Il tema dell'utilizzo di feti abortiti o di linee cellulari da essi derivate è un argomento di complessa e delicata natura, che interseca sfere legali, scientifiche, etiche e religiose. La discussione su questo argomento genera spesso un dibattito intenso, influenzato da interpretazioni divergenti e, talvolta, da disinformazione. È fondamentale, quindi, analizzare le varie dimensioni di questa questione per fornire un quadro chiaro e basato su dati verificabili, distinguendo tra il contesto normativo italiano, l'applicazione nella ricerca scientifica e le posizioni morali, fino alla necessità di contrastare le molteplici fake news che circolano. Comprendere la realtà dei fatti richiede un'attenta disamina delle procedure legali, delle metodologie di ricerca e delle considerazioni etiche che guidano le decisioni in questo ambito.
Aspetti Legali e Regolamentari sulla Gestione dei Resti Fetali in Italia
In Italia, la gestione dei resti fetali è disciplinata da precise normative, che stabiliscono le modalità di seppellimento e di registrazione. Occorre, quindi, che i parenti presentino entro 24 ore domanda di seppellimento alla Azienda Sanitaria Locale. Questa domanda deve essere accompagnata da un certificato medico che indichi l’età presunta di gestazione e il peso del feto. Questa procedura è un passaggio obbligato per garantire il rispetto delle disposizioni legali.
La richiesta in carta semplice, in triplice copia e firmata, deve essere compilata dai genitori o da chi per essi. Entro 24 ore dall'espulsione od estrazione del feto, i parenti o i loro delegati sono tenuti a presentare la domanda di seppellimento all'Unità Sanitaria Locale. Il tutto deve essere sempre corredato dal certificato medico.
Per i feti che hanno superato le 28 settimane di gestazione, che corrispondono a circa 7 mesi, la legge nazionale prevede già l’iscrizione all’anagrafe. In questi casi, vige anche il diritto alla sepoltura. Questa distinzione è cruciale per definire i diritti e gli obblighi legali correlati. Si definiscono nati-morti solo i bambini che abbiano superato le 28 settimane di gestazione al momento del parto. Per questi specifici casi, l'obbligo di registrazione presso l’anagrafe è una disposizione chiara, come previsto dall’articolo 74 del Regio Decreto 9 luglio 1939, numero 1238.
Il Regio Decreto 9 luglio 1939, numero 1238, fornisce ulteriori dettagli. Quando, al momento della dichiarazione di nascita, il bambino non è vivo, il dichiarante ha il dovere di far conoscere se il bambino è nato morto o se è morto successivamente alla nascita. In quest'ultimo caso, è necessario indicare anche la causa di morte. Tali circostanze devono essere comprovate dal dichiarante mediante la presentazione del certificato di assistenza al parto.
L’ufficiale dello stato civile, in presenza di un bambino nato morto, forma il solo atto di nascita, e fa sì che ciò risulti a margine dell’atto stesso. Se, invece, si tratta di un bambino morto posteriormente alla nascita, l'ufficiale forma anche l’atto di morte. Questi protocolli sono stabiliti dal D.P.R. 10 settembre 1990, numero 285. I regolamenti cimiteriali italiani, pur presentando variazioni locali che tengono conto delle specificità territoriali, si basano sul D.P.R. 10 settembre 1990, numero 285. In particolare, l'articolo 1 di questo decreto stabilisce che per i nati morti, ferme restando le disposizioni dell'articolo 74 del Regio Decreto 9 luglio 1939, numero 1238, e per i prodotti del concepimento, devono essere seguite precise procedure.

L'Uso di Tessuti Fetali nella Ricerca Scientifica: Contesti e Scoperte
La letteratura scientifica degli ultimi decenni ha ampiamente documentato l'utilizzo di nuove tecnologie e materiali biologici, inclusi i tessuti fetali, per avanzare la conoscenza medica. Non stiamo negando che la ricerca scientifica, in generale, e i vaccini, in particolare, servano al bene comune. Anzi, la scienza è in continua evoluzione e l'introduzione di nuove metodologie di studio, come la trascrittomica a cellula singola, i topi ibridati con l’uomo e gli organoidi, ne è una chiara dimostrazione. Questi strumenti sono solo alcuni esempi di come la ricerca si stia evolvendo. In realtà, i vaccini sono solo l’inizio di un percorso ben più ampio.
