Le Filastrocche per Bambini: Un Patrimonio Linguistico e Culturale dell'Italia, dal Dialetto Romanesco alle Tradizioni Regionali

Le filastrocche rappresentano un genere letterario popolare di straordinaria importanza nel percorso di crescita dei bambini. Con il loro andamento ritmato e divertente, esse non sono solo un passatempo, ma servono ai bambini ad imparare parole, numeri, coordinamento e, in molti casi, a richiamare l’attenzione su contenuti religiosi. Questo particolare repertorio giocoso è ancora largamente diffuso in tutta la Penisola italiana e ricco di esempi dialettali, testimoniando una ricchezza culturale che si estende dalle valli alpine alle coste meridionali, abbracciando anche le tradizioni della capitale e le sue espressioni, come il termine "filastroccaro" in dialetto romanesco, utilizzato per definire chi le compone e le diffonde.

Il Valore Educativo e Culturale delle Filastrocche Dialettali

Le filastrocche, con la loro struttura ripetitiva e i suoni accattivanti, sono strumenti pedagogici naturali. Esse sono parte integrante del patrimonio culturale di molti dialetti, come quelle utilizzate a Lucera quando ancora non esisteva l’istruzione di massa. Qui, per sviluppare il linguaggio, la memoria e l’attenzione nei bambini e per accompagnare la loro crescita, si utilizzavano, in modo giocoso e coinvolgente, le cosiddette filastrocche educative. Erano composizioni di origine popolare che avevano le caratteristiche di essere brevi, ripetitive ed ideali per insegnare l’apprendimento ai bambini, parlando una lingua semplice e musicale, facili da memorizzare perché costruite su ripetizioni, rime e suoni che catturavano l’attenzione dei più piccoli. Le filastrocche, infatti, sono ricche di ritmo, rime ed assonanze, e proprio il non-senso è spesso il loro pregio. Giocano sull’immediatezza e sulla festosità del ridere, creando un ambiente di apprendimento gioioso e spontaneo.

Mappa delle regioni italiane con filastrocche dialettali

Questo genere letterario orale ha avuto un ruolo fondamentale nella trasmissione di conoscenze e valori attraverso le generazioni. Alcune di queste filastrocche spiegano semplici concetti o piccole regole, altre descrivono le curiosità del mondo e così via. Come testimoniano tanti genitori, l'apprendimento attraverso il gioco e il divertimento rende i concetti più accessibili e memorabili per i bambini. Il contatto con la fonte letteraria, anche se l'autore è spesso anonimo, è fondamentale per comprendere la loro originalità, che negli anni, quasi sempre, finisce per essere contaminata con l’uso di un linguaggio moderno, come evidenziato dal prof. Egregi. Le filastrocche, i giochi, le ninne nanne, in quanto tramandate oralmente, hanno subito, nel tempo, contaminazioni culturali e linguistiche, arricchendo il loro tessuto ma talvolta rendendo difficile dare loro un senso logico preciso.

Esempi Significativi dal Repertorio Popolare Italiano

Il repertorio dei canti e delle filastrocche della Chiarastella, ad esempio, offre numerosi esempi che, pur appartenendo ad aree geografiche e dialettali diverse, conservano tratti connotativi comuni, spesso legati a temi religiosi natalizi o alla vita quotidiana.

"Santa Clara": Un Canto Lombardo di Contenuto Religioso

Un primo canto è in dialetto lombardo, "Santa Clara," e inizia con una curiosa scenetta di santi in cui viene invocata santa Chiara per avere in prestito una scala con cui raggiungere il Paradiso, dove sono gli angeli che cantano la gloria per la nascita di Gesù. Ecco poi che inizia una lunga enumerazione in rima che aiuta i bambini a contare e a memorizzare elementi della fede: uno è il bambino nella culla, due l’asino e il bue, tre i re magi, quattro gli evangelisti, cinque le piaghe del Signore… fino al dodici che sono gli apostoli.

