L'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) è da sempre un tema al centro di intensi dibattiti etici, legali e sociali a livello globale. Mentre in alcuni paesi la legislazione si è progressivamente aperta, in altri rimane rigida, riflettendo profonde divisioni culturali e religiose. Un evento di portata storica che ha segnato il panorama latinoamericano e risuonato a livello internazionale è stata l'approvazione della legge n. 27.610 in Argentina, il 30 dicembre 2020. Questa riforma ha radicalmente modificato l'approccio del Paese all'aborto, rendendolo legale, sicuro e gratuito entro la quattordicesima settimana di gestazione. L'impatto di questa decisione, frutto di anni di mobilitazione sociale, offre un punto di osservazione privilegiato per un confronto con la situazione in Italia, dove la Legge 194 del 1978 regola la materia, ma il dibattito rimane acceso e sfidato da posizioni che guardano all'esperienza argentina come a un possibile modello o a un monito.
La Svolta Storica in Argentina: La Legge 27.610 e il Diritto all'Interruzione Volontaria di Gravidanza
Il 30 dicembre 2020, l'Argentina ha compiuto un passo storico, approvando la legge n. 27.610, che consente, a determinate condizioni, l’interruzione volontaria di gravidanza entro la quattordicesima settimana. L'approvazione è avvenuta al Senato con 38 voti a favore e 29 contrari, un risultato atteso con trepidazione da centinaia di migliaia di persone che avevano affollato le strade di Buenos Aires, nella piazza del Congresso, per oltre dodici ore di mobilitazione. L'entusiasmo, la festa, i canti e gli slogan, intrecciati alla stanchezza dopo una veglia durata tutta la notte, sono confluiti in emozioni collettive quando, alle 4.04 del mattino, Cristina Fernández Kirchner, vicepresidenta del governo, ha invitato i senatori a votare. Poco dopo, alle 4 e 20 del mattino, il Senato ha sancito la vittoria, con il settore dei "fazzoletti verdi" della piazza che è esploso di gioia tra lacrime e abbracci, ripartendo subito con canti e slogan femministi. Il messaggio "Ce l’abbiamo fatta, è legge!" si leggeva sugli schermi montati in strada per seguire la lunga discussione.
La legge argentina, di iniziativa del presidente Alberto Fernandez, promette di consentire l’interruzione legale e gratuita della gravidanza in condizioni di sicurezza per la donna che vi ricorre. Fino alla quattordicesima settimana, la donna potrà firmare un consenso scritto, da rilasciare obbligatoriamente in conformità alla legge 26.529 sul consenso informato, dopodiché la pratica dovrà essere effettuata dal personale sanitario entro un breve lasso di tempo. In particolare, il consenso potrà essere liberamente prestato da donne di età superiore ai 16 anni, mentre verrà richiesto anche il consenso di uno dei genitori obbligatoriamente per le ragazze di età inferiore ai 13 anni. Solo in caso di patologie pregresse e/o rischio per la salute della ragazza, se in età compresa tra 13 e 16 anni, è richiesto il consenso parentale. Trascorso il termine delle quattordici settimane, è possibile praticare l'aborto solo nei casi già previsti anteriormente dalla legge, ovvero in situazioni di stupro o di pericolo per la salute della gestante. Questa nuova normativa riconosce il diritto all'interruzione volontaria della gravidanza e all'attenzione post aborto, implementando gli impegni assunti dallo stato argentino in materia di salute pubblica e di diritti umani delle donne e delle persone di altre identità di genere con capacità gestanti.

Con questa riforma, vengono modificati gli articoli 85, 86 e 88 del codice penale argentino e viene aggiunto l’art. 85bis. Quest'ultimo punisce gli operatori sanitari che ingiustificatamente ritardino, ostacolino o rifiutino di eseguire l’interruzione volontaria di gravidanza nei casi consentiti dalla legge. Si prevede il termine di 5 giorni per l’esecuzione della pratica abortiva, che decorrono dal momento della richiesta. Il trattamento deve essere gratuito, realizzato nel rispetto della dignità e autonomia della paziente, e si deve garantire la riservatezza delle informazioni che la riguardano. Infine, il pubblico ufficiale o il personale sanitario che nega, ritarda o ostacola la pratica abortiva può essere sanzionato penalmente e sospeso dall’esercizio della professione.
