L'interruzione di gravidanza, specialmente quando praticata in fasi avanzate della gestazione, solleva questioni complesse che vanno oltre la mera procedura medica, toccando aspetti etici, legali, sociali e psicologici di profonda risonanza. Al centro di queste discussioni si trova la pur rara, ma estremamente significativa, eventualità della sopravvivenza fetale dopo un aborto, una realtà che sfida le certezze e impone una riflessione approfondita sui limiti della medicina e sui diritti del concepito. La casistica, seppur esigua, documenta episodi che hanno catalizzato l'attenzione pubblica e riacceso il dibattito su normative e pratiche sanitarie.
Il Caso di Rossano Calabro: Una Storia di Vita Inattesa e Inchieste Giudiziarie
Una delle cronache più brucianti e senza lieto fine che ha scosso profondamente l'opinione pubblica italiana e internazionale è stata la storia del breve passaggio tra i vivi di un bambino maschio, abortito da una madre alla sua prima gravidanza, in un episodio verificatosi all'ospedale civile Nicola Giannettasio di Rossano Calabro, in provincia di Cosenza. L'evento ha assunto i toni di un cupo romanzo d'appendice, un racconto molte volte ripetuto da don Antonio Martello, cappellano dell’ospedale, che ne è stato il protagonista involontario e il primo testimone.
Il cappellano dell’ospedale, salito in maternità per pregare sul corpicino di un bambino abortito il giorno prima, un aborto “terapeutico” tardivo, alla ventiduesima settimana di gravidanza, ha fatto una scoperta sconcertante. Lo ha trovato su un carrellino, in un angolo appartato del reparto maternità, coperto da un lenzuolino sanitario. Il lenzuolino si è mosso, rivelando una vita inattesa. Il prete lo ha spalancato e, quando ha visto che il bambino respirava - addirittura sgambettava - ha chiamato aiuto con tutta la voce che aveva. L'intervento di interruzione di gravidanza era avvenuto alle tredici e trenta di sabato 24 aprile, e don Martello è salito in maternità domenica alle undici, quasi ventiquattro ore dopo. Questa tempistica è stata confermata con prudenza dal cappellano stesso, in quanto testimone nell'inchiesta. Quando ha chiamato aiuto e sono arrivati un pediatra e un anestesista, che hanno praticato le prime cure, hanno constatato a loro volta che il bambino respirava, si muoveva e il cuore batteva.
Quel bambino senza nome, del peso di trecento grammi, è sopravvissuto due interi giorni all’aborto. Il primo giorno da solo, dato per morto, è rimasto ancora sporco del sangue placentare che nessuno si è curato di lavar via dal corpo di un feto abortito. Il secondo giorno, invece, è stato trascorso nell’incubatrice del reparto di terapia intensiva neonatale dell’ospedale dell’Annunziata di Cosenza, dove è stato portato dopo l’allarme del cappellano. La vicenda ha superato i confini nazionali, con la notizia della vicenda di Rossano, di quel minuscolo combattente di un giorno abbandonato su un carrello metallico dopo un aborto, che è arrivata sul sito della Cnn e anche in Gran Bretagna, sul Dailynews online.
L'aborto era stato deciso dopo un’ecografia che mostrava una malformazione nel nascituro, una diagnosi che, come si è scritto, forse indicava un difetto genetico del labbro e del palato. Questo caso ha innescato una serie di indagini e riflessioni. L'inchiesta avviata dall’autorità giudiziaria ha già portato all'emissione di avvisi di garanzia per omicidio volontario a carico di un medico e di due infermieri. Inoltre, ispettori sono stati inviati dal ministero della Salute e un’interrogazione parlamentare è stata presentata per chiarire i fatti. Dalle indagini e dall’autopsia, condotta al Policlinico di Bari, si cercherà di capire la natura della malformazione che ha condannato il piccolo di Rossano a essere abortito e se ci sia stato un errore nel calcolo dell’età gestazionale. Si dovrà stabilire se quel difetto fosse una semplice palatoschisi, una fenditura più o meno estesa della parte anteriore del palato duro, a volte accompagnata da labbro leporino, che colpisce una persona su mille e che si presta nella maggior parte dei casi a essere trattata chirurgicamente, o se si trattava di qualcosa di molto più grave, di cui la malformazione evidente era solo una spia.

