
Nella mitologia classica, l'origine della Via Lattea è intrisa di un racconto affascinante che lega la dea Era al semidio Eracle. Si narra che la Via Lattea nacque dalle gocce di latte fuoriuscite dal seno di Era mentre allattava Eracle, un episodio descritto anche da Lubomír Koneãň nel suo saggio "Emblematics, Agriculture, and Mythography in The Origin of the Milky Way". Questo evento mitologico è un momento cruciale che simboleggia l'ambivalente rapporto tra la regina degli dei e il figlio illegittimo di Zeus.
Zeus, approfittando del sonno della dea, attaccò al seno suo figlio Eracle, avuto con la mortale Alcmena, con l'intento di garantirgli l'immortalità. Solo succhiando dal petto della madre degli dei, il semidio avrebbe potuto ottenere tale privilegio. Tuttavia, il figlio di Zeus afferrò un seno della dea con troppa forza, svegliando Era e provocando la fuoriuscita di parte del latte verso il cielo, creando così la Via Lattea.
Le Origini di un Eroe: Nascita e Rivalità Divina

La nascita di Eracle è avvolta in una complessa trama di gelosia e vendetta divina. Secondo Diodoro Siculo nella sua "Bibliotheca historica" (V, 23), Era, gelosa per l'infedeltà di Zeus, inviò al neonato Eracle, mentre ancora era in culla, due grossi pitoni per ucciderlo. Ma Ercole, già dotato di forza sovrumana, strangolò i serpenti, manifestando fin dalla più tenera età la sua straordinaria potenza.
Il nome stesso di "Heracle", o "Ercole" nella sua forma romana, è un chiaro riferimento a Era, significando "gloria di Era" o "donato da Era". Questo suggerisce un legame intrinseco tra l'eroe e la dea, nonostante la loro conflittuale relazione. Alcuni studiosi, come Plutarco, raccontano che nel VI secolo a.C. fu scoperta la tomba di Alcmena, madre di Ercole, contenente un messaggio in lingua sconosciuta che venne inviato in oriente per essere decifrato. Il fatto che la tomba si riferisse alla madre dell’eroe, soppiantata da Era, che ne usurpò i riti, fa riflettere sulla complessità delle origini divine e umane di Ercole. È probabile che Alcmena, il cui nome significa "la forza dell'ira", fosse un'antica Dea guerriera declassata a donna, ulteriormente evidenziando il sincretismo e l'evoluzione dei culti e dei miti.
Le Dodici Fatiche di Eracle: Un Percorso di Purificazione e Glorificazione

Il mito delle dodici fatiche di Eracle, inizialmente narrato nel poema perduto "Eracleia" del 600 a.C. da Pisandro di Rodi, rappresenta un percorso di espiazione e di ascesa alla divinità. Queste imprese sono raffigurate sulle metope del Tempio di Zeus ad Olimpia, risalente al 450 a.C., e sono interpretate sia come prove eroiche che come rappresentazioni delle costellazioni. Ercole è generalmente rappresentato nudo, munito di una clava come unica arma e recante a tracolla, o sul braccio, una pelle di leone, simbolo della sua prima fatica.
🦁🐉 Le DODICI FATICHE di ERCOLE 🍎🐮💩 Mitologia Greca Illustrata 📖
I. Uccidere il Leone di Nemea
Il leone di Nemea, dotato di una pelle invulnerabile, devastava il paese e divorava gli abitanti e i loro armenti. Eracle, non potendo forarne la pelle, la parte invulnerabile del mostro, lo strozzò con le mani. Dopo averlo scuoiato, si rivestì della pelle, che divenne per lui una corazza impenetrabile, un attributo iconico dell'eroe.
II. Uccidere l'Idra di Lerna
L'Idra era un mostro dalle tante teste dotate di un alito mortale, che distruggeva i raccolti e le greggi. Quando Eracle cominciò a tagliare le teste con la spada si accorse che da ognuna ne ricrescevano due. Con l'aiuto dell'auriga Iolao, suo compagno e aiutante, Eracle bruciò le teste con rami infuocati. La testa centrale, invulnerabile al fuoco, venne schiacciata con un masso.
