La forza delle donne oltre il dolore dell'aborto spontaneo: percorsi di rinascita e consapevolezza

La vita si ferma in un istante. Il feto ha raggiunto una certa lunghezza, ma «non c’è battito. L’attesa si è interrotta». Poche parole che segnano la fine di un sogno, il più bello, quello di diventare madre. Poche parole che, giunte all’improvviso in occasione di un controllo di routine o arrivate a confermare qualche sintomo sospetto, suonano come una condanna. La gravidanza si è interrotta, non avrai questo bambino, non potrai stringerlo tra le braccia, nutrirlo con il tuo latte, accudirlo. Eppure, sono tante le donne che hanno vissuto l’esperienza della perdita di un bimbo prima della nascita. Secondo le statistiche, il 15-25% delle gravidanze si interrompe spontaneamente nel primo trimestre (è il caso, ad esempio, della maggior parte delle gravidanze extrauterine).

rappresentazione simbolica del lutto perinatale e del sostegno reciproco

Ma il dolore di un aborto spontaneo è un dolore che la società tende a minimizzare, ignorare, banalizzare. Le frasi, che io un po’ polemicamente chiamo di “non consolazione”, sono sempre le solite: «Per fortuna eri incinta solo di tre mesi», «Vedrai che ne avrai altri» o «Be’, hai già un bimbo», «Sono cose che capitano». Tutte frasi pronunciate con le migliori intenzioni, per carità. Ma che, anziché accogliere e riconoscere il dolore, sembrano sminuirlo, dando alla donna l’impressione di non essere compresa, di essere sola.

Il tabù sociale e il bisogno di ascolto

Beh, per cominciare, si potrebbe evitare di far finta di niente. Altra tentazione assai comune in questi casi. Forse perché si tende a pensare che, chiedendo alla donna come sta, accennando all’argomento, le si farà tornare in mente quanto accaduto. In realtà, lei ha già ben vivo in mente ciò che è accaduto e poterne parlare, poter “tirare fuori” le emozioni le sarebbe di grande aiuto. A me è capitato. Quando ho perso un bimbo, il mio terzo bimbo, all’undicesima settimana dell’attesa, trascorsi i primi giorni di black out, in cui ancora dovevo realizzare bene cosa era successo, ho sentito un bisogno fortissimo di parlare di lui, di quello che avrebbe dovuto essere il giorno felice della prima ecografia, del mio bambino che era lì, su quello schermo nero, così piccolo e solo.

Certo, accogliere il dolore degli altri non è mai facile, soprattutto per chi è cresciuto in una società spaventata, impreparata di fronte a certi argomenti, tanto da renderli dei tabù. Si ha l’impressione di non avere le parole, di non sapere cosa dire. Ma in casi come questi non è necessario trovare le parole, è sufficiente saper ascoltare. Una stretta di mano. Un cenno del capo.

A volte, invece, è la donna stessa che si sente a disagio o inadeguata di fronte alle sue sensazioni e si trattiene dal parlarne per timore di sembrare esagerata o lamentosa. In realtà, la tristezza, l’agitazione, la collera, la frustrazione di fronte a qualcosa che non si può cambiare, sono tutte reazioni fisiologiche, assolutamente normali quando ci si trova ad affrontare un evento luttuoso. Sì perché, quando una donna perde un bimbo, in qualunque epoca dell’attesa, deve affrontare un percorso che, con i suoi tempi e i suoi modi, la porterà a elaborare la perdita.

Il lutto perinatale - Claudia Ravaldi

Quantificare questo tempo, naturalmente non è possibile. Ogni donna è diversa. Ma in una società che va di corsa come la nostra, sembra quasi che questo tempo non ci sia. Bisogna riprendersi, mostrarsi forti, in gamba, efficienti, al più presto. La perdita? Un incidente di percorso. Si riproverà. Ci saranno altri figli. Inutile rimuginare. Ma non è così che funzionano la mente e il cuore. C’è un momento per soffrire e un momento per stare meglio. Cercare di accelerare le cose, spingere la donna a saltare le tappe, non risolve il problema più rapidamente. Anzi. Le emozioni ignorate o negate restano lì, in sospeso, a pesare sul cuore che non ha avuto modo di sfogarle e rielaborarle.

