Le Melodie e i Racconti del Piemonte: Un Viaggio Educativo tra Filastrocche e Tradizioni per i Bambini

Introduzione: "La Stòria è Bela, Fà Piasì Cuntela": Un Viaggio nelle Radici della Tradizione Piemontese per i Più Piccoli

Nel cuore del Piemonte, in particolare nelle suggestioni paesaggistiche delle Langhe, il sapere popolare e la trasmissione delle tradizioni hanno sempre avuto un ruolo centrale nella crescita e nell'educazione dei bambini. Tanto tempo fa, infatti, nel territorio delle Langhe, si raccontava ai bambini una speciale filastrocca per aiutarli ad addormentarsi. È una favola che iniziava con le parole: “La stòria è bela, fà piasì cuntela (fa piacere raccontarla), t’ voli ch’ t’la cunta? (vuoi che te la racconti?)”. A qualsiasi risposta d’la masnà (del bambino), il rito si ripeteva: “Vanta nen dì parei (non bisogna dire così) perché la storia è bela, fà piasì cuntela, et veuli ch’ et la cunta?”. Questo incantevole dialogo si protraeva, un eco di rassicurazione e di affetto, fino a quando il bambino non si addormentava.

Con l'evocativa espressione di questa filastrocca è stato scelto di intitolare un lavoro straordinario, pensato come una sorta di viaggio, profondo e coinvolgente, attraverso il territorio delle Langhe. E come tutti i viaggi che lasciano un segno, una volta terminato, lo si vorrebbe iniziare di nuovo, e poi ancora, fino all’infinito, proprio come la filastrocca stessa, destinata a far dormire i bambini, un ciclo senza fine di storie e parole che accompagnano verso il sogno. Questo approccio alla riscoperta della cultura e della lingua locale, attraverso la narrazione e il gioco, rappresenta un ponte insostituibile tra le generazioni, permettendo ai più piccoli di radicarsi nella propria identità e di esplorare il mondo che li circonda con curiosità e consapevolezza. In questo contesto, l'apprendimento non è un'imposizione, ma una scoperta giocosa e partecipativa, che si nutre delle voci del passato per costruire il futuro.

Il Progetto del Libro di Stoffa: Dare Voce al Territorio e alla Lingua

Il progetto “La stòria è bela, fà piasì cuntela” è un esempio luminoso di come la tradizione orale e la creatività possano fondersi per scopi educativi profondi. Questo libro di stoffa, che racconta il territorio della città di Alba e delle sue immediate vicinanze, ha preso forma nel 2015, all'interno dell'asilo aziendale Casa dei Bambini Elena e Gabriella Miroglio. La sua realizzazione è stata il frutto di un lavoro collettivo e appassionato, condotto direttamente dai bambini e dalle loro maestre, con il supporto creativo e organizzativo della Fondazione Elena e Gabriella Miroglio, che ha creduto fortemente nel valore di questa iniziativa.

Un contributo fondamentale alla riuscita di questa opera è stato fornito dalle nonne e dai nonni dei bambini, veri e propri custodi di un sapere antico e prezioso. Le nonne hanno guidato i piccoli nell'arte del cucito, insegnando loro i segreti dell'ago e del filo, un'abilità manuale che stimola la coordinazione e la pazienza. I nonni, dal canto loro, hanno rivestito un ruolo cruciale come "correttori di bozze" del dialetto piemontese, raccontando ai bambini le parole dimenticate e spiegandone il significato. Hanno anche narrato storie del passato, aneddoti legati al mercato e preziose tradizioni piemontesi sui cibi tipici, arricchendo il progetto di un valore culturale inestimabile. È stata una storia bellissima, quella di questo libro, che ha dimostrato la forza dei legami intergenerazionali e l'efficacia di un apprendimento basato sull'esperienza diretta.

