L'Europa è da decenni al centro di profonde trasformazioni demografiche che ridefiniscono il suo tessuto sociale ed economico. Una delle tendenze più marcate è il costante calo dei tassi di natalità, accompagnato da un progressivo invecchiamento della popolazione. In questo scenario, l'immigrazione emerge non solo come un fattore di crescita demografica, ma anche come un elemento che contribuisce a mitigare gli effetti di un declino altrimenti più marcato. Le donne in Europa fanno sempre meno figli, e le primipare sono sempre più attempate. Tra percorsi di studio che le impegnano per periodi più lunghi, costi in continua crescita per la cura dell’infanzia e la scienza che permette di protrarre i limiti dell’età fertile, diventare madri non ha più le stesse caratteristiche del passato. Questa dinamica è un tema di discussione e analisi costante, con implicazioni che vanno ben oltre i semplici numeri, influenzando la crescita economica, la sostenibilità dei sistemi previdenziali e assistenziali e la composizione culturale del continente.
Il Contesto Demografico Europeo: Un Declino Inesorabile della Natalità
Il quadro della situazione attuale, delineato dagli ultimi dati di Eurostat, mostra per tutto il continente picchi negativi delle nascite, tassi di fertilità totali in calo e l’aumento dell’età di quante partoriscono per la prima volta. Non si tratta certo di tendenze sconosciute; la direzione verso cui vanno queste linee di evoluzione è più o meno la stessa da almeno sessant’anni. Tuttavia, si rinnovano ancora una volta gli estremi raggiunti, evidenziando una crisi demografica che si acuisce.
Dati Eurostat e Tassi di Fecondità Storici
Stando ai numeri dell’ufficio statistico europeo, nel 2023 i nati entro i confini dell’Unione sono stati tre milioni e 667 mila. Questo rappresenta un minimo storico al quale si affianca un tasso di fertilità continentale di 1,38 nati per donna, un'altra cifra mai così bassa. Nel 2024, nell’Unione Europea sono nati meno bambini, il tasso di fecondità totale è calato ancora - raggiungendo il dato più basso di sempre - attestandosi a 1,34 nati vivi per donna. Questa è la media tra i 27 Paesi, dal picco della Bulgaria (1,81) al punto inferiore di Malta (1,06).
È innegabile l’andamento discendente della curva delle nascite a partire dagli anni ’60, da quando, cioè, vengono raccolte stime comparabili: oggi nascono due volte meno bambini di sessant’anni fa. Si continua, poi, ad allontanare l’apice registrato nel ’64, quando i neonati europei erano stati 6,8 milioni. Tra il 2023 e il 2024, il tasso di fecondità totale è diminuito in 24 Paesi UE, mentre è rimasto stabile in Lussemburgo e Paesi Bassi ed è aumentato solo in Slovenia, dello 0,01. Oggi tutti i Paesi, anche quelli con valori più alti, sono molto distanti dalla soglia del 2,1, considerato il livello di sostituzione, ovvero il numero medio di nati vivi per donna necessario per mantenere costante la popolazione in assenza di migrazione. In questi ultimi 50 anni, spiega Eurostat, i tassi di fecondità totale nei Paesi dell’UE si sono generalmente avvicinati: nel 1970, la differenza tra i tassi più alti e quelli più bassi era di circa 2 nati vivi per donna, mentre ora è 0,7. Anche Stati con welfare strutturati da decenni e storicamente attenti alle famiglie con figli, come la Francia o i Paesi scandinavi, hanno ora tassi di fecondità intorno all’1,5 (a volte anche molto sotto, come nel caso della Finlandia).

L'Identikit delle Madri Europee: Età e Posticipazione della Maternità
Il numero medio di figli per donna, per quanto chiave nel descrivere le tendenze, restituisce solo in parte il quadro generale di una popolazione dell’Unione europea che, se cresce, di poco e con chiare differenze nei vari Paesi, è grazie più all’impatto dell’immigrazione che ai nuovi nati. È utile, quindi, chiedersi chi sono le mamme in Europa. È facile, poi, scoprire come alcuni elementi le accomunano in tutto il continente. Alla tendenza diffusa ad avere meno figli, si accompagna, per esempio, l’aumento continuo dell’età delle madri. Questa è un’altra caratteristica che porta il 2023 ad essere un anno record. Nel 2001 in Europa le mamme avevano mediamente 29 anni, ma poco più di un ventennio dopo questa cifra è salita a 31,2. Nel 2024, l’età media delle donne al momento del parto nell’UE è continuata a crescere, passando a 31,3 anni.
