempre nuova fedeltà all’unica Sposa, la Chiesa. Qui è la chiave della fecondità». Non una Chiesa inventata, ma «Questa Chiesa, qui e oggi», con i suoi volti concreti e le sue sfide quotidiane. La fedeltà sponsale alla Chiesa è la fonte della fecondità spirituale del ministero. Il Papa ha espresso un desiderio, dicendo: «In questo Giovedì Santo - ha detto il Papa - chiedo al Signore Gesù che conservi il brillare gioioso negli occhi dei nuovi ordinati, che partono per “mangiarsi” il mondo, per consumarsi in mezzo al popolo fedele di Dio, che gioiscono preparando la prima omelia, la prima Messa, il primo Battesimo, la prima Confessione…». Tuttavia, ha anche riconosciuto che questa «gioia della partenza» spesso si perde con gli anni. Ma quando è perduta, può tornare, se la si ravviva e si prega. E può rimanere anche nei sacerdoti anziani e malati, trasformandosi nella «gioia della Croce, che promana dalla consapevolezza di avere un tesoro incorruttibile in un vaso di creta che si va disfacendo».

La sorella obbedienza è il terzo pilastro. Come Giuseppe si è lasciato guidare dalla Parola di Dio anche nell’oscurità dei tratti del cammino, così i sacerdoti sono chiamati a fidarsi della parola di Dio anche quando, e forse soprattutto quando, non è chiaro il percorso che si ha davanti. L’obbedienza è affidamento alla volontà del Padre. Giuseppe prima l’ha vissuta e poi ha insegnato anche a Gesù a far sì che il suo cibo fosse fare la volontà di Dio suo Padre.

Papa Francesco, in un’omelia alla Messa nella casa Santa Marta, ha detto che i sacerdoti devono essere padri. Come aveva rivolto alle suore l’augurio di non essere «zitelle», ma «madri», ha ribadito che la «voglia di paternità» è iscritta nel cuore dell’uomo, anche del sacerdote, sebbene egli sia chiamato a vivere questo desiderio secondo una forma e una vocazione particolare. Il sacerdote sia padre, dunque. Anzi, se non ha questa «voglia», significa che gli «manca qualcosa», che «qualcosa non va. Tutti noi, per essere, per diventare pieni, per essere maturi, dobbiamo sentire la gioia della paternità: anche noi celibi». Questa è una grazia che noi preti dobbiamo chiedere: essere padri, essere padri. La grazia della paternità, della paternità pastorale, della paternità spirituale. Papa Francesco ha riconosciuto che peccati ne avremo tanti, ma questo è di commune sanctorum: tutti abbiamo peccati. Ma non avere figli, non diventare padre, è come se la vita non arrivasse alla fine: si ferma a metà cammino. E perciò dobbiamo essere padri, una grazia che il Signore dona. La gente, del resto, ci dice così: “Padre, padre, padre…”.

Un sacerdote che celebra la Messa Crismale

Anche la Messa in Coena Domini, celebrata con grande solennità in tutte le chiese, come alla Basilica del Santo, fa memoria dell’istituzione dell’eucarestia e del gesto del lavare i piedi. Questo è, ha spiegato Francesco, «un gesto simbolico: lo facevano gli schiavi, i servi ai commensali, alla gente che veniva a pranzo, a cena, perché in quel tempo le strade erano tutte di terra e quando entravano in casa era necessario lavarsi i piedi. E Gesù fa un gesto, un lavoro, un servizio di schiavo, di servo». Un gesto difficile da capire all’epoca, e forse non ovvio neppure oggi, ma che attraversa i secoli e arriva fino a noi, perché ci spinge a pensare all’amore che Gesù ci dice che dobbiamo avere per gli altri, e a come possiamo servirle meglio, le altre persone. Questo profondo atto di servizio e umiltà è anch’esso parte integrante della paternità sacerdotale, un prendersi cura del gregge con dedizione e umiltà, seguendo l'esempio di Cristo stesso. I sacerdoti, in questo senso, sono un dono grande per la Chiesa, un dono di cui ci si accorge sempre di più, specie in questo tempo così povero di vocazioni, e sono chiamati a essere operai per la messe del Signore, pregando anche per tutti i giovani che portano nel cuore tale vocazione.