Immagine di un libro di stoffa con disegni di bambini

I testi interni che compongono il libro sono nati spontaneamente dalla creatività e dalla fantasia dei bambini durante le diverse fasi di realizzazione. Questo processo ha permesso loro di aprirsi a realtà nuove, vicine, ma a volte purtroppo dimenticate, offrendo un'opportunità unica per conoscere più a fondo il proprio territorio e riscoprirne le meraviglie. Il blog che si occupa spesso di scuola e di progetti didattici, realizzati per educare bambini e ragazzi al lavoro di gruppo, alla messa a fuoco di abilità e risorse personali in relazione a compiti nuovi e collettivi, e alla scoperta di conoscenze che riguardano il proprio mondo, e che servono ad allargare l'orizzonte che lo riguarda, ha definito questo progetto straordinario. La Casa dei Bambini Elena e Gabriella Miroglio, l'asilo aziendale dove è nato questo progetto, vanta una storia lunga e significativa, essendo stato fondato nel 1958 per volontà del commendator Giuseppe Miroglio, un imprenditore illuminato che possedeva un forte senso di responsabilità sociale. Oggi, l’asilo continua ad accogliere i figli dei dipendenti Miroglio, dai uno ai sei anni di età, perpetuando un'eredità di cura e attenzione verso le nuove generazioni.

Esplorando le Langhe: Un Itinerario Didattico e Culturale per i Bambini

Il libro di stoffa si configura come un vero e proprio itinerario, un viaggio che dura ipoteticamente una settimana: dal lunedì alla domenica. Ogni giorno di questa esplorazione è dedicato alla scoperta di un luogo nuovo, all'incontro con un profumo sconosciuto, all'incanto di un colore mai visto prima, in un'esperienza sempre nuova e stimolante. Questo perché la Langa è così: un territorio che, se visitato una volta, spinge a tornarci una seconda e poi una terza, fino a innamorarsene perdutamente, un legame profondo che si crea con la sua essenza autentica. La sua bellezza e la sua ricchezza culturale sono un invito costante all'esplorazione e all'apprendimento.

Lunedì ad Alba: Tra Storia, Architettura e Leggende Millenarie

Il viaggio narrato nel libro inizia il lùnes (lunedì) ad Alba, la capitale indiscussa delle Langhe. Questa città, le cui origini affondano nell'epoca romana, era conosciuta anticamente come “Alba Pompeia” ed è la terra natale dell'imperatore Publio Elvio Pertinace. È celebre anche come la “città delle cento torri”, un appellativo che richiama le numerose torri medievali che, in passato, si ergevano imponenti sopra le sue case, racchiuse nel suggestivo centro storico. Queste strutture non erano solo elementi difensivi, ma veri e propri simboli di potere e prestigio delle famiglie nobiliari.

Panorama di Alba con le sue torri medievali

Con il supporto prezioso di un'insegnante, che per anni ha ricoperto il ruolo di guida turistica, i bambini hanno avuto l'opportunità di approfondire la conoscenza di Alba, delle sue iconiche torri medievali e dei castelli circostanti, imparando a distinguere le loro particolarità e le differenze architettoniche e storiche. Per ogni castello oggetto di studio, i bambini hanno ritagliato la sagoma sul tessuto, l'hanno cucita a mano con cura e dedizione durante il laboratorio sartoriale, e l'hanno poi impreziosita, dipingendone i dettagli con colori vivaci. Con un tocco di fantasia e gioco, hanno poi nascosto sotto ogni castello piccole figure di guardie, re e regine, dando vita a un mondo immaginario. Anche la sagoma della città di Alba è stata interamente ricamata da loro, con il fondamentale aiuto delle nonne, che hanno trasmesso l'antica arte del ricamo. Questa attività ha permesso ai bambini di esplorare la storia attraverso la creatività, unendo l'apprendimento manuale a quello storico-culturale.

Alba e il suo territorio sono stati, nei secoli a venire, fonte di ispirazione e ammirazione per numerosi personaggi illustri. Molti sono stati inebriati dal suo aroma inconfondibile, quello del tartufo bianco, che ha affascinato figure come Plutarco, Giovenale, Cicerone, Sant’Ambrogio e persino Napoleone, testimoniando la ricchezza sensoriale e culturale del luogo. A questo si lega una suggestiva immagine: il raggio di luna che scivola giù fino alle radici dell’albero preferito, l’unico che sembra conoscere il segreto, un richiamo alla magia e al mistero che avvolgono la natura delle Langhe, custode di tesori nascosti come il prezioso tartufo.