Tocca inoltre il suo massimo anche l’età delle donne che partoriscono per la prima volta: la media attuale di 29,8 anni è aumentata di un anno esatto rispetto al 2013, quando si è iniziato a monitorare questo dato specifico. Guardando alle statistiche nazionali, nell’Unione europea le donne diventano mamme leggermente prima in Bulgaria (26,9 anni) e Romania (27,2 anni). Mentre, all’estremo opposto, sono più “anziane” quelle che vivono in Lussemburgo (31,6 anni), Italia e Irlanda (31,9 e 31,6 rispettivamente). In generale, in tutta Europa le donne hanno poi sempre meno figli da giovani. Tanto che se per decenni, dalla seconda metà del secolo scorso, la maggioranza dei bambini nascevano da madri sotto i trent’anni, a partire dalla metà degli anni ’70 questo numero è in crescita continua. Secondo le Nazioni Unite, dal 2015 sono soprattutto le ultratrentenni a dare alla luce il maggior numero di figli. Infatti, il tasso di fertilità massimo si registra nella fascia 30-34. Eurostat sottolinea anche che “mentre i tassi di fecondità per le donne sotto i 30 anni nell’UE sono diminuiti dal 2004, quelli per le donne di 30 anni e oltre sono aumentati. Nel 2004, il tasso di fecondità più alto tra tutti i gruppi di età era quello delle donne tra i 25 e i 29 anni. Nel 2024, il tasso di fecondità più alto è diventato quello delle donne tra i 30 e i 34 anni.” Questo cambiamento culturale rileva un significativo spostamento delle scelte riproduttive.
Tassi di Fecondità a Confronto: Le Specificità Nazionali
Molti paesi europei hanno registrato, per l'anno 2024, i tassi di natalità più bassi degli ultimi decenni, se non addirittura mai registrati. Mentre gli esperti affermano che per mantenere stabile la popolazione sono necessari 2,1 figli per donna, in diversi Paesi i numeri sono costantemente inferiori a 1,5.
- Germania: Il tasso di fertilità è sceso a 1,35, il livello più basso dal 1994 (1,24), dopo un periodo di recessione. L’Ufficio federale di statistica (Statistisches Bundesamt) afferma chiaramente che "l'immigrazione netta è stata l'unica causa della crescita della popolazione". Nonostante i numeri aggiunti dai migranti, la popolazione è cresciuta solo dello 0,1%, ovvero di 121.000 persone, lo scorso anno. In realtà, "sono morte più persone di quante ne siano nate". I dati mostrano anche un'enorme disparità tra gli stati tedeschi.
- Austria: La situazione è stata ancora più preoccupante nel 2024, con il Paese che ha registrato il tasso di natalità più basso mai registrato: 1,32 o 77.238 nuovi bambini, con un calo dello 0,5%.
- Italia: Con 166.000 nuovi arrivi, l'immigrazione ha rallentato il declino demografico, ma non abbastanza da impedirne una diminuzione. Il tasso di natalità nel 2024 ha toccato un nuovo minimo storico (1,18): ogni 1.000 persone sono nati solo sei bambini, mentre ne sono morti 11.
- Francia: Tradizionalmente una delle nazioni più fertili d'Europa, ha visto il tasso di fertilità nel 2024 pari a 1,62, il più basso dalla fine della Prima Guerra Mondiale, secondo l'INSEE. Negli ultimi 15 anni, la fertilità è diminuita di un quinto, appena quanto basta per mantenere un saldo nascite/morti positivo (+17.000).
- Spagna: Simile all'Italia, nel 2022 ha registrato un valore ancora più basso di 1,15 figli per donna. Il calo della fertilità è stato accompagnato da un aumento dell'età delle madri, con un incremento dell'8,5% delle madri di età pari o superiore a 40 anni negli ultimi dieci anni.