La memoria e l'identità ferita

Dar voce al dolore, quando ci si sente pronte per farlo, permette di alleggerirne il carico. Può accadere che, con il passare dei giorni, mentre la donna pian piano si accorge di star meglio, possa temere di dimenticare. Questo timore è in genere causa di un intenso disagio: piuttosto che dimenticare, meglio continuare a soffrire. Ma il rischio di dimenticare, in realtà, non esiste. Un bambino perso, non è perso per la sua mamma. Lei lo custodisce per sempre, al sicuro, nel suo cuore. L’ho scoperto parlando con tante, tante donne, oggi madri felici, che hanno vissuto questa esperienza cinque, dieci, vent’anni fa. Donne a cui il trascorrere del tempo non ha rubato alcun ricordo, che sanno dire quanti anni avrebbe oggi quel figlio perso e il periodo in cui sarebbe dovuto nascere.

L’aborto spontaneo è un evento più frequente di quanto possiamo immaginare. I dati ISTAT rivelano che colpisce circa una donna su cinque, quindi un terzo delle gravidanze totali termina in un aborto spontaneo. I risultati di un recente studio statunitense pubblicato online il 13 dicembre 2019, nell’American Journal of Obstetrics and Gynecology (AJOG) svelano il contrario, riportando sintomi di stress post-traumatico presenti in quasi un terzo delle donne dopo un mese e in circa il 20% dopo 9 mesi dalla perdita.

L’aborto spontaneo, come i problemi di infertilità, che ad oggi colpiscono moltissime coppie, sembrano tuttora essere costellati da molti pregiudizi che rendono ancora più drammatico il vissuto di chi vive questa dolorosa esperienza. Si tratta di un evento inaspettato, imprevedibile, vissuto come innaturale, che implica un senso di fallimento esistenziale della capacità di conservare e di ‘generare vita’. Il dolore, pertanto, si accompagna ad un senso di vergogna, con notevoli ripercussioni dal punto di vista psicologico e relazionale.

Si tende, dunque, a vivere questa esperienza in solitudine proprio per questo senso di inadeguatezza che caratterizza soprattutto il vissuto della donna spingendola a mantenere segreto l’evento: la madre, infatti, sente di aver fallito come donna, l’essersi identificata a lungo con lo stato di ‘donna-madre’ modifica la percezione di sé, intaccando la propria identità, alimentando sentimenti di rabbia e frustrazione e, talora, di avversione rivolti al proprio corpo, sperimentato come inutile, uno sterile involucro, sepolcro di vita. Vivere la maternità diventa così un’esperienza totalizzante, un’esigenza prioritaria che costella tutti gli ambiti di vita e senza la quale non si riesce a trovare gratificazione, specie nei casi in cui non si hanno altri figli.

La sindrome post-aborto: un percorso di elaborazione

Si parla di sindrome post-aborto che caratterizza il periodo di elaborazione del lutto. Si tratta di una fase più o meno fisiologica in cui possono manifestarsi vari sintomi, sia sul piano fisico che psicologico: alterazione del ritmo sonno/veglia e dell’appetito, mal di testa, palpitazioni cardiache, aumento della pressione sanguigna, problemi dell’apparato digestivo, disfunzioni sessuali, irritabilità, crisi di pianto improvvise, sbalzi d’umore, apatia, depressione e talora pensieri di suicidio.

Il periodo della gravidanza è una fase molto delicata ricca di aspettative, ma anche di paure e a volte può essere vissuto con estrema apprensione da parte soprattutto della futura mamma. Aspettare un bambino infatti costituisce un evento evolutivo molto importante nella vita di una donna, un cambiamento radicale in cui avviene il passaggio dall’essere figlia e moglie/compagna all’essere madre. La morbidezza delle curve del corpo che iniziano ad intravedersi oltre alle sensazioni propriocettive di un corpo che muta, preparandosi ad accogliere una nuova vita, influenza lo stato psicologico della donna che inizia a percepirsi ‘madre’. La coppia fantastica sull’aspetto del bambino e su come cambierà la loro vita dopo la sua nascita e questo fa sì che ci si senta già genitori.

