L'infanzia è un territorio abitato da riti, simboli e una liturgia verbale che sembra sfidare il tempo: le filastrocche. Spesso considerate semplici giochi di parole o divertimenti passeggeri, esse rappresentano in realtà un sistema complesso di trasmissione culturale, capace di unire generazioni attraverso un linguaggio che fluttua tra il dialetto e il "non-sense". Dalle piazze di paese, come accade nelle tradizioni legate all'entroterra ligure e spezzino, fino alle aie delle campagne, queste formule sono diventate, nel corso dei secoli, il "destino" dei giochi infantili.

Il destino nelle mani: la funzione delle "conte"
Chi si ricorda le conte che, da bambini, si facevano prima di ogni gioco? A chi tocca contare? A chi tocca dare il primo calcio al pallone? A chi toccano i bianchi? E si potrebbe continuare così all'infinito… finché arriva un "maestro" dei giochi e dice: "ora lo decide il destino". E tira giù una sfilza di parole, filastrocche frasi che apparentemente non hanno senso ma che "toccano" il predestinato a compiere o non compiere un'azione.
Pensavo dovesse rimanere un ricordo d'infanzia e, invece, il maestro dei giochi ancora esiste ed è anche stranamente giovane. Eravamo alle prese con un'ardua decisione: chi doveva preparare l'infuso alla cannella per tutti i satolli pigroni adagiati sul divano? Quando tutte le speranze dei convitati erano agli sgoccioli, ecco alzarsi Rocco Monteleone, venticinquenne appassionato delle tradizioni di Genzano di Lucania. Esce dalla stanza e ne rientra con un braciere fra le mani. Ci dispone a cerchio intorno al braciere e ci fa adagiare entrambi i piedi sul bordo del braciere. L'ultimo piede "toccato" nel cerchio magico andò a preparare l'infuso alla cannella.
Può sembrare strano accostare una conta della tradizione orale popolare al residuo di un certo rituale magico, ma una delle interpretazioni più interessanti della storia antropologica e delle funzioni culturali della letteratura popolare per l'infanzia va proprio in quella direzione. Le conte, le ninne nanne, gli indovinelli, le giaculatorie e le filastrocche in genere per alcuni studiosi del tema sono ciò che resta di antiche formule magiche, forse dai responsi ambigui degli indovini, da vecchi riti e cerimonie andati perduti col tempo.
Tradizioni degli antichi giochi olimpici
Il linguaggio del "Non-Sense" e il legame con la magia
Fanno parte dell'enorme tradizione orale in cui rientrano anche le fiabe e, con la stessa potenza, sono contenitori di simboli e archetipi che motivano le azioni umane da sempre. Anche per questo conservano parole o frasi oscure al senso comune o forse è proprio nel non sense il cuore del messaggio segreto: "nel tipo di filastrocca detto 'conta', che serve a stabilire in un gruppo chi sia designato dalla sorte a fare una determinata cosa, o a svolgere una certa funzione, ed ha quindi carattere 'fatidico', il rapporto tra il 'non senso' (o l’apparente non senso) e il fatto che serva appunto a contare è 'strutturale' e non casuale", come sostiene Mario Alinei nello studio "Le origini linguistiche e antropologiche della filastrocca".
La conta stabilisce il "destino" del giocatore. E' un gesto "fatale" che si compie a occhi chiusi. La cannella, spezia preziosa e rara ai tempi in cui nasce la conta, è "pestata" e "colata" dall'azione, forse della stessa Santa Barbara, per poi diventare la polvere magica che scaccia il peggio fuori dal giocatore e permette a quel piede "toccato" di procedere lungo il cammino. "Assolutamente centrale, infatti, è il ruolo dei bambini nella pragmatica del termine; sia che la filastrocca sia cantata o recitata dagli adulti per loro, sia che lo facciano i bambini stessi… Nel rito, ovviamente, il bambino ha la funzione dell’'eroe-officiante', e la filastrocca quella della 'formula magica'. Ovviamente, recitando la filastrocca il bambino entra in confidenza sia con il 'donatore' (animale-totem, Dio, Allah, papa, prete, re, signore etc.) sia con il bene desiderabile".