Il presidente Alberto Fernandez, promotore della legge, ha dichiarato che ogni anno più di 38.000 donne vengono portate in ospedale a seguito di complicanze dovute ad aborti illegali, effettuati clandestinamente e senza le condizioni sanitarie adeguate a tutelare la salute della donna. Dal ritorno della democrazia in Argentina nel 1983, più di 3.000 donne sono morte per le stesse ragioni, un'ingiustizia insostenibile che ha portato il movimento femminista a sollevarsi con proteste, mobilitazioni e campagne. La legge è, infatti, anche il risultato di numerose proteste e manifestazioni, che si susseguono a partire dal 2015, e fa seguito ad un altro disegno di legge, respinto dal Senato nell’agosto del 2018.
Una Genealogia della Legalizzazione in Argentina: Dalle Origini alla Marea Verde
La storia del diritto all'aborto in Argentina è stata un percorso lungo e tortuoso, caratterizzato da alti e bassi, vacillamenti e una costante lotta sociale. L’articolo 86 del Codice penale del 1886 stabiliva che tutti i casi di aborto, senza eccezione alcuna, costituissero reato. Una prima apertura si ebbe nel 1921, con la depenalizzazione dei casi nei quali la gravidanza ponesse in pericolo la salute della gestante o fosse la conseguenza di uno stupro. Questa apertura fu successivamente limitata dal decreto legge n. 17.567 del 1968, approvato durante la "Revolución Libertadora Argentina", che specificava che il pericolo per la salute della donna che poteva giustificare un aborto doveva essere grave. Inoltre, la normativa del 1968 richiedeva, nel caso in cui la gravidanza fosse stata conseguenza di uno stupro, che l’azione penale per tale delitto fosse già stata esercitata, aggiungendo il requisito, nel caso in cui la vittima fosse stata una donna incapace di intendere e volere, del consenso del rappresentante legale. Tali modifiche furono abrogate nel 1973 con la legge n. 20.509, approvata sotto l’egida di un governo democratico, per poi essere reintrodotte tre anni dopo con un decreto legge. Una decina di anni dopo, nel 1984, si approvò la legge n. 23.077 che confermò i casi nei quali l’aborto non era considerato un reato, già previsti dalla riforma del 1921.
A partire da questa data, circolarono all’incirca 30 progetti di legge diretti a depenalizzare l’aborto, totalmente o solo in alcune circostanze. Tuttavia, sarà solo nel 2018 che un progetto di legge verrà finalmente discusso dal Parlamento. Nonostante l'importante precedente giuridico del 2012, quando la Corte Suprema de Justicia de la Nación, con la sentenza F., A. L. s/ medida autosatisfactiva, sottolineò la necessità di interpretare l’articolo 86 del Codice penale con riferimento alle circostanze specifiche di ogni caso concreto, in Argentina l’aborto ha continuato a essere criminalizzato. Tale decisione critica la rigidità dell’articolo 86 e rappresentò una timida apertura rispetto a un approccio fortemente conservatore, come quello espresso ancora nel 2002 nella sentenza "Portal de Belén", in cui il giudice supremo argentino dichiarava l’inizio del diritto alla vita dal momento della fecondazione, negando alla gestante il diritto di decidere sul destino del feto.

L’approvazione della legge n. 27.610 è stata favorita da un contesto politico favorevole. L’attuale presidente argentino, Alberto Ángel Fernández, già durante la campagna elettorale, si dichiarò a favore della legalizzazione dell’aborto. Il suo governo aveva annunciato di voler presentare la proposta di legge già nel mese di marzo, ma la discussione ed approvazione è stata poi rimandata per quasi un anno a causa della pandemia di COVID-19.
Negli ultimi anni, la cosiddetta “marea verde” ha esercitato una pressione importante e una profonda ispirazione anche a livello politico, tanto nazionale quanto internazionale. Si tratta di un movimento femminista integrato da donne di tutte le età e di differente estrazione sociale, inclusi donne incinte, donne con accesso a metodi contraccettivi e abortivi, sopravvissute ad aborti clandestini, madri single, giovani e adolescenti. Le loro marce sono aumentate nel tempo e hanno contribuito in modo decisivo all’accettazione sociale, generando un cambiamento nella coscienza della società argentina. Il movimento, che ha adottato come simbolo l'ormai famoso fazzoletto verde, a richiamare il fazzoletto bianco delle Madres de Plaza de Mayo, è diventato un femminismo di massa, dimostrando una straordinaria capacità di coinvolgere la popolazione e di influenzare le lotte femministe a livello latinoamericano e globale.