La quota di dolore per la perdita subita sembra essere proporzionale ai tempi d’attesa della gravidanza ed al desiderio di avere un figlio: tanto più la gravidanza è desiderata ed è stato difficile ottenerla, tanto più il legame con il futuro bambino sarà forte e pertanto difficile da lasciar andare. Vi sono gravidanze che durano anni di attese, di speranze e di disperazione e nel momento in cui arrivano sembrano essere frutto di una Provvidenza che generosamente benedice la coppia con i suoi frutti. Esserne deprivate in modo repentino, inaspettato, sembra quasi un ‘furto’: una parte di sé che viene ‘strappata’ con un’inaudita violenza, troppo dolorosa e difficile da comprendere e soprattutto da accettare.

Ci si sente colpiti nel profondo da una ‘Natura matrigna’ insensibile al dolore, che dispettosamente si diverte ad elargire la sua benevolenza ad alcune donne e a privarne altre. Poiché il bambino viene percepito come parte di sé, la madre sente che viene privata di quella parte lasciando un vuoto incolmabile. Un dolore che scava nel profondo e dal quale, a volte, risulta difficile riemergere. Quando il progetto di vita cade in frantumi, con esso si sgretola una parte del sé che nella fragilità non trova appigli per sopravvivere, sprofondando così in uno stato di depressione.

Per queste donne risulta difficile inscrivere quanto accaduto in un normale percorso di vita e ritrovare una progettualità futura. Continuano a rimuginare su quanto accaduto facendosi divorare dal senso di colpa per non essere riuscite a proteggere e a preservare a tutti i costi la vita del proprio bambino, spingendole alla ricerca ossessiva di spiegazioni e di possibili cause che possano aver determinato l’accaduto. Lo sconforto nel non trovare risposte, sia dal punto di vista medico che psicologico, le getta nella disperazione portandole ad attribuirsi responsabilità che di fatto non appartengono loro, alimentando paure e stati d’ansia.

Il dolore maschile: l'altra faccia della perdita

Il dolore della donna è un dolore viscerale, inciso nel proprio corpo, che conserva memoria della perdita subita. L’emorragia e le contrazioni uterine sono i sintomi che segnalano una possibile minaccia, campanelli d’allarme che inducono a pensare che si sta perdendo il bambino. Al contrario, il dolore dell’uomo sembra essere relegato nello sfondo. Generalmente, infatti, si tende a pensare che l’uomo non soffra come la donna perché il dolore non appartiene al proprio corpo e viene tacitamente investito del ruolo di sostenere la partner nella gestione della sua sofferenza, poiché la si considera la parte più colpita.

Il dolore della figura paterna tende ad essere poco riconosciuto e supportato, anzi spesso viene svalutato a causa dei pregiudizi che tuttora resistono nella nostra società, etichettando la sofferenza maschile come segno di debolezza, che inducono ad evitare qualsiasi sua manifestazione. Sebbene il dolore maschile sembri appartenere ad una sfera più cognitiva, non per questo è meno degno di essere vissuto. Il coinvolgimento emotivo, la relazione che si instaura tra i due partner e quella con il nascituro rafforza pertanto quel legame che consente al padre di viversi e sentirsi padre, un processo che avrà il suo acme nel momento in cui potrà ‘finalmente’ tenere tra le braccia il proprio bambino.

Ogni madre sente il bisogno di ricordare il proprio bambino perso, sente che non può essere cancellato come se non fosse mai esistito; non solo c’è stato, seppur per un breve periodo dimorando nel suo grembo, ma ne ha lasciato anche traccia nel corpo e nella mente. Non sempre la perdita è vissuta con consapevolezza. Vi sono casi in cui la donna, per non sentire la delusione, il dolore, si proietta immediatamente alla ricerca di una nuova gravidanza con un’ostinazione tale da non concederle il tempo di elaborare la perdita appena subita.

Più tempo intercorre tra una gravidanza e l’altra, più la frustrazione aumenta per non essere riuscita nella realizzazione del suo progetto di vita. Nei casi in cui, invece, la gravidanza avviene immediatamente dopo l’aborto, se non vi è stata una piena elaborazione del lutto, si rischia di non instaurare il giusto legame con il bambino in arrivo, il quale non viene visto ed accolto nella sua unicità, ma sostituito con quello morto che, invece, viene idealizzato, investendolo di quelle aspettative di perfezione che non consentono di vederlo com’è realmente. Questa idealizzazione porterebbe ad una relazione disfunzionale in cui il bambino nato non sarebbe mai all’altezza del precedente, crescendo così svalutato agli occhi del genitore.