La Fecondità Spirituale e il Rischio della Sterilità

La sterilità e la fecondità sono due parole chiave nell'omelia di Papa Francesco durante una celebrazione eucaristica a Santa Marta. Le letture del giorno presentano l'annuncio della nascita di Sansone e di Giovanni Battista, fatta dall’angelo a due donne sterili o troppo avanti negli anni, come nel caso di Elisabetta. A quei tempi, la sterilità era una vergogna, mentre la nascita di un figlio era considerata una grazia e un dono di Dio. Nella Bibbia, ricorda il Papa, ci sono tante donne sterili, che desiderano ardentemente un figlio, oppure madri che piangono la perdita del figlio perché sono rimaste senza discendenza: Sara, Noemi, Anna, Elisabetta. La fecondità nella Bibbia è sempre presentata come una benedizione, un eco del primo comandamento di Dio ai nostri padri: "Riempite la terra, siate fecondi!".

Papa Francesco ha menzionato, un po' en passant, alcuni Paesi che hanno scelto la via della sterilità e patiscono di quella malattia tanto brutta che è l’inverno demografico. Sono Paesi vuoti di bambini, e questa non è una benedizione, ma un segno di declino e impoverimento umano. Tuttavia, la fecondità di cui parla il Papa non è solo materiale, ma anche spirituale. Dare vita è una vocazione universale. Una persona può anche non sposarsi, come i sacerdoti e i consacrati, ma deve comunque vivere dando vita agli altri attraverso le buone opere, l'evangelizzazione e il servizio. Guai a noi, sottolinea il Pontefice, se anche noi non siamo fecondi con le buone opere.

La fecondità è un segno di Dio. Francesco ricorda come i profeti scelgano simboli bellissimi come il deserto. Che cosa c’è di più sterile di un deserto, eppure, loro dicono che anche il deserto fiorirà, l’aridità si riempirà di acqua. "È proprio la promessa di Dio. Dio è fecondo", ha affermato il Papa. Al contrario, il diavolo vuole la sterilità, vuole che ognuno di noi non viva per dare vita, sia fisica sia spirituale, agli altri. Vuole che si viva per se stessi, alimentando l’egoismo, la superbia, la vanità; ingrassare l’anima senza vivere per gli altri. Il diavolo è quello che fa crescere la zizzania dell’egoismo e non ci fa fecondi.

La fecondità, pertanto, è una grazia da chiedere a Dio. È una grazia avere figli, sia essi naturali o spirituali, che ci chiudano gli occhi alla nostra morte. Francesco ha citato l’esempio di un anziano missionario della Patagonia che, novantenne, diceva che la sua vita era passata come un soffio, ma aveva tanti figli spirituali accanto a sé nella sua ultima malattia. Il Papa ha usato la potente metafora di una culla vuota, che può essere simbolo di speranza perché verrà il Bambino, oppure un oggetto da museo, vuota tutta la vita. Il nostro cuore è una culla. La domanda provocatoria è: "Com’è il mio cuore? È vuoto, sempre vuoto, ma è aperto per ricevere continuamente vita e dare vita? Per ricevere ed essere fecondo? O sarà un cuore conservato come un oggetto da museo che mai è stato aperto alla vita e a dare la vita?". Francesco suggerisce di guardare questa culla vuota e di dire: “Vieni Signore, riempi la culla, riempi il mio cuore e spingimi a dare vita, ad essere fecondo”. Questo appello è un incoraggiamento a superare ogni forma di ripiegamento su sé stessi e ad aprirsi alla grazia di Dio che genera vita in abbondanza.

Preghiera miracolosa a San Giuseppe per proteggere la famiglia

Le Virtù della Paternità: Accoglienza, Coraggio Creativo e Libertà

Papa Francesco, nel delineare la figura di San Giuseppe, ha individuato sei caratteristiche che definiscono la sua santità: tenerezza, obbedienza, accoglienza, coraggio creativo, essere lavoratore e padre nell’ombra. Queste sono le caratteristiche di colui che è stato chiamato a prendersi cura del corpo di carne di Gesù, nato da Maria vergine, e che offrono un modello essenziale per ogni forma di paternità, compresa quella sacerdotale.