Ciononostante, la società argentina si è spaccata. Contrariamente agli ideali propri della “marea verde”, il movimento conosciuto come “onda celeste” ha difeso strenuamente l’idea della vita dal concepimento alla morte naturale e si è battuto contro l’indottrinamento, l’ideologizzazione e la politicizzazione della sessualità umana. Questo movimento manifesta la sua lotta contro l’“ideologia di genere”, descrivendola come un’idea liberale elitaria che minaccia il concetto naturale di famiglia e cerca di controllare il tasso di natalità. Il caposaldo del movimento si basa sull’idea che la persona esiste dal momento del concepimento; di conseguenza, l’aborto sarebbe un delitto contro una persona indifesa e le gravidanze indesiderate, invece di dare luogo ad aborti, dovrebbero lasciare il posto alle adozioni.
Le settimane che hanno preceduto il voto sono state caratterizzate da una grande tensione: riunioni, azioni di pressione e negoziazioni tra partiti, movimenti, organizzazioni sociali e politiche, fino alle minacce contro senatori e senatrici indecisi o favorevoli da parte degli anti-diritti e delle coalizioni antiabortiste. La campagna antiabortista ha tappezzato le città di manifesti falsi della campagna pro-aborto per screditarla, mentre la Chiesa Cattolica moltiplicava le omelie e le prese di posizione pubbliche contro la legge sull’aborto legale. Lo stesso Papa Francesco, argentino, è intervenuto sulla questione schierandosi apertamente contro l’aborto in una lettera in cui esprimeva il proprio supporto al gruppo antiabortista delle “Mujeres de las villas”, affermando che “il Paese è orgoglioso di avere donne così” e sostenendo il solito dogma religioso per cui l’aborto sarebbe un omicidio. Nonostante tutto, le donne argentine hanno dimostrato di saper conquistare nuovi diritti, lottando unite per 15 anni e favorendo un cambiamento di mentalità nella cittadinanza riguardo alla stigmatizzazione dell’aborto.
L'Obiezione di Coscienza e le Sfide dell'Implementazione in Argentina
La legge argentina sull'aborto, sebbene rappresenti un trionfo storico, presenta aspetti che richiedono attenzione, in particolare riguardo all'obiezione di coscienza del personale sanitario. L'obiezione di coscienza è contemplata, ma fortemente regolata anche da sanzioni. L’attuale legge prevede infatti la possibilità di obiezione di coscienza non solo per il personale sanitario, ma anche per le istituzioni sanitarie. Questo significa concretamente che molti ospedali, soprattutto quelli vicini alla Chiesa, che si dichiareranno obiettori, non garantiranno l’esercizio del diritto all’aborto. Questa specifica clausola si differenzia dalla proposta che la Campagna per l’Aborto Legale, Sicuro e Gratuito ha presentato per ben otto volte al parlamento negli ultimi anni, come sottolinea l’attivista Jamila Picazo: “Per noi è importante non ammettere nessun tipo di obiezione perché in pratica viene usata per ostacolare l’accesso ai diritti sessuali e riproduttivi”.

Le argentine sono ben consapevoli degli ostacoli che vengono posti in altri paesi dove pure è in vigore una legge sull’aborto e sono vigilanti e all'erta. La questione è cruciale perché, come dimostrato da casi passati, l'ostacolo all'accesso può avere conseguenze drammatiche. Ad esempio, nel 2012, un’adolescente di 15 anni stuprata dal patrigno si vide negare dalla giustizia la possibilità di accedere a un aborto. Nonostante questo importante precedente giuridico, in Argentina l’aborto ha continuato a essere criminalizzato, come accaduto a Belén, la giovane donna della provincia di Tucumán che è stata privata della libertà a causa di un aborto spontaneo nel 2014. Un’ingiustizia insostenibile che ha portato il movimento femminista a sollevarsi, portando Belén all’assoluzione dopo due anni e mezzo di reclusione. Un altro caso significativo, ricordato durante il dibattito plenario del Senato, è quello di Lucía, la bambina di 11 anni, abusata dal compagno della nonna lo scorso anno. “È stata ricoverata in ospedale per un mese in cui l’aborto è stato ritardato e ostacolato, e dove tutti i medici si sono dichiarati obiettori di coscienza”, ha dichiarato Cecilia Ousset, medica cattolica e obiettrice, che però ha aiutato Lucía ad abortire.