Sopravvivenza Fetale e Limiti Gestazionali: Il Contesto Medico-Scientifico
La sopravvivenza di un feto di ventidue settimane, soprattutto in assenza di cure immediate, ha sollevato interrogativi cruciali nel mondo medico. I neonatologi sottolineano che, a ventidue settimane, di norma un feto non sgambetta e i segnali di vitalità sono così minimi che possono essere riconosciuti solo da un esperto. Un bambino di quest'età gestazionale di norma non ha gli alveoli polmonari completamente sviluppati; l’aria non può entrargli nei polmoni e, di conseguenza, non potrebbe respirare da solo, senza aiuto e senza essere accudito e soccorso. Non per un intero, lunghissimo giorno, ma nemmeno per un’ora.
Eppure, il caso di Rossano dimostra che, sebbene raro, la sopravvivenza è possibile. Claudio Fabris, direttore della cattedra di Neonatologia dell’Università di Torino, che ha sede all’ospedale Sant’Anna, e già presidente della Società italiana di neonatologia fino al 2009, ha spiegato che "proprio in considerazione della pur labile possibilità di sopravvivenza a ventidue settimane gestazionali, molte aziende sanitarie, compreso l’ospedale Sant’Anna, si sono date regolamentazioni interne che vietano gli aborti terapeutici dopo quel periodo." Questa stessa logica è stata adottata dal 2004, per esempio, alla clinica Mangiagalli di Milano, nonostante il Tar e il Consiglio di Stato abbiano respinto un atto di indirizzo della Lombardia che mirava a garantire in tutti gli ospedali della regione il limite di ventidue settimane e tre giorni come termine massimo per praticare l’aborto.
Il professor Fabris ha inoltre evidenziato l'evoluzione della medicina neonatale, affermando che "ancora sei o sette anni fa, la sopravvivenza a ventidue settimane gestazionali non esisteva. Oggi succede, raramente ma succede." I dati dei censimenti nei reparti italiani di terapia intensiva neonatale supportano questa osservazione: nel 2005, si registrarono cinque nati vivi di ventidue settimane senza nessun sopravvissuto; nel 2006, dieci con un sopravvissuto; nel 2007, nessun sopravvissuto su tredici nati; mentre nel 2008, c’è stata una sopravvivenza del dodici per cento su quarantuno nati di ventidue settimane. Sebbene questi numeri siano estremamente esigui, la medicina ha "l’obbligo di trattare il neonato in estrema prematurità come qualsiasi persona in condizioni di rischio" e di assisterlo adeguatamente.
La possibilità di vita autonoma del feto esiste, sia pure in un numero limitato di casi di una casistica già estremamente limitata, e questo è un aspetto fondamentale. La precisa valutazione dell’epoca gestazionale, come ha sottolineato Fabris, è estremamente difficile, anche se ora le ecografie la rendono più attendibile. Un margine di errore di quattro-cinque giorni può essere non importante, ma, addirittura, fondamentale per spiegare la sopravvivenza di un bambino in queste condizioni. Il concepito, fin dalle sue prime fasi, è dotato di una capacità di crescita biologica straordinaria. Già al terzo mese di gestazione, il nascituro sembra avere delle percezioni dall’esterno, poiché i ricettori e le fibre sensoriali nocicettive iniziano ad apparire a partire dalla settima settimana, cioè durante il secondo mese di gestazione.
La sopravvivenza dei prematuri è un campo in costante evoluzione. I bambini nati prematuri con meno di 32 settimane di gestazione sono in aumento e hanno superato l’1% dei nati vivi. Sottoposti a terapia intensiva neonatale, quelli nati con 25 settimane di gestazione sopravvivono nel 50% dei casi. Per quelli nati dopo la 28esima settimana la sopravvivenza è superiore al 90%. Questi dati rafforzano l'importanza di ogni misura idonea a salvaguardare la vita di un feto con possibilità di sopravvivenza, anche se minima.