La complessità della poliabortività e la ricerca di un senso

Il senso di prostrazione e di inadeguatezza è ancora più spiccato nei casi di poliabortività, cioè casi in cui si sono verificati più aborti consecutivi, lasciando le braccia vuote ed il cuore ferito. Purtroppo oggi i casi sono in forte aumento, correlato anche all’età in cui le coppie decidono di avere figli. Come tutte le cose inspiegate, resta contornato da un alone di mistero e questo fa sì che si alimentino idee, sensazioni e pregiudizi. Quando si parla di aborto spontaneo è importante tener presente lo sfondo personale relazionale della ‘madre’ per poter inserire l’evento nel ciclo di vita e comprenderne il significato intimo.

Ogni gravidanza, infatti, indipendentemente dalla sua durata e dal suo esito, è intrisa di significati che appartengono alla storia di vita non solo della donna, ma anche della futura coppia genitoriale e, dunque, ha una sua funzione. Spesso è un dolore composto, discreto, ma difficile da raccontare: non si trovano parole in grado di descriverne le sensazioni e le risonanze, vissuto in solitudine nella speranza che prima o poi possa attenuarsi la sua forza impetuosa. Altre volte è un dolore dirompente che si fatica ad arginare rischiando di travolgere qualsiasi ambito della propria vita.

In questi casi si sente l’impellenza di parlarne per cercare di placare l’angoscia che sembra divorare l’anima. Compito dello psicoterapeuta è proprio quello di favorire la possibilità di attraversare questo dolore accompagnando la paziente in questo travagliato percorso, offrendo un grembo ad una sofferenza altrimenti insostenibile, un luogo dove poter sostare, un tempo in cui potersi raccontare nelle infinite sfumature, senza cadere in frantumi. Il terapeuta diventa così strumento di contatto, un ponte con la vita che nella freschezza della relazione sostiene la paziente nella rilettura dell’esperienza vissuta, favorendone l’integrazione nella sua storia di vita.

Ripulire il dolore da tutti quei significati ‘altri’ attribuitigli e collocarlo nella propria trama relazionale, le consentirà di ridefinire la propria identità di ‘donna’ e di ricontattare quelle parti del corpo assopite, denigrate per non aver adempito al proprio compito e che richiamano quella femminilità umiliata per poterle integrare con le parti disabitate di una maternità troncata. Vivere questo dolore come un evento naturale, fisiologico, che fa parte del ciclo vitale anche se interrompe quel processo esistenziale che apparentemente sembra costitutivo ed appartenere a tutte le donne, ma in realtà scoprire non essere così scontato ed immediato, permette di inserire l’evento nel naturale percorso di vita e, anche se a tratti può sconvolgere, non deve lasciare smarriti nel limbo della sofferenza.

Il legame di coppia di fronte alla tempesta

Alcune coppie, infatti, non riescono a superare questo dolore, che sembra insinuarsi nella relazione in modo insidioso a tal punto da creare una frattura. I partners sentono la difficoltà di comunicare e condividere i propri vissuti, alimentando una distanza che con il tempo diventa insormontabile. Non riuscire a consegnare il proprio dolore all’altro, fa sprofondare in uno stato di solitudine e di incomprensione, alimentato spesso dall’aspettativa di essere capiti e forse, letti dentro, dall’altro senza bisogno delle parole.

La solidità del legame è ciò che rende possibile l’attraversamento di questa tempesta: se la relazione poggia su basi solide allora è probabile perdersi un po’ in questo marasma di sensazioni e di incomprensioni per poi ritrovarsi più uniti di prima. Lo psicoterapeuta, pertanto, favorisce l’emergere dei vissuti di ciascun membro della coppia e la possibilità di poterli comunicare all’altro senza il timore di essere fraintesi o giudicati: poter piangere il proprio bambino insieme, dirsi tutto il dolore per quello che si è perduto, per i sogni infranti, le speranze disattese, poter versare tutte le lacrime nella certezza che verranno accolte dall’altro, consente di recuperare quell’intimità che si era interrotta.

