Femminismo moderno e diritto all'aborto: analisi, storia e dibattito contemporaneo

Il dibattito sull’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) rappresenta oggi uno dei nodi cruciali del femminismo contemporaneo, un terreno di scontro dove si intrecciano diritti riproduttivi, sovranità corporea e tensioni tra le istituzioni dello Stato-nazione e le istanze dei movimenti dal basso. Nell’agenda dello sciopero globale transfemminista dell’8 marzo, la questione dell’aborto libero, sicuro e gratuito rimane una priorità, evidenziando come ciò che sembrava una conquista consolidata sia, al contrario, costantemente esposto a rischi di erosione.

Manifestazione femminista per il diritto all'aborto e la libertà di scelta

Una prospettiva storica: il mito della metastoricità

Generalmente, l’aborto procurato viene inscritto in un quadro di valori netti, di orientamenti e principi religiosi ed etico-filosofici immutabili, astorici, universali e assoluti. È diffusa la convinzione che appartenga a una dimensione metastorica, una percezione alimentata dall’inappellabile e totale condanna che negli ultimi decenni è divenuta una pietra angolare del discorso pubblico vaticano.

Tuttavia, studiare la storia dell’aborto significa comprendere che esso è un prodotto storico stratificato. È necessario guardare alla svolta tardo-settecentesca, quando al «non nato» vennero progressivamente assegnati i caratteri di «persona»: un’individualità distinta vivente nel grembo materno alla quale furono riconosciuti attributi di cittadinanza. L’Ottocento fu il secolo in cui il disciplinamento della nascita, anche all’interno del pensiero cattolico, si fece più esplicito, trasformando il corpo riproduttivo delle donne in un simbolo della nazione, una costruzione politica e culturale in cui il destino biologico femminile veniva piegato agli interessi dello Stato-nazione.

Il Codice Rocco e il fascismo: la rottura del 1978

In Italia, la codificazione del reato d’aborto trovò la sua massima espressione nel Codice penale Rocco, promulgato nel 1930. Qui, l’oggetto giuridico del reato d’aborto procurato divenne esplicitamente l’interesse dello Stato, sotto il Titolo X, «Dei delitti contro la integrità e la sanità della stirpe». La frattura portata dalla nascita della Repubblica e dalla Costituzione non ha immediatamente scalfito questa eredità, poiché il Codice rimase in vigore fino alla legge del 22 maggio 1978, n. 194.

Il processo di depenalizzazione che ha attraversato l'Occidente negli anni Settanta - con il Regno Unito nel 1967, gli Stati Uniti nel 1973 e la Francia nel 1975 - ha trovato in Italia una risposta peculiare: la legge 194 non si fonda sul diritto all’autodeterminazione riproduttiva in quanto tale, bensì sulla tutela del diritto alla salute, in seguito alla sentenza della Corte costituzionale n. 27 del 1975. In quell'occasione, la Corte riconobbe che l’interesse costituzionalmente protetto del concepito entrava in collisione con altri beni tutelati, primo fra tutti la salute della madre.

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L’autorganizzazione e il ruolo dei consultori

Prima e dopo la legge, l’autorganizzazione dal basso ha rappresentato l’elemento portatore di riforme e rotture. Il Cisa (Centro informazioni sulla sterilizzazione e sull’aborto), fondato nel 1973 da Adele Faccio e Guido Tassinari, ha giocato un ruolo cruciale, sfidando la legge tramite la disobbedienza civile. Allo stesso modo, le esperienze dei consultori autogestiti femministi (a Milano, Padova, Venezia, Roma) sono state decisive nel diffondere strumenti di consapevolezza sessuale, affrontando, direttamente, anche i problemi delle interruzioni di gravidanza clandestine.

Le donne, in questo scenario, non sono mai state soggetti inermi, ma attrici di un conflitto incessante che ha scardinato la dicotomia tra professionista e «mammana». Le lotte femministe degli anni Settanta hanno reso il privato un fatto politico, ponendo la necessità di sottrarre il corpo femminile al controllo dello Stato e della Chiesa, rivendicando la maternità non come destino biologico, ma come una scelta cosciente.

Il XXI secolo: tra nuove restrizioni e avanzamenti medici

Oggi, l’idea che il diritto all’aborto sia un'acquisizione definitiva è smentita dalla realtà. La sentenza della Corte suprema statunitense «Dobbs v. Jackson» nel 2022, che ha ribaltato «Roe v. Wade», e le vicende polacche tra il 2016 e il 2018, dimostrano che il diritto all’aborto è sempre oggetto di conflitti e vittima di clamorosi arretramenti.

In Italia, il dibattito si è spostato sulla pillola RU486, la cui diffusione - dopo le polemiche del 2008 - rimane ancora ostacolata da una pratica clinica talvolta reticente. Nel 2020, l’emanazione delle «Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine» ha facilitato l'accesso all'aborto farmacologico, consentendone la somministrazione senza pernottamento. Eppure, le pressioni dei movimenti pro-vita non accennano a diminuire.

L’attualità della minaccia e le proposte restrittive

Nell'attuale scenario politico, le proposte di legge per modificare l’art. 1 del codice civile, anticipando la capacità giuridica al momento del concepimento, rappresentano una minaccia seria all’autodeterminazione. Inserire le associazioni pro-vita nei consultori o obbligare le donne all’ascolto del battito fetale non sono misure volte alla «consapevolezza», ma strumenti di stigmatizzazione che mirano a colpevolizzare le donne.

Tali restrizioni non sono solo una questione etica, ma hanno conseguenze tangibili sulla salute fisica e psicosociale delle donne, spingendole verso l'aborto clandestino o il cosiddetto «turismo medico». Inoltre, l’assenza di opzioni abortive accessibili accresce il divario di genere e la disparità socioeconomica, limitando le traiettorie educative e professionali delle donne che si trovano costrette a sostenere gravidanze non desiderate.

La dimensione politica dell'aborto

La battaglia per l’aborto è, in sostanza, una lotta contro la sottomissione giuridico-politica femminile. Come ribadito da figure storiche e attiviste, finché la maternità sarà trattata come un dovere imposto dai padri, la libertà individuale rimarrà una concessione precaria. La singolarità di ogni essere e il diritto al desiderio, conquistati durante le lotte del Sessantotto, sono stati il motore di un cambiamento che oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, deve essere riaffermato quotidianamente contro le tendenze conservatrici che vorrebbero riportare indietro l'orologio della storia.

La sfida rimane quella di garantire che il diritto all'aborto non sia un diritto astratto, bensì una realtà concreta, sostenuta da strutture sanitarie efficienti e da una cultura che ponga al centro l'autonomia della gestante, sottraendola finalmente al ruolo di «utero» assegnatole dal sistema patriarcale. Il confronto è aperto: tra chi vorrebbe sacralizzare la vita nascente a discapito della dignità di chi la porta, e chi sostiene che la vita di una donna, con i suoi sogni, la sua salute e la sua autodeterminazione, sia l'unico valore indiscutibile su cui costruire una società equa e libera da ingerenze indebite.

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