Il testo recita:«Santa Clara / imprestemm’ la vostra scala / per andà in Paradis / per andà in Paradis / a trovà san Dionis / I angioi che cantava / la Madonna la sospirava / sospirava rosa e fior / l’è nassuu noster Signor / L’è nassuu in Bettelemm / senza fassà né pattej / per fassà quel Gesù bell’ / oh che bella compagnia / U ‘l Bambì ‘n da cuna / Dù l’asén e ‘l bo / Tri e re maisge / Quater e evangelisti / Zich e piaghe dol Signor / Sès san Zaccaria / Sèt e allegrezze d’la Madonna / O ol pòrto di Roma / Nof la còrte de àngei / Dès e comandamenti / Ondes e lamenti / Dodés e apòstoi».

Riportata nelle raccolte di canti popolari milanesi curate da Carlo Tenca (1816-1883), letterato, giornalista e politico risorgimentale, così come anche in numerose altre raccolte di canti popolari lombardi, questa filastrocca allegra e ritmicamente accattivante è ancora largamente in uso nel repertorio infantile, dimostrando la sua resilienza e il suo potere di coinvolgimento.

Illustrazione di Santa Chiara con una scala verso il Paradiso e angeli

"Maria Lavava": L'Umanità della Sacra Famiglia nell'Emilia

Un’immagine assai consueta nei canti del Natale è quella di Gesù bambino con la Madonna e san Giuseppe ritratti in atteggiamenti umili e quotidiani. Il più conosciuto e diffuso in tante versioni dialettali è "Maria lavava." Nella scena descritta in questo canto, Gesù piange per il freddo e la fame e la Madonna non sa come consolarlo dopo che gli ha già dato del latte, mentre la neve scende sui monti e imbianca tutto.

La commovente versione emiliana, raccolta a San Pellegrino (Reggio Emilia) da Giuseppe Ferraro e pubblicata nel 1896, recita:«Maria lavava / Iuseff stendiva / Bambèin pianziva / dla fama ch’aviva / sta zètt puttèin / che ‘dessa èt turrò / dàl latt e g n’è / dal pan e n’eg n’ho / L’è gnùu mo l’invèren / e tgnemma andar via / la Vergin Maria / con tanta pietèe / sta zètt puttèin / che ‘dessa èt turrò / dàl latt e g n’è / dal pan e n’eg n’ho».

Colpisce l’immagine della sacra famiglia colta nel suo vivere giornaliero. Forse questa particolarità, così unica e originale, di considerare il Bambinello tanto indifeso, perché affamato e infreddolito, come lo possono essere tanti bambini poveri al mondo, ha da sempre suscitato l’interesse di tanti pittori che hanno rappresentato molte scene di questo tipo e richiamato l’attenzione anche da parte di importanti musicisti. Alcuni in particolare hanno realizzato delle splendide elaborazioni utilizzando vari dialetti. Fra queste spiccano quelle composte da Nino Rota per voce e quintetto d’archi, quella per coro di Giorgio Ghedini e recentemente anche una singolare reinterpretazione di Lucio Dalla, che ha proposto proprio questo esempio in dialetto emiliano in uno dei suoi ultimi concerti natalizi a Roma all’Auditorium, a testimonianza della sua perenne risonanza.

Novena di Natale

"Ni manca pane": La Povertà del Natale nel Salentino

Un terzo esempio di questa breve "fiorita" di canti, cunti e filastrocche della Chiarastella appartiene al repertorio in dialetto salentino ed è stato raccolto a Marine, un piccolo paese in provincia di Lecce. "Ni manca pane" evoca la povertà del Bambino a cui mancano pane e fuoco. È nato senza casa e senza niente come la mamma e il padre, ma tante sono le cose destinate a cambiare in terra con la sua venuta.

Il testo salentino descrive la scena con toccante semplicità:«Ni manca pane fuecu e focalire / è natu senza casa e senza nienti / perieddhi suntu mamma e sire / nu n’hannu tatu l’ecu li putenti / Gesù se chiama e dicenu le carte / ca mute cose a ‘nterra a sci cangiare / e prima a ‘mparaisu se ‘nde parte / ha dire mute cose bbone e mare / E n’ Angelu te cielu scinde e canta / allu Signore gloria e pace a ‘nterra / intru llu core te sta notte santa / lu Patreternu l’omo a ‘mpiettu ‘nzerra».

