La riflessione sulla figura materna in psicologia richiede un'analisi che trascenda il dato puramente biologico, inoltrandosi nel territorio del simbolico, dell'emotivo e delle funzioni relazionali fondamentali per lo sviluppo dell'essere umano. Parlare di "materno" significa esplorare il primo contatto con il mondo, il contenimento delle angosce primordiali e la costruzione dell'identità.

La natura del materno: oltre la biologia
In psicologia, il “materno” non coincide semplicemente con la figura della madre biologica. Quando uno psicologo parla di “funzione materna”, si riferisce alla capacità di offrire protezione, cura, presenza e ascolto nei momenti di bisogno. Si tratta di una funzione relazionale: è il modo in cui una persona si prende cura dell'altro in una fase in cui quest'ultimo è fragile, dipendente, bisognoso di essere visto e accolto. Ne consegue che la relazione con chi si prende cura di noi nei primissimi mesi e anni di vita sia fondamentale. Il neonato non nasce “con una mente pronta”: ha bisogno del contatto, dello sguardo, della voce e della sensibilità dell'adulto per sviluppare sicurezza, fiducia e un senso stabile di sé.
La figura materna consente l'espressione di cure teleologicamente orientate, non anonime, ben individuate e caratterizzanti l'incontro col proprio figlio; viene così reso possibile un suo originario ed originale riconoscimento, e favorisce il primo accesso al linguaggio. Nei primi due anni, l'emisfero destro del cervello del bimbo è il primo a svilupparsi ed è preposto ad elaborare la comunicazione non verbale: il cucciolo dell'uomo apprende così a riconoscere i volti ed a leggerne le espressioni, mettendoli poi in relazione con le persone.
Sguardi e costruzioni identitarie
Il bambino, nel vedere lo sguardo della madre, guarda il mondo; egli non solo vede l'Altro nello sguardo materno, ma vede anche se stesso. Freud (2009) vede nella madre la prima soccorritrice, colei che accoglie le prime urla del bambino; la madre è dunque accoglienza pura. Il rispecchiamento è il fondamento della sicurezza emotiva. Se la figura di riferimento è capace di rispondere in modo sensibile e amorevole ai bisogni del bambino, si crea un senso interno di sicurezza che accompagnerà quella persona per tutta la vita.
Esistono diverse declinazioni di questa funzione. Lo psicologo Donald Winnicott parlava di "madre sufficientemente buona", una figura capace di accogliere il bambino nei suoi bisogni fisici ed emotivi, di proteggerlo quando è vulnerabile, di esserci con costanza - ma senza essere perfetta - e gradualmente lasciarlo andare, aiutandolo a diventare autonomo. Jung, d'altra parte, identificava la "Grande Madre" come un simbolo universale presente nell'inconscio collettivo, rappresentata in tutte le culture attraverso immagini come la terra, l'acqua, la luna, o figure archetipiche come la Madonna o la dea madre.
La triade madre, padre e figlio
Nei primi anni di vita, tra madre e figlio sussiste una sana simbiosi che permette al bambino di sviluppare il sistema di attaccamento e la sua autostima. Il bambino, nel tempo, diventa capace di sviluppare un attaccamento multiplo con più figure di riferimento che costituiranno per lui un arricchimento. A questo proposito è fondamentale anche il ruolo del padre: sarà lui a sostenere la diade madre-bambino e la separazione del figlio dalla madre verso nuovi legami. Il padre, secondo lo psicoanalista Bernard Golse, si caratterizza come il terzo tra madre e figlio e supporta quest'ultimo ad aprirsi al mondo esterno.
Il ruolo materno e paterno, nell'esperienza familiare, ha due valenze differenti. Dal punto di vista simbolico, il ruolo materno è solitamente adibito alla cura, all'accoglimento, all'ascolto del figlio; quello paterno è, invece, un ruolo strategico all'interno della diade madre-figlio, in quanto appiana le ansie genitoriali e familiari, favorendo l'autonomia del figlio.
Conoscere lo sviluppo dei bambini
Il conflitto tra fusione e separazione
Procreare un figlio non è causalità, è progettazione, è scelta, è concretizzazione di uno stile di vita; è un patto che si attua ed avvera nel concepimento e che richiede cooperazione. Tuttavia, la nascita comporta anche una dolente percezione di distacco. La storia del re Salomone, nel primo libro dei Re, rende ancora più chiaro questo concetto: la funzione materna, non patologica, preferisce la vita del figlio senza proprietà rispetto alla morte di questo.
Esistono aspetti rischiosi della maternità: una madre che soffoca, schiaccia il figlio e il suo desiderio - la mamma "chioccia" che vuole sempre i suoi figli con sé, o quella che Lacan definisce la mamma "coccodrillo", che finisce per ingoiare suo figlio. Il rischio è la completa fusione, l'assenza di identità. È proprio in questa fase che occorre il padre, con la sua funzione di porre delle regole. Non solo serve il padre per evitare la morte matricida del figlio, ma occorre che la madre si ricordi di essere anche donna; la funzione materna non può uccidere l'essere donna. L'integrazione di queste anime - la donna e la madre - è necessaria. Nel suo desiderio la donna salva il bambino, non nell'essere in completa simbiosi, ma nel fatto che anche la madre coltivi un desiderio che vada al di là della maternità.
Codici simbolici: materno e paterno
La funzione materna e paterna riguarda il maschile e femminile non inteso dal punto di vista dell'identità di genere, ma dal punto di vista simbolico, generico e umano. Non sono quindi funzioni ad esclusivo appannaggio del padre o della madre.
Il codice materno (presente anche nel padre) è preposto alla cura e attiene alla protezione del bambino, alla soddisfazione dei suoi bisogni e alla sua gratificazione. Nel primo anno di vita la prevalenza di questo codice è fondamentale poiché il neonato necessita di instaurare un rapporto simbiotico, improntato all'accudimento, essenziale per la sopravvivenza e l'acquisizione dello stile di attaccamento.
Il codice paterno (presente anche nella madre) è normativo e partecipativo. Detta, infatti, norme di comportamento, pone limiti, confini. Porta fuori, spinge il bambino ad emanciparsi, ad esplorare il mondo, a non rimanere nella dimensione materna, sicura e dipendente. Aiuta a comprendere le proprie paure e veicola le capacità per affrontarle. Il codice paterno sposta lo sguardo dal passato al futuro, spinge il figlio ad andare altrove, ad uscire dal sistema familiare per conoscersi per davvero.
Il distacco necessario e l'individuazione
Antonio Quaglietta, psicologo e formatore, sostiene che la giusta distanza dalla famiglia d'origine consiste nel sapere cosa scegliere di tenere e cosa, invece, lasciar andare o trasformare rispetto a ciò che la famiglia insegna. Comprendere e conoscere le proprie origini significa poter decidere ciò che è utile portare dietro e cosa è bene tralasciare: è questo il compito evolutivo che appartiene ad ognuno di noi.
Concetti essenziali per uno svincolo sano sono:
- La differenziazione: la capacità di sapersi distinguere dalla massa familiare per trovare la propria strada, ponendo i giusti confini tra sé e gli altri.
- L'identificazione: la costruzione della propria identità di persona e del proprio carattere assimilando tratti e modellandoli.
- L'individuazione: quel processo psichico unico e irripetibile che consiste nell'approssimarsi dell'Io al Sé, un'integrazione delle componenti della personalità per capire chi siamo davvero.
- La definizione di sé: legata all'accettazione e all'autostima; significa non temere di confondersi con gli altri o di essere invasi.

Le ombre: il concetto di "mommy issues"
Il concetto di mommy issues si basa sulle relazioni disfunzionali tra madri e figli durante la crescita. Quando il legame iniziale non è sano - per una madre emotivamente assente, abusiva o soverchiante - si possono generare ripercussioni a lungo termine. Negli uomini, tale problematica si evidenzia spesso con aspettative irrealistiche verso la partner, cercando in essa una figura materna che colmi i vuoti emotivi. Nelle donne, un'infanzia caratterizzata da una madre critica o giudicante può generare un'immagine distorta di sé, problemi di autostima e paura persistente del giudizio.
Affrontare queste dinamiche richiede un impegno consapevole. La terapia psicologica può essere uno strumento potente per esplorare le dinamiche familiari, sviluppare consapevolezza emotiva e imparare strategie per superare schemi di pensiero dannosi. Il riconoscimento dell'impatto della relazione primaria è il primo passo verso la guarigione e la costruzione di relazioni adulte più sane e basate sull'autonomia.
Il genitore "affidatario"
Mariolina Ceriotti Migliarese, neuropsichiatra infantile, suggerisce che la posizione più corretta dell'essere genitore è quella dell' "affidatario". Il figlio ci viene affidato immeritatamente dalla vita perché lo accompagniamo per un pezzo di strada a diventare grande. Significare dire che ci si guarda indietro, si riconosce di aver sbagliato e da lì si riparte facendo il meglio che si può. Questa prospettiva allontana l'idea di proprietà: i figli non sono dei genitori, ma sono "del mondo". Ogni genitore sarà sempre, per struttura, un genitore "insoddisfatto", poiché un figlio è sempre altro da ciò che era nelle fantasie di una madre o di un padre. Accettare questo limite universale permette di rivolgere le energie in modo più costruttivo, inseguendo il desiderio che sostiene la propria vita.
Oggigiorno, con le trasformazioni sociali, la suddivisione delle funzioni è meno rigida; al contrario, le funzioni si integrano in una nuova modalità condivisa dalla coppia genitoriale. Non è più la distinzione dei ruoli biologici a definire la qualità della genitorialità, ma la capacità di ciascun genitore di esercitare, in modo complementare, le funzioni di cura e di spinta all'autonomia, garantendo al figlio sia accudimento che emancipazione. Esistono oggi numerose risorse - consultori familiari, corsi di supporto alla genitorialità, percorsi di parent-training - che permettono a madri e padri di migliorare e acquisire strumenti nuovi ed efficaci per la comprensione dei bisogni evolutivi dei propri figli.
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