La Filastrocca del Bambino Futuro: Un Viaggio nei Diritti dell'Infanzia

La letteratura, in ogni sua forma, ha sempre avuto un ruolo cruciale nel plasmare la nostra comprensione del mondo e delle sue dinamiche più profonde. Già nel passato, la letteratura classica si è occupata dell'infanzia per darle voce e ruolo e richiamare l'attenzione del mondo adulto, talvolta sordo e duro; tra i tanti esempi che echeggiano attraverso i secoli, si erge il racconto "Rosso Malpelo" di Giovanni Verga, un'opera che con la sua cruda realtà ha squarciato il velo sull'indifferenza verso i più piccoli. Non meno significativa è la letteratura moderna per l'infanzia, che non solo mantiene la sua valenza intrinseca ma contribuisce attivamente alla promozione e diffusione di una nuova cultura dell'infanzia, profondamente in linea con gli articoli 42 e 45 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia (CRC nell'acronimo inglese). Questi articoli, pilastri fondamentali di un impegno globale, parlano esplicitamente di "far conoscere diffusamente i principi e le norme della Convenzione" e di "promuovere l'effettiva applicazione della Convenzione".

In questo contesto di riscoperta e valorizzazione, i versi della "Filastrocca del bambino futuro" di Bruno Tognolini emergono come un faro, capaci di fare da cursore per una lettura originale e interdisciplinare di alcuni degli articoli più significativi della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia. Attraverso le parole semplici e potenti di questa filastrocca, si apre un percorso di riflessione profonda sui diritti, sulle responsabilità e sul ruolo che ogni individuo e ogni società detengono nei confronti dei bambini, custodi del nostro avvenire. L'importanza di tali testi risiede nella loro capacità di veicolare messaggi complessi in modo accessibile, rendendo i principi della Convenzione comprensibili a un pubblico vasto, dai più piccoli ai professionisti del settore.

Bambino che legge un libro con filastrocca

La "Filastrocca del bambino futuro" non è solo una sequenza di rime, ma un invito a considerare ogni bambino come un'entità completa, portatrice di diritti inalienabili e di un potenziale immenso, un potenziale che dipende in larga parte dall'ambiente e dalle cure che gli adulti sapranno offrirgli. Attraverso le sue strofe, esploreremo come ogni verso si intrecci con i principi sanciti dalla CRC, offrendo spunti per comprendere meglio il significato profondo di essere bambini e di ciò che la società deve garantire loro.

"Sono un bambino, sono il tuo dono"

Il primo verso della filastrocca di Bruno Tognolini, "Sono un bambino, sono il tuo dono", racchiude in sé una verità fondamentale e universale riguardo alla natura dell'infanzia. Il bambino, in quanto tale, ha diritto ad essere bambino e a tutto ciò che ne consegue: identità, personalità, unicità. Questo concetto si ricava in modo esplicito dall'articolo 1 della Convenzione sui Diritti dell'Infanzia, il quale stabilisce: "Ai sensi della presente Convenzione s'intende per fanciullo ogni essere umano in età inferiore ai diciotto anni, a meno che secondo le leggi del suo Stato, sia divenuto prima maggiorenne". Questa definizione non è meramente anagrafica, ma sottende il riconoscimento di una fase della vita con caratteristiche e bisogni specifici, che richiedono un'attenzione e una protezione particolari.

I bambini, in ogni angolo del mondo, hanno diritto al massimo rispetto per questa loro natura intrinseca e non possono essere considerati "piccoli o grandi a piacimento degli adulti", un'affermazione che sottolinea l'importanza di non negare o affrettare la loro infanzia in funzione delle aspettative o delle convenienze degli adulti. Sono, nella loro essenza, un "dono" della vita e alla vita, non un semplice "regalo" per il quale si aspetta un qualche tipo di ricambio o beneficio. Questa distinzione è cruciale: il bambino non deve essere caricato di aspettative, ansie o progetti altrui da realizzare, ma deve essere libero di esprimere la propria individualità e di svilupparsi secondo i propri ritmi e inclinazioni.

