La procreazione medicalmente assistita (PMA) rappresenta un campo della medicina che ha rivoluzionato le possibilità per molte coppie di realizzare il desiderio di genitorialità, offrendo speranza dove un tempo vi era solo disillusione. Tuttavia, parallelamente ai suoi straordinari successi scientifici e clinici, la PMA è anche un terreno fertile per discussioni complesse, che spaziano dalle problematiche operative e legali a profondi interrogativi etici e filosofici sull'identità e la genitorialità. La vicenda dell'ospedale San Filippo Neri di Roma, con la tragica perdita di materiale biologico, e la figura intellettuale di Carlo Flamigni, uno dei massimi esperti mondiali di fecondazione assistita, offrono due punti di osservazione privilegiati per esplorare la multifacettata realtà di questo settore medico. Questi episodi e contributi evidenziano non solo la delicatezza delle procedure e la necessità di standard di sicurezza impeccabili, ma anche la profondità del dibattito bioetico che accompagna ogni progresso in questo ambito.
L'Incidente al San Filippo Neri: Una Crisi nella Crioconservazione e le Sue Conseguenze
Un incidente all'impianto di azoto liquido della società Air Liquide, che alimenta il servizio di criobiologia per la crioconservazione di materiale biologico nel centro di procreazione medicalmente assistita dell'ospedale San Filippo Neri di Roma, ha causato gravi perdite. Sono andati perduti 94 embrioni, 130 ovociti e 5 campioni di liquido seminale. Lo ha fatto sapere l'ospedale stesso, chiarendo la drammatica entità del danno. Il giorno 27 marzo, con l'incidente, si è verificato un innalzamento della temperatura, con azzeramento del livello di azoto, lo svuotamento del serbatoio, e la conseguente perdita di 94 embrioni, come riferito dalla direzione generale dell'azienda San Filippo Neri.
Quaranta sono le coppie danneggiate dalla vicenda, e molte hanno già manifestato l'intenzione di adire le vie legali per essere risarcite. Il dolore e la frustrazione delle famiglie sono stati immediatamente percepibili. "Non potevamo avere figli, perciò mia moglie aveva 12 ovociti conservati nel centro di Procreazione assistita dell'ospedale. Avvieremo un'azione legale per essere risarciti", così un romano, la cui moglie si era affidata al Centro di procreazione medicalmente assistita del San Filippo Neri, si è sfogato con i medici della struttura. Questo testimonia la profonda portata emotiva e personale di tali eventi.

Dopo aver effettuato i primi accertamenti sull'accaduto, la struttura responsabile del centro di procreazione medicalmente assistita ha avviato le procedure per informare le persone interessate assistite dal centro PMA del San Filippo Neri. Il direttore generale Domenico Alessio ha inoltre presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma e ha contestato quanto accaduto alla ditta responsabile della conduzione e manutenzione dell'impianto di crioconservazione, come si legge nella nota dell'ospedale. L'assessorato regionale alla Salute, su indicazione della presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, ha disposto l'invio di ispettori presso il centro di procreazione medicalmente assistita dell'ospedale San Filippo Neri. Avranno il compito di verificare con esattezza quanto accaduto e di accertare il rispetto di tutte le norme di sicurezza previste dai protocolli di crioconservazione che devono essere applicati in un centro PMA, come concluso dal comunicato dell'assessorato.
Anche il ministro della Salute, Renato Balduzzi, informato dell'incidente, ha chiesto una immediata relazione al Centro nazionale trapianti, che ha disposto una ispezione che avrà luogo martedì prossimo 3 aprile e ha richiesto anche un rapporto dettagliato al Dipartimento della sanità pubblica e dell'innovazione. Nel corso della mattinata Balduzzi, come riferisce il ministero della Salute, ha avuto un colloquio con la governatrice Renata Polverini. Il ministero precisa che sono state applicate tutte le norme in vigore nel caso di evento avverso grave, secondo le direttive dei decreti legislativi n. 191/2007 e n. 16/2010 e dell'accordo della Conferenza Stato Regioni del 15 marzo 2012. Questa risposta coordinata a diversi livelli istituzionali sottolinea la gravità e l'importanza della vicenda.