Basta dare un’occhiata ai rapporti scientifici pubblicati per rendersi conto della profondità e dell'ampiezza delle ricerche in atto. Quello che segue è un riassunto di tre nuovi rapporti sulle ricerche pubblicati solo nell’ultima metà del 2020. Tuttavia, va sottolineato che ce ne sono molti altri, a testimonianza dell'attività incessante in questo campo.
Modelli Ibridati Uomo-Animale per lo Studio delle Malattie
A settembre 2020, i ricercatori dell’Università di Pittsburgh hanno pubblicato il loro lavoro, focalizzato sullo sviluppo di topi e ratti ibridati con l’uomo. Questo risultato è stato ottenuto attraverso l’innesto di “pelle umana integrale”. La pelle umana riveste un ruolo fondamentale in quanto protegge un individuo dalle infezioni. Tuttavia, non esiste un modo etico di studiare gli effetti di agenti patogeni direttamente sulle persone senza sottoporle alla malattia. Per aggirare questa limitazione, la pelle umana integrale, prelevata da feti, è stata innestata sui roditori.
Parallelamente, sono stati innestati anche i tessuti linfatici e le cellule staminali ematopoietiche del fegato provenienti dallo stesso feto. In questo modo, gli esemplari di roditori sono stati ibridati con l’uomo, grazie all’innesto degli organi e della pelle dello stesso bambino. Per realizzare esemplari di roditori ibridati con l’uomo, la pelle integrale del feto è stata prelevata da esseri umani abortiti. Questi feti avevano un'età di gestazione compresa tra le 18 e le 20 settimane. I prelievi sono stati effettuati presso il Magee-Women’s Hospital e l’University of Pittsburgh Health Sciences Tissue Bank. Le madri hanno fornito il loro consenso scritto per l’utilizzo dei feti nella ricerca, un passaggio etico fondamentale.
Dopo il trapianto, i tessuti sono stati innestati sui roditori e lasciati crescere. L'obiettivo era studiare come rispondevano gli organi interni in questi esemplari ibridati. È stato osservato un fenomeno peculiare: i capelli umani sono comparsi dopo dodici settimane. Questo accadimento si è verificato, però, solo negli innesti presi specificamente dal cuoio capelluto fetale. Negli innesti di cuoio capelluto, si possono vedere sottili capelli umani che crescono lunghi e scuri, circondati dai corti peli bianchi del topo, fornendo un'evidenza visibile dell'integrazione del tessuto umano. Il lavoro è stato finanziato dal National Institute of Health (NIH) e sostenuto dal National Institutes of Health-National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID). È importante notare che il NIAID è lo stesso dipartimento con cui Moderna collabora per lo sviluppo del vaccino COVID-19.

Ricerca sull'Esposizione Fetale a Sostanze Chimiche
Sempre a luglio 2020, sulla rivista Scientific Reports, un gruppo di scienziati degli Stati Uniti ha pubblicato i suoi risultati riguardanti le differenze razziali nell’esposizione fetale ai ritardanti di fiamma. Gli eteri di difenile polibromurati (PBDE) sono sostanze chimiche utilizzate come ritardanti di fiamma. Essi rappresentano un problema significativo per la salute pubblica, poiché è noto che interferiscono con l’attività ormonale, la difesa immunitaria e lo sviluppo del cervello del feto durante la gravidanza. I PBDE possono compromettere lo sviluppo immunitario e neurale.
Per valutare l’esposizione a queste sostanze nei bambini non ancora nati, i ricercatori dell’Università della California e la California Environmental Protection Agency hanno condotto uno studio approfondito. Lo studio si è svolto in un arco temporale significativo, dal 2008 al 2016. L'ipotesi di partenza era che queste sostanze potessero accumularsi durante le “finestre critiche prenatali di vulnerabilità”, periodi in cui il feto è particolarmente suscettibile a influenze esterne. Lo studio è stato finanziato dal National Institute of Environmental Health Services e dalla Environmental Protection Agency.