La tenerezza è una virtù fondamentale. Gesù stesso, nel corso della sua vita, ha visto la tenerezza di Dio in Giuseppe, un’esperienza che ha modellato la sua comprensione dell'amore divino. Questa tenerezza è la capacità di mostrare premura, compassione e cura amorevole, qualità indispensabili per qualsiasi padre, specialmente in un mondo segnato dalla durezza e dall'indifferenza.

L'accoglienza è un tratto distintivo di Giuseppe, definito da Papa Francesco come «padre nell’accoglienza», per cui «lascia da parte i suoi ragionamenti per fare spazio a ciò che accade». Questa non è la rassegnazione passiva, bensì un «coraggioso e forte protagonismo». L’accoglienza è un modo attraverso cui si manifesta nella nostra vita il dono della fortezza che ci viene dallo Spirito Santo. Giuseppe accoglie Maria senza mettere condizioni preventive. «Tante volte, nella nostra vita, accadono avvenimenti di cui non comprendiamo il significato», osserva Papa Francesco. «La nostra prima reazione è spesso di delusione e ribellione. Giuseppe lascia da parte i suoi ragionamenti per fare spazio a ciò che accade e, per quanto possa apparire ai suoi occhi misterioso, egli lo accoglie, se ne assume la responsabilità e si riconcilia con la propria storia. Se non ci riconciliamo con la nostra storia, non riusciremo nemmeno a fare un passo successivo, perché rimarremo sempre in ostaggio delle nostre aspettative e delle conseguenti delusioni». Questa accoglienza è frutto della virtù della fortezza, che è dono dello Spirito, e permette di avanzare anche nelle situazioni più complesse.

Il coraggio creativo è un’altra virtù essenziale che San Giuseppe incarna. Se la prima tappa di ogni vera guarigione interiore è accogliere la propria storia, ossia fare spazio dentro noi stessi anche a ciò che non abbiamo scelto nella nostra vita, serve però aggiungere questa caratteristica importante: il coraggio creativo. Esso emerge soprattutto quando si incontrano difficoltà. Infatti, davanti a una difficoltà ci si può fermare e abbandonare il campo, oppure ingegnarsi in qualche modo. Sono a volte proprio le difficoltà che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno si pensava di avere. Dio si affida al nostro coraggio creativo e affida a noi la sua Chiesa. Non chiede la nostra avventatezza, ma quell’amore che diventa creativo e non rinunciatario nelle difficoltà. Un altro polo ci attrae: «La paternità che rinuncia alla tentazione di vivere la vita dei figli spalanca sempre spazi all’inedito».

Proprio questo compito - secondo Papa Francesco - la Chiesa non deve rinunciare a svolgere: «[…] mi riferisco proprio alla capacità tutta paterna di mettere i figli in condizione di prendersi le proprie responsabilità, di esercitare la propria libertà, di fare delle scelte. Se da una parte la misericordia ci sana, ci guarisce, ci consola, ci incoraggia, dall’altra parte l’amore di Dio non si limita semplicemente a perdonare, a guarire, ma l’amore di Dio ci spinge a prendere delle decisioni, a prendere il largo». Una Chiesa spinta verso il largo non può che essere pensata come una barca disposta ad avventurarsi e a rischiare, percorrendo rotte inesplorate, esponendosi a possibili fraintendimenti e fallimenti. Ma è proprio questo il cambio di mentalità a cui il Vangelo ci costringe: il più grande fallimento a cui la nostra umanità può andare incontro non è quello di sbagliare, bensì di non aver provato a vivere fino in fondo il compito di una libertà accordata e custodita dallo stesso Creatore. Del resto, per un padre un figlio comincia a esistere quando affronta l’avventuroso cammino che lo separa dalla madre per introdursi nella gioia e nella solitudine della sua unicità. Davanti a un padre, un figlio deve fare tutto il possibile per dispiegare come una vela la propria libertà fino a diventare se stesso insieme agli altri, in un processo di crescita e autonomia responsabile.

Coraggio creativo in famiglia

Il lavoratore Giuseppe ha lavorato onestamente per garantire il proprio sostentamento e quello della sua famiglia. Questa dimensione del lavoro onesto e dignitoso, non solo per sé stessi ma anche per gli altri, è un modello per tutti, compresi i sacerdoti. Il ministero è anch’esso un lavoro, e, come ogni lavoro, è contrassegnato da fatica. Non si fabbricano cose, ma si aiutano le persone a trovare in Dio il vero senso della loro vita, e tutto ciò ha una grande dignità anche dal punto di vista sociale. Questo aspetto del servizio, spesso silenzioso e faticoso, è parte integrante della paternità sacerdotale.