III. Catturare il Cinghiale di Erimanto
Il cinghiale gigantesco di Erimanto devastava e uccideva nelle regioni vicine. L'ordine per Ercole era di catturarlo e non di ucciderlo. Così lo afferrò e immobilizzò, poi lo legò e se lo caricò sulle spalle. Durante il suo ritorno, l'eroe fu invitato dal centauro Folo, che gli offrì del vino. L'odore del vino attirò altri Centauri, portando a un conflitto.
IV. Catturare la Cerva di Cerinea
La Cerinea era un monte, tra l'Arcadia e l'Acaia, dove viveva una cerva sacra ad Artemide, che aveva le corna e gli zoccoli d'oro. L'ordine era di catturarla viva, un'impresa che richiedeva non solo forza ma anche astuzia e rispetto per il sacro.
V. Scacciare gli Uccelli del Lago Stinfalo
Lo Stinfalo era un lago dell'Arcadia, dove vivevano le Arpie, che avevano artigli, becco e anche penne di bronzo, che scagliavano come frecce, e si nutrivano di carne umana. Eracle dovette affrontare queste creature feroci e scacciarle per liberare la regione dalla loro minaccia.
VI. Ripulire in un Giorno le Stalle di Augia
Augia era il re degli Epei nell'Elide, e le sue immense stalle erano piene del letame accumulatosi da anni dai ricchissimi armenti del re. In un solo giorno Eracle riuscì a ripulirle, inondandole con la corrente di due fiumi che egli stesso aveva fatto deviare, portando via tutto il letame. Questa fatica dimostra l'ingegno e la forza straordinaria di Ercole.
VII. Catturare il Toro di Creta
Il toro di Creta, da non confondere con il Minotauro, era stato inviato da Poseidone al re Minosse. Poiché però il re non gliel'aveva sacrificato come promesso, Poseidone lo fece impazzire, portandolo a distruggere le campagne e chiunque incontrasse. Eracle riuscì a catturarlo, dimostrando ancora una volta la sua capacità di domare creature formidabili.
VIII. Rubare le Cavalle di Diomede
Diomede era il re dei Bistoni in Tracia, che possedeva un armento di cavalle che nutriva di carne umana, fornita loro dal re uccidendo tutti gli stranieri che passavano per la sua terra. Eracle dovette affrontare questo sovrano crudele e le sue bestie feroci per completare la fatica.
IX. Rubare la Cintura di Ippolita
Ercole doveva recarsi nel territorio delle Amazzoni per rapire il cinto d'oro della regina Ippolita. Questo cinto, dono di Ares secondo miti posteriori, simboleggiava il potere. Nel mito originale, invece, era il cinto che le Ore avevano donato a Venere alla sua nascita, un cinto che rendeva affascinanti. Ercole giunse nel regno di Temscira, la città delle Amazzoni, con un seguito di armati, tra cui Teseo, Peleo e Telamone. Si dice che la regina Ippolita, invaghita dell'eroe, gli offrisse il cinto e pure il suo letto, ma per equivoco le Amazzoni credettero a un attacco e contrattaccarono i Greci, costringendoli alla fuga sulle loro imbarcazioni. Ippolita fu costretta a seguirli ad Atene, dove fu donata a Teseo come schiava. Questa fatica evidenzia l'intreccio di amore, inganno e guerra.
X. Rubare i Buoi di Gerione
I grandi armenti nell'isola di Eritea, vicino al Marocco, erano custoditi da un gigante pastore e da un cane a due teste. Per prenderli, Eracle si recò nell'estremo occidente sul carro del Sole, uccise i guardiani e portò via i buoi. Poi trafisse con le frecce Gerione, che l'aveva inseguito, e riuscì a guidare le bestie fino alla reggia di Euristeo. Questa fatica è strettamente legata alla fondazione del culto di Ercole in Italia.