Giovedì nella Natura: La Biodiversità delle Langhe a Portata di Bambino

Il giòbia (giovedì) è il giorno interamente dedicato all'esplorazione della natura, in particolare agli animali e alla ricca fauna delle Langhe. La Langa, con la sua varietà di ambienti, è un habitat che ospita specie caratteristiche di un ambiente mediterraneo. Tra queste, si possono osservare la cincia dal ciuffo, il cuculo, l’allocco e il codirosso spazzacamino, quest'ultimo particolarmente noto per svernare in questa zona, trovandovi riparo e cibo durante i mesi più freddi.

Disegni di bambini ispirati alla fauna delle Langhe

È diffusamente documentata anche la presenza di cinghiali, animali selvatici che popolano i boschi della regione. Lungo i sentieri, talvolta si possono notare le loro orme distintive nelle pozzanghere fangose, dove amano rotolarsi, e i segni lasciati sui tronchi degli alberi dallo sfregamento del loro corpo. Questo comportamento, molto frequente, è essenziale per la loro igiene, poiché li aiuta a tenere pulito il pelo dai parassiti. Un altro mammifero che popola assiduamente i boschi delle Langhe è il capriolo, un animale che fortunatamente è oggi in fase di espansione, segno di un ecosistema in buona salute. Si possono scorgere le sue tracce discrete lungo i sentieri e gli scortecciamenti dei rami giovani degli alberi, che utilizza per segnalare il proprio territorio, un linguaggio silenzioso della natura. Oltre a queste specie, è documentata anche la presenza di altri mammiferi quali la volpe, il tasso, la lepre, lo scoiattolo e il riccio, che contribuiscono alla grande biodiversità del territorio. Durante una passeggiata didattica nel bosco, i bambini hanno avuto l'emozionante opportunità di fotografare le orme di caprioli, cinghiali, scoiattoli, tassi e lepri, un'esperienza che ha trasformato l'apprendimento in una vera avventura. Hanno inoltre raccolto, durante diverse uscite nei boschi della Langa, le foglie delle piante endemiche del territorio: quercia, tiglio, nocciolo, castagno, faggio, carpino, betulla, acero campestre, ciliegio selvatico, gaggia, gelso, vite, creando un erbario che è un piccolo compendio della flora locale.

Un Sorso di Storia: Il Patrimonio Vitivinicolo delle Langhe attraverso le Generazioni

Le Langhe sono un territorio intrinsecamente legato alla cultura del vino, e il progetto del libro di stoffa ha offerto ai bambini una finestra su questo patrimonio inestimabile. Hanno avuto l'opportunità di visitare la cantina di Fontanafredda, una delle più antiche e prestigiose tenute vitivinicole italiane, che vanta ben 155 anni di storia. Questa tenuta, intrisa di fascino e leggenda, appartenne al re Vittorio Emanuele II, che la donò a Rosa Vercellana, soprannominata la “Bela Rosin”, della quale il re si innamorò perdutamente, una storia d'amore che ancora risuona tra i filari.

Tornati all'asilo, l'esperienza in cantina è stata trasformata in un'attività creativa e sensoriale. I bambini hanno realizzato gli stampi dei vari grappoli d'uva, utilizzando il sughero dei tappi, intinti nei diversi tipi di vino, una sorta di pittura con il sapore del territorio. Tra i vini che hanno ispirato questa attività, spicca il Barolo, un vino aristocratico per eccellenza, la cui storia è intessuta di aneddoti regali. La marchesa Giulia Falletti Colbert, figura di grande devozione e generosità, ne aveva inviato in omaggio al Re Carlo Alberto di Savoia una carrà (un fusto) per ogni giorno dell’anno e, poiché era molto devota, aveva escluso i giorni quaresimali, un gesto che sottolinea l'importanza culturale e sociale del vino in quel contesto storico. Questo ha permesso ai bambini di toccare con mano, o meglio, con creatività, un aspetto fondamentale dell'identità langarola, comprendendone la storia e l'importanza economica e culturale.