- Paesi Nordici: La Finlandia ha registrato un tasso di fertilità di 1,25 nel 2024, il peggiore da quando è iniziata la raccolta dati nel XVIII secolo. Anche la Svezia, con un tasso di 1,43, ha toccato il minimo storico.
- Ungheria e Polonia: Nonostante le recenti politiche volte ad aumentare la natalità, anche questi paesi rientrano nel club dei paesi a bassa fertilità per il 2024. La Polonia ha un tasso di natalità pari a 1,1, quasi dimezzato rispetto al 1990 (1,9). L'Ungheria ha registrato 77.500 nuovi nati, il numero più basso di sempre, e un tasso di natalità dell'1,38%, mai così basso dal 2014.
Questi dati mostrano una tendenza generalizzata, sebbene con variazioni tra i Paesi, verso una bassa fecondità, con l'età media delle madri in costante aumento.
Il Ruolo Cruciale dell'Immigrazione nella Dinamica Demografica Europea
Di fronte a queste tendenze negative della natalità, il ruolo dell'immigrazione nella crescita della popolazione europea diventa sempre più evidente e cruciale. L’Unione cresce più grazie all’immigrazione che ai nuovi nati. La migrazione non è solo un fenomeno di ricambio generazionale, ma anche un fattore che apporta una dinamica demografica diversa, sebbene con le proprie sfide e adattamenti.
L'Impatto dell'Immigrazione sulla Crescita Demografica Generale
L’identikit delle mamme europee rivela come la popolazione dell’Unione europea, se cresce, anche se di poco e con chiare differenze nei vari Paesi, è grazie più all’impatto dell’immigrazione che ai nuovi nati. L'Ufficio federale di statistica tedesco, ad esempio, afferma chiaramente che "l'immigrazione netta è stata l'unica causa della crescita della popolazione" nel Paese. Tuttavia, anche con l'apporto dei migranti, la crescita complessiva può rimanere contenuta, come dimostra la Germania con un aumento di popolazione di solo lo 0,1% lo scorso anno, dove "sono morte più persone di quante ne siano nate".
Anche l'Italia ha visto l'immigrazione rallentare il proprio declino demografico, sebbene non abbastanza da impedirne una diminuzione complessiva. La Spagna ha registrato un significativo aumento della popolazione nel primo decennio degli anni 2000, nonostante un tasso di fecondità molto basso; questo aumento è dovuto al massiccio flusso di immigrati, provenienti soprattutto dall’America latina, che ha portato il numero di immigrati presenti in Spagna da 900.000 nel 2000 a quasi 6 milioni nel 2009. L'Inghilterra e il Galles rappresentano una delle poche eccezioni in Europa con un aumento delle nascite nel 2021 (+0,6%), anche grazie a un sorprendente aumento dei bambini nati da padri con più di 60 anni (+14%). In questi paesi, la percentuale di bambini nati da genitori stranieri è stata significativamente elevata: il 40% in Inghilterra e quasi il 20% in Galles, con un forte aumento del 34% tra il 2023 e il 2024.
LEZIONE DI GEOGRAFIA (17/03/2020) - Demografia: popolazione europea e italiana.
Nascere da Genitori Stranieri o Misti: Un Dettaglio Rilevante
Tra i dati pubblicati da Eurostat ci sono anche quelli sui figli di madri straniere, ovvero nate non nel Paese di riferimento, ma in un altro Paese dell’UE o al di fuori dell’UE. I valori più alti si sono registrati in Lussemburgo (68%) e Cipro (42%), che però hanno caratteristiche particolari, mentre in Austria, Belgio, Spagna, Portogallo e Germania almeno un terzo dei bambini è nato da madri straniere.
Queste cifre, però, non devono far pensare che la migrazione sia la soluzione facile e rapida alla questione demografica. Un’esperta spiega che, per esempio, diversi Paesi africani hanno tassi di fecondità totale ancora molto più alti di quelli europei, ma che stanno comunque calando in maniera fortissima. Inoltre, una volta stabilitisi in Italia, le famiglie straniere risentono di tutti i limiti del nostro Paese che pesano già sulle scelte riproduttive delle famiglie italiane, a volte in maniera ancora più dura.