Un episodio significativo durante questa fatica si svolse in quella che sarebbe diventata la futura Roma. Lì, appesantito dal vino e dal cibo, Ercole si addormentì profondamente. Un pastore della zona, un certo Caco, colpito dalla bellezza dei buoi, pensò di portarsi via quella preda. Per eludere il padrone, Caco prese i buoi più belli per la coda e li trascinò all'indietro nella sua grotta, in modo che le orme non conducessero ad essa. Al sorgere del sole, Ercole, dopo aver esaminato attentamente il gregge e essersi accorto che ne mancava una parte, si incamminò verso la grotta più vicina. Quando vide che le orme erano tutte rivolte verso l'esterno ed escludevano ogni altra direzione, capì l'inganno. Caco cercò di impedirgli con la forza l'ingresso nella grotta, ma, mentre tentava invano di far intervenire gli altri pastori, stramazzò al suolo schiantato da un colpo di clava. Evandro, attirato dalla folla di pastori accorsi sbigottiti intorno allo straniero colto in flagrante omicidio, dopo aver ascoltato il racconto del delitto e delle sue cause, osservando attentamente le fattezze e la corporatura dell'individuo, più maestose e imponenti del normale, gli domandò chi fosse. Quando venne a sapere il nome, chi era suo padre e da dove veniva, disse: "Salute a te, Ercole, figlio di Giove; mia madre, interprete veritiera degli dei, mi ha vaticinato che tu andrai ad accrescere il numero degli immortali e qui ti verrà dedicato un altare che un giorno il popolo più potente della terra chiamerà Altare Massimo e venererà secondo il tuo rito". Lì, prendendo dal gregge un capo di straordinaria bellezza, fu per la prima volta compiuto un sacrificio in onore di Ercole. Ad occuparsi della cerimonia e del banchetto sacrificale furono chiamati Potizi e Pinari, in quel tempo le famiglie più illustri della zona. Così, finché durò in vita la stirpe dei Pinari, rimase in vigore la regola che essi non potessero cibarsi delle interiora dei sacrifici. I Potizi, istruiti da Evandro, furono per molte generazioni sacerdoti di questo rito sacro, fino al tempo in cui, affidato ai servi di Stato il solenne ufficio della famiglia, l'intera stirpe dei Potizi si estinse.
XI. Rubare i Pomi delle Esperidi
I pomi d'oro erano stati regalati da Gea ad Era per le sue nozze con Zeus, custoditi dalle Esperidi in un giardino nell'estremo occidente, presso il monte Atlante, e sorvegliati dal drago Ladone. Eracle si recò in quel lontano paese, uccise Ladone, prese tre pomi e li portò a Euristeo. Durante l'impresa uccise il gigante Anteo, figlio di Gea, che l'aveva sfidato. Al suo ritorno, Atlante rifiutò di riprendere il suo posto, ma Eracle con astuzia riuscì a fargli riprendere il suo fardello.
XII. Portare a Micene Cerbero Vivo
Cerbero era un mostruoso cane a tre teste che stava a guardia dell'Ade. Per ordine di Zeus, Ercole fu aiutato da Ermes e da Atena, che gli permisero di giungere agli Inferi dove incontrò la gorgone Medusa e poi Meleagro, dove liberò Teseo e si battè col pastore di Ade. Infine, il dio Ade gli impose di catturare Cerbero senza l'uso delle armi e con l'impegno di restituirlo subito al regno degli Inferi. Questa ultima fatica rappresenta il culmine del viaggio eroico di Eracle, la sua capacità di affrontare la morte stessa e di trionfare su di essa.
Ercole e Roma: Un Culto Radicato

Ercole non fu solo un eroe greco, ma anche una figura centrale nel pantheon romano, dove fu venerato come "Hercules". Secondo Varrone, Ercole, seguito dai principi Argei, aveva raggiunto il suolo italico, stabilendosi nel villaggio fondato dal Dio Saturno sul Campidoglio. Questo collegamento è evidenziato da diverse feste religiose e siti di culto a Roma.
A ricordo di ciò, c'erano due feste religiose: il 16 e 17 marzo una processione che percorreva i 27 sacrari (dalla regio Suburana a quella Esquilina, Collina e Palatina). I 27 "sacrari degli Argei", elencati in parte da Varrone, corrispondono a un'antichissima divisione dell'Urbe, precedente a quella delle 4 "regioni serviane" (da Servio Tullio) del VI secolo.