Questo piccolo gioiello di catechismo popolare si chiude con un’immagine di straordinaria bellezza poetica spesso ricorrente in molti canti popolari: «intru llu core te sta notte santa lu Patreternu l’omo a ‘mpiettu ‘nzerra» (“nel cuore della notte santa Iddio stringe a sé tutta l’umanità”), esprimendo un messaggio di speranza e unione profonda.

Le Filastrocche Educative e Funzionali

Oltre ai canti di tradizione religiosa, le filastrocche hanno sempre avuto un ruolo pratico nell'educazione e nel gioco dei bambini. Tra le più famose a Lucera, ad esempio, c’erano quelle che si usavano per insegnare ai bambini i nomi delle dita della mano. Questo approccio ludico rendeva l'apprendimento divertente e interattivo.

Si prendeva il pollice con il pollice e l’indice dell’altra mano e si diceva: «QUISTE VOLE U PANE».Si prendeva l’indice con il pollice e l’indice dell’altra mano e si diceva: «QUISTE DICE NEN NGE STACE CCHJÙ».Si prendeva il medio con il pollice e l’indice dell’altra mano e si diceva: «ME L’AGGHIE MAGNATE ÍJE».Si prendeva l’anulare con il pollice e l’indice dell’altra mano e si diceva: «STACE N’ATU PUCARÌLLE».Decije u rafanìlle: «ije sò u cchjù poverìlle!»

Questo esempio mostra come le filastrocche fossero intessute nella vita quotidiana, aiutando i bambini a esplorare il proprio corpo e il mondo circostante con parole e ritmi che ne favorivano la memorizzazione.

La Filastrocca della Carbonara: Insegnare con il Gusto

Ancora più attuali sono le filastrocche che insegnano concetti in modo giocoso. Simona ci informa che alcune di queste filastrocche spiegano semplici concetti o piccole regole, altre descrivono le curiosità del mondo e così via. Un esempio vivace è la "Filastrocca della Carbonara," che racconta la ricetta in rima. «Questo è l’inno della carbonara/buona, buonissima, di una bontà rara!» Inizia così questa composizione che unisce l'utile al dilettevole. Come sappiamo, e ci confermano continuamente tanti genitori, la carbonara è in genere assai apprezzata anche in tenera età, e non a caso Simona ha creato questa filastrocca e, per memorizzarla, ha anche preparato un mini poster illustrato con il testo. Questo dimostra la versatilità del genere filastrocche e la sua capacità di adattarsi a contenuti moderni, mantenendo il suo intrinseco valore educativo e ludico.

Mini poster illustrato della Filastrocca della Carbonara

La Natura e l'Evoluzione delle Filastrocche: Tra Non-Senso e Tradizione Orale

Le "Cantilene e filastrocche" sono un genere ricchissimo, intriso di ritmo, rime ed assonanze, dove spesso il non-senso è il loro pregio maggiore. Giocano sull’immediatezza e sulla festosità del ridere, catturando l'attenzione dei bambini e stimolando la loro fantasia. Tuttavia, quando si è perduto il contatto con la fonte letteraria - perché c’è sempre un "autore individuo", anche se anonimo - a tutte queste "stroppole" (frottole) è difficile dare un senso logico. Questo accade proprio perché negli anni la loro originalità, quasi sempre, finisce per essere contaminata con l’uso di un linguaggio moderno. Il passaggio di generazione in generazione attraverso la tradizione orale le rende vive e mutevoli, ma anche vulnerabili alle alterazioni.

Diagramma sull'evoluzione delle filastrocche orali

Questo processo di contaminazione culturale e linguistica è un elemento intrinseco della vita delle filastrocche. Ogni volta che una nonna, come nonna Carmela, nata nel 1885 e devota a S. Catello, tramanda un canto, o una mamma canta una ninna nanna ai suoi figli negli anni ’50, il testo subisce lievi modifiche, adattamenti, e a volte, purtroppo, anche perdite, trasformandosi in quello che a volte appare come un "rudere" di un ricordo d’infanzia. È per questo che la loro registrazione e conservazione è fondamentale, per evitare che un tale patrimonio non vada perduto. Il prof. Egregi sottolinea l'importanza di apprezzare queste composizioni nella loro forma originaria, pur riconoscendo l'inevitabile evoluzione.