Per comprendere appieno la profondità di questo concetto, è utile tener presente il significato etimologico di termini quali "infanzia", "bambino", "fanciullo", "puerizia". Tutte queste parole, attraverso la loro origine linguistica, fanno riferimento a colui che non sa ancora parlare, che balbetta, che è immaturo, che è generato, che ha bisogno di essere nutrito. Queste etimologie non indicano una mancanza, ma piuttosto una condizione di dipendenza e di potenziale inespresso, un soggetto che viene da qualcun altro e che ha bisogno dell'altro per imparare e crescere, rappresentando così l'inizio e la continuità della vita stessa. L'accoglienza di questo dono, dunque, implica una profonda responsabilità: "ti accolgo…" (accettazione, contenimento, rispetto, ascolto); "… provvedo ai tuoi bisogni fondamentali…" (cura, accudimento); "… ti aiuto a camminare con le tue gambe" (promozione delle capacità e delle autonomie, integrazione nella comunità). Questi tre punti, individuati dal pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott, descrivono un percorso di cura e crescita interdipendente, dove un'accoglienza autentica è il presupposto per ogni buona cura e per la promozione efficace delle capacità individuali.

"Prima non c'ero e adesso ci sono"

Il secondo verso, "Prima non c'ero e adesso ci sono", cattura l'essenza stessa della vita e della presenza. I bambini sono innanzitutto il presente, una manifestazione tangibile della vita stessa. Questa affermazione si lega indissolubilmente all'articolo 6 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia, il quale recita chiaramente: "Gli Stati parti riconoscono che ogni fanciullo ha un diritto innato alla vita. Gli Stati parti si impegnano a garantire nella più ampia misura possibile la sopravvivenza e lo sviluppo del fanciullo". Questo diritto non si limita alla mera esistenza biologica, ma si estende a una concezione più ampia e profonda della vita.

Bambino neonato dorme sereno

La "sopravvivenza e sviluppo" menzionati nell'articolo 6 non riguardano solo le condizioni fisiche del bambino, pur essendo queste di fondamentale importanza, ma abbracciano anche lo "stadio dell'infanzia", ovvero il diritto all'infanzia stessa. Questo significa garantire che il bambino possa vivere e crescere in un ambiente che tuteli la sua integrità emotiva, psicologica e sociale. Troppo spesso, il mondo degli adulti è fatto di conflittualità, violenza assistita, violenza psicologica e altro ancora, elementi che possono seriamente compromettere questo diritto all'infanzia. Il diritto alla sopravvivenza e allo sviluppo si traduce, quindi, nella necessità di proteggere il bambino non solo da minacce fisiche, ma anche da quelle forme di stress e trauma che possono arrestare o distorcere il suo naturale processo di crescita. È un impegno a fornire un contesto in cui il bambino possa prosperare pienamente, fisicamente, mentalmente e spiritualmente, lontano da ogni forma di pregiudizio o negazione della sua condizione.

"Sono il domani, dalle tue mani"

Il verso "Sono il domani, dalle tue mani" pone l'accento sulla profonda responsabilità che gli adulti, in particolare i genitori, detengono nei confronti del futuro dei bambini. Questo concetto è rafforzato dall'articolo 3, paragrafo 2, della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia, che afferma la necessità di "assicurare al fanciullo la protezione e le cure necessarie al suo benessere, tenuto conto dei diritti e dei doveri dei suoi genitori, dei tutori legali o di qualsiasi altra persona legalmente responsabile di esso". Qui, l'accento è posto sulle "protezione e cure necessarie" - quelle che sono effettivamente indispensabili e mirate al benessere specifico di quel singolo bambino. Il legislatore internazionale ha saggiamente utilizzato l'aggettivo possessivo ("suo" benessere e "suoi" genitori) proprio per richiamare l'attenzione sui soggetti coinvolti: il destinatario dei diritti e i principali responsabili della loro attuazione.

Il termine "protezione" evoca etimologicamente il futuro, derivando dal latino "protegere", che significa letteralmente "coprire davanti". Questa radice linguistica suggerisce l'atto di preservare, di salvaguardare qualcosa o qualcuno da ciò che potrebbe nuocergli. Implicita in questa azione vi è una visione proattiva, un impegno a costruire un domani sicuro. In questo contesto, si può cogliere un riferimento al ruolo archetipico del padre come colui che protegge. Friedrich Nietzsche, con la sua acutezza filosofica, diceva: "Chi non ha un padre dovrebbe procurarsene uno", non intendendo una mera figura biologica, ma un principio di autorità amorevole e protettiva. Il filosofo tedesco intendeva che i padri sono importanti per lo sviluppo dei bambini tanto quanto le madri, riconoscendo la complementarità dei ruoli genitoriali.