Per aborto spontaneo si intende la perdita di un feto, per cause naturali, prima delle 23 settimane di gravidanza. Ma cosa si intende per salute riproduttiva? Il concetto di salute sessuale/riproduttiva (Reproductive Health) è stato introdotto per la prima volta negli anni ‘80 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS); la sua definizione ufficiale è “lo stato di benessere fisico, mentale e sociale, correlato al sistema riproduttivo e alle sue funzioni. La prevenzione della salute riproduttiva nel counseling preconcezionale, quindi per la coppia in cerca di una nuova gravidanza, inizia dall’adozione di un corretto stile di vita da parte di entrambi i componenti, in particolare della donna: stili di vita scorretti, infezioni sessualmente trasmissibili, obesità, possono essere infatti fattori di rischio che condizionano gli Esiti Avversi della Riproduzione (EAR).

Dinamiche del lutto e supporto clinico

Non tutte le aspiranti mamme vivono con la stessa intensità l’impatto di un aborto spontaneo. “Dipende da diversi fattori: da quanto avevano investito dal punto di vista esistenziale nella gravidanza, dal fatto di avere o meno altri figli, dalla probabilità di successo di un futuro nuovo tentativo, cioè - per esempio - se sono giovani oppure più avanti con gli anni”, dice Augusta Angelucci, psicologa e psicoterapeuta del Dipartimento Materno Infantile dell’Ospedale San Camillo di Roma. Attenzione, però: è un dolore, per quanto difficile da gestire, che non ha le stesse dinamiche del lutto.

“Il vissuto del lutto è determinato anche dalla perdita della relazione tra chi sopravvive e la persona che viene a mancare”, spiega la psicologa. “E nel caso di un aborto, soprattutto nelle prime settimane di gravidanza, non si è ancora stabilita una relazione affettiva e oggettiva tra due persone, la donna e il piccolo. È importante affrontare questa perdita in modo differente da un lutto, attivare un processo di elaborazione a partire dalle relazioni presenti e reali: quella con un compagno innamorato con cui si condividono altri progetti, la famiglia, gli amici, altri figli, se ci sono, che in questi casi danno grande forza.

Se la sofferenza per l’aborto spontaneo c’è ed è intensa, a chi rivolgersi per avere comprensione e consolazione? La società stenta a riconoscere il dolore per l’interruzione spontanea di una gravidanza. “Quando una donna ha subito la perdita e cerca conforto dalle persone intorno a lei, può capitarle di ricevere risposte non appropriate, che i suoi sentimenti vengano sottovalutati, peggiorando la situazione”, dice Angelucci. L’interruzione della gravidanza della compagna può essere un’esperienza molto dolorosa anche per il partner, l’aspirante papà.

“Avrei dovuto riposare di più, avrei dovuto evitare quello sforzo o correre subito in ospedale alle prime avvisaglie. Questo capita di pensare”, dice la ginecologa Marina Toschi, membro del Board della European Society of Contraception and Reproductive Health. “Chiariamo subito un punto: non è così. Nella maggior parte dei casi, la causa dell’aborto spontaneo è un difetto genetico dell’embrione che lo rende inadatto alla vita, qualcosa su cui nessuno può intervenire. Il fatto che la gravidanza si sia interrotta è un segnale di buon funzionamento dell’organismo della donna, che ha riconosciuto l’errore e ha bloccato il processo nelle sue fasi iniziali. Altre volte c’è un problema di attecchimento, di reazione del sistema immunitario materno all’embrione, che è una sorta di trapianto, geneticamente è in parte estraneo all’organismo materno. Anche in questo caso, né la donna né un medico potrebbero far nulla per far proseguire la gravidanza.

schema delle cause biologiche principali dell'aborto spontaneo

I sensi di colpa possono veicolare il timore di ripetere l’esperienza negativa in un futuro tentativo, di non farcela neppure la prossima volta. “Non bisogna farsi bloccare da questa paura, perché le statistiche ci dicono che un singolo aborto spontaneo nelle prime settimane di gravidanza è un incidente comune nella vita riproduttiva delle donne. Che l’evento si ripeta è ben più raro”, osserva Angelucci. “Nell’immediatezza dell’evento, è opportuno andare dal ginecologo e sottoporsi a un’ecografia per verificare che la gravidanza sia effettivamente interrotta e che l’emorragia abbia pulito l’utero, che non siano rimasti frammenti di tessuto”, spiega Marina Toschi. “Se non c’è stata emorragia, in presenza di dolore o sintomi di infezione, se l’esame evidenzia dei residui, meglio non far ricorso al raschiamento, un intervento non esente da rischi per l’utero.