Le reazioni della società civile e delle organizzazioni a tutela dei diritti non si sono fatte attendere. Il Tribunale del malato ha espresso il proprio sdegno per la situazione. "Quanto è accaduto alle 40 famiglie è un danno enorme. Su questo lunedì prossimo presenteremo una denuncia", ha dichiarato il segretario regionale del Tribunale per i diritti del malato del Lazio, Giuseppe Scaramuzza, aggiungendo: "Abbiamo apprezzato che almeno una volta sia stata un'azienda, in questo caso il San Filippo Neri, a denunciare questo fatto e si chiedano danni alla ditta responsabile di quanto accaduto. Ci costituiremo parte civile in un eventuale processo". Il Tribunale per i diritti del malato del Lazio si è inoltre messo a disposizione per dare assistenza alle famiglie, ribadendo che "in Italia abbiamo tra le migliori leggi sulla sicurezza, ma questo non basta".
Il senatore Ignazio Marino, presidente della Commissione d'inchiesta sul servizio sanitario nazionale, ha anch'egli commentato l'accaduto, fornendo ulteriori dettagli sulle indagini. "Ho chiesto ai carabinieri del Nas", ha spiegato il senatore Ignazio Marino, "di acquisire i documenti necessari a chiarire quanto è accaduto, se siano state rispettate le disposizioni sulla gestione della crioconservazione". Il senatore ha poi espresso solidarietà alle persone coinvolte: "Il pensiero va alle donne che si sono sottoposte a lunghe terapie e stress fisico e psicologico per tentare di coronare il sogno di una maternità". Marino ha concluso affermando: "È una ferita grave non solo per le persone coinvolte, ma anche per la distruzione degli embrioni sovrannumerari e per gli operatori dell'ospedale San Filippo Neri, uno degli unici 4 centri pubblici che nel Lazio assiste le coppie che scelgono di ricorrere alla procreazione medicalmente assistita. Spero di poter riferire già martedì i primi dati raccolti sull'accaduto".
Non sono mancate le prese di posizione su un piano più strettamente etico e politico. Olimpia Tarzia, consigliere regionale del Lazio e tra i fondatori del Movimento per la vita, ha richiamato l'attenzione sulla natura degli embrioni perduti. "Ciò su cui vorrei richiamare l'attenzione", ha spiegato Tarzia, "è che si tratta di 94 vite umane: non si affronti questa questione con superficialità. Una cosa sono gli ovociti, che sono cellule ma se siamo davanti a embrioni, allora sono vite umane. Insomma, 94 bambini che non nasceranno". Sul fronte opposto, Filomena Gallo, segretario dell'associazione Luca Coscioni, ha criticato l'operato della politica regionale. Secondo Gallo, l'incidente nel centro di procreazione "si sarebbe potuto evitare se la presidente della regione Lazio, Renata Polverini, anche in funzione di commissario alla sanità del Lazio, avesse predisposto verifiche e autorizzazioni previste per legge. Oggi è responsabile dei mancati controlli: i pazienti infertili e tutti i centri di fecondazione possono rivalersi nei confronti della regione per i danni causati". Anche il Codacons si è mobilitato per offrire supporto legale. "Ci rivolgiamo alle coppie che si erano rivolte al centro di procreazione assistita del San Filippo Neri nel tentativo di ottenere un figlio", ha spiegato il presidente Codacons, Carlo Rienzi. "Nell'attesa di conoscere gli esiti delle indagini avviate da più parti, offriamo la nostra assistenza legale a chi volesse avviare le pratiche per ottenere il giusto risarcimento dei danni subiti. Tutte le coppie interessate possono contattare da lunedì il nostro ufficio legale per aderire alle azioni che il Codacons porterà avanti contro il nosocomio".
Infine, una critica ancora più radicale è stata avanzata da Severino Antinori, presidente dell'Associazione mondiale di Medicina della riproduzione. Antinori ha sostenuto la necessità di chiudere il centro, affermando: "È grave la responsabilità della direzione generale dell'ospedale, nella persona del direttore generale Domenico Alessio, e gravi le responsabilità del presidente Renata Polverini perché da tempo abbiamo chiesto la chiusura di questo centro e di altri centri simili nel Lazio che non sono in regola con la legge 40, o perlomeno non sono adeguate alle esigenze di queste metodiche di fecondazione". Al San Filippo Neri, spiega Severino Antinori, "si prelevano ovuli o embrioni che vengono trasportati in centri privati per la fecondazione, e poi vengono riportati al San Filippo". Questi fatti già conosciuti, conclude Antinori, ci fanno sottolineare che l'intervento immediato di chiusura di questo centro e la messa sotto processo della Regione Lazio, che non ha saputo controllare questo e altri centri che nel Lazio sono più di 20, sia necessario.