Nomi e Tradizioni: L'Integrazione Culturale attraverso le Scelte dei Genitori
I bambini stranieri nati da genitori residenti nel nostro Paese si chiamano prevalentemente Rayan, Adam, Amir, Liam, ma anche Matteo e Leonardo. Tra le bambine straniere, come tra le italiane, il primato spetta a Sofia, seguito da Sara e Amira. Le preferenze dei genitori stranieri si differenziano a seconda della cittadinanza. Considerando le quattro cittadinanze per maggior numero di nati da genitori entrambi stranieri, la tendenza a scegliere per i propri figli un nome diffuso nel Paese ospitante continua a essere più spiccata nella comunità rumena. Infatti, tra i nomi più frequenti dei nati rumeni ci sono Matteo, Luca e Leonardo, mentre per le bambine troviamo Sofia, Melissa ed Eva Maria. I genitori albanesi sono più orientati alla scelta di nomi del paese di origine quando si tratta dei figli maschi (prevalentemente Amar, Liam e Aron), meno nel caso delle figlie femmine (Luna, Emily e Amelia). Un comportamento legato alle tradizioni del Paese d’origine si riscontra tra i genitori del Marocco e del Bangladesh. I bambini marocchini si chiamano soprattutto Adam, Amir e Rayan; le bambine marocchine Amira, Sara e Nour. Queste scelte onomastiche riflettono un mix di desiderio di integrazione e mantenimento delle proprie radici culturali, un aspetto interessante del processo di integrazione.
Il Caso Italia: Un Quadro Complesso di Declino e Contributo Migratorio
L'Italia si posiziona tra i Paesi europei con le dinamiche demografiche più sfavorevoli, caratterizzata da minimi storici nella natalità e un invecchiamento progressivo della popolazione. Tuttavia, la presenza e il contributo delle comunità migranti rivestono un ruolo fondamentale nel tentativo di mitigare gli effetti di questo declino.
Natalità in Italia: Minimi Storici e Posticipazione delle Nascite
Nel 2024, l'Italia evidenzia una dinamica demografica per molti versi in continuità con quella dei recenti anni post-pandemici. Con 370mila nascite stimate, il 2024 segna una diminuzione del 2,6% rispetto al 2023, che aveva registrato 379.000 nati (-14.000 rispetto al 2022). Questo si traduce in un tasso di natalità del 6,3 per mille, contro il 6,4 per mille del 2023. Il tasso di fecondità è stimato in 1,18 figli per donna, sotto il valore osservato nel 2023 (1,20) e inferiore al precedente minimo storico di 1,19 figli per donna registrato nel 1995.
Dopo il boom delle nascite degli anni ’60, il tasso di fecondità è andato progressivamente calando, avvicinandosi, intorno al 1995-2000, alla soglia di un figlio per donna. Grazie al contributo delle immigrate, è risalito nel periodo successivo, raggiungendo l’1,44 nel 2010. In seguito, si è aperta una nuova fase di declino, fino ad arrivare al 2023 in cui il numero medio di figli per donna si è portato vicino al minimo storico, attestandosi a 1,2.Accanto alla riduzione della fecondità, nel 2024 continua a crescere l’età media al parto, che si attesta a 32,6 anni (+0,1 in decimi di anno sul 2023). L’età media più alta alla nascita del primo figlio si registra in Italia, con 31,9 anni. Il fenomeno della posticipazione delle nascite è di significativo impatto sulla riduzione generale della fecondità, poiché più si ritardano le scelte di maternità più si riduce l’arco temporale a disposizione delle potenziali madri per la realizzazione dei progetti familiari. L’aumento dell’età media al parto si registra in tutto il territorio nazionale, con il Nord e il Centro che continuano a registrare il valore più elevato: rispettivamente 32,7 e 33,0 anni, contro 32,3 anni del Mezzogiorno. Il calo delle nascite, oltre ad essere determinato dall’ulteriore calo della fecondità, è causato dalla riduzione nel numero dei potenziali genitori, a sua volta risultato del calo del numero medio di figli per donna registrato nei loro anni di nascita.