Tutti i protocolli di studio sono stati approvati dalla commissione d’esame istituzionale dell’University of California-San Francisco (UCSF) prima del reclutamento delle donne in procinto di abortire. I campioni dei bambini abortiti sono stati raccolti dal personale clinico del San Francisco General Hospital Women’s Option Center. Questo è il più importante studio di questo tipo realizzato fino ad oggi, per la sua ampiezza e durata. Come previsto dalle ipotesi iniziali, i livelli di PBDE riscontrati nei feti erano più alti di quelli rilevati nelle madri. Le prove hanno anche evidenziato che le donne nere possono essere esposte in modo molto maggiore alle sostanze chimiche contenute nei ritardanti di fiamma, suggerendo una disparità razziale nell'esposizione ambientale. Il documento ha sottolineato la necessità di ulteriori studi sui feti in questo periodo di gestazione, per approfondire le implicazioni di tali scoperte.
Lo Sviluppo del Sistema Immunitario Fetale e Neonatale
Nel luglio 2020, un gruppo di ricerca del Dipartimento di Immunologia dell’Università di Yale ha riportato, sulla rivista Science, uno studio fondamentale sullo sviluppo delle immunità nei neonati. Quando batteri e virus attaccano il corpo, quest'ultimo reagisce producendo tre tipi principali di globuli bianchi: macrofagi, linfociti B e linfociti T. Per lungo tempo, si era supposto che, a causa dei meccanismi biochimici concorrenti tra i linfociti, la produzione di anticorpi fosse limitata nelle prime fasi dello sviluppo fetale. Questa limitazione lascerebbe i neonati particolarmente vulnerabili alle infezioni.
Per testare questa ipotesi e approfondire la comprensione del sistema immunitario neonatale, il team di ricerca di Yale ha utilizzato cellule prelevate dalle milze di feti abortiti. Questi feti avevano un’età gestazionale compresa tra le 20 e le 24 settimane. I campioni sono stati ottenuti da Advanced Bioscience Resources (ABR), una risorsa ben nota per la fornitura di tessuti per la ricerca. L'obiettivo era valutare la produzione di anticorpi e studiare il microbiota intestinale. Attraverso questo studio, i ricercatori hanno scoperto un percorso di sviluppo alternativo per gli anticorpi dei neonati, un'intuizione che potrebbe rivoluzionare la comprensione delle difese immunitarie precoci. Il lavoro è stato finanziato dal NIH, dall'Università di Yale e dal Pew Charitable Trusts.
Il sistema immunitario: una chiave per la lotta contro il cancro
La Prospettiva Etica e la Posizione della Chiesa Cattolica
La questione dell'utilizzo di tessuti o linee cellulari derivate da feti abortiti solleva profonde preoccupazioni etiche e morali. La Chiesa Cattolica, attraverso il magistero dei suoi Pontefici, ha espresso una chiara posizione in merito. Nella sua enciclica Evangelium Vitae, Papa San Giovanni Paolo II ha affermato con forza che “l’uso degli embrioni o dei feti umani come oggetto di sperimentazione costituisce un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani, che hanno diritto al medesimo rispetto dovuto al bambino già nato e ad ogni persona” (Evangelium Vitae, 63). Questa affermazione sottolinea il valore intrinseco e la dignità della vita umana fin dal suo concepimento, mettendo in guardia contro qualsiasi forma di strumentalizzazione.
Di fronte alle sfide imposte da pandemie come il COVID-19 e alla necessità di trovare soluzioni mediche urgenti, la questione è stata riproposta, in particolare per quanto riguarda i vaccini. Papa Francesco, attraverso la Congregazione per la Dottrina della Fede, ha sdoganato i vaccini anti-COVID che sono stati prodotti, nel processo di ricerca e produzione, con l'utilizzo di linee cellulari derivanti da aborti. Questo quesito morale sulla liceità d'uso - per un cattolico - di vaccini del genere era arrivato alla Congregazione della Dottrina della Fede tempo fa, originando un dibattito interno complesso.