Sabato al Mercato: Dalla Seta all'Industria, un Ritratto dell'Evoluzione Economica Langarola

Il saba (sabato) ad Alba è un giorno che da secoli inizia con il mercato, un appuntamento irrinunciabile che vede la gente confluire in città dalle campagne circostanti per scambiare le proprie merci. Pensare al mercato di Alba fa subito venire in mente quello dei bozzoli da seta, i famosi “cuchèt”, che il commendator Giuseppe Miroglio acquistava nei primi anni Cinquanta. Questa attività, che spaziava dalla coltura del gelso all’allevamento del baco da seta, coinvolse e rivoluzionò profondamente il mondo contadino, in particolare il lavoro femminile, e segnò in modo indelebile l'economia langarola, trasformando la vita di intere comunità. Il mercato “dij cuchèt” di Alba diventò una delle principali attività della città, tanto che piazza San Giovanni venne conosciuta anche come la piazza dei “cuchèt” o dei bozzoli, un nome che evoca un'epoca di fervore economico.

La storia di Alba

Alba, in quei giorni di mercato, attirava anche una folla eterogenea, composta da persone dedite alle professioni più disparate e spesso strane, tutte volte alla sopravvivenza. Così, si incontrava il “bacialé”, il sensale dei matrimoni, un personaggio ben informato sui patrimoni e sulle ragazze da maritare che, già nel Medioevo, combinava le coppie (cubiòt) in cambio di “un paletot nuovo”, un mediatore sociale ante litteram. I canastastorie, con la loro immagine ingenua, spesso quasi infantile, animavano il mercato con i loro racconti, portando un tocco di magia e leggerezza. Non mancavano i ciarlatani, personaggi astuti che si muovevano tra fiere e mercati di tutti i paesi, spesso citati in tribunale come imbroglioni, ma pur sempre parte del colorato mosaico umano dell'epoca. Mescolati alla folla c'erano i mediatori, figure chiave che trattavano soprattutto i bozzoli, il bestiame e le uve, facilitando gli scambi commerciali. Il “giugarela”, un professionista del gioco d'azzardo, era un'altra figura tipica, riconoscibile dal suo abito a quadretti, le scarpe di camoscio e i capelli impomatati. I suoi guadagni provenivano dalle fumose bische clandestine, dove riceveva biglietti dai forestieri, e frequentava anche lo sferisterio, dove faceva le traverse (scommesse) sui giocatori del giog da balun (il gioco del pallone elastico, un gioco tipico della zona, che ancora oggi mantiene vivo l'interesse). C'erano anche i “settimini”, chiamati così perché nati di sette mesi, che scendevano al mercato per curare i clienti, i quali ricevevano nel retro dei bar e dei ristoranti, offrendo servizi particolari. E poi c’era “Cichin”, il banditore, la voce del mercato, che scandiva gli eventi della giornata in città, informando e richiamando l'attenzione della gente.

Il sabato era tradizionalmente anche un giorno di grande lavoro e di fatica, un capitolo che dedichiamo all’impegno instancabile del commendator Giuseppe Miroglio. Fondatore dell'azienda tessile e di confezioni Miroglio, egli fu l'artefice di una trasformazione epocale, mutando Alba da una città prevalentemente rurale a un fiorente centro industriale. I tessuti, così creati con maestria e innovazione, venivano poi appoggiati sul banco, pronti per essere venduti al mercato del sabato, simbolo di un'economia che si evolveva e di un progresso che coinvolgeva l'intera comunità.

Domenica di Convivialità: La Tavola Piemontese, Specchio di Tradizioni e Scambi Culturali

Finalmente arriva la dùminica (domenica), il tanto atteso giorno di festa, quando le donne di casa si dedicavano con amore alla cucina per tutta la famiglia, preparando banchetti che erano vere e proprie celebrazioni. E così, il nostro viaggio si conclude idealmente con una memorabile mangiata “langarola”, un'esperienza culinaria che impegna l’intera giornata, un rito che celebra la convivialità e il sapore autentico del territorio. È una ricca colazione quella consumata dai contadini dopo una dura settimana di lavoro nei campi, un momento di meritato riposo e ristoro.