Secondo il Centro di Studi Legali e Sociali, in un rilevamento portato avanti assieme alla Campagna Nazionale per l’Aborto Legale, Sicuro e Gratuito, sono 1532 i processi in corso attualmente contro donne e corpi gestanti per il reato di aborto. Le due organizzazioni segnalano come “si produca un dispositivo di castigo che coinvolge polizia, podere giudiziario, personale sanitario, media e sistema penitenziario, con effetti sulle vite delle donne che vengono segnalate come criminali. Indipendentemente dagli esiti del processo, il castigo opera sulle donne e sui figli e familiari”. Questa profonda connessione tra la criminalizzazione dell'aborto e le dinamiche di sfruttamento è stata messa in evidenza da Veronica Gago, che scrive: “fare una genealogia della convergenza tra la dinamica degli scioperi femministi e la marea verde permette esplicitare la connessione dei modi di sfruttamento differenziale dei corpi segnati dalla classe, dal genere e dalla razza. Abbiamo connesso il lavoro non pagato, o mal pagato, con gli aborti cari e insicuri, le forme di precarizzazione della vita, il controllo in nome della democrazia del mercato del lavoro e il controllo ecclesiastico rispetto al desiderio e alla decisione autonoma. Per questo, il diritto all’aborto diventa un gesto di disobbedienza rispetto alla naturalizzazione gratuita e servile, sostenuta dal mandato di genere, della servitù domestica.”
L'Argentina nel Contesto Latinoamericano: Un Faro per i Diritti
La legalizzazione dell'aborto in Argentina è un evento di portata continentale, che consolida il Paese come il più grande ad aver adottato una legislazione così progressista nella regione. Prima di questa storica approvazione, in Sudamerica solo Cuba (dal 1965), Uruguay (legge n. 18.987 del 2012), Guyana (legge n. 7 del 1995) e le regioni di Città del Messico (riformando gli articoli 144-148 del Codice Penale del distretto federale) e Oaxaca (decreto n. 806/2019) avevano approvato una legislazione aperta in tema di aborto. La Guyana Francese e Puerto Rico si aggiungono a questa lista di territori con leggi più permissive.

Questo trionfo argentino apre nuove prospettive di lotta a livello latinoamericano e globale. L’Argentina è il primo grande paese a legalizzare l’aborto, rafforzando e potenziando tutte le altre lotte nei diversi contesti nazionali. “Siamo inserite in un ciclo dove l’irruzione del femminismo è globale e attraversa le frontiere. Sicuramente la lotta femminista delle argentine ci ha contagiato e aiutato a scendere in piazza”, afferma Karina Nohales, portavoce del Coordinamento 8M cileno.
Tuttavia, il panorama latinoamericano rimane complesso e variegato. In El Salvador (artt. 133-137 del Codice penale di El Salvador), Nicaragua (artt. 143-145 del Codice penale del Nicaragua) e Repubblica Dominicana (artt. 107-110 del Codice penale della Repubblica Dominicana) le interruzioni di gravidanza sono ancora completamente illegali. In Brasile, sebbene la legge permetta l’aborto in alcune condizioni fin dal 1940, nei fatti si continuano a criminalizzare le donne che lo praticano. Nalu Faria, attivista e integrante della Marcia Mondiale delle Donne, spiega che “nonostante il movimento femminista brasiliano sia ampio e organizzato, il paese è attraversato da un’ondata conservatrice e neofascista che è attualmente al governo e che rende ancora più difficile l’applicazione dei diritti già conquistati dalle donne”.
In Messico, la situazione è in parte differente, perché a Città del Messico e nello stato di Oaxaca l’aborto è legale, mentre nel resto del paese no, e la riforma del Codice Penale non può essere fatta a livello nazionale ma solo federale. “Nella pratica è molto difficile, perché alle donne manca l’informazione necessaria per poter accedere all’aborto. In Messico l’aborto clandestino non è necessariamente pericoloso, esistono medicinali abortivi approvati dalla Organizzazione Mondiale della Sanità e sebbene siano cari, si trovano disponibili in farmacia. Il problema è piuttosto la paura e la disinformazione sul tema, insieme al senso di colpa”. Queste sfide sottolineano che la legalizzazione è solo il primo passo e che l'implementazione effettiva richiede un impegno costante per superare barriere culturali, informative e socio-economiche.