Ovidio riporta la leggenda del responso di Giove Fatidico, che avrebbe ordinato ai primi abitanti del luogo, al tempo in cui quella terra era detta Saturnia, di offrirgli tanti corpi consacrati di vecchi quante erano le loro gentes. Meno convincente è l'idea delle sepolture in acqua, che era sacra sia per gli antichi Greci che per i Romani, i quali non avrebbero mai inquinato le acque del Dio Tevere. Alcuni ritengono che il numero di vittime si basasse sul numero degli uccelli che, con il loro augurio, avevano pronosticato il regno.
Culti e Templi di Ercole a Roma
Il culto di Ercole a Roma era celebrato in diverse occasioni e con diverse attribuzioni, testimoniando la sua importanza nel calendario religioso e nella vita quotidiana.
- Hercules Invictus: Una festa celebrata il 12 agosto in onore di Hercules Invictus (Ercole l'Invitto). Il culto continuò anche in età imperiale e dopo il diffondersi del Cristianesimo, come si è potuto riscontrare da alcune iscrizioni e da un restauro da parte delle autorità pubbliche di Roma del IV secolo.
- Hercules Magnus Custos: Una festa celebrata il 4 giugno in onore di Hercules Magnus Custos (Ercole Grande Protettore). Si ricordava l'anniversario della dedicatio del tempio sito presso il Circus Flaminius. Questo tempio era anche detto tempio di Ercole delle Muse, e si dice da Eumenio che fu edificato da Marco Fulvio Nobiliore ad imitazione di quello di Ercole Musagete che era in Grecia.
- Hercules Victor: Una festa celebrata il 13 agosto in onore di Hercules Victor (Ercole Vincitore). Il tempio di Ercole Vincitore (o Rotondo), noto anche come tempio di Vesta, fu costruito durante la dittatura di Silla, tra l'89 e l'80 a.C. "Il tempio dominava il centro dell’area sacra, era di dimensioni straordinarie, giacché innalzato su un alto basamento (65x40 metri) e raggiungeva l’altezza complessiva di 25 metri: una sorta di faro per i mercanti provenienti dalla pianura romana in carovana diretti verso il Sannio."

I recenti scavi hanno riportato alla luce importanti testimonianze. Ad esempio, negli anni Ottanta è stata riscoperta una cavea di 65 metri di diametro con gradinate suddivise in settori, i due accessi laterali e il proscenio. Ligorio Toria nel XV secolo riferiva che le memorie del tempio di Ercole furono trovate «nell'edifìcarvi modernamente il granaro di M. Octavio Gracchi». Si può anche determinare l'anno preciso delle scoperte, che fu il 1543, per mezzo di due brani del Decrelor. Dal 23 giugno 1543, un documento segnala che "Perchè havendo noi inteso che messer Ottavio Gracco faceva racchiudere un certo loco ad Scola Greca, quale si pensava esser del pubblico li femmo prohibire tale opera, donde lui n'ebbe ricorso in camera apostolica et finalmente poi molte discussioni il detto mess." Un altro documento del 29 novembre 1543 riferisce "Super differentia vertente inter publicum et d." Celso Cittadini asserisce che l'iscrizione dell'edituo P. Vettius Philologus, CIL. VI, 1215, incisa su di un cippo di travertino, sia stata «effossa a. 1590 in Foro Boario Inter aedem rotundam et aedem s. Infine, anche Aldo Manuzio il giovane conobbe per mezzo di scavi il sito dell'Ara, poiché nel Cod. Val. 5253 e. 246' egli addita una pregevole iscrizione cavata fuori l'anno 1592 "dai fondamenti dell'ara massima nel foro boario" (CIL. VP 9319, e Huelsen in Diss. Acc. Arch. serie II, tomo VI, a. 1896, p. 11). Sarti, nelle schede pubblicate dal Cugnoni in Archivio S. R. storia patria tomo IX, p. 600, ha già notato come il nome classico del sito abbia sopravvissuto, attraverso il periodo bizantino di Scola greca, nel titolo di una chiesetta che il Martinelli chiama di s. Maria in Cosmedin.