Tavola imbandita con piatti tradizionali piemontesi

Questo convivio si svolgeva all’aria aperta, nei cortili e nelle aie delle cascine o direttamente nei campi, all’ombra di una “topia”, un pergolato spesso ricoperto di vite o di gelso. Questo accadeva soprattutto nei mesi primaverili ed estivi, quando le giornate si allungano e la natura invita a godere della sua generosità. E così, seduti a tavola, con una tovaglia a quadretti che evoca la semplicità e l'autenticità della vita contadina, e del buon vino locale, si dava inizio alla colazione. Si consumavano vivande di schietta tradizione territoriale, molte delle quali sorprendentemente a base di acciughe, un ingrediente che, pur non essendo tipico dell'entroterra, rivela le antiche vie commerciali e gli scambi culturali della regione. Tra i piatti immancabili, la celebre “bagna càuda”, il “bagnèt verd”, una delle salse tipiche che accompagnano il sontuoso bollito piemontese, e la polenta “fricasà”, sapientemente insaporita con le ‘n ciue (le acciughe), un inno ai sapori robusti e inconfondibili della cucina langarola.

Le maestre hanno raccontato ai bambini la storia degli antichi percorsi utilizzati un tempo dai mercanti del sale. Questi commercianti viaggiavano per portare le merci verso il mare e recuperare lì il sale, una risorsa allora preziosa non solo per la conservazione degli alimenti, ma anche per attività artigianali essenziali come la concia delle pelli e la tintura dei tessuti. Questa narrazione ha offerto uno spaccato delle vie commerciali che collegavano il Piemonte alla Liguria, evidenziando l'importanza degli scambi e l'ingegnosità delle persone. I bambini, ispirati da queste storie, hanno poi dipinto i contadini piemontesi e i pescatori liguri seduti a tavola, un'immagine che simboleggia l'unione di due mondi e la condivisione di tradizioni, un vero e proprio quadro di convivialità interregionale.

Il Reperto Vivo: Filastrocche, Ninne Nanne e Giochi Fanciulleschi della Tradizione Orale

Le filastrocche piemontesi, risultato di un'elaborazione comune della gente nel corso dei secoli, hanno svolto un ruolo cruciale nella vita quotidiana, scandendo i momenti e le attività della giornata. Erano le donne a recitarle in casa, mentre cercavano di far addormentare i figli con dolci ninne nanne, i contadini le mormoravano nei campi durante il lavoro, e i bambini le intonavano nei cortili mentre giocavano, trasformandole in una colonna sonora della vita. Questo presente volume è una novità nel campo editoriale in Lingua Piemontese e raccoglie proprio un vasto repertorio di filastrocche, ninne nanne, giochi fanciulleschi e canzoni per bambini, offrendo una preziosa risorsa per riscoprire questo patrimonio.

L'autore di questa raccolta si è ispirato profondamente alla tradizione popolare orale, attingendo a fonti autorevoli e consolidate. Ha attinto, infatti, alle raccolte pubblicate da Costantino Nigra, un pioniere nello studio del folclore piemontese, da Leone Sinigaglia, da Giuseppe Ferraro e da Alfredo Nicola, nomi che hanno contribuito significativamente alla preservazione di questo tesoro culturale. Le canzoncine presentate sono, per loro stessa natura, popolari e spesso anonime, come ha giustamente sottolineato anche il musicista Luigi Perrachio. Alcune melodie sono ancora oggi conosciute e vengono cantate con affetto, mentre altre sono ignote ai più o caratteristiche di qualche zona specifica del Piemonte, testimoniando la ricchezza e la varietà delle espressioni locali. Tra queste spiccano esempi come “La giga dia Lusentela”, “La corenta ed Pianéssa” e “Dinda. È! corenton”, che offrono uno spaccato della diversità melodica e testuale della regione.