Volpi, il "Filastroccaro" Romano: Un Maestro tra Umorismo e Pedagogia

Nel panorama della letteratura infantile e delle filastrocche, emerge la figura di un autore come Volpi, che a 87 anni, ha in memoria una quantità incredibile di versi, da Dante a Carducci, da Omero a Pascoli, dai poeti risorgimentali a quelli dialettali. Perciò le rime gli sgorgano facilmente sia nel serio sia nel faceto. L’Italia e la Francia (ama molto scrivere calembours in versi) sono piene di sue rime di circostanza nate in occasioni di feste e cerimonie e improvvisate e scritte magari sulla carta delle salviette di un ristorante.

Se dunque gli si parla di rime e non di alta poesia, il nostro accetta volentieri anche la qualifica di "filastrocchiere" o, alla romana, di "filastroccaro", un termine che lo lega direttamente alla tradizione linguistica e culturale di Roma. Dal glorioso settimanale, Volpi è stato il grande Redattore Capo, e praticamente il direttore, dal 1948 al 1966. Poi, nel 1977, l’Editrice A.V.E. di Roma lo chiama di nuovo e gli affida la direzione del mensile "La Giostra" (nato nel 1970, per iniziativa dell’Azione Cattolica, come servizio alle famiglie e alle scuole materne). Da nonno, scrive varie filastrocche sulle pagine di questo brillante giornalino, che vengono poi raccolte e completate in due volumetti della collana “Il Fantastorie” della S.E.I.: "Le filafiabe" (1996) e "Le fantastrocche" (1999).

"Le Filafiabe": Il Capovolgimento dei Luoghi Comuni

Nel primo volume, "Le filafiabe," Volpi rivisita, tra umorismo e poesia, tutti i luoghi comuni delle fiabe. Inizia con le frasi iconiche come: «C’era una volta un Re…, una Principessa…, un Mago…, un Drago…, un Castello…, un Gigante…, un Orco brutto…, un Lupo…, un Principe Azzurro…, ecc.», ma con l’intento di capovolgere i ruoli, di ironizzare sugli schemi fissi e di giocare sulla sonorità delle parole. In questa raccolta, Volpi rimatore non è dissimile dal narratore, perché identica è la tensione etica e la finalità educativa; qui ovviamente prende il sopravvento il gioco di parole con rime, assonanze, consonanze e tanta ironia. La sorpresa finale è emblematica ed è anche strategica per mostrare al lettore i vari mondi possibili, al di là di ciò che ognuno di noi si prefigura.

Ad esempio, in "C’era una volta … UN RE" Volpi smitizza la supponenza del re, che rimane alla fine senza nessuna autorità riconosciuta, ma usa anche le corde del surrealismo per dipingere scenari inaspettati. Non mancano spunti di realismo, come in "C’era una volta una principessa…che non mangiava verdura lessa," che è insieme storia di pregiudizi alimentari e di rapimenti, affrontando temi del quotidiano con leggerezza. Con "Bambini? No grazie! L’orco preferisce mangiare un leone, anziché un piccino!" Volpi sovverte l'aspettativa, regalando una risata e una riflessione sull'assurdità. Si dimostra la maestria di Volpi nel padroneggiare la parola: da vero giocoliere, piega il linguaggio a suo piacimento e in relazione alle esigenze del fatto fantastico da rappresentare. Un esempio brillante della sua destrezza linguistica è la filastrocca: «Quanto costa una supposta / spedita per posta all’aragosta?», che con il suo non-sense e il gioco fonetico, diverte e stimola la fantasia, tipico del suo stile.