La Fecondazione Medicalmente Assistita: Origini, Metodologie e Successi
La fecondazione assistita è una tecnica di fecondazione extracorporea che prevede la fertilizzazione di uno o più oociti in un terreno di coltura e il successivo trasferimento dell’embrione o di più embrioni nell’utero materno dopo 3-5 giorni dalla fecondazione. Nata per risolvere i problemi della sterilità meccanica (tubarica) femminile, ha visto i suoi primi successi nel 1978. Da allora, la sua diffusione è stata globale e massiccia. Attualmente è usata in quasi tutti i Paesi del mondo e, alla fine del 2015, erano nati oltre 5.000.000 di bambini con questa tecnica, testimoniando la sua efficacia e il suo impatto.
Le indicazioni per ricorrere alla PMA sono diventate numerose e diversificate nel corso degli anni. Tra queste, si annoverano la scarsa fertilità del seme maschile, la sterilità di coppia, la sterilità idiopatica o da cause non accertate, la necessità di provvedere a indagini genetiche sugli embrioni, e impedimenti di vario genere al rapporto sessuale.
La tecnica prevede, almeno nella maggior parte dei casi, una stimolazione dell’ovaio che consenta di raccogliere un certo numero di oociti fertilizzabili, poiché la scarsa generosità di risultati può essere superata soltanto trasferendo un certo numero di embrioni, comunque mai più di tre. L’unico momento invasivo della tecnica è quello che prevede il prelievo degli oociti, che si esegue per aspirazione dal follicolo, raggiunto da un ago per via vaginale. Il trasferimento del prodotto del concepimento nella cavità uterina, invece, non è invasivo, rendendo questa fase meno gravosa per la paziente.
FASI DI UN TRATTAMENTO FIVET (Fecondazione In Vitro). Trasferimento dell'embrione
Le complicazioni previste riguardano la possibilità di una iperstimolazione ovarica, un rischio sempre meno frequente grazie al continuo miglioramento dei protocolli di stimolazione. Un’altra complicanza è la maggior frequenza di gravidanze e parti plurimi. Alcune ricerche epidemiologiche riportano un lieve aumento di malformazioni fetali, ma i dati sono poco omogenei e le possibili cause potrebbero non aver a che fare con la tecnica stessa, richiedendo ulteriori studi e chiarimenti.
Dal 1978, sono state messe a punto nuove tecniche che hanno ulteriormente ampliato le possibilità della PMA, soprattutto nei casi di grave sterilità maschile. Tra queste, spiccano l’iniezione intracitoplasmatica degli spermatozoi (ICSI) e l’iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi morfologicamente selezionati (IMSI). Queste innovazioni hanno permesso di superare ostacoli che un tempo sembravano insormontabili.
Le probabilità di successo della tecnica sono in rapporto con l’età della donna e scendono a livelli molto bassi, vicini a zero, dopo i 44 anni. Questo evidenzia l'importanza del fattore tempo nella decisione di intraprendere un percorso di PMA. Le probabilità di successo che vengono mediamente calcolate in Occidente variano tra il 25 e il 35 per cento per ciclo di trattamento. Sono significativamente migliori i risultati delle donazioni di gameti che si aggirano intorno al 50 per cento.
La fecondazione assistita ha aperto la strada ad alcune possibilità precedentemente ritenute inattuabili, trasformando radicalmente il panorama della riproduzione. Ad esempio, è possibile la donazione di gameti femminili e di embrioni nei casi in cui la donna o entrambi i partner non siano in grado di contare sui propri gameti. È inoltre possibile eseguire una selezione degli embrioni nei casi in cui la coppia sia portatrice di malattie genetiche che si possono trasmettere alla progenie, offrendo una speranza per evitare la trasmissione di patologie ereditarie. Infine, è possibile per entrambi i partner conservare la propria fertilità per tempi futuri mediante la crioconservazione dei gameti, una pratica che offre flessibilità e controllo sul proprio percorso riproduttivo.
Il Contesto Italiano: Dalla Legge 40 all'Inserimento nei LEA e le Sfide dell'Eterologa
In Italia, il percorso della procreazione medicalmente assistita è stato particolarmente complesso, segnato da una legislazione che ha generato ampi dibattiti e ricorsi. In Italia era stata approvata una legge, la celebre Legge 40, che si ispirava ai principi dell’etica religiosa dominante nel Paese, ma la Consulta ne ha considerata anticostituzionale la maggior parte, modificandone profondamente l'impianto originario. Questa legge, varata dieci anni prima, aveva imposto divieti significativi, tra cui quello alla fecondazione eterologa.