Trasmissione e metamorfosi dei testi
Questi testi non sono statici. La trasmissione avveniva da bambino a bambino, favorendo una creatività spontanea che portava a completare le parti in cui il ricordo era parziale. Spesso si nota una comune trama in regioni molto distanti fra loro: i versi viaggiano, si trasformano, si adattano al costume locale. Sebbene in molti casi la filastrocca venisse recitata solo in dialetto, il passaggio generazionale ha visto, in tempi più recenti, l'innesto di elementi della società consumistica che hanno, in parte, sostituito quelli della cultura arcaica.
Consideriamo, ad esempio, il celebre frammento: "la’n dà gninta a i su fradël" (non dà niente ai suoi fratelli), che si intreccia con rime sulla povertà o sulla crudeltà infantile, come "non danno niente alla sdentata". Spesso l'ironia era l'arma principale, come nelle filastrocche rivolte ai maestri, dove la derisione verso l'autorità scolastica si mescolava al gioco. La "CAMPĖNA AD SAN SIMON" (Campana di San Simone), ad esempio, descrive scenari domestici dove il padrone non c'è e si scoppia dalle risa, un chiaro esempio di come il rito potesse ribaltare le gerarchie sociali.
Archetipi e simbologie quotidiane
Molte filastrocche nascono in ambito familiare, dove la madre o la nonna fungevano da primi officianti. Il tocco delle dita, il solletico, il movimento delle mani sono parte integrante della "coreografia" verbale. Pensiamo a "DITA DELLA MANINA", dove ogni dito ha un ruolo specifico: "dice: 'Ho fame'", "dice: 'Non ce n'è'", "dice: 'Come faremo'", "dice: 'Ruberemo'", "dice: 'Non farlo non farlo che ti fai legare'". Qui, il palmo aperto della mano diventa una mappa dove ogni dito corrisponde a una strofa, insegnando al bambino, con leggerezza, le dinamiche della sopravvivenza e della moralità.
Allo stesso modo, la figura di "Peppina" che va dal dottore o i riferimenti a personaggi come il "re", il "principe di Spagna" o il "diavolaccio" (ciéma giavuläz) riflettono un mondo contadino che guardava alle istituzioni con un misto di rispetto e ironia canzonatoria. Non mancano gli accenni alla natura e agli animali, come la "lucciola campanella" (lózla campanëla) o le innumerevoli varianti della "farfalletta" che fugge via.

Dalla tradizione all'albo illustrato: un ponte necessario
Il valore di questo patrimonio non è svanito, ma si è spostato anche verso la letteratura per l'infanzia contemporanea. Un esempio significativo è rappresentato dal lavoro di illustratori come Helen Oxenbury nel volume "Dieci dita alle mani, dieci dita ai piedini". Sebbene si tratti di un prodotto editoriale moderno, esso attinge a piene mani alla ripetitività e alla musicalità delle filastrocche arcaiche, mostrando bambini di ogni parte del mondo uniti da una stessa fisicità, da "dieci dita alle mani" e "dieci dita ai piedini".
Questo tipo di libri dimostra come la struttura della filastrocca sia ancora oggi il miglior veicolo per far entrare il bambino in confidenza con il mondo. La semplicità della rima, la ripetizione dei gesti e la dolcezza dell'acquerello si sostituiscono al rito tribale attorno al braciere, pur conservando la stessa funzione: creare un momento di sospensione del tempo, un attimo di "magia" in cui, proprio come nella conta, si stabilisce un legame affettivo profondo tra chi recita e chi ascolta. La filastrocca resta, dunque, un contenitore indistruttibile di umanità, capace di adattarsi ai tempi senza mai perdere la propria anima profonda, quella che ci sussurra, fin da piccoli, che il mondo può essere deciso dal destino, a patto di giocarci insieme.
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