La rilevanza dell’aspetto strutturale è ben evidente: considerando che la popolazione femminile nelle età convenzionalmente considerate riproduttive (15-49 anni) è passata da 14,3 milioni di unità al 1° gennaio 1995 a 11,4 milioni al 1° gennaio 2025. Gli uomini nella stessa fascia di età, pari a 14,5 milioni trenta anni fa, sono oggi circa 11,9 milioni. In tali condizioni, nel 1995, con una fecondità solo poco superiore a quella odierna di 1,18 figli per donna, le coppie misero comunque al mondo 526mila bambini, ossia 156mila in più di quelli nati nel 2024. Diminuiscono anche i matrimoni che, ormai da tempo, non rappresentano più un passaggio preliminare alla nascita di un figlio. Secondo i dati provvisori, nel 2024, i matrimoni sono 173mila, 11mila in meno sul 2023.
Il Contributo dei Migranti alla Natalità Italiana
Il numero dei nati da genitori in cui almeno uno dei partner è straniero è rimasto, nel 2024, sostanzialmente stazionario rispetto all’anno precedente. Queste nascite, che costituiscono il 21,8% del totale, sono infatti passate da 80.942 nel 2023 a 80.761. I nati di cittadinanza straniera, il 13,5% del totale, sono quasi 50mila, circa 1.500 in meno rispetto all’anno precedente.I nati da coppie miste (padre italiano e madre straniera oppure padre straniero e madre italiana) rappresentano l’8,1% del totale dei nati e registrano un lieve aumento sul 2023 (+2,3%), attestandosi a 30.168 unità (contro 29.495 dell’anno precedente). In particolare, l’aumento è dell’1,3% per i nati da coppie miste in cui è la madre a essere straniera e del 4,5% per i nati da padre straniero e madre italiana. I nati da genitori entrambi stranieri, che costituiscono il 13,7% del totale dei nati, sono nel 2024 pari a 50.593 (erano 51.447 nel 2023).La quota di nati da coppie in cui almeno un genitore è straniero è più elevata nel Centro-Nord, dove la presenza straniera è più stabile e radicata. Nel Nord la percentuale di nati da almeno un genitore straniero sul totale è pari nel 2024 al 30,6%, nel Centro è pari al 24%, quindi al di sopra del valore nazionale (21,8%). Restringendo l’analisi ai soli nati da genitori entrambi stranieri, la geografia rimane analoga. Le quote dei nati stranieri, nel 2024, sono pari al 19,1% nel Nord e al 15,3% nel Centro.Per il complesso dei nati con almeno un genitore straniero, al primo posto ci sono i nati da coppie in cui almeno uno dei genitori è rumeno (10.532 nati nel 2024), seguono quelli con almeno un genitore marocchino (9.448) e albanese (9.115). In riferimento a queste tre cittadinanze, mediamente, circa il 60% dei genitori sono entrambi stranieri, il 40% sono in coppia mista. In particolare, esaminando le singole cittadinanze, la quota più elevata di nati da genitori entrambi stranieri sul totale dei nati con almeno un genitore straniero si osserva per la cittadinanza nigeriana (91,1% dei casi). Con riferimento alla quota di nati in coppia mista, la percentuale più alta si registra per la cittadinanza ucraina (52,9%, di cui il 48,0% composta da madre ucraina e padre italiano).

Mobilità Residenziale e Acquisizione della Cittadinanza: Altri Fattori
Al 31 dicembre 2024 la popolazione residente in Italia conta 58 milioni 934mila individui (dati provvisori), in calo di 37mila unità rispetto alla stessa data dell’anno precedente. Questo calo di popolazione non coinvolge in modo generalizzato tutte le aree del Paese. Mentre nel Nord la popolazione aumenta dell’1,6 per mille, il Centro e il Mezzogiorno registrano variazioni negative rispettivamente pari a -0,6 per mille e a -3,8 per mille. Nelle Aree interne del Paese si osserva una perdita di popolazione più intensa rispetto ai Centri (-2,4 per mille, contro -0,1 per mille), con un picco negativo per le Aree interne del Mezzogiorno (-4,7 per mille).