Solo in caso di due, tre o più aborti ripetuti, si ritiene giustificato il ricorso a indagini particolari da concordare con il proprio ginecologo. “In primo luogo, bisogna escludere infezioni vaginali e cervicali, con tamponi. Poi è consigliabile fare un esame del cariotipo di entrambi i partner, che potrebbe evidenziare un difetto cromosomico. Un altro accertamento indicato in questi casi è il test per la trombofilia, un difetto della coagulazione che può ostacolare l’attecchimento dell’embrione.

Esperienze di vita e resilienza

Come spesso accade, ogni individuo, ogni coppia, risponde in maniera diversa ad uno stesso evento, in questo caso la perdita del proprio bambino a causa di un aborto spontaneo. Saranno molti i fattori che andranno ad influenzare emozioni e sentimenti: caratteristiche individuali, epoca di gestazione in cui avviene la perdita, se ci sono stati aborti precedenti, come è stato gestito l’evento… Insomma ogni esperienza porterà con se la propria specificità. Di certo il fatto che si tratti di un evento piuttosto comune (una gravidanza su tre infatti si interrompe nel primo trimestre), non significa che non lasci una traccia importante.

Sulla base della nostra esperienza, abbiamo constatato come, seppur ci vengano portati svariati modi di affrontare questa circostanza, in realtà essa sottende una serie di vissuti emotivi comuni. Ci troviamo di fronte ad una genitorialità interrotta, ferita, spesso infatti risuonano parole come “vuoto”, “solitudine”, “tristezza”, “impotenza”, “frustrazione”, “rabbia” e “sentimento di colpa”. La coppia si troverà ad affrontare una perdita che romperà o farà vacillare gli equilibri fino a quel momento raggiunti, questo soprattutto perché l’uomo e la donna saranno invasi da vissuti diversi e di conseguenza da differenti modi di reagire.

Il corpo ha un ruolo piuttosto significativo in questo senso. La donna infatti si è vista cambiare giorno dopo giorno, ed ora il senso di vuoto la assale anche sul piano fisico, l’uomo non può che viverlo attraverso ciò vede nella sua compagna e le proprie fantasie. La donna si sente impotente e inadeguata nel proprio ruolo di madre, l’uomo si sente impotente perché non c’è nulla che possa fare, nemmeno per la propria donna. La diversità di questi vissuti e dei modi di agire può portare anche a una difficoltà nel riuscire a comunicarli in modo adeguato e nel comprendere quelli dell’altro. Le reazioni saranno di vario genere: alcune volte la reazione difensiva davanti ad emozioni dolorose da sentire porta la coppia sul piano del fare, come nel caso di chi comincia subito la ricerca di un’altra gravidanza; altre volte la tristezza è talmente profonda da risvegliare esperienze precedenti e richiedere un tempo maggiore di elaborazione.

Il ruolo delle associazioni e la condivisione

“Non ti tengo tra le braccia, ma ti creo uno spazio. Voci di donne sull’esperienza dell’aborto spontaneo.” CiaoLapo si occupa di sostegno psicologico alle donne e alle famiglie colpite morte peri-natale (intorno al processo gravidico, che include la morte del bambino durante la gravidanza e dopo la nascita, come suggerisce nei suoi testi la dott.ssa Hassaire Niquet, psicologa). Per questa moltitudine di persone di fatto non esistono spazi di sostegno e di accoglienza all’interno del loro microcosmo sociale, ad esclusione di rare e piccole realtà locali in consultori o associazioni dedicate. Si tende anzi a banalizzare l’evento come “molto frequente, e quindi praticamente “normale”, che capita a tutte le donne prima o poi”, nulla su cui valga la pena di soffermarsi.

Ci si dimentica dell’investimento in termini di risorse fisiche, emotive, di coppia, che comporta iniziare e portare avanti una gravidanza per una donna oggi. “Credo che le mamme colpite da aborto spontaneo si interfaccino con un dolore molto subdolo… Il bambino non viene riconosciuto come tale dalla società, e spesso la mamma non ha fatto in tempo a rinsaldare il suo legame di attaccamento, la sua relazione appena iniziata con il bambino. Quindi in assenza di un “riconoscimento” di questo lutto spesso la maternità rimane come sospesa in un limbo.