La posizione finale è stata chiarita: quando non sono disponibili vaccini eticamente ineccepibili, «è moralmente accettabile utilizzare i vaccini anti-Covid-19 che hanno usato linee cellulari provenienti da feti abortiti nel loro processo di ricerca e produzione». La ragione fondamentale per considerare moralmente lecito l'uso di questi vaccini risiede nel fatto che il tipo di «cooperazione al male dell’aborto procurato da cui provengono le medesime linee cellulari è remota». A questo si aggiunge un'ulteriore considerazione cruciale: «il dovere morale di evitare tale cooperazione materiale passiva non è vincolante se vi è un grave pericolo, come la diffusione, altrimenti incontenibile, di una pandemia che richiede che si possano “usare tutte le vaccinazioni riconosciute».
La Chiesa, pur riconoscendo la gravità della situazione, specifica che la vaccinazione, di norma, non è un obbligo morale e che, perciò, deve essere volontaria. In ogni caso, dal punto di vista etico, la moralità della vaccinazione dipende non soltanto dal dovere di tutela della propria salute, ma anche da quello del perseguimento del bene comune. Coloro che, comunque, per motivi di coscienza, rifiutano i vaccini prodotti con linee cellulari procedenti da feti abortiti, dovrebbero fare in modo di non divenire veicoli di trasmissione del virus. In modo particolare, «essi devono evitare ogni rischio per la salute di coloro che non possono essere vaccinati per motivi clinici, o di altra natura, e che sono le persone più vulnerabili».
Infine, la Chiesa ha rivolto un appello all'industria farmaceutica e ai governi. Questi ultimi dovrebbero garantire che i vaccini, «efficaci e sicuri dal punto di vista sanitario, nonché eticamente accettabili, siano accessibili anche ai Paesi più poveri ed in modo non oneroso per loro». Questo evidenzia una preoccupazione globale per l'equità e la giustizia nella distribuzione delle risorse sanitarie.

Disinformazione e Bufale sui Vaccini e l'Uso di Feti Abortiti
Il contesto della ricerca scientifica e delle posizioni etiche è spesso offuscato da una vasta ondata di disinformazione. Una delle bufale più persistenti e diffuse riguarda proprio l'affermazione che i vaccini, inclusi quelli anti-COVID, siano sviluppati o contengano feti abortiti. Questa è diventata la "bufala del momento", che imperversa nel web e non solo. La bugia, sollevata a più riprese da no-vax & Co., sostiene che molti vaccini sono prodotti usando feti abortiti. Come se già questo non fosse incredibile, c'è di più: tali feti sarebbero ottenuti dalle case farmaceutiche in cambio di un compenso, sarebbero dunque acquistati. Questa vecchia e macabra storia è stata riciclata per i vaccini anti-COVID, in particolare per il vaccino di AstraZeneca, decontestualizzando le informazioni contenute nella documentazione del prodotto.
È assolutamente falso e inverosimile che ci siano donne che vengono ingravidate appositamente per poi "rubare" loro il feto, abortito ma vivo (una procedura tra l’altro scientificamente impossibile), e usato per sviluppare i vaccini. La verità scientifica è ben diversa e si basa sull'utilizzo di linee cellulari.
Un esempio emblematico è l'utilizzo delle cellule HEK 293 (Human Embryonic Kidney 293). Per ottenere grandi quantità del virus del raffreddore, fondamentale per produrre i vaccini, è necessario introdurlo all'interno di cellule, affinché possa replicarsi, come documentato da Dicks et al. nel 2012. Le cellule utilizzate da aziende come AstraZeneca sono conosciute con il nome di HEK 293, che in italiano si traduce in cellule renali embrionali umane 293. Queste non sono cellule recenti; sono state ottenute nel 1973 da Frank Graham nel laboratorio del professor Alex van der Eb, presso l'Università di Leiden, in Olanda. Fin dalla loro origine, le HEK 293 rappresentano una linea cellulare ampiamente utilizzata nella ricerca biomedica.