Le immigrazioni dall’estero, 435mila, per quanto inferiori di circa 5mila unità rispetto al 2023, si mantengono sostenute. Le emigrazioni per l’estero ammontano a loro volta a 191mila, in sensibile aumento sul 2023 (+33mila). Il saldo migratorio netto con l’estero è dunque pari a +244mila, riuscendo in ampia parte a compensare il deficit dovuto alla dinamica naturale.Al 1° gennaio 2025 la popolazione residente di cittadinanza straniera è composta da 5 milioni e 422mila unità, in aumento di 169mila individui (+3,2%) sull’anno precedente, con un’incidenza sulla popolazione totale del 9,2%. Il 58,3% degli stranieri, pari a 3 milioni 159mila individui, risiede al Nord, con un’incidenza sul totale della popolazione residente nel Nord pari all’11,5%. Altrettanto attrattivo per gli stranieri è il Centro, dove risiedono un milione 322mila individui (24,4% del totale) con un’incidenza dell’11,3%. Più contenuta è la presenza di residenti stranieri nel Mezzogiorno, 941mila unità (17,3%), dove rappresentano appena il 4,8% della popolazione residente totale.
Diminuisce ancora la popolazione di cittadinanza italiana (53 milioni 512mila unità), 206mila in meno rispetto al 1° gennaio 2024 (-3,8 per mille). La variazione negativa, che si osserva in tutte le ripartizioni, raggiunge il massimo nel Mezzogiorno, con 131mila italiani residenti in meno (-6,9 per mille). Nel 2024 ben 217mila cittadini stranieri hanno acquisito la cittadinanza italiana, dato in crescita rispetto all’anno precedente (poco meno di 214mila). Le tre cittadinanze di origine che risultano avere il peso maggiore sono quella albanese (31mila acquisizioni), la marocchina (27mila acquisizioni) e la rumena (circa 15mila acquisizioni) che, rispetto al 2023, rimpiazza quella argentina in terza posizione. Il 64% delle acquisizioni di cittadinanza italiana si deve a nove collettività.
Speranza di Vita e Invecchiamento della Popolazione
Insieme a un calo contenuto della popolazione residente, l'Italia continua a invecchiare, con la conferma di una dinamica naturale fortemente negativa, i cui effetti vengono attenuati da una dinamica migratoria più che positiva.Nel 2024, il calo dei decessi (651mila), il 3,1% in meno sul 2023, è un dato più in linea con i livelli pre-pandemici che con quelli del triennio 2020-22. In rapporto al numero di residenti sono deceduti 11 individui ogni 1.000 abitanti, contro gli 11,4 dell’anno precedente. Un numero così basso di decessi non si registrava dal 2019.Il calo dei decessi si traduce in un guadagno di vita rispetto al 2023 di circa cinque mesi sia per gli uomini sia per le donne. La speranza di vita alla nascita nel 2024 è stimata in 81,4 anni per gli uomini e in 85,5 anni per le donne (+0,4 in decimi di anno), valori superiori a quelli del 2019. Il difficile periodo legato alla pandemia sembra essere ormai superato come evidenzia una sopravvivenza che torna a registrare incrementi significativi.Il declino demografico si accompagna a un graduale processo di invecchiamento della popolazione: nel 2023 gli over 65 rappresentano quasi un quarto della popolazione. Al 1° gennaio 2025 si stima un’età media della popolazione residente di 46,8 anni, in crescita rispetto agli anni precedenti.
Panoramica Regionale e Mediterranea: Eterogeneità e Sviluppi Comparati
Le dinamiche demografiche non sono uniformi, né all'interno di un singolo paese come l'Italia, né a livello internazionale, specialmente se si considera l'ampia e variegata regione mediterranea. Le differenze locali e le tendenze globali offrono una prospettiva più completa sul futuro demografico.