Infine, San Giuseppe è il padre nell’ombra. Papa Francesco spiega: “Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti”. È questa la nostra paternità, quella che dà senso alla nostra vita e le dona pienezza. Il Papa aggiunge: “Essere padri significa introdurre il figlio all’esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze. Forse per questo, accanto all’appellativo di padre, a Giuseppe la tradizione ha messo anche quello di “castissimo”. Non è un’indicazione meramente affettiva, ma la sintesi di un atteggiamento che esprime il contrario del possesso. La castità è la libertà dal possesso in tutti gli ambiti della vita… L’amore che vuole possedere, alla fine diventa sempre pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici. Dio stesso ha amato l’uomo con amore casto, lasciandolo libero anche di sbagliare e di mettersi contro di Lui. La logica dell’amore è sempre una logica di libertà, e Giuseppe ha saputo amare in maniera straordinariamente libera. Non ha mai messo sé stesso al centro. Ha saputo decentrarsi, mettere al centro della sua vita Maria e Gesù … Tutte le volte che ci troviamo nella condizione di esercitare la paternità, dobbiamo sempre ricordare che non è mai esercizio di possesso, ma “segno” che rinvia a una paternità più alta. In un certo senso, siamo tutti sempre nella condizione di Giuseppe: ombra dell’unico Padre celeste, che «fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45); e ombra che segue il Figlio”." Questa immagine del padre nell'ombra è potentissima, perché indica un servizio umile, che non cerca i riflettori ma opera per la crescita e la libertà dell'altro, riflettendo la paternità stessa di Dio.

Il Sacerdote come Custode e Servitore del Mistero

Riprendendo le parole di un'omelia tenuta in occasione di una Messa Crismale, carissimi sacerdoti e diaconi, è essenziale tenere davanti a noi come modello del nostro ministero la figura di Giuseppe, uomo giusto, imitandone le virtù umane e di fede. A noi è affidato il corpo sacramentale, eucaristico, di Cristo e il suo corpo ecclesiale di cui per amore e con amore siamo chiamati a prendercene cura. Questo si fa volentieri con l’atteggiamento proprio di chi ama, sapendo che Maria sarà sempre accanto ai sacerdoti, come lo è stata con Giuseppe. Dio è fecondo e vuole che tutti i suoi figli lo siano, vivendo per gli altri e dando vita.

Giuseppe è l’uomo dalle poche parole; egli parla pochissimo o nulla. Nelle difficoltà interroga Dio e vive intensamente, non sottraendosi mai alle sue responsabilità, anche quando sconvolgono i suoi leciti progetti umani. Come il sacerdote, egli ha offerto tutta la sua vita, rinunciando ad essere padre di un figlio da lui stesso generato, per donare a noi il Figlio unico di Dio: è il suo umile e maturo modo di servire e di partecipare all’economia della salvezza. Due verbi, infatti, guidano la vita di san Giuseppe: servire e partecipare. Questi sono i due verbi che devono guidare anche l’esistenza presbiterale, un richiamo continuo alla santità sacerdotale nel ministero che è affidato: quello di portare e proteggere Gesù nel mondo. Verbi che dovrebbero rimanere oggetto frequente della meditazione di ogni sacerdote.

Servire partecipando a progetti comuni: Giuseppe serve non seguendo un proprio progetto, ma affidandosi al progetto di Dio. In questi verbi vi è una fecondità superiore a quella fisico-biologica, che è la sorgente della fecondità del ministero sacerdotale. Ai sacerdoti, infatti, è affidata nei confronti dei fedeli una paternità per molti aspetti simile a quella di san Giuseppe. Questo significa che il ministero sacerdotale non è un’azione individuale, ma una partecipazione al disegno divino, un servizio che genera vita spirituale e guida i figli di Dio verso la piena libertà e responsabilità. In tal modo, il sacerdote diviene un'immagine viva della paternità di Dio, un ponte tra il cielo e la terra, capace di nutrire, proteggere e orientare il popolo di Dio con amore e saggezza.

Preghiera miracolosa a San Giuseppe per proteggere la famiglia

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