Tra le molteplici espressioni della tradizione orale piemontese, troviamo una varietà di filastrocche e giochi che riflettono la vita quotidiana e l'immaginario infantile. Molte di esse, brevi e incisive, scandivano la quotidianità e ponevano domande tipiche dell'infanzia. Ad esempio, una di queste chiede curiosamente: "chi che pica?" (chi picchia?), mentre un'altra riflette un momento di intimità tra madre e figlio: "cê, mamm?" (chi?, mamma…). Non mancavano poi i giochi di parole o le esclamazioni, come "e pö, e pö?" (e poi? e poi?…) o la riflessione sulla bellezza "mamm, sô bela?" (mamma, sono bella?). Altre filastrocche più lunghe narravano piccole storie o introducevano giochi, come "oh serafin se fêt sö lé?" (il fischietto di serafino) o "o prestinê, l'è fâ el pan?" (il gioco del fornaio), oppure proponevano indovinelli, come "indem!" (indovinello del riccio e la castagna). C'erano anche filastrocche che esprimevano pensieri più profondi o comuni modi di dire: "g'hêt minga vüja de nà in lecc?" (a chi non vuol dormire), "te, parla quan che pissa i och!" (a chi parla troppo, un modo colorito per dire di stare zitti), "la vostra volontà è la mia?", "perchè?, perchè?…". Altre ancora affrontavano temi di perdita o di preoccupazione, come le diverse versioni di "è morto…", "dov'è il mio gattino?", "quanto mi costa?" o "questo è andato…". Non mancano poi quelle che evocano azioni o situazioni, come "chiama chiama…", "cosa hai comprato? - oh pà! indue sî nâ?", "domani faremo…", "maria, l'aqua…", "o che bellezza avere il culo di…", o la "rima della capra ferrata - toch, toch!", e l'invito "se scendi ti do…".

Illustrazione di bambini piemontesi che giocano in un cortile

Ecco alcuni esempi specifici di queste filastrocche, che mostrano la loro varietà e il loro uso didattico o ludico:

  1. Rata birata, la cuua di na rata, rata neira fa candejla, pan e peus, sciò sciò sciò galet: Questa filastrocca era un passatempo per intrattenere i bambini piccoli. Con il bimbo sulle ginocchia, tenendolo per le manine, lo si faceva dondolare avanti e indietro e lo si scuoteva delicatamente, tirando una mano e poi l'altra, per concludere la filastrocca con un gesto allegro.
  2. Cuschì le l'ugin bel cuschì lè sò fradè. Custa lè l'ureggia bela custa le sò surela: Questi versi sono probabilmente un gioco per imparare le parti del corpo, indicando l'occhio (ugin bel) e l'orecchio (ureggia bela), e poi il "fratello" e la "sorella" associati.
  3. Pin pin butalin, cust le veuj e cust le pin: Un classico passatempo per intrattenere i più piccoli. Si nascondeva un piccolo oggetto in un pugno e, presentando entrambi i pugni chiusi, si faceva la conta per indovinare in quale mano fosse nascosto l'oggetto, un gioco che stimola l'attenzione e la curiosità.
  4. An bucca a mi, an bucca a ti, an bucca al can…..am!: Questa filastrocca simula l'atto di mangiare, spesso usata per incoraggiare i bambini a mangiare o semplicemente per giocare in modo affettuoso, con il finale onomatopeico "am!" che imita il morso.
  5. Lumaga lumaghin fa sorti i to curnin, iun par mi, iun par ti, iun par la vegia strija, si no al diau at porta vija: Si recitava tenendo tra le dita una lumaca. Toccando alternativamente le antenne, che venivano immediatamente ritirate, si attendeva che la lumaca le estendesse nuovamente, un modo per interagire con la natura in modo giocoso.
  6. Na vota jera in om ca l'andava su dal dom. La truà na preja uissa a glià mangiala par sausissa. L'ha truà in papè ammardà e glià mangialu par frità. A le andach an poc pu n-su la truà na crava morta. La pià ieuc e la fach dui bischeuch, la pià al gambi la fach du stanghi, cun la cua la fach na scua: Questa è una filastrocca narrativa che racconta di un uomo e dei suoi bizzarri ritrovamenti e trasformazioni, un esempio della fantasia e dell'umorismo popolare, con un tocco di assurdità che diverte i bambini.
  7. Dindalan Lussìa, / ciapa ij passaròt: / se soa mama a crija, / disje ch’a l’è Pinòt! ("Dindalan Lussìa, prendi i passerotti: se sua mamma grida, dille che è Pinotto!"): Questa è una ninna nanna, in cui si invita a un'azione apparentemente energica (prendere i passerotti) ma che in realtà prelude al sonno, rassicurando il bambino con il riferimento a un nome familiare.
  8. Dindalan, lʼé mòrtje ʼn can!… / Ten-e pa le man an man: / dé n’agiut, vnime davzin! / A còs fé? // L’ha tajà la pel dël luv, / e për tuti che sbaruv! ("Dindalan, è morto un cane!… Non stare con le mani in mano: date un aiuto, venitemi vicino! Cosa fate? // Ha tagliato la pelle del lupo, e per tutti che spavento!"): Questi versi sono parte di una cantilena che evoca un evento drammatico (la morte del cane) e un invito all'azione collettiva, con un finale che introduce un elemento di paura e meraviglia (il taglio della pelle del lupo), mostrando la varietà di toni e temi delle filastrocche popolari.