Novena di Natale

"Le Fantastrocche": Ironia, Gioco e Capacità Creativa

Ne "Le fantastrocche," l’atteggiamento poetico di Volpi non cambia; vi è sempre una grande ironia, coniugata al gioco e alla capacità creativa della fantasia nel capovolgere la realtà, garantendo molte sorprese con effetto comico. I bambini e i lettori si trovano a frequentare vari ambienti, dall’osteria alla farmacia, dallo zoo alle festività, ognuno dei quali diventa lo scenario per avventure in rima che sfidano la logica convenzionale. Siamo all’effetto "straniante" che il gioco creativo ha poi abbondantemente diffuso, dove il familiare si trasforma in qualcosa di inatteso e divertente. Ancora ne "Alla tavola della Fata" ritornano i celebri protagonisti di fiabe famose ma ognuno riscritto con una caratteristica contraria, un meccanismo che stimola la riflessione e la risata. Il racconto di come "una filastrocca diventò una filastr-OCA" è un ulteriore esempio della sua capacità di giocare con le parole e le forme, invitando i bambini a partecipare attivamente: "E poi chi c’era? Dite voi, ragazzi!"

Frammenti di Memoria: Filastrocche Tramandate Oralmente

Molte filastrocche vivono e si evolvono attraverso la memoria collettiva e la trasmissione orale, portando con sé la storia personale di chi le ha ascoltate e poi riproposte. Nei ricordi del prof. Egregi, si trova una antica filastrocca dedicata a S. Catello, che gli diceva sua nonna Carmela quand’era piccolo. Nonna Carmela, nata nel 1885, cresciuta e vissuta nel centro antico, in piazza Fontana Grande, era molto devota al protettore S. Catello. La memoria di questa filastrocca è così forte che, anni fa, è stata declamata ad un vecchio sacerdote nella chiesa cattedrale, per sapere se lui la conosceva e se era solo uno stralcio di una filastrocca più lunga.

Un altro spezzone di filastrocca, descritto come un "rudere" e ricordo d’infanzia, è quello cantato dalla mamma per l’ultimo giorno di carnevale: «Mamma, mamma, voglio ‘o ppane! Eh, gioia! Eh, gioia!». E ancora, frammenti come "Harri! Harri! a isso ….." rievocano un mondo di giochi e interazioni verbali.

In un'epoca passata, quando la luce elettrica mancava assai frequentemente durante le lunghe serate, le famiglie si riunivano. Per timore che i bambini potessero farsi male nel buio, specialmente se c’era il braciere acceso in giro o coltelli ed altri attrezzi pericolosi fuori posto, la mamma preferiva non allontanarsi, facendoci cantare la filastrocca propiziatoria per il ritorno della corrente. Questa usanza sottolinea come le filastrocche non fossero solo divertimento, ma anche un modo per affrontare le incertezze e le paure del quotidiano, trasformando l'attesa in un momento di unione e gioco.

Le ninne nanne, come quella che inizia con il classico «Nonna nooooo, e nonna nunnarella…», cantata sovente ai suoi figli dalla signora Anna Romano agli inizi degli anni ’50, e che divertiva molto i bambini di quei tempi, dimostrano la continuità di queste tradizioni orali. A volte, come nel caso di questa breve nenia, l'ultimo verso può risultare incomprensibile, a causa delle inevitabili trasformazioni che avvengono nella trasmissione orale.

Le "stroppole" di casa, come quelle recitate durante i temporali più violenti - «eravamo bambini e fuori c’era il temporale» - o varianti del "Cunto del cecere," testimoniano la ricchezza e la varietà di queste composizioni. Mia mamma la recitava ogni volta durante i temporali più violenti, come ricordato in un contributo, e il desiderio che non vada perduta è un sentimento comune per chi ha a cuore queste espressioni di cultura popolare.

Infine, le filastrocche sono intrinsecamente legate anche ai giochi di gruppo, come il "giro tondo," in cui i bambini si tenevano per mano e formavano un cerchio, poi, cantando, giravano e giravano. Questo esempio finale sintetizza il ruolo multifunzionale delle filastrocche: educative, consolatorie, di intrattenimento e un catalizzatore per l'interazione sociale, unendoli in un’esperienza condivisa di ritmo, melodia e parole che rimangono impresse nella memoria e nel cuore.

Illustrazione di bambini che giocano al giro tondo cantando una filastrocca

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