Disparità Regionali della Fecondità e dell'Invecchiamento in Italia
La contrazione della fecondità riguarda in particolar modo il Nord e il Mezzogiorno. Infatti, mentre nel Centro il numero medio di figli per donna si mantiene stabile (pari a 1,12), nel Nord scende a 1,19 (da 1,21 del 2023) e nel Mezzogiorno a 1,20 (da 1,24). Quest’ultima ripartizione geografica detiene una fecondità relativamente più elevata, ma sperimenta la flessione maggiore.Il primato della fecondità più elevata continua a essere detenuto dal Trentino-Alto Adige, con un numero medio di figli per donna pari a 1,39 nel 2024, comunque in diminuzione rispetto al 2023 (1,43). Seguono Sicilia e Campania. Per la prima, il numero medio di figli per donna scende a 1,27 (contro 1,32 del 2023), mentre in Campania la fecondità passa da 1,29 a 1,26. La Sardegna si conferma la regione con la fecondità più bassa: nel 2024, il numero medio di figli per donna è pari a 0,91, stabile rispetto al 2023. Tra le regioni con i valori più bassi di fecondità figurano il Molise (1,04), la Valle d’Aosta (che sperimenta la flessione maggiore, da 1,17 a 1,05) e la Basilicata (1,09, stabile sul 2023). Basilicata, Sardegna e Molise sono anche le regioni con il calendario riproduttivo più posticipato, dopo il Lazio (33,3 anni): nelle prime due l’età media al parto è pari a 33,2 anni, per il Molise è uguale a 33,1.Nel quadro di una fecondità bassa e tardiva, diffusa in tutto il Paese, con differenze tra le ripartizioni geografiche sempre più lievi, si evidenziano ancora condizioni di eterogeneità. Solo le regioni del Mezzogiorno, con l’eccezione della Calabria, raggiungono il proprio minimo storico nel 2024. Nelle regioni del Centro-Nord, livelli più bassi di fecondità di quelli attuali si erano già registrati tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta.Tra le province, quella in cui si registra il più alto numero medio di figli per donna è la Provincia Autonoma di Bolzano (1,51 contro 1,57 del 2023). Seguono le province calabresi di Crotone (1,36) e Reggio Calabria (1,34) e quelle siciliane di Ragusa, Agrigento (entrambe 1,34) e Catania (1,33). Le province sarde sono quelle in cui si osserva la fecondità più bassa, per tutte inferiore all’unità, da Cagliari, che registra un valore pari a 0,84 fino a Nuoro, con un tasso dello 0,98.
La Demografia nell'Area Mediterranea: Crescita, Fecondità e Mortalità Infantile
I fenomeni demografici sono aspetti rilevanti per tutte le questioni sociali, economiche e ambientali, e mostrano significative differenze tra e all'interno delle aree geografiche. L'area mediterranea presenta un quadro demografico eterogeneo.
- Crescita della popolazione: Alcuni dei Paesi più popolosi dell'area mediterranea, come l'Egitto e l'Algeria, hanno registrato crescite annuali della popolazione rispettivamente del +51,5% e +1,9% (nel periodo analizzato). La Turchia, invece, ha mostrato un forte rallentamento nel 2023 (solo +0,4% rispetto all'anno precedente).
- Tassi di fecondità totale: L'Egitto ha un tasso di fecondità di 3,38 figli per donna, mentre la Giordania registra 3,15. Per contro, i paesi europei dell'area mediterranea (come l'Italia con 1,24 nel 2022) hanno tassi ben al di sotto del livello di sostituzione.
- Speranza di vita alla nascita: Otto paesi dell'UE (con l'eccezione della Croazia) più Israele superano gli 80 anni di speranza di vita alla nascita. La Spagna, in particolare, ha una speranza di vita di 83,1 anni nel 2022. I paesi balcanici, la Turchia, la Tunisia e la Libia mostrano valori più bassi.
- Mortalità infantile: I tassi di mortalità infantile (per 1.000 nati vivi) sono molto bassi negli otto paesi dell'UE (con l'eccezione della Croazia), Israele, Slovenia e Cipro, dove sono inferiori a 3 per mille nati vivi. Al contrario, l'Egitto registra 16,9, il Marocco 16,4, l'Algeria 21,4 e la Turchia 8,8, evidenziando significative disparità nell'accesso e nella qualità delle cure sanitarie.
Questi dati comparativi sottolineano come il declino della natalità sia una caratteristica predominante nei paesi europei e che il divario demografico con alcune nazioni non-UE del Mediterraneo sia marcato, sebbene anche in queste ultime si osservino trend di calo della fecondità.