Le filastrocche spesso celano anche significati più profondi e metafore della vita adulta, pur essendo presentate in forma semplice per i bambini. Quando ero piccolo io (negli anni '50), tra i contadini si parlava solamente dialetto, un'affermazione che sottolinea l'importanza e la diffusione della lingua piemontese in quel periodo storico, rendendo le filastrocche ancora più radicate nel tessuto sociale. La parola "rista" si riferisce alla fibra della canapa, con la quale si fanno le corde e anche tessuti grezzi ma resistentissimi; in questo contesto "tirare" va inteso come filare, cioè separare le fibre per poterle tessere, un dettaglio che apre uno squarcio sulla vita rurale e sulle antiche tecniche artigianali. Battista, o Batista, era un nome molto comune in Piemonte, molto più di Giovanni (Giuan), e da esso derivavano diminutivi affettuosi come Tista e Tistin.

Un esempio di come queste espressioni vadano oltre il mero gioco di parole è dato da una coppia di versi ottonari tronchi, che non sono solo l’inizio di un'antica filastrocca popolare, ma costituiscono anche un'arguta espressione idiomatica piemontese. Una maniera di dire che si usa per far capire che sono sempre i più deboli e i più poveri a faticare, mentre i “signori” se la ridono e se la godono. L’espressione deriva da una vecchia favola, dove un'astuta volpe finge di essere malata e si fa trasportare sulle spalle di una povera lepre, tanto generosa quanto sciocca, che ha una zampetta sanguinante perché è stata ferita da un cacciatore. La metafora del padrone che sfrutta i suoi operai, o se si preferisce, del ricco e potente che opprime i poveri diavoli, è qui espressa in un modo quanto mai colorito e memorabile. C’è un seguito a questa cantilena, o se preferite un corollario, che a seconda delle diverse zone del Piemonte può riproporsi con alcune varianti, a testimonianza della sua diffusione e della sua capacità di adattamento.

La Lingua Piemontese: Un Ponte tra Generazioni e uno Strumento Educativo Prezioso

Il blog di cui abbiamo parlato, occupandosi spesso di scuola e di progetti didattici, evidenzia come tali iniziative siano realizzate per educare bambini e ragazzi al lavoro di gruppo, alla messa a fuoco di abilità e risorse personali in relazione a compiti nuovi e collettivi, e alla scoperta di conoscenze che riguardano il proprio mondo, che servono ad allargare l'orizzonte che lo riguarda. Per questa ragione, progetti che coinvolgono la lingua piemontese, come il libro di stoffa, ci sono sembrati straordinari. La riscoperta e la valorizzazione del dialetto non sono solo un atto di conservazione culturale, ma un vero e proprio strumento pedagogico.