“Nel 2006, quando ho fondato CiaoLapo mi sono posta il problema di cosa offrire a queste centomila donne, alle loro storie, ai loro lutti. Ho pensato che il loro sentire, rispetto alla perdita e al progetto interrotto, non fosse dissimile dal mio sentire, di donna e madre colpita da una morte in utero a termine di gravidanza. Ho sentito, al di là di alcune ovvie differenze, una base comune di dolore, di attesa tradita e il peso insopportabile delle braccia vuote.

“Negli anni, misurandoci con le nostre piccole forze e con il desiderio di rispondere alle richieste dei genitori, abbiamo allargato il nostro abbraccio alle nuove attese, al sostegno alle gravidanze successive e alla promozione di una buona relazione madre-bambino. Gli studi più recenti ci indicano con chiarezza che la perdita precedente, a qualunque età gestazionale sia avvenuta, può favorire la presenza di sintomi ansiosi o depressivi nella mamma, e influenzare negativamente la relazione con il bambino.

“La perdita di un figlio in qualsiasi periodo della gravidanza è l’interrompersi di un progetto d’amore, anche se fosse solo di uno dei due genitori. Spesso la dimensione lutto è così scomoda da non poter essere abitata per molto moltissimo tempo. In quel tempo, pensare a se stessi come persone in lutto o come persone che soffrono è talmente spaventoso da fare più male del dolore stesso del lutto. Tuttavia, è ancora più giusto e senza ombra di dubbio necessario, che ogni donna possa disporre a tempo zero di alcune risorse utili per orientarsi nelle successive scelte. Non c’è un tempo prestabilito per affrontare la delicata tematica della perdita perinatale, e non c’è una data di scadenza entro cui iniziare ad occuparsi del proprio lutto, ma è importante che quando arriva il momento giusto ogni persona sappia a chi rivolgersi, cosa aspettarsi, e soprattutto come attivarsi per cercare l’aiuto più adatto.

Prospettive mediche e percorsi futuri

La felicità per il risultato positivo di un test di gravidanza dopo essersi sottoposti a un trattamento di fertilità è spesso interrotta da un aborto spontaneo. Un aborto non implica che ci possano essere problemi in altre gravidanze future, e la maggior parte delle gravidanze non andate a buon fine sono seguite da altre tranquille che danno vita a bambini completamente sani. Il periodo di maggior rischio di aborto spontaneo è il primo trimestre di gravidanza, poiché è in questa fase che si formano la maggior parte degli organi dell'embrione. La diagnosi può essere fatta in seguito al rilevamento di un sanguinamento o può essere riscontrata durante un esame di routine. Il sintomo più comune di aborto spontaneo è la metrorragia, ovvero la perdita di sangue attraverso la vagina.

In qualsiasi tipo di aborto spontaneo, il trattamento consiste nell'espulsione dei resti ovarici. In molti casi e soprattutto in quelli che si verificano nel primo periodo della gravidanza, questa espulsione avviene di solito spontaneamente. La perdita di un futuro bambino, anche se l’interruzione della gravidanza si è prodotta nelle prime settimane, provoca sempre una grande tristezza, aggravata soprattutto nelle donne dagli improvvisi cambiamenti ormonali che si verificano nel corpo. Affrontare la tristezza, la rabbia e l'impotenza di fronte ad un aborto spontaneo avvenuto dopo lunghi tentativi di avere un bambino non è facile per una coppia e se non viene superato può trasformarsi in un problema.

Tempo per riprendersi. L'aborto è un lutto che ha le sue fasi ed è necessario attraversarle tutte. Il recupero richiede tempo. Cercare il sostegno di chi vi circonda. Anche se in genere in situazioni di tristezza preferiamo stare da soli, la guarigione è sempre più facile con il sostegno del partner, della famiglia e degli amici. Cercare un sostegno psicologico. Se non riuscite a superare la situazione, consultare uno psicologo esperto in queste tematiche può essere di grande aiuto per comprendere e affrontare la perdita.

Prendersi cura di sé: è una situazione difficile, ma ciò non significa che si debba smettere di mangiare e dormire. Il corpo della donna, a seconda della durata della gravidanza fino al momento dell'aborto, ha bisogno di circa uno o due mesi per riprendersi dall'aborto. Una gravidanza troppo presto, con i relativi cambiamenti ormonali, può causare molta ansia. Inoltre, può anche accadere che, dopo un aborto spontaneo, alcune coppie pensino che quello che è successo sia colpa loro, che non potranno avere altri figli e si facciano prendere dal panico al pensiero di riprovarci.