Un momento cruciale è stato il 9 aprile 2014, quando la Corte Costituzionale abolì il divieto di fecondazione eterologa. Era aprile 2014 quando la Consulta sbriciolò il mattone più grande della legge 40 giudicando illegittimo il divieto di fecondazione eterologa, ossia con l'utilizzo di seme o ovulo provenienti da un donatore esterno alla coppia. Sino a quel momento, nelle strutture pubbliche, si poteva praticare solo l'omologa, ovvero la donazione nell'ambito della coppia. Questa sentenza ha aperto nuove prospettive, ma non senza creare nuove sfide sul piano organizzativo e amministrativo.
Un esempio delle difficoltà riscontrate nell'implementazione della fecondazione eterologa si è verificato in Lombardia, con il caso dell'ospedale Carlo Poma di Mantova. Nonostante la normativa abbia consentito la procreazione medicalmente assistita anche al di fuori della coppia e con il contributo di un donatore, al Carlo Poma l’eterologa è rimasta un miraggio. Praticamente al palo, nonostante le molte richieste. E pensare che nei giorni successivi alla sentenza della Consulta all’ospedale di Mantova si era già formata una discreta fila di prenotazioni, con coppie che quasi contestualmente avevano annullato il viaggio all’estero nei Paesi dove l’eterologa era consentita da anni. Tutta colpa del solito pasticcio italiano, dove tra sentenze, ricorsi e controricorsi la possibilità di diventare genitori tramite un donatore esterno è diventato un vero e proprio rebus.
«Nel nostro centro», spiega il responsabile della procreazione medicalmente assistita del Poma, Massimo Bertoli, «l’eterologa si può fare, però in pratica non la facciamo. Primo perché mancano i donatori, secondo non sappiamo ancora quanto e se dobbiamo farla pagare». Questi due problemi, la scarsità di donatori di ovociti e spermatozoi e la confusione amministrativa sui costi che si è creata in Lombardia, hanno lasciato tutti con un bel punto interrogativo. «Insomma», continua Bertoli, «siamo in una situazione di stallo. E pensare che la Lombardia potrebbe essere la leader in questo settore. Ma io che cosa posso dire ai pazienti? Le tecniche ci sono, ma non so quanto devo far pagare».
Pochi mesi dopo la sentenza della Consulta, la Lombardia fissò le linee guida dell’eterologa caricando sui richiedenti il costo di un super ticket da 1.500 a 4mila euro. Parte il ricorso al Tar. Nell’autunno 2015 i giudici amministrativi lo accolsero, dichiarando illegittima la decisione di far pagare l’eterologa alle coppie perché in questo modo avrebbe creato un’ingiustificata disparità di trattamento rispetto a chi accede alla fecondazione omologa a carico del sistema sanitario nazionale. E sospesero la delibera regionale. Un mese dopo la regione Lombardia presentò ricorso al Consiglio di Stato. Così si arriva ai giorni nostri, in cui i centri specializzati pubblici lombardi non sanno più come comportarsi. E le coppie continuano a telefonare e chiedere informazioni, ricevendo risposte vaghe, e non certo per colpa degli ospedali. Mentre altrove, nelle altre regioni, non certamente alla velocità della luce, l’eterologa avanza, a volte gratuita o al massimo con un costo fra i 300 e i 500 euro.
FASI DI UN TRATTAMENTO FIVET (Fecondazione In Vitro). Trasferimento dell'embrione
A partire dal 1° gennaio 2025, la procreazione medicalmente assistita, inclusa la fecondazione eterologa, è stata ufficialmente inserita nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) in Italia. Ciò rappresenta un passo significativo verso una maggiore equità nell'accesso a queste terapie. Al momento, la maggior parte dei trattamenti, inclusi quelli che utilizzano gameti di donatore, è inserita nei livelli essenziali di assistenza (LEA). Si deve comunque lamentare una scarsa partecipazione ai trattamenti delle unità operative pubbliche e un numero inadeguato di centri privati convenzionati.