Attraverso la lingua materna e le sue varianti dialettali, i bambini sviluppano una comprensione più profonda della propria identità, della storia familiare e delle radici comunitarie. In un'epoca di globalizzazione, offrire ai più piccoli l'opportunità di connettersi con il patrimonio linguistico locale significa dotarli di strumenti unici per interpretare la complessità del mondo. Il dialetto, in questo senso, diventa un ponte che unisce le generazioni, permettendo ai nonni di trasmettere storie, modi di dire e conoscenze che altrimenti andrebbero perdute, come dimostrato dall'aiuto fondamentale che i nonni hanno dato nel progetto del libro di stoffa, spiegando le parole del dialetto e raccontando storie del passato. È anche un mezzo per stimolare la creatività e la curiosità, incoraggiando i bambini a esplorare la ricchezza delle espressioni linguistiche e la diversità culturale che caratterizza il Piemonte. L'immersione nel dialetto, con le sue melodie e le sue peculiarità, arricchisce il vocabolario dei bambini, affina la loro sensibilità linguistica e li rende più aperti e recettivi verso altre lingue e culture.

Sergio Donna: L'Impegno di una Vita per la Cultura Piemontese

La vitalità della lingua e della cultura piemontese è mantenuta viva anche grazie all'impegno instancabile di figure come Sergio Donna, una personalità poliedrica e un vero pilastro nel panorama culturale della regione. Torinese di Borgo San Paolo, Sergio Donna è il Presidente dell'Associazione di volontariato culturale Monginevro Cultura, un ruolo che testimonia la sua dedizione alla promozione e alla salvaguardia del patrimonio locale. È un autore prolifico, con una vasta produzione che include romanzi, saggi e poesie, scritti sia in Lingua italiana che in Lingua piemontese, dimostrando una padronanza eccezionale di entrambi i registri linguistici.

La storia di Alba

Profondamente appassionato di storia e cultura del Piemonte, Sergio Donna ha collaborato attivamente con altri studiosi e giornalisti del territorio per la pubblicazione di numerose monografie. Tra queste, ricordiamo opere significative come “Torèt, le fontanelle verdi di Torino”, “Portoni di Palazzi torinesi”, “Chiese, Campanili & Campane di Torino”, “Giardini di Torino”, “Fontane di Torino”, “Statue di Torino”, “Ponti di Torino" e "Caffè e Locali storici di Torino”, che offrono un ritratto completo e affascinante della capitale piemontese. La sua produzione poetica è altrettanto ricca e variegata. Tra le sue raccolte di poesie in Lingua Italiana, spiccano titoli come “Lines”, “Laeta Carmina”, “Sonetti”, "Metrica | mente" e “Kairos”, mentre in Lingua piemontese ha pubblicato “Cerea” e “Tóira e ritória”. Al suo attivo, vanta anche una collezione bilingue, in italiano e piemontese, composta da quattro volumi che raccolgono 400 poesie brevi di stile giapponese, intitolata eloquentemente "Ciameje nen haiku | Non chiamateli haiku”, un esempio della sua capacità di unire culture diverse. Ha inoltre firmato romanzi come “Il trionfo della bandiera” e “Lo scudetto revocato”, consolidando la sua reputazione come narratore.

La sua carriera giornalistica è stata altrettanto significativa: ha collaborato per diversi anni con il quotidiano online “Piemonte Top News” e con la rivista “Torino Storia”. Attualmente, la sua penna contribuisce al quotidiano online “Storie Piemontesi”, ai mensili “Vagienna” e “Piemontèis Ancheuj” e al periodico “Savej”, mantenendo viva la narrazione e l'analisi degli eventi e delle tradizioni piemontesi. Sergio Donna è anche il fondatore di importanti Premi Letterari Internazionali, quali “Lampi di Poesia | Slussi ’d Poesìa”, “Jucunde docet” e “Poesia Granata”, dedicati a poesie e racconti scritti sia in Lingua italiana che in Lingua piemontese, promuovendo così la creazione letteraria in entrambe le lingue. Il suo impegno si estende anche alla musica, essendo autore di testi di canzoni in piemontese, musicate da noti chansonnier del territorio. Infine, la sua passione per la trasmissione del sapere si manifesta nel suo ruolo di docente di Lingua e Letteratura Piemontese presso l'Unitre di Torino e di altre Sedi decentrate, dove forma le nuove generazioni di amanti e custodi del dialetto, garantendo che le voci e le storie del Piemonte continuino a risuonare.

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