Infatti, sia l'amore sia il rifiuto da parte di entrambi i genitori possono influenzare profondamente l'equilibrio emotivo, l'autostima e la salute mentale dei loro figli. Numerosi studi hanno rivelato come l'assenza del padre, ad esempio, possa causare problemi di adattamento nei bambini, così come l'insorgere di comportamenti distruttivi man mano che crescono. Al contrario, la sua presenza attiva e il suo atteggiamento positivo hanno naturalmente l'effetto opposto: facilitano l'adattamento del bambino e promuovono un sano sviluppo psicologico. Ricercatori della Michigan State University (MSU) hanno condotto uno studio, guidato dalla professoressa Claire Vallotton sino al luglio 2016 su 730 famiglie e pubblicato su Infant and Child Development, che ha analizzato l'importanza dei padri nella vita dei figli, rilevando come lo stato mentale del padre (stress, ansia, depressione o altri disturbi mentali) influenzi direttamente i figli.

Essere padri oggi: riflessioni sul significato e sull'importanza del ruolo e della funzione paterna

Ancora, etimologicamente, "proteggere" è coprire con un tetto, quindi è progettare la vita, ma è fondamentale sottolineare che ciò deve avvenire senza "fare progetti su quella vita". Così dovrebbe essere la paternità e la genitorialità in generale: un atto di cura che crea le condizioni per la fioritura individuale, senza imporre percorsi predefiniti. Questo principio di protezione è ulteriormente rafforzato dall'articolo 19, paragrafo 1, della CRC, che stabilisce che "Gli Stati parti adotteranno ogni misura appropriata di natura legislativa, amministrativa, sociale ed educativa per proteggere il fanciullo contro qualsiasi forma di violenza, danno o brutalità fisica o mentale, abbandono o negligenza, maltrattamento o sfruttamento, inclusa la violenza sessuale, mentre è sotto la tutela dei suoi genitori, o di uno di essi, del tutore e dei tutori o di chiunque altro se ne prenda cura". Questo articolo sottolinea l'ampiezza delle responsabilità e la necessità di un impegno collettivo per garantire la sicurezza e l'integrità del bambino.

"Devi difendermi con le tue mani"

Il quarto verso, "Devi difendermi con le tue mani", introduce una sfumatura di azione e proattività che va oltre il concetto di semplice protezione. Se proteggere può significare "coprire con un tetto" o "preservare", difendere è un'azione più energica e diretta. Difendere è "respingere", "tener lontano", è un moto, un prendere iniziative, uno sguardo attento, un atteggiamento proteso verso chi è difeso. Questa dinamica attiva trova un suo corrispettivo nell'articolo 16 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia, che enuncia: "Nessun fanciullo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa o nella sua corrispondenza, né a lesioni illecite del suo onore e della sua reputazione. Ogni fanciullo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o atteggiamenti lesivi".

In quest'articolo, più di altri, si osserva un continuo ripetersi dell'aggettivo possessivo "suo" ("sua vita privata", "sua famiglia", "sua casa", "sua corrispondenza", "suo onore", "sua reputazione"). Questa enfasi linguistica serve a delineare il "nucleo" (o la "noce", come metafora di un centro protetto e prezioso) dei diritti che caratterizzano la persona fin dall'età infantile, un'indicazione chiara che la sfera privata del bambino è sacra e inalienabile.

Mani di genitore che stringono mani di bambino

Nell'azione del difendere, nello sguardo e nell'atteggiamento proteso verso il bambino, bisogna includere anche il tenere lontane quelle che possono essere definite le "patologie della cura". Queste patologie si manifestano in diverse forme: l'incuria, che si traduce nell'insufficienza delle cure fisiche e/o psichiche necessarie; la discuria, ovvero cure distorte o inadeguate che non rispondono ai reali bisogni del bambino; e l'ipercura, un'eccessiva attenzione nella somministrazione delle cure che può risultare soffocante o limitante per lo sviluppo dell'autonomia. In tutte queste manifestazioni, ciò che manca è una vera "attenzione verso l'altro"; l'adulto risulta riversato su se stesso, sulle proprie proiezioni o mancanze, piuttosto che essere genuinamente concentrato sulle esigenze del bambino. Difendere, quindi, significa anche un atto di consapevolezza e di equilibrio, che riconosce il bambino come soggetto attivo del proprio sviluppo.