È importante chiarire che le HEK 293 non sono le uniche linee cellulari esistenti. Ve ne sono molte altre, diverse per il tessuto di partenza da cui sono state isolate, come cellule tumorali, nervose o connettive, come descritto da Walz & Young nel 2019. La scelta di quale linea cellulare utilizzare dipende strettamente dalle esigenze specifiche della ricerca. Tali linee cellulari sono adoperate in molti ambiti, dalle biotecnologie - come quella premiata nel 2020 con il Nobel per la medicina, la Crispr/Cas9 - allo studio di malattie oncologiche, immunitarie e neurodegenerative, come evidenziato da Stepanenko & Dmitrenko nel 2015. Al giorno d'oggi, c'è, finalmente, un approccio molto più trasparente della scienza, il cui obiettivo è anche quello di creare una maggiore comprensione e consapevolezza dei suoi metodi.
L'Infodemia e Altre False Notizie sul COVID-19
A più di un anno dall’inizio della pandemia di Coronavirus, continuano a diffondersi fake news riguardo cure miracolose e rimedi naturali in grado di curare il COVID-19. Queste sono vere e proprie bufale che nel migliore dei casi non hanno conseguenze, nel peggiore sono decisamente pericolose. La maggior parte è diffusa da blogger e utenti social; a volte, però, le teorie vengono avanzate direttamente dai leader mondiali, sui quali le persone fanno affidamento per informazioni certe e sicure. La produzione di bufale, che è sempre stata fiorente, da due mesi è diventata una vera e propria infodemia. Il termine è stato portato alla ribalta dall'Organizzazione Mondiale della Sanità: deriva dall'inglese infodemic, a sua volta composto da information ed epidemic.
Non ci sono prove scientifiche che l'oleandro sia una cura miracolosa contro il Coronavirus: non ci sono infatti evidenze scientifiche che l'oleandrina, la sostanza che si ricava dalla pianta, sia efficace contro il COVID-19. La Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), sulla sua pagina anti-bufale “Dottore, ma è vero che…?” smentisce infatti la 'notizia' che dalla fine di agosto circolava negli Stati Uniti. Analogamente, nella ricerca di rimedi vecchi e nuovi contro il COVID-19, si parla ancora della possibilità che il collutorio sia utile contro il virus. Una teoria frutto dei risultati di uno studio condotto negli Stati Uniti e pubblicato sul Journal of Medical Virology a luglio di quest'anno, ma priva di conferme robuste per un utilizzo clinico.
Un'altra fake news riguarda i termoscanner: misurare la temperatura con un termoscanner, o termometro a infrarossi, potrebbe danneggiare la ghiandola pineale che si trova nel cervello. Ovviamente non c'è nulla di vero ed è solo l'ennesima fake news, come chiarisce Giada Savini nell'ultima scheda di “Dottore…”. Questi dispositivi misurano gli infrarossi, ma non li emettono, rendendo l'affermazione priva di fondamento scientifico.
È stato anche sostenuto che le persone colpite da tumore del polmone e della testa-collo potrebbero essere più resistenti all'infezione da SARS-CoV-2 rispetto alle persone sane. Così si apriva un comunicato stampa dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, che è stato rapidamente ripreso da molti media italiani. Sarebbe certamente una buona notizia se i risultati derivassero da una sperimentazione clinica e non da un’ipotesi interessante ma che ha necessariamente bisogno di conferme. A fare chiarezza sull'argomento è la nuova scheda di “Dottore…”.
I Carabinieri per la Tutela della Salute hanno anche agito contro la vendita illegale di presunti farmaci anti-COVID: altri 11 siti web che commercializzavano tali prodotti sono stati oscurati. I NAS, in stretta collaborazione con il Ministero della Salute, hanno dato esecuzione a ulteriori 11 provvedimenti d'inibizione all'accesso emessi dalla competente autorità amministrativa. Questi provvedimenti sono stati diretti nei confronti di altrettanti siti web collocati su server esteri e con riferimenti di gestori fittizi, sui quali venivano effettuate la pubblicità e l'offerta in vendita, anche in lingua italiana, di medicinali sottoposti a particolari restrizioni all'utilizzo clinico, come riferiscono i NAS in una nota.