La distinzione tra interruzione naturale e provocata

L’aborto, l’interruzione prematura di una gravidanza, può accadere per cause naturali (aborto spontaneo) oppure essere provocato in modo artificiale (aborto provocato o IVG-interruzione volontaria di gravidanza). Le conseguenze psicologiche di un’interruzione naturale o una provocata possono essere molteplici e diverse nei due casi: mentre l’aborto spontaneo è un evento non controllabile, improvviso e senza nessuna volontà da parte della madre, l’aborto indotto prevede una responsabilità consapevole. Generalmente si è convinti che una tale consapevolezza della propria decisione non provochi sentimenti di lutto e perdita tuttavia ciò non preclude una ferita profonda, un dolore viscerale che può tornare vivido anche dopo tempo.

Rispetto a ciò, Galimberti (1994) afferma: “è frequente che il ricordo di aborti provocati in epoca lontana e superati apparentemente senza difficoltà, ricompaia carico di sensi di colpa in occasione di episodi depressivi”. La Sindrome Post-Abortiva (SPA) si riferisce ad una serie di disagi che possono insorgere subito dopo l’interruzione oppure dopo anni e può rimanere quindi latente per molto tempo. Essa viene fatta rientrare in linea teorica all’interno dei disturbi post-traumatici da stress, essendo l’IVG un evento traumatico in grado di creare un marcato stress e disagio.

I sintomi della SPA possono interessare varie aree del funzionamento e comprendono: disturbi emozionali (ansia, depressione, ecc.); disturbi della comunicazione, del pensiero; disturbi dell’alimentazione; disturbi della relazione affettiva e della sfera sessuale; disturbi neurovegetativi; disturbi del sonno; disturbi fobico-ansiosi; flashback dell’aborto. I sintomi principali che fanno rientrare la SPA nella categoria della sindrome post traumatica da stress sono, invece: Esposizione o partecipazione ad un’esperienza di aborto, percepita come uccisione volontaria di un bambino ancora non nato; Rivivere in modo intrusivo l’evento dell’aborto; Sforzi per evitare di riportare alla memoria i ricordi legati all’interruzione di gravidanza; Altri sintomi associati all’evento come senso di colpa e sensazione di essere sopravvissuti che non erano presenti prima del trauma.

La narrazione come strumento di cura

La consulenza psicologica è uno strumento importante, sia prima che dopo un’interruzione di gravidanza, per lavorare sulla consapevolezza delle conseguenze delle varie scelte e per ottenere un miglior esito psicologico. Quando una donna si presenta da uno psicologo nel momento in cui deve prendere questa decisione deve sentirsi supportata in ognuna delle sue scelte. È importante accompagnare la donna nell’elaborazione del lutto e indagare pensieri disfunzionali relativi a questo evento. Per elaborare la perdita è anche importante accettare l’esperienza vissuta e accogliere la sofferenza che ne consegue.

Spesso anche la partecipazione a dei gruppi di supporto sostiene e dà il giusto supporto per elaborare la perdita. Il gruppo veicola significati ed emozioni importanti per raggiungere questo obiettivo. In questo contesto, le testimonianze di donne che hanno superato il buio diventano preziose. Come racconta una madre: "A 35 anni rimango incinta di un bambino bellissimo che ora ha sette anni. Dopo tre anni decidiamo di volerne un secondo, ma finisce in aborto ritenuto. L’embrione morì verso la settima settimana e me ne accorsi alla 12 esima. L’anno dopo ci riproviamo, ma inizia subito male, con un distacco, e non si sente il cuore battere, anche questo finisce male con un raschiamento all’ ottava settimana. Faccio tutti gli esami, ma non viene trovato niente, il fatto di non trovare risposte, mi butta giù."

Queste storie ci insegnano che il cammino verso la serenità non è lineare. Esiste un tempo per il dolore e un tempo in cui la vita, nonostante le ferite, chiede di essere nuovamente abbracciata. La resilienza, in questo senso, non significa dimenticare, ma trasformare l'assenza in un nuovo modo di camminare nel mondo, consapevoli della propria forza e della sacralità di ogni legame, anche di quello che si è interrotto troppo presto. Ogni donna, ogni coppia, merita il diritto di essere ascoltata, di non essere giudicata e di trovare, nel tempo necessario, la propria strada per tornare a fiorire.

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