"Sono il futuro, sono arrivato"

Il verso "Sono il futuro, sono arrivato" è una dichiarazione potente della presenza ineludibile del bambino e del suo inequivocabile legame con l'avvenire. Il bambino ha diritto al futuro, ad andare avanti, allo sviluppo. Questo implica il diritto a un percorso di crescita libero e non ostacolato, che è l'esatto contrario di qualsiasi "inviluppo" - inteso come blocco o limitazione - in cui i genitori o altri adulti volessero bloccarlo o restringerlo. Si pensi, per esempio, al cosiddetto nanismo psicosociale, una condizione che evidenzia come il mancato supporto emotivo e affettivo possa avere ripercussioni fisiche e psicologiche gravi, o ad altri disordini dello sviluppo.

Questo principio è saldamente ancorato all'articolo 27 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia, il quale dichiara che "Gli Stati parti riconoscono il diritto di ogni fanciullo ad un livello di vita sufficiente atto a garantire il suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale. I genitori e le altre persone aventi cura del fanciullo hanno primariamente la responsabilità di assicurare, nei limiti delle loro possibilità e delle loro disponibilità finanziarie, le condizioni di vita necessarie allo sviluppo del fanciullo". L'articolo sottolinea non solo il diritto del bambino a un adeguato tenore di vita, ma anche la responsabilità primaria dei genitori nel provvedere a queste condizioni, riconoscendo al contempo i limiti delle loro possibilità. Il futuro del bambino, quindi, è un progetto collettivo che inizia con la famiglia e si estende alla società intera, assicurando che ogni bambino possa dispiegare il proprio potenziale in tutte le dimensioni della sua esistenza.

"E sono qui perché tu mi hai chiamato"

Il verso "E sono qui perché tu mi hai chiamato" riflette il riconoscimento e l'accettazione dell'esistenza del bambino fin dal momento della sua nascita, legandosi direttamente a fondamentali diritti di identità. L'articolo 7, paragrafo 1, della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia specifica con chiarezza che "Il fanciullo dovrà essere registrato immediatamente dopo la nascita ed a partire da essa avrà diritto ad un nome, ad acquisire una nazionalità e, nella misura del possibile, a conoscere i propri genitori ed essere da essi accudito". La registrazione alla nascita è il primo passo formale per riconoscere l'esistenza legale di un individuo, garantendogli i diritti civili fondamentali.

La scelta del nome è un atto di grande importanza, non solo per il legame che instaura con i genitori, ma anche per il suo profondo significato simbolico e identitario. L'antica locuzione latina "nome omen", ovvero "il nome è augurio, è un presagio", sottolinea il potere e l'influenza che il nome può avere sulla percezione di sé e sulla proiezione nel mondo. I genitori, in questo contesto, devono fare attenzione non solo alla scelta del nome, ma anche all'uso di nomignoli o diminutivi e alle formule di affetto usate ad ogni piè sospinto ("amore, tesoro, principessa, fiorellino, a mamma, a papà…"). Sebbene possano sembrare innocui, l'appiattimento emozionale e l'omologazione relazionale che ne possono derivare rischiano pure di suscitare anaffettività, minando la costruzione di un'identità solida e autentica. Riconoscere il bambino come un individuo con un proprio nome è il primo passo per affermare la sua unicità e il suo valore intrinseco.

"Come sarà l'orizzonte che tracci"

Il sesto verso, "Come sarà l'orizzonte che tracci", invita a riflettere sul ruolo fondamentale degli adulti nel delineare le prospettive e le opportunità per i bambini. L'orizzonte è etimologicamente il "circolo che delimita e, pertanto, nel suo cerchio più o meno spezzato suggerisce al senso dell'osservatore di esserne il centro, tracciandogli intorno un ambiente circolare, riecheggiando la sua centralità nella sua vita, il suo proprio punto di vista che si sposta e agisce nel mondo". Questa immagine evoca la posizione del bambino al centro del proprio universo, con gli adulti che hanno il compito di aiutarlo a comprendere e a orientarsi in esso.