Alcuni saggi nel Foro Boario (di fronte alla chiesa di S. Maria in Cosmedin) hanno permesso di chiarire vari problemi relativi alla topografia della zona, in particolare la posizione delle porte (la Trigemina presso la chiesa di S. Maria in Cosmedin). Ne risulta anche la probabile identificazione del tempio circolare di marmo, prossimo al Tevere, con la Aedes Herculis Victoris ad portam Trigeminam. Studi recenti hanno chiarito la datazione di questo tempio alla fine del II secolo.
Post muri degli edifici della Scola Greca (il gruppo di S. Maria in Cosmedin e suoi annessi) non lontano si trovava il tempio di Ercole.L'Ara Massima: «Non lontano da questo tempio verso il monte Aventino si trovava un altro tempio chiamato Ara Massima (si tratta di una erudizione piuttosto che di scoperta)».
Ercole Oltre Roma: Diffusione del Culto

Il culto di Ercole non si limitò a Roma, ma si estese a diverse altre regioni, lasciando tracce significative.
Ercole in Campania
Secondo la leggenda, Ercole, terminate le fatiche, staccò un pezzo di roccia dal monte Faito e lo scagliò in mare, formando così l'isola di Nisida. Di un tempio di Ercole rimangono un pezzo residuo di muro in opus reticulatum e il ritrovamento, durante lo scavo delle fondamenta di una torre, di una statua in bronzo raffigurante Ercole, purtroppo andata perduta.
Un'antica testimonianza del culto di Ercole in Campania proviene da Plinio il Vecchio, il quale scrive: «In Stabiano Campaniae ad Herculis petram melanuri in mari panem abiectum rapiunt, iidem ad nullum cibum, in quo hamus sit, accedunt.» Questo significa: «A Stabiae, in Campania, allo Scoglio di Ercole i melanuri, mangiano il pane gettato in mare, ma non si accostano a nessun cibo infisso sull'amo.» Questo riferimento allo "Scoglio di Ercole" suggerisce un luogo sacro o significativo associato all'eroe.
Sull'isolotto di Nisida, nel VI secolo, venne costruita un'abitazione privata. Successivamente, nel XII secolo, per il principio cattolico della distruzione dei santuari pagani, sul tempio fu edificato un monastero, poi una chiesa e infine nel XVI secolo fu costruita una torre, ancora visibile, a difesa delle incursioni saracene.
Ercole in Sardegna
Il culto di Ercole era assai divulgato in Sardegna. Spano aggiunge rispetto ad esso le seguenti osservazioni nella sua lettera: «Noti solamente che il culto di Ercole era molto esteso in Sardegna, abbiamo insula Herculis (Asinara), Portus Herculis, una montagna Erculenta ecc. oltre le diverse statuette di bronzo che si sono trovate; io ne possiedo tre, trovate in diverse località. Un'altra fu spiegata dal Cara nel Bullettino am I. p. 51, altre ne esistono nel II. Museo.» Questi ritrovamenti archeologici e toponomastici testimoniano la profonda radicazione del culto di Ercole nell'isola, indicando la sua importanza come figura protettrice o eroica per le comunità locali.
Scoperta di Antichi Manufatti di Ercole

Le scoperte archeologiche hanno continuato a rivelare l'ampia diffusione dell'immagine di Ercole. Nel 1507, il 15 maggio, "Si scopre nel Campo di Fiori il gruppo dell'Ercole e Telefo, Helbig, Guide, vol. I, p. 65, n. 11. «Sabbato passato (15 maggio) un certo romano facendo cavare un suo revolto in campo de fiore trovò un Hercule con la pelle del Leone in su la spalla stancha. Da la man dextera tiene la clava, sul brazo mancho ha un putino de età forse de quatro anni. Un giorno fu trovata, r altro el nostro Signor se la fece portar a palazo, e dicese che sua Sanctità ha dato al trovatore di quella un beneffcio de cento e trenta ducati l' anno» (Luzio in Archivio St. Lombardo, vol. XIII, 1886, p. 93, donde Bull, com