La ricerca della felicità è un anelito universale, un desiderio intrinseco all'esperienza umana. Spesso, questo desiderio si intreccia con il concetto di fecondità, intesa non solo come capacità di generare nuova vita in senso biologico, ma anche come attitudine a produrre frutti in un senso più ampio e profondo. La connessione tra queste due dimensioni è più antica e radicata di quanto si possa immaginare, affondando le sue radici nell'etimologia stessa delle parole e nelle prime intuizioni dell'umanità.

L'Etimologia di "Felice": Un Ponte tra Fertilità e Appagamento
Secondo l'etimologia corrente, la parola "felice" continua il latino felix/felīce(m), un termine corradicale di fecŭndus, che significa 'fecondo, fertile'. Questa connessione non è casuale: in origine, "felice" significava 'che produce frutti, fertile', da cui poi 'felice, propizio'. Questa prospettiva etimologica rivela un legame profondo tra la capacità di generare e quella di sperimentare la gioia.
Il termine "felice" si ricollega alla radice indoeuropea fē-, la cui forma originaria viene abitualmente ricostruita come dhē-. Questa radice è strettamente connessa all'azione di 'allattare' e di 'assumere il latte materno'. Si pensi al greco tithénē, 'nutrice', títthē, 'mammella', thẽlys, 'che nutre, femminile'. Da qui si hanno anche le successive lessicalizzazioni di femina, 'donna che allatta', e di felare, 'succhiare'.
Per quanto riguarda felix, va segnalato l'uso del tipico formante -ī-, per indicare il genere femminile, cui si aggiunge -c-, come nel caso di numerosi nomi femminili di nomi d’agente in -tor (si pensi a genitor genitrix). "Felice", in ogni caso, si mostra come un originario nome femminile per 'colei che allatta', poi esteso al genere non solo femminile di 'colui/colei che assume il latte succhiando il seno'. Felix è in definitiva la femmina che, tramite l’allattamento, dona felicità alla creatura che allatta, ed è anche, contemporaneamente, la creatura che fela, cioè che succhia il latte al seno materno.

Questo non deve stupire: felix assume, nel lessico di tipo religioso, il valore di 'propizio', come testimoniato dalle felicia exta, le viscere che contengono auguri favorevoli (Tibullo II 1, 25), dalla felix hostia, la vittima del sacrificio che propizia azioni benevoli degli dèi (Virgilio, Georg. I 346) o dall'uso di felix come attributo della divinità invocata affinché esaudisca i desideri degli uomini (Virg., Ecl. 5, 65). La radice comune evidenzia come la capacità di generare, di nutrire, di far fiorire, sia stata percepita fin dai tempi antichi come una fonte primaria di benessere e di auspicio positivo.
L'Origine del Sacro: Una Prospettiva sulla Grande Dea e la Fecondità
È interessante notare che la stessa origine del nome di Dio (latino deus, imparentato con il greco theós, da cui Zeus), è collegata alla radice indoeuropea in questione e sembra pertanto riferirsi alla Grande Dea delle società pre-neolitiche. Il nome dell'essere supremo, del 'dio padre', risale cioè a un periodo in cui il concetto di paternità nemmeno esisteva.
Prima del Neolitico, non eravamo in grado di stabilire alcuna correlazione tra atto sessuale e procreazione. Anzitutto, la distanza di nove mesi tra la causa e l'effetto rendeva difficilmente collegabili i due eventi. Tali eventi, inoltre, sono totalmente diversi, sia nel loro carattere fisico e psicologico che in quanto manifestazioni sociali: l'accoppiamento è legato a un piacere intenso mentre il parto a un evento doloroso e drammatico; l'accoppiamento riguarda una coppia mentre il parto solo la donna; l'accoppiamento è volontario e ripetibile mentre il parto "succede"; l'accoppiamento riguarda la coppia stessa e solo quella, mentre il parto richiede la presenza di un'altra donna che non ha niente a che fare con l'accoppiamento.
Difficilmente nelle comunità del Paleolitico si sarebbe potuta cogliere una relazione tra le due cose: le due sole relazioni di causa ed effetto a portata immediata riguardavano esclusivamente la donna ed escludevano l'uomo: l'interruzione del ciclo mestruale mensile e la relazione tra gravidanza e parto. Che la gravidanza fosse oggetto di straordinaria attenzione già nel Paleolitico è dimostrato dalle famose "veneri" diffuse in tutta Europa: si tratta di statuette e raffigurazioni nelle quali si accentuano soprattutto gli attributi materni, di madre prolifica o di puerpera, vale a dire, anche in questo caso, dell'allattatrice.
Successivamente, la forma femminile del nome di dio fu resa maschile attraverso un accostamento con i nomi dello 'zio' (greco theîos), in quanto, prima di comprendere il nesso tra attività sessuale e procreazione, quando ancora non si pensava che esistesse un padre alle origini della vita, lo zio materno era considerato il maschio che doveva proteggere il figlio, in quanto era la persona più vicina alla femmina che lo aveva generato. Questa evoluzione linguistica e concettuale sottolinea l'importanza primordiale della figura femminile e della sua capacità generativa nella comprensione del sacro e della vita stessa.