Bambino che guarda l'orizzonte al tramonto

I genitori, perciò, devono occuparsi dell'educazione dello sguardo e allo sguardo, ovvero insegnare ai bambini a osservare, interpretare e dare significato al mondo che li circonda. Devono indicare la bellezza e la grandiosità della vita, stimolando la meraviglia e la curiosità, e al tempo stesso riconoscere e promuovere le potenzialità del figlio. Tuttavia, è altrettanto cruciale educare ai limiti, ai confini, anche nel rapporto e nel rispetto degli altri. Dare orientamento significa puntare il dito verso l'oriente e gli altri punti cardinali, metaforicamente parlando, fornendo gli strumenti per navigare nella complessità del mondo. Questo dovere è sancito anche dall'articolo 5 della CRC, che stabilisce il bisogno di "impartire a quest'ultimo [il fanciullo], in modo consono alle sue capacità evolutive, l'orientamento ed i consigli necessari all'esercizio dei diritti che gli riconosce la presente Convenzione". Questo implica un accompagnamento attivo che rispetti le tappe evolutive del bambino, guidandolo nella comprensione e nell'esercizio dei propri diritti e doveri, delineando un orizzonte di possibilità, ma anche di responsabilità.

"Dipende da come mi abbracci"

L'ultimo verso della filastrocca di Tognolini, "Dipende da come mi abbracci", racchiude in sé un significato profondo e multidimensionale, evocando la forza dell'affetto, della comprensione e dell'accoglienza nell'intero processo di sviluppo del bambino. Il Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia riconosce esplicitamente "che il fanciullo, per il pieno ed armonioso sviluppo della sua personalità, deve crescere in un ambiente familiare, in un'atmosfera di felicità, amore e comprensione". L'abbraccio è una delle migliori forme di affetto e di comunicazione interpersonale, un gesto che esprime vicinanza, sicurezza e accettazione incondizionata. È anche un gesto destinato ad aprirsi e a lasciare andare l'altro verso la sua vita, riconoscendo la sua autonomia crescente.

L'abbraccio, nella sua polivalenza, assume anche valenze terapeutiche. Si pensi all'abbraccio contenitivo (o metodo holding), applicato con i bambini autistici o con altre gravi disabilità, una pratica che offre un senso di sicurezza e aiuta a regolare le emozioni. O alla "hug therapy", la terapia dell'abbraccio, riconosciuta per i suoi benefici psicologici e fisiologici nel ridurre lo stress e aumentare il benessere. Di questo devono tener conto i genitori altresì nell'educazione affettiva e sentimentale, nel modo in cui si abbracciano tra loro e, più in generale, nella "coralità educativa" con gli altri soggetti educativi. Si tratta di formare un unico abbraccio attorno al bambino, coinvolgendo quella famiglia allargata e quella comunità di cui all'articolo 5 della CRC, che riconosce il ruolo della famiglia, della comunità e della società in generale nell'educazione e nella crescita del minore.

In questo abbraccio esteso, di certo non devono e non possono mancare gli abbracci dei nonni. La loro presenza e il loro contributo sono stati riconosciuti anche a livello legale. La Corte di Giustizia dell'Unione Europea (prima sezione, sentenza C-335/2017 del 31 maggio 2018) ha stabilito l'importanza che i nonni possano trascorrere del tempo con i nipoti, instaurando un rapporto fondamentale con loro sia nel presente sia in previsione futura. Questa sentenza ha anche sanzionato l'Italia che, pur riconoscendo legislativamente questo diritto, non aveva predisposto le congrue misure che fossero in grado di eseguirlo concretamente. La Corte Europea era stata già interpellata con un precedente ricorso, emettendo a sua volta una sentenza epocale (sentenza del 20-01-2015) che confermò il diritto dei nonni di frequentare la nipote e, allo stesso tempo, sanzionò l'Italia, che aveva impedito la concreta realizzazione di quel diritto. Le due sentenze hanno determinato la "rivincita" di quei nonni che, a causa di separazioni difficili, si sono visti negare un rapporto costante con i nipoti, sottolineando l'importanza di questi legami intergenerazionali.

Nonni che abbracciano i nipoti

I nonni, infatti, sono risorse inestimabili, depositari di ogni dimensione spaziale e temporale, per cui si potrebbero considerare paesaggio culturale ed emozionale e patrimonio storico e artistico, mutuando la terminologia dell'articolo 9, comma 2, della Costituzione italiana che parla di tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. La loro saggezza e il loro affetto arricchiscono profondamente la vita dei bambini.