Il problema italiano è soprattutto connesso con la presenza sul territorio di un numero eccessivo di centri, soprattutto privati, un fatto che peggiora la percentuale media di successi perché fraziona in modo eccessivo la popolazione delle coppie sterili. Questa frammentazione e la distribuzione dei centri (come il Centro di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) e Congelamento dei Gameti e Biobanca dell'A.O. di Perugia, l'U.O.C. Ostetricia e Ginecologia D.U. (con Centro Fivet) del P.O. di Viterbo, o l'U.O.S.D. Fisiopatologia della Riproduzione e Centro PMA del P.O. "V. Cervello" di Palermo, e molti altri ancora distribuiti su tutto il territorio nazionale da nord a sud) riflettono un sistema ancora in cerca di maggiore razionalizzazione e qualità diffusa.
Carlo Flamigni: Scienza, Etica e la Battaglia per la Libertà Riproduttiva
Nel contesto delle complesse evoluzioni della procreazione medicalmente assistita, la figura di Carlo Flamigni (4 febbraio 1933 - 5 luglio 2020) emerge come un pilastro del pensiero scientifico e bioetico italiano. È stato docente in Ostetricia e ginecologia e ha diretto il Servizio di Fisiopatologia della riproduzione e la Clinica ostetrica e ginecologica dell’Università degli studi di Bologna, contribuendo in modo significativo allo sviluppo e alla comprensione della PMA. Flamigni era un grande scienziato, uno dei massimi esperti mondiali di fecondazione assistita, il cui contributo ha travalicato i confini accademici per incidere profondamente nel dibattito pubblico.

Per diversi motivi, la sua figura è stata ed è tuttora impossibile da ridurre a una sintesi superficiale. Flamigni era un uomo che difendeva le donne: le sue battaglie per l’aborto e la fecondazione assistita e la sua guerra, come altro chiamarla, contro la medioevale legge 40, hanno svegliato e arricchito la coscienza civile di questo Paese e spinto la politica, quella di sinistra almeno, a capire che i diritti, le emozioni, la salute delle donne non sono i diritti, le emozioni e la salute di una parte, l'altra metà del cielo, ma i diritti, le emozioni e la salute dell’intero mondo. Era un uomo di scienza che, dote rara, anzi rarissima, sapeva parlare ma soprattutto scrivere: scriveva articoli scientifici e libri accademici, ovviamente per mestiere. Per un senso del dovere scriveva invece articoli per giornali e libri divulgativi, perché era convinto, da uomo di sinistra e profondamente laico, che il sapere dovesse uscire dalle segrete stanze della politica e dei laboratori per entrare nelle case, nei bar, nelle strade. Infine, ma questa volta per puro piacere, scriveva libri gialli ambientati nella sua amata Romagna, mostrando una versatilità intellettuale eccezionale.
Dal 2001 al 2014, sono oltre 130 gli articoli pescati dal motore di ricerca del sito del quotidiano "l'Unità" a suo nome. Non sono tutti, ma sono tanti. E sono tutti belli, perché oltre che interessanti e importanti, sono scritti bene, anzi benissimo. Che Flamigni avesse un rapporto privilegiato con l’inchiostro lo dimostrano i libri che non solo sfornava come panini ma che produceva saltando da un genere letterario all’altro. Che ci azzeccava uno dei più importanti ginecologi italiani con le avventure dark di Primo Casadei, investigatore per caso? E che ci faceva il Presidente onorario dell’Aied con una serie di romanzi criminali in salsa romagnola come "Giallo uovo", "La compagnia di Ramazzotto" o "Circostanze casuali"? A memoria di Google il primo articolo di Carlo Flamigni sull’Unità porta la data del 13 giugno 2002. È un falso, non l’articolo ma il primato, perché è assolutamente certo che Carlo iniziò la sua collaborazione molto prima, quando l’Unità era ancora l’organo del PCI. Ma non importa, anzi è in fondo interessante che il computer racconti la storia, d'amore, tra Carlo e l’Unità partendo dal giornale tornato in edicola dopo la traumatica chiusura del luglio 2000. Perché se c’era un “camion” libero e laico con cui trasportare “i mobili e i quadri” fuori dai castelli e dalle torri del sapere, beh quel camion non poteva che essere quel giornale intelligente, irriverente, a volte divertente diretto da Furio Colombo (condirettore Padellaro).