La Fecondità oltre la Fertilità: Una Scelta di Vita Costante
La tradizione biblica ha consegnato alla coppia, fin dalle origini, il mandato di "moltiplicatevi", un invito alla fecondità che ancora oggi abita i desideri e i progetti di fidanzati e sposi. Tuttavia, si rischia di confondere la fecondità con la fertilità, pensando che senza quest'ultima non sia possibile la prima, e che si debba quindi rassegnarsi. La fertilità è determinata dalla natura, mentre la fecondità è una scelta della coppia e, quindi, sempre possibile.
Certo, la forma più evidente e comprensibile di fecondità è quella che nasce dalla fertilità: il frutto è un figlio. Niente di più facile da capire. Eppure, per essere fecondi non basta generare nella carne; siamo chiamati a dare alla luce, a dare la vita ogni giorno, che è molto altro. Anche nell'adozione e nell'affido una coppia è chiamata a dare la vita, a generare amore e cura.
La fecondità è una scelta anche nel senso che va rinnovata nel tempo, non è una cosa fatta una volta per sempre. Innanzitutto, il primo frutto di una coppia feconda è il NOI, è la crescita dell'altro e della relazione, l'amore reciproco. Sembra poco, ma è tutto. Come nella trinità l'amore è generativo in ogni momento, così gli sposi cristiani sono chiamati alla generazione e alla fecondità in ogni momento. È proprio lì: la fecondità nasce quando si resta, si resta nel proprio presente. Questo non significa chiudersi e implodere, ma non evadere verso sogni di gloria lontani dalla propria storia, magari anche in una missione africana, ma lontana dalla propria “chiesa domestica”.
Corso Fidanzati (F2) - Amore e fecondità - Fecondità: spontaneità, caso o progetto?
Giovanni e Maria Rosaria, sposi e genitori di due figli, sono un esempio di questa fecondità intesa in senso ampio. Ingegnere lui, insegnante lei, entrambi consulenti familiari, collaborano al progetto Misterogrande e alle attività che i francescani propongono per fidanzati e giovani coppie di sposi. Insieme a loro hanno dato vita al ritiro “Conta le stelle” per coppie alle prese con l’infertilità. Insieme hanno pubblicato “Un rapper alieno è atterrato nella nostra famiglia. Diario sincero di un’adozione internazionale.” Tau editrice, 2017 e “E voi, ancora niente figli? Al di là della fertilità, la chiamata di ogni coppia alla fecondità, S.”
Figli e Felicità: Una Prospettiva più Ampia
Si è soliti pensare che "quando ci si sposa si vive l’uno per l’altra, ma quando nascono i figli si fa tutto in funzione della loro felicità. Si è felici se i figli sono felici". Questa affermazione, sebbene comprensibile, può essere fuorviante. I figli non sono una garanzia di felicità per una coppia. Un figlio è l’espressione più grande della fecondità di una coppia, certamente, ma non è l’unica.
Si è fecondi se si è capaci di generare vita, nel senso più ampio del termine. Qualche anno fa, al funerale di un amico che, pur non avendo avuto figli, aveva vissuto un matrimonio molto fecondo, le centinaia di ragazzi, molti dei quali suoi studenti, che affollavano la chiesa e che lo consideravano da sempre come un padre, erano la testimonianza più bella di quanto la sua esistenza avesse generato vita.
L’amore di coppia può renderci felici. E i figli possono avere e spesso hanno una parte importante in questa felicità. Allora sì che potremo dire che avremo generato vita. Ma la generazione di vita non si limita alla procreazione biologica. Include la capacità di nutrire relazioni significative, di sostenere gli altri, di contribuire alla crescita della comunità in cui si vive.

La Vocazione alla Cura: Un'Espressione di Fecondità
La cura delle persone, l'ascolto, l'affiancamento, l'aiuto, il vederle fiorire e rifiorire, sono tutte espressioni di fecondità. Uno psicologo, sessuologo ed educatore che si prende cura degli adolescenti, che riceve per appuntamento a Trapani e Palermo, o online per chi risiede in altre città, incarna questa vocazione. La sua attività, sebbene non direttamente legata alla procreazione, genera vita e benessere nella società. Questo è un esempio di come la fecondità possa manifestarsi in innumerevoli modi, tutti ugualmente validi e significativi.
La felicità, in questa prospettiva, non è il raggiungimento di un risultato, ma un processo continuo di generazione e di apertura alla vita in tutte le sue forme. "Felice non è chi raggiunge un risultato", ha spiegato una monaca ad un gruppo di giovani universitari. Non è facile capire cosa voglia dire essere felici. L'etimologia ci aiuta, ricordandoci che "felice" è l'italiano del latino felix, che deriva dal verbo inusitato feo, greco phyo, "produco", per cui ha il significato di fecondo (phusis è la natura). In poesia si dice, infatti, arbor felix = albero fruttifero. Nella toponomastica sono note le regioni che portano tale aggettivazione: Arabia felix o Campania felix = fertile, feconda.
Questa comprensione più ampia della fecondità ci invita a riflettere sul significato profondo della nostra esistenza e sulla nostra capacità di generare vita, amore e significato, al di là delle aspettative sociali e delle definizioni restrittive.