Osservando il comportamento di bambini e ragazzi allontanati da un giorno all'altro dal loro ambiente di vita, Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista inglese che ha formulato la locuzione "madre sufficientemente buona", individuò tre punti fondamentali che dovrebbero essere sempre garantiti a ogni bambino bisognoso di essere accolto, a qualunque titolo sia presente nella nostra comunità: 1) «ti accolgo…» (accettazione, contenimento, rispetto, ascolto); 2) «… provvedo ai tuoi bisogni fondamentali…» (cura, accudimento); 3) «… ti aiuto a camminare con le tue gambe» (promozione delle capacità e delle autonomie, integrazione nella comunità). Ciascuno di questi momenti è preparatorio all'altro e tutti sono interdipendenti, nel senso che, ad esempio, non si ha buona cura senza accoglimento e non si promuovono efficacemente le capacità di alcuno se non lo si accetta, accoglie e cura. L'abbraccio simboleggia tutto questo: accoglienza, cura e un lasciar andare fiducioso verso l'autonomia.

Un bambino che non sa parlare, come suggerito dalla poetessa emiliana Azzurra D'Agostino ("Provate a guardare un albero con un bambino che non sa parlare"), ha tanto da insegnare: dallo sguardo di meraviglia al silenzio. È in questo silenzio e in questa meraviglia che risiede la purezza dell'infanzia, un richiamo costante agli adulti a riscoprire l'essenziale. Ma a volte, anche nel fragore del quotidiano, emergono domande e sensazioni che un bambino può esprimere o che un adulto si pone, riflettendo sulla complessità del crescere e del guidare: "Il giorno più bello? L’ostacolo più grande? La cosa più facile? L’errore più grande? La radice di tutti i mali? La distrazione migliore? La sconfitta peggiore? I migliori professionisti? Il primo bisogno? La felicità più grande? Il mistero più grande? Il difetto peggiore? La persona più pericolosa? Il sentimento più brutto? Il regalo più bello? Quello indispensabile? La rotta migliore? La sensazione più piacevole? L’accoglienza migliore? La miglior medicina? La soddisfazione più grande? La forza più grande? La cosa più bella del mondo?". Queste interrogazioni, come un sottile filo di voce, possono echeggiare nel cuore dei più piccoli che, a volte, si sentono inascoltati: "Papà, paparino…Sta’ zitto, devo innaffiare i fiori in giardino! Mamma, mammina…Va’ via, devo andare dalla zia Pina! Nessuno mi ascolta." Il vero abbraccio è anche quello che ascolta queste voci silenziose o queste domande inespresse.

La Convenzione e l'Impegno Globale

La Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia, ratificata da tutti i Paesi del mondo tranne gli Stati Uniti, si compone di 54 articoli che delineano in modo esaustivo i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali di ogni bambino. Questi diritti rappresentano la base su cui costruire una società più giusta ed equa per le future generazioni. In occasioni speciali, come la Giornata dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, che si celebra il 20 novembre, l'attenzione viene posta su questi principi. La filastrocca di Mimmo Mòllica, ad esempio, dedicata a questa giornata, rivolge uno sguardo ai bambini dei popoli affamati e vittime delle guerre, richiamando l'universalità di questi diritti e la necessità di proteggere i più vulnerabili.

In iniziative come quella proposta da UNICEF, "Diritti in Gioco", destinata alle scuole di ogni ordine e grado, si concretizza l'obiettivo di "far conoscere diffusamente i principi e le norme della Convenzione" e di "promuovere l'effettiva applicazione della Convenzione". Attraverso strumenti educativi come le poesie di Rita Sabatini, che spesso includono anche un disegno da colorare, si arricchisce il lessico dei bambini e si facilita la memorizzazione di concetti importanti. Queste schede, storie, poesie e attività di Fantavolando possono essere utilizzate in classe per i bambini, pur rispettando i diritti d'autore e le condizioni d'uso che ne proibiscono l'impiego per scopi commerciali o in contesti specifici senza autorizzazione. L'educazione civica, supportata da testi poetici e illustrazioni, diventa un percorso essenziale per guidare i bambini alla scoperta dei loro diritti, fornendo schede da completare che rafforzano la comprensione e l'interiorizzazione di questi principi fondamentali. La vita è un’avventura, e dobbiamo rischiare di affrontarla con consapevolezza, abbattendo il limite del "Non si può fare, io non ci credo" per costruire un futuro dove i diritti di ogni bambino siano una realtà tangibile e vissuta.

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