Basta il titolo di quel primo articolo per capire il genere di operazione che aveva in mente Flamigni. In quell’articolo, pubblicato in prima pagina il 13 giugno 2002, ci sono molti dei temi cari a Flamigni, in particolare il paradosso del “potere senza sapere”: “La Camera ha ripreso in questi giorni il dibattito sulla legge che regolerà le tecniche di procreazione assistita e la maggior parte dei biologi e degli operatori sanitari che lavorano in questo settore è in attesa della conclusione dei lavori con molta curiosità, qualche perplessità e, diciamocelo, un po’ di divertimento”. Questi temi torneranno più volte negli editoriali che Carlo inviava con mensile regolarità al giornale, aiutandoci a diventare, e lo possiamo dire, un punto di riferimento di chi, nel mondo accademico, politico e culturale, si ritrovava nei principi di quella “bioetica laica” individuata ed enunciata nelle analisi di Uberto Scarpelli. Una visione che negli anni bui della “bioetica a maggioranza” assume ovviamente ancora più senso ed importanza.
Il 10 febbraio 2004, la “norma medioevale”, definizione di Furio Colombo, diventò legge. A riguardo, scrive Flamigni: “Nel pomeriggio di oggi verrà votata e approvata definitivamente, alla Camera dei Deputati, la legge sulla procreazione assistita. Conosco l’inutilità del mio appello, ma debbo ugualmente chiedere ai parlamentari di ripensarci: perché è una legge contro le donne, contro la scienza, contro lo stato laico e ci renderà tutti peggiori, tutti, laici e cattolici”.
FASI DI UN TRATTAMENTO FIVET (Fecondazione In Vitro). Trasferimento dell'embrione
Il 12 e 13 giugno 2005, gli italiani furono chiamati a dare il loro parere sulla legge 40 attraverso quattro referendum abrogativi, ma alle urne si presentò solo il 25,9% degli aventi diritto al voto. Il quorum era lontano, il referendum nullo e le analisi si sprecarono. Otto giorni dopo il voto, Flamigni scrisse sull’Unità una riflessione dal titolo “Le ragioni di una sconfitta”, identificando tra le cause il rapporto difficile, contorto o addirittura assente, tra scienza e società o, meglio ancora, tra scienziati e cittadini: “La scienza è un grande investimento sociale, forse il più importante di tutti. La società investe nella scienza perché spera di ricavarne vantaggi: per sé, per i suoi figli più deboli e più sofferenti, per tutti. La società vuole che le nuove conoscenze prodotte rendano la vita degli uomini migliore e non può accettare il rischio che i prodotti del sapere possano essere dannosi per l’uomo. Tutto questo è importante, ma non basta”. Secondo Flamigni bisognava fare di più, bisognava ridurre la distanza, oggi siderale, tra chi vive e lavora nel pianeta della scienza e chi ne è al di fuori. Tra il castello e il resto del mondo: “Io credo che della scienza i cittadini si possano fidare, credo in una scienza al servizio dell’uomo. Per far credere l’opposto, sono state dette calunnie, sostenute menzogne, negate verità lapalissiane”.
Sono tanti, tantissimi gli articoli che Carlo mandò all’Unità, tutti importanti, tutti interessanti e tutti, mi ripeto, di gradevole lettura nonostante argomenti di poca o nulla digeribilità. Prima di concludere, mi permetto il lusso di segnalarne uno: è “L’orgoglio di un laico”, pubblicato il 17 gennaio 2006, e che parte da un originale confronto tra le discussioni accademiche e quelle tra politici. Eccone alcuni stralci: “Le discussioni tra gli studiosi che si occupano di materie mediche e biologiche possono essere aspre e sgradevoli, ma ubbidiscono sempre ad alcune regole. La norma numero uno, quella che si potrebbe definire «aurea», è che nessuno può essere certo di aver ragione: la medicina è empirica e perciò per sua natura fallace, le verità scientifiche sono rarissime e perciò, dovendoci affidare soprattutto ai cosiddetti consensi, tutti sappiamo che la nostra probabile verità può dissolversi da un momento all’altro, perché molti consensi cominciano a morire nello stesso momento in cui si formano…”. Viceversa, continuava Flamigni, “Le discussioni politiche sui temi eticamente sensibili offrono ben altro spettacolo. Anzitutto non esiste alcun metodo che consenta di valutare le varie posizioni con sufficiente distacco, in secondo luogo non c’è il benché minimo rispetto per le ragioni degli altri, ma sempre e soltanto un autocompiacimento irritante, che può diventare persino ridicolo quando le posizioni vengono sostenute da chi non le capisce e si limita a condividerle. Provate a cercare su un qualsiasi giornale le dichiarazioni che comincino con un civile «secondo me»: non ne troverete molte. Troverete molto più spesso soltanto critiche severe e sprezzanti rivolte a chi la pensa in modo diverso, volta a volta demonizzato, insultato, deriso. Lo so, la politica è cosa diversa: differenti i palcoscenici, i linguaggi, gli stessi tempi. Lo ammetto. Mi chiedo ugualmente se sia impossibile darle delle regole, trovare anche per lei un metodo condiviso che possa rivelarsi utile per la gestione dei conflitti e che consenta di mettere a confronto, con sufficiente civiltà, le varie posizioni”. Questo testo è tratto dal libro "Le parole della bioetica" a cura di Maria Teresa Busca e Elena Nave (Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2021), che raccoglie parte del suo prezioso pensiero.
