Filastrocche migranti: raccontare il viaggio e l'altro attraverso la poesia

L'infanzia è un terreno fertile per seminare riflessioni profonde, e la poesia, nella sua forma più immediata e musicale - la filastrocca - si presta come strumento privilegiato per affrontare temi complessi con leggerezza e profondità. La narrazione dell'immigrazione, spesso relegata a cronaca dura o dibattito politico aspro, trova nella filastrocca una chiave d'accesso privilegiata per i bambini, permettendo loro di decodificare la realtà senza la mediazione distorta degli adulti.

Dalla cronaca alla poesia: l’origine di un progetto

Il 3 ottobre 2013, un barcone partito dalla Libia con cinquecento persone a bordo colò a picco a mezzo miglio da Lampedusa, causando la morte di 368 esseri umani. Tra le vittime, molti bambini. Il giorno successivo, Carlo Marconi, maestro elementare alla scuola pavese di via Solferino, entrò in classe con il resoconto della tragedia. Di fronte allo smarrimento degli alunni di fronte a una realtà così brutale, nacque l'esigenza di trasformare quel dolore in riflessione.

Da quel confronto in classe, insieme agli alunni, sono nate ventuno filastrocche, dalla A di #Addio alla Z di #Zattera, composte da Marconi e raccolte nel volume Di qua e di là dal mare - Filastrocche migranti. Come spiega l'autore: «La filastrocca è uno strumento per dire cose pesanti con leggerezza, comunicarle senza ricorrere per forza al contraddittorio». L'obiettivo è superare le categorie degli adulti, dove bianco o nero, italiano o straniero, spesso non hanno lo stesso significato che assumono nei giochi dei bambini.

illustrazione poetica sul tema dell'emigrazione tratta da un libro per ragazzi

L’empatia come lente di ingrandimento

Il maestro Marconi, attivo da trent'anni nel mondo dell'insegnamento, ha costruito un percorso pedagogico che parte dal vissuto per arrivare alla comprensione del fenomeno migratorio. Stimolare i ragazzi a riflettere sui primi dodici articoli della Costituzione è stato il suo primo passo verso una cittadinanza attiva; successivamente, il tema dei migranti ha permesso di scavare nelle radici di ciascuno.

«Alcuni di loro conservano ancora l’eco di racconti dei loro bisnonni. E così pure, parlando di migranti, chiedo loro da dove vengano i genitori, i nonni. Salta fuori che arrivano da altre regioni, anche dall’estero ormai», racconta Marconi. Questo processo spinge i bambini a capire che spostarsi per vivere meglio è una prerogativa dell’uomo sin dai tempi antichi, dall'Homo Sapiens a Cristoforo Colombo. Siamo tutti, in fondo, un po’ migranti.

Il ruolo delle immagini: una coralità di sguardi

La forza del volume risiede anche nella sua componente visuale. La casa editrice Gruppo Abele ha coinvolto 24 illustratori, tra cui figure di spicco come Gianni De Conno, che hanno prestato matite, penne e creatività per interpretare le rime. Questa scelta non è solo estetica, ma politica: ogni tavola offre una prospettiva diversa, sottolineando la poliedricità delle migrazioni.

Tra i nomi che hanno contribuito figurano Sonia Ligorio, Antonio Boffa, Dalia Del Bue, Fuad Aziz, Brunella Baldi, Giulia Orecchia, Rossella Paolini, Anna Curti, Laura Zani, Gabriele Pino, Arianna Papini, Desideria Guicciardini, Ilaria Zanellato, Sara Caminale, Beppe Conti, Lisa Gelli, Silvana Di Marcello, Antonio Ferrara, Lorenzo Sangió, Emanuela Bussolati, Rossana Bossù, Eva Rasano e Chiara Gobbo. L'unione di testo e immagine trasforma il libro in un oggetto che invita alla riflessione condivisa, superando la solitudine del lettore.

Che cos'è l'inclusione

La tradizione pedagogica: l’eredità di Gianni Rodari

Non si può parlare di filastrocche sull’emigrazione senza citare il maestro dei maestri: Gianni Rodari. Per Rodari, l’emigrante è un esule costretto a lasciare un paese ingrato per necessità. Il suo approccio non si limita alla compassione, ma affronta la questione da un’angolatura politica e civile.

Nel suo Libro degli errori, Rodari affronta il tema con garbato umorismo: il professor Grammaticus è costretto a riconoscere che gli errori più gravi non risiedono nell'uso improprio dei verbi ausiliari da parte dei migranti («Io ho andato in Belgio»), ma nelle condizioni sociali che li obbligano a partire. L’emigrante di Rodari è una figura che porta con sé solo «un vestito, un pane e un frutto», simbolo di una povertà che non intacca però la dignità della scelta.

Il linguaggio del migrante: tra nostalgia e confine

La figura dello straniero vive una condizione di confine, in perenne bilico tra il partire e il restare. In una delle filastrocche più intense, il protagonista afferma: «So come mi chiamano ma non come mi chiamo, il nome l’ho smarrito senza sporgere reclamo, dimoro in una stanza come merce in magazzino: buongiorno a tutti, sono clandestino».

Questo verso denuncia la prima forma di spersonalizzazione: la negazione del nome. Quando un essere umano diventa un numero, smette di essere percepito come tale. Il progetto di Marconi, attraverso il baratto di rime, mira a ridare voce a chi è stato costretto al silenzio, stimolando i bambini a intonare nuove conte, capaci di integrare anche la cultura dell'altro. «Se un gruppo di bambini italiani in un cortile di scuola intoneranno nei loro giochi una conta africana, ecco: nulla sarà risolto, lo so bene, sarà solo un granello di sabbia nel deserto», conclude il poeta.

mappa concettuale sulla migrazione vista dai bambini

Oltre la retorica: l'importanza dell'accoglienza

Negli ultimi anni, una retorica mielosa ha tentato di semplificare eccessivamente il vissuto dei minori immigrati. Tuttavia, la realtà dei ragazzi in transito tra identità diverse è complessa: spesso si tratta di adolescenti di seconda generazione che portano sulle spalle il carico dei sogni interrotti dei genitori.

Le decisioni dei tribunali per i minorenni, come ricorda l'esperienza maturata in ambiti di tutela, devono orientarsi sempre sulla valutazione del rischio e del bene del minore, sottraendosi alla logica del "buoni contro cattivi". Il cinismo infantile, inteso come capacità di guardare alla realtà nuda, è l'antidoto a questa retorica. Educare all'accoglienza significa fornire strumenti per decodificare la realtà senza la diffidenza che spesso caratterizza il discorso pubblico adulto.

La scuola, in questo senso, deve tornare a essere il luogo dove si aprono finestre sul mondo. Come sostiene Marconi, non si tratta di fare partigianeria, ma di praticare la politica con la P maiuscola, quella che insegna ai cittadini del domani che l'altro non è una minaccia, ma una parte integrante di una storia umana che, da sempre, si muove lungo i confini del mondo cercando una terra in cui sentirsi, finalmente, a casa.

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