Le Implicazioni Socio-Economiche del Cambiamento Demografico
Il calo demografico e l'invecchiamento della popolazione hanno implicazioni rilevanti sulla crescita economica di tutte le maggiori economie, oltre che sulla sostenibilità dei sistemi di welfare. I fenomeni demografici sono, infatti, aspetti centrali per tutte le questioni sociali, economiche e ambientali.
L'Impatto sul Dividendo Demografico e sulla Crescita Economica
La transizione demografica ha effetti rilevanti sulla crescita dell’economia di lungo periodo e sulla sostenibilità dei sistemi previdenziali ed assistenziali. Il “dividendo demografico” si è, infatti, esaurito e l’impatto negativo è destinato ad accentuarsi nei prossimi decenni, soprattutto per l'Italia. Il processo in corso è esattamente opposto a quello che si era manifestato a partire dal dopoguerra, quando dinamiche demografiche favorevoli avevano contribuito alla rapida crescita dell’economia.
Per esaminare la relazione tra demografia e crescita economica nei Paesi esaminati, il tasso di crescita del Pil pro-capite è stato scomposto in tre componenti: produttività del lavoro, occupazione e struttura demografica (dividendo demografico). In Italia, il dividendo demografico ha fornito un contributo rilevante negli anni ’80, frutto dell’ingresso nel mercato del lavoro dei baby boomers; il contributo è, invece, negativo da circa un trentennio. Nei prossimi decenni l’impatto negativo della componente demografica è destinato ad accentuarsi, soprattutto per l'Italia. Ciò rappresenta una sfida importante, vista l’ampio e persistente divario negativo nella dinamica della produttività rispetto alle altre economie europee.
Anche in prospettiva, gli scenari demografici delineati per le maggiori economie europee sono più favorevoli rispetto all’Italia. In Italia e Spagna, caratterizzate da livelli più bassi, il tasso di fecondità dovrebbe registrare una lieve ripresa, passando da circa 1,2 figli per donna a circa 1,3 nel 2040 e 1,4 nel 2060; in entrambi i Paesi resterebbe comunque molto inferiore alla soglia di 2,1 figli per donna (il cosiddetto "livello di sostituzione"). Le previsioni sulla speranza di vita evidenziano un trend in continua crescita per tutti i Paesi esaminati, con aumenti di 4-6 anni nei prossimi 40 anni.
Sfide per i Sistemi Previdenziali e Assistenziali
Con una popolazione che invecchia e meno giovani che entrano nel mercato del lavoro, i sistemi previdenziali e assistenziali si trovano sotto una pressione crescente. Meno lavoratori attivi per sostenere un numero sempre maggiore di pensionati e di persone che necessitano di assistenza significa una maggiore richiesta di risorse e una potenziale insostenibilità a lungo termine. La "nuova ondata di padri ultrasessantenni, appartenenti alla generazione del baby boom," potrebbe offrire un parziale e temporaneo sollievo, ma non può salvare il continente da sola.
La sfida è particolarmente acuta in Paesi come l'Italia e la Spagna, che presentano le dinamiche più sfavorevoli della natalità e sono "fanalino di coda" in Europa. Negli ultimi 20 anni, l’andamento del tasso di fecondità dei due Paesi è risultato molto simile: da livelli di poco superiori alla soglia di 1 figlio per donna (1,25) ad inizio anni 2000, il tasso di fecondità è risalito fino a 1,45 circa intorno al 2008-2009; entrambi i Paesi hanno poi sperimentato una fase di declino, fino ad arrivare nel 2022 a un numero medio di figli per donna vicino al minimo storico.
Politiche di Sostegno alla Famiglia e le Loro Sfide
Nonostante le politiche volte a incentivare la natalità, come quelle implementate in Ungheria e Polonia, i risultati non sempre sono all'altezza delle aspettative. L'Ungheria, ad esempio, ha registrato 77.500 nuovi nati lo scorso anno, il numero più basso di sempre, oltre a un tasso di natalità dell'1,38%, mai così basso dal 2014. Ciò suggerisce che affrontare il calo della fertilità richiede più di semplici incentivi economici; un cambiamento culturale e strutturale è necessario per invertire queste tendenze. La demografa dell’Università di Padova ha evidenziato un “cambiamento culturale rilevante” in atto, che incide sulle decisioni riproduttive anche in Paesi con sistemi di welfare robusti.