Il Quadro Normativo Italiano: La Legge 194 e il Diritto alla Vita
La questione della sopravvivenza fetale post-aborto si colloca in un delicato equilibrio giuridico e morale, regolato in Italia dalla Legge 194 del 1978. Questa normativa, pur riconoscendo il diritto della donna all'interruzione volontaria di gravidanza in determinate circostanze, pone precisi limiti e doveri nel caso in cui sussista la possibilità di vita autonoma del feto.
La legge 194 sull’aborto, all'articolo 7, stabilisce che "quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l’interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) dell’articolo 6", ovvero quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna. In tale evenienza, "il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto". Questa disposizione è cruciale: se a ventidue settimane quella possibilità di vita autonoma esiste, sia pure in un numero limitato di casi di una casistica già estremamente limitata, l’unica circostanza in cui sarebbe lecito procedere all’interruzione di gravidanza è in presenza di un grave pericolo di vita per la madre. Non basta un generico pericolo per la salute fisica e psichica, come avviene per l’aborto fino alla dodicesima settimana. In ogni caso, deve essere garantito il tentativo di salvare la vita del bambino.
Pertanto, anche se l’interruzione della gravidanza non fosse evitabile perché ne va della vita della madre, rimane il dovere per i medici che eseguono l’intervento di "adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto". Questa prescrizione è inserita nella legge, che non ha messo limiti temporali precisi proprio per lasciare spazio a progressi medici che di anno in anno possono rendere possibile una sopravvivenza un tempo impensabile. La cosa, piaccia o no, vale anche per i bambini abortiti quando già potrebbero sopravvivere, come ha dimostrato da solo il caso del bambino di Rossano Calabro. Non c’è bisogno di interpretazioni ardite o tendenziose: la normativa è chiara.
Un documento significativo, firmato nel febbraio del 2008 dai direttori delle cliniche di Ostetricia e Ginecologia delle facoltà di Medicina delle quattro università romane (La Sapienza, Tor Vergata, la Cattolica e il Campus Biomedico), ha riaffermato che "con il momento della nascita la legge attribuisce la pienezza del diritto alla vita e, quindi, all’assistenza sanitaria". Ciò implica che se un feto nasce vivo dopo un’interruzione di gravidanza, il neonatologo ha il dovere di intervenire per rianimarlo, "anche se la madre è contraria, perché prevale l’interesse del neonato". La madre, naturalmente, ha tutto il diritto di abbandonare il neonato alla nascita, un diritto garantito dalla legge, ma il personale sanitario ha il dovere inderogabile di assistere il bambino abortito, quando può sopravvivere.
È altresì fondamentale ricordare che in Italia l’aborto per motivi eugenetici è proibito dalla legge: la disabilità, anche gravissima, del nascituro, non costituisce da sola ragione per l’aborto a quell’avanzata età gestazionale. Questa distinzione è cruciale per comprendere le motivazioni legali dietro le interruzioni di gravidanza tardive e le responsabilità associate alla possibile sopravvivenza del feto.

Procedure di Interruzione di Gravidanza: Aspetti Medici e Implicazioni Pratiche
Le procedure di interruzione di gravidanza, specialmente quelle che avvengono oltre la metà della gestazione, presentano specificità tecniche e una serie di implicazioni che meritano un'attenta considerazione, anche in relazione alla possibilità di sopravvivenza fetale. In sala operatoria, spesso il medico abortista consegna il feto abortito, a cui non viene legato il cordone ombelicale per accelerarne la morte, né viene riservata alcun tipo di assistenza, a un’infermiera che lo avvolge in un fagotto di garze e lo pone su un tavolino lì vicino. Le attenzioni di tutti i presenti si concentrano nuovamente sulla donna adulta e viva, che ha appena partorito, spesso in anestesia, mentre il feto appena nato viene abbandonato in solitudine al suo destino, che è appunto quello di essere stato abortito. È necessario sapere che casi del genere succedono di frequente. Una gravidanza regolare dura quaranta settimane, per cui se un feto viene abortito oltre la metà delle settimane di gestazione, ma spesso anche prima, è molto probabile che nasca vivo, anzi molto spesso nasce vivo.