Non sono letali, certo, ma la disinformazione può creare ugualmente gravi danni. Cosa c'è di più contagioso del Coronavirus? Le bufale che lo riguardano. Non esistono alimenti o bevande in grado di prevenire o curare il contagio. “La fantasia è tanto più robusta quanto più debole è il raziocinio”, scrisse Giambattista Vico. Lo dimostra la miriade di bufale che spuntano ogni giorno sul Coronavirus. Non c'è limite alla fantasia, e le fake news riguardano ogni aspetto del SARS-CoV-2: dalla sua origine, al modo in cui si trasmette, alle categorie indicate come immuni, fino agli accorgimenti per prevenire il contagio o curare la malattia.
Un esempio di collegamento fantasioso è quello con la tubercolosi. Il 24 marzo 1882, Robert Koch, celebre microbiologo tedesco, presentò alla Società tedesca di Fisiologia e Medicina i risultati del suo lavoro sul Mycobacterium tuberculosis, inquadrandolo, di fatto, quale agente eziologico della tubercolosi. Forse è proprio da qui che dovremmo partire per disinnescare l’ultima bufala mediatica esplosa sui social, che, per spiegare l’ampia diffusione del nuovo Coronavirus SARS-CoV-2, tira in ballo proprio la tubercolosi (TBC), senza alcuna base scientifica.
Un altro caso di disinformazione ha riguardato il farmaco giapponese Avigan. L'antivirale non ha alcuna evidenza di efficacia e sicurezza contro il Coronavirus, eppure in Italia è partita la sperimentazione sulla spinta dell'opinione pubblica. Negli ultimi cinquant'anni, in Italia, è accaduto ben tre volte che la sperimentazione di un farmaco non venisse avviata secondo criteri scientifici, ma solo per assecondare le pressioni dell'opinione pubblica. Tutti ricordiamo il caso Stamina (2013) e le vicende del metodo Di Bella (1998) e del siero Bonifacio (1970). Oggi, in piena emergenza Coronavirus, la cosa sta per succedere di nuovo con il farmaco giapponese Avigan? Il medicinale è stato testato in vitro anche per COVID-19, ma i dati sono insufficienti per giustificare un utilizzo esteso.
Anche l'origine del virus è stata oggetto di molte speculazioni: da più di tre mesi il mondo combatte la sua battaglia contro il nuovo Coronavirus, ma conosciamo ancora pochissimo del nostro nemico: non sappiamo neppure da dove viene. In una prima fase sembrava assodato che la scintilla fosse partita dal mercato del pesce di Wuhan, poi le teorie, più o meno fantasiose, si sono moltiplicate, e al momento abbiamo una versione ufficiale e, fondamentalmente, tre ipotesi. Quale di queste teorie è quella vera? Non c'è un consenso unanime sulla questione.
Il Coronavirus è democratico o nazista? L'esercito degli immuni, secondo le fake news, comprende bambini, extracomunitari e chi vive in nazioni dal clima secco. C'è chi sostiene che il Coronavirus sia democratico, perché colpisce persone di tutte le nazioni e tutte le etnie, maschi e femmine, giovani e vecchi, ricchi e poveri. Altri, come Camillo Langone sul Foglio, lo ritengono “nazi-darwinista”, nonché sessista e classista. C'è del vero in entrambi i pareri, ma sicuramente il requisito di far parte della razza umana (degli animali parleremo un'altra volta) è più che sufficiente per essere soggetti al contagio. Gli animali domestici, in questi difficili mesi di quarantena, ci donano gioia e benessere, ma il dubbio è: anche loro possono ammalarsi di COVID-19 e trasmettere la malattia agli esseri umani? “Si può conoscere il cuore d'un uomo già dal modo in cui egli tratta le bestie”, scrisse Immanuel Kant nelle sue Lezioni di etica, ma la scienza è ancora al lavoro per chiarire i dettagli della trasmissione tra specie.

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