Argentina, Camera approva legalizzazione aborto
Il Contesto Italiano: La Legge 194 e il Dibattito Attuale
In Italia, la materia dell'interruzione volontaria di gravidanza è regolata dalla Legge 22 maggio 1978, n. 194. Questa legge consente l'aborto entro i primi 90 giorni di gestazione per motivi di salute fisica o psichica della donna, o per circostanze relative alla sua situazione economica, sociale o familiare che possano mettere a rischio il suo equilibrio psicofisico. Dopo i 90 giorni, l'aborto è ammesso solo in caso di grave pericolo per la vita della donna o di gravi anomalie del feto che comportino un serio rischio per la salute fisica o psichica della gestante.
Nonostante la legge sia in vigore da oltre quarant'anni, il dibattito sull'aborto in Italia non si è mai sopito completamente e ha visto periodicamente riemergere posizioni volte a modificarne o limitarne l'applicazione. Il successo della legalizzazione in Argentina ha riacceso la discussione anche nel contesto politico italiano. La Lega, in particolare, con esponenti come il senatore Simone Pillon, ha espresso posizioni che richiamano la necessità di un cambiamento. Pillon, in un’intervista a La Stampa, ha annunciato la possibilità futura di modificare la norma sull’interruzione volontaria della gravidanza, dichiarando: “Oggi non ci sono le condizioni per cambiare la legge 194 sull’aborto. Ma anche noi ci arriveremo come l’Argentina”. Questa affermazione, sebbene paradossale data la diversità delle posizioni, rivela l'attenzione con cui le vicende argentine sono state seguite.
Le dichiarazioni di Pillon si inseriscono nel solco già tracciato dal ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, che aveva espresso l'intenzione di “restringere il diritto all’aborto”. Il primo passo annunciato dal leghista è quello degli “aborti zero”, sostenendo che “occorre aiutare le donne che vogliono abortire perché si trovano in difficoltà economiche e sociali”. Secondo Pillon, “le politiche che il ministro Fontana intende fare, con importanti aiuti alle famiglie, vanno in questa direzione. Dobbiamo sostenere la maternità altrimenti nel 2050 ci estinguiamo come italiani”. Per Pillon, “la libertà di scelta ce l’hai prima di concepire una vita”, ribadendo una visione che pone l'accento sulla prevenzione e sul sostegno alla genitorialità come alternativa all'aborto. Il parlamentare sostiene che “le risorse ci sono, ma occorre spostare i soldi che vanno alle lobby, alle banche”, arrivando ad affermazioni polemiche come: “Sa quante donne avrebbero potuto mettere al mondo dei figli con i soldi che il Pd ha regalato a Monte Paschi di Siena?”.

Il dibattito si estende anche a temi correlati, come quello delle coppie omosessuali. Alla domanda del giornalista se ritiene che due omosessuali non siano in grado di crescere un bambino, Pillon risponde: “un ragazzo ha il diritto di avere una madre e un padre. Non farei prove di ingegneria sociale”. Dichiarazioni che si inseriscono nel solco leghista dell’annuncio di Matteo Salvini di voler togliere "genitore 1" e "genitore 2" dalle richieste di carte d’identità, riaffermando una visione tradizionale della famiglia.
Il peso della Chiesa Cattolica in Italia, sebbene in un contesto storico diverso da quello dell'Argentina nel momento dell'approvazione della legge 27.610, rimane profondo sulla politica e la vita pubblica, specialmente su temi eticamente sensibili. Questa influenza è paragonabile a quella che la Chiesa argentina ha esercitato per decenni, ostacolando ogni tentativo di liberalizzazione dell'aborto. Le campagne anti-aborto, spesso sostenute da organizzazioni "pro-vita" e dalla Conferenza Episcopale, continuano a essere attive, promuovendo una cultura della vita dal concepimento alla morte naturale e contrastando quella che definiscono "ideologia di genere" o "individualismo anti-umano", riprendendo temi simili a quelli del movimento "onda celeste" argentino. L'esperienza argentina, con la sua "marea verde" che ha saputo conquistare nuovi diritti nonostante l'opposizione, rappresenta sia un modello di mobilitazione sociale per i movimenti pro-choice italiani, sia un riferimento per le forze conservatrici che temono un'evoluzione della legislazione in senso più permissivo, e per questo cercano di arginare il dibattito con proposte di "aborti zero" o di rafforzamento del sostegno alla maternità.