Dilemmi Etici e l'Identità nell'Era della Procreazione Eterologa
Per molti bioeticisti, infine, le fecondazioni assistite sono responsabili di un “conflitto di paradigmi” destinato a modificare il nostro concetto di genitorialità. Questo conflitto diventa particolarmente acuto nel contesto della riproduzione umana eterologa, dove la nascita si configura come il risultato di una scelta tecnica e intenzionale, slegata dal legame genetico diretto tra genitori e figli. Questo scenario solleva interrogativi fondamentali che interrogano le basi stesse della nostra comprensione di famiglia e identità.

Quanto conta oggi il legame biologico nella definizione dell’identità personale? È ancora un riferimento costitutivo, oppure è divenuto uno tra i molti elementi possibili, negoziabile, persino marginale? Queste domande sono al centro di un dibattito che coinvolge diverse discipline. Il figlio ha il diritto di sapere chi lo ha generato geneticamente? E, se sì, quali altri diritti o principi, come l’anonimato del donatore, la privacy familiare, l’intenzionalità procreativa, devono essere presi in considerazione e bilanciati? L’identità non è solo un dato biologico, ma una costruzione narrativa e simbolica, influenzata da innumerevoli fattori culturali, sociali ed esperienziali. Tuttavia, la verità sull’origine può assumere un ruolo decisivo nella possibilità di attribuire coerenza alla propria storia personale, offrendo un fondamento narrativo cruciale per l'individuo.
La questione è dunque duplice: è legittimo chiedere di conoscere da chi si proviene? E, ancora prima, quale ruolo ha oggi la generazione biologica nella definizione di sé, in un contesto segnato dalla mediazione tecnica?
Queste domande sono state al centro di importanti occasioni di confronto e riflessione. Un seminario si è proposto di affrontare tali questioni in una prospettiva multidisciplinare, intrecciando medicina, filosofia, diritto, bioetica e teologia. Il convegno è stato organizzato dal Master in Bioetica, Pluralismo e Consulenza Etica dell’Università degli Studi di Torino, in collaborazione con la Consulta di Bioetica Onlus, dimostrando la necessità di un approccio olistico per affrontare tali complessità.
Tra i contributi significativi vi è stata l'analisi di Karina Elmir, Vicerettrice dell’Istituto Universitario Italiano di Rosario, che ha trattato "Biologia, tecnologie riproduttive e genitorialità: implicazioni cliniche ed etiche". La sua presentazione ha incluso un’analisi del ruolo della biologia nelle tecniche di procreazione assistita, con particolare attenzione alla fecondazione eterologa e alle ricadute etiche sul concetto di filiazione. È stata anche proposta una riflessione sui fondamenti dell’identità personale e sul ruolo della conoscenza dell’origine genetica nella costruzione del sé. Inoltre, è stata offerta un’analisi delle tensioni giuridiche tra diritto all’identità, anonimato del donatore e intenzionalità genitoriale, evidenziando le sfide legali e etiche che si presentano.
José Michel Favi, Docente di Teologia dogmatica presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, ha offerto una riflessione teologica sul significato dell’origine, della filiazione e del riconoscimento in chiave relazionale, portando la prospettiva religiosa nel dibattito. La discussione è stata moderata da Palma Sgreccia, sottolineando l'importanza di un dialogo costruttivo tra diverse visioni.
Questi interrogativi, lungi dall'essere puramente accademici, toccano la vita reale delle persone e modellano il futuro della società, in un equilibrio delicato tra progresso scientifico, diritti individuali e valori collettivi.
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