Le opzioni di intervento per l'interruzione di gravidanza, o per la gestione dell'aborto interno (spontaneo), si dividono principalmente in trattamento medico e chirurgico, ciascuno con i propri vantaggi e svantaggi.
Interruzione di Gravidanza Farmacologica
Il trattamento medico si basa sull'uso di farmaci specifici. I farmaci utilizzati comprendono preparati con un’azione ormonale, come il mifepristone, che è un antagonista del progesterone, e preparati con capacità uterotonica, che stimolano l’insorgenza delle contrazioni uterine e/o la maturazione della cervice, come gli analoghi delle prostaglandine (ad esempio, misoprostolo o gemeprost).
Esistono diversi protocolli terapeutici che si possono trovare nei vari reparti di ginecologia:
- Associazione dei due farmaci: Si prevede un iniziale utilizzo di mifepristone, farmaco antiprogestinico, assunto per via orale. Questo determina una modifica della recettività della decidua, la superficie interna uterina in cui si impianta la gravidanza. Dopo 1-2 giorni dall’assunzione del mifepristone, si procede con l’assunzione di prostaglandine.
- Utilizzo di un solo farmaco: Si possono impiegare solo le prostaglandine (misoprostolo o gemeprost). Il farmaco più utilizzato e più citato negli studi scientifici è il misoprostolo, somministrato per via vaginale, sebbene sia possibile anche l’assunzione orale.
La risposta uterina può ottenersi nello stesso giorno dell’assunzione del medicinale. Dopo un’attesa di qualche giorno, si effettua un controllo ecografico. Se non si è ottenuta l’espulsione completa del prodotto del concepimento, si procede a una nuova somministrazione del farmaco, cui segue nuovamente un’attesa di qualche giorno e un successivo controllo ecografico. Se dopo la terza somministrazione del farmaco non si ottiene l’aborto completo, si procederà al trattamento chirurgico.
Il vantaggio principale che il trattamento medico offre alla donna consiste nell’ottenere, nella maggioranza dei casi, la completa espulsione anticipando i tempi rispetto alla condotta di attesa ed evitando l’intervento chirurgico. Tuttavia, il flusso di sangue potrà essere più abbondante del normale flusso mestruale e potrà essere più doloroso, associato a crampi uterini. Lo “svantaggio” in questo caso è relativo e soggettivo, perché è legato all’imprevedibilità della durata dell’attesa e alla gestione domiciliare di un sanguinamento abbondante. Inoltre, in un numero limitato di casi, il trattamento potrebbe non avere effetto, rendendo quindi necessario il ricorso in un secondo tempo alla chirurgia.
Interruzione di Gravidanza Chirurgica
Il trattamento chirurgico, d'altro canto, offre vantaggi quali la rapidità di risoluzione dell’aborto interno e la possibilità di effettuare esami diagnostici sul materiale prelevato per identificare le possibili cause dell’aborto. Gli svantaggi riguardano i maggiori rischi di complicanze legati alla procedura. Le complicanze sono poco frequenti, assestandosi intorno al 2% dei casi, e comprendono lesioni all’utero (perforazione della parete, circa nello 0,1% dei casi), lesioni della cervice (circa 1% dei casi), complicanze emorragiche, complicanze infettive e anestesiologiche.
Ogni scelta offre vantaggi e svantaggi e, a seconda di vari fattori, può rivelarsi più o meno efficace. Non è detto che un trattamento adatto a una donna vada bene per un’altra. L’ostetrica ha il compito cruciale di fornire alla donna tutte le informazioni utili a capire cosa sta succedendo al suo corpo, attraverso un counseling mirato a dare sostegno, far emergere eventuali altri fattori di stress e accogliere le sue emozioni. L’ostetrica sta accanto alla donna e riflette con lei sulle tre possibilità di intervento (medico, chirurgico, o condotta d'attesa). Offre un quadro chiaro delle opzioni possibili di intervento a breve, medio e lungo termine e fornisce informazioni su come gestire gli eventuali sintomi residui della gravidanza, come comportarsi quando inizieranno i dolori delle contrazioni e le perdite ematiche. In alcune realtà ospedaliere può anche provvedere a concordare controlli ambulatoriali seriati. Nel sostenere le scelte della donna, l’ostetrica la informa delle caratteristiche cliniche ed organizzative del percorso scelto: l’iter pre e post operatorio, la programmazione delle visite e della data del ricovero e alcune importanti informazioni relative al “dopo”, come la gestione dell’esame istologico e/o citogenetico e le leggi vigenti in materia di sepoltura.

Implicazioni Etiche, Sociali e Psicologiche: Oltre la Procedura Medica
Il caso di Rossano Calabro e la realtà della sopravvivenza fetale mettono in luce profonde implicazioni etiche, sociali e psicologiche che vanno ben oltre gli aspetti puramente medici o legali dell'interruzione di gravidanza. La discussione, per esempio, sull'eventualità di un errore nel valutare l’età gestazionale è centrale. Il ginecologo Carlo Flamigni, pur sostenitore dell’aborto come diritto assoluto, ha ammesso che “è stato commesso un errore: non si pratica un’interruzione di gravidanza alla ventiduesima settimana. Esiste il rischio che il feto sopravviva.” A parte quel “rischio” riferito alla sopravvivenza del bambino, la sostanza è chiara: un aborto, anche se fosse stato indispensabile per preservare la madre da un pericolo di vita, doveva avvenire in una struttura capace di soccorrere il feto. Quella capacità di soccorso forse al Nicola Giannettasio non c’era, mancando certamente la terapia intensiva neonatale, presente invece a Cosenza. Questo solleva la domanda se tale struttura dovesse essere abilitata a effettuare un aborto a ventidue settimane gestazionali.
Quanta paura e quanto terrore sono seminati dalle indagini prenatali sempre più sofisticate, sempre più ineludibili e non raramente fallaci? Il genetista Bruno Dallapiccola, già direttore scientifico dell’Ospedale pediatrico romano Bambino Gesù, ha spiegato che “andrebbe garantita un’informazione misurata sulle possibili implicazioni di una patologia rilevata ecograficamente.” Nella sua esperienza personale, su migliaia di casi, “l’ottanta per cento delle patologie trovate ecograficamente, dopo una consulenza genetica competente si rivelano del tutto compatibili con la normalità del nascituro.” Ha aggiunto che “bisogna dare informazioni oneste, sia se ci si trova di fronte a situazioni davvero gravi, sia negli altri casi. Ma la medicina è fondamentalmente vile: non tutti azzardano di mettere nero su bianco che non ci saranno i problemi paventati per il bambino dopo un’ecografia.” Questo pone l'accento sulla necessità di un adeguato accompagnamento dei genitori per aiutarli a decidere, poiché “le parole sono sassi,” e le coppie arrivano “terrorizzate, con diagnosi quasi sempre, per fortuna, senza conseguenze vere.”
Roberto Volpi, statistico ed esperto di questioni sanitarie, commenta che “non si registra più, o si registra sempre meno, una vera resistenza individuale e sociale alla paura del figlio imperfetto.” L’Italia, secondo lui, è messa piuttosto male sotto questo aspetto, complice “l’autentico battage pubblicitario, sviluppato con intensità sempre crescente, attorno alle tecniche invasive di diagnosi prenatale (soprattutto l’amniocentesi e la villocentesi) con cui si tende da parte della medicina a convincere della loro necessità anche le donne sotto i trent’anni con rischio pressoché nullo di anomalia genetica.” Questa “necessità” non può non essere vissuta da strati sempre più ampi di donne come la prova provata della corrispondente necessità di evitare sempre e comunque, quando il difetto o l’anomalia siano diagnosticabili, la nascita di bambini con questi difetti e anomalie. In tale contesto, un bambino atteso può diventare all’improvviso un indesiderabile, o addirittura “mostruoso,” ponendo interrogativi sul peso dell'idea che la salute promessa e garantita del figlio sia una condizione indispensabile per attribuire al figlio stesso il diritto a nascere.
Il Supporto al Lutto Perinatale e la Percezione della Perdita
Le conseguenze di una perdita, anche precocissima, sul benessere fisico e psicologico della donna e della coppia non andrebbero mai trascurate o sottovalutate. Tutte le donne dovrebbero ricevere, unitamente all’assistenza medica, anche un sostegno psicologico e relazionale. Il sostegno psicologico viene offerto tutte le volte che gli operatori riconoscono la perdita e rispettano il dolore della donna e della coppia senza minimizzarlo. Riconoscere e rispettare l’investimento emotivo fatto dalla coppia su quella gravidanza e quel bambino aiuta a avviare correttamente l’elaborazione del lutto.
Ogni donna e ogni coppia hanno una storia a sé, che rende comunque unica l’esperienza della gravidanza e della perdita. Poter esplorare con la donna il significato che attribuisce alla gravidanza e alla perdita può essere molto importante per elaborare il lutto e per le future gravidanze. Gli operatori sanitari, medici e ostetriche, dovrebbero unire aspetti relazionali a quelli più tipici della loro professione di diagnosi e cura. Il supporto al lutto dovrebbe essere parte della prassi clinica, come evidenziato anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che invita ogni operatore a riconoscere la perdita subita dalla donna, a rispettarla e a offrire sostegno. Nessuna perdita è “troppo piccola” e nessuna perdita dovrebbe essere sminuita, soprattutto dagli operatori sanitari.
Oggi siamo abituati a ritenere l’aborto spontaneo un “non evento”, dimenticando il significato soggettivo che ogni gravidanza assume per la coppia in attesa. Il fatto che la gravidanza si interrompa precocemente non rende “tutto più facile”, anzi. L’aborto spontaneo interrompe un processo in atto in modo brusco e intempestivo. Spesso la coppia non ha neppure fatto in tempo a entrare in relazione con il bambino gestato, che è già tutto finito. Il vuoto prende il posto della vita che cresceva. Le madri arrivano a domandarsi se davvero il loro oggetto d’amore c’è stato; per i padri, che spesso non hanno che visto due linee positive sul test di gravidanza, è complesso riconoscere, accettare e motivare i loro sentimenti. In alcuni contesti la sofferenza non trova lo spazio per essere vista, riconosciuta e narrata dalla coppia. Compito di chi assiste i genitori, sia sul piano fisico che psicologico, è riconoscere e legittimare il dolore, senza minimizzare, sminuire o etichettare come eccessivo ciò che sentono. Accogliere l’incredulità, il diniego e la rabbia che possono accompagnare i momenti successivi alla diagnosi di aborto spontaneo con un ascolto attivo, privo di giudizio e preconcetti, è alla base della cura anche per queste coppie.
Passata la prima fase di shock, i genitori possono sentire il bisogno di parlare con qualcuno di quanto è accaduto, specialmente se devono tornare in ospedale per controllare come procede l’aborto. Per molte coppie si è rivelato utile ricevere una piccola memory box, una scatola dei ricordi progettata appositamente per raccogliere i pensieri, i sogni e i desideri di questi genitori per quel loro figlio e per quell’esperienza di gravidanza interrotta troppo presto. La nostra cultura ritiene spesso ancora inappropriato essere in “lutto” per un aborto, perché rimane difficile pensare a un embrione o a un feto come a “una persona cara”. Questo sottolinea la necessità di una maggiore consapevolezza e sensibilità nei confronti di tutte le forme di perdita perinatale.
La morte prenatale e suoi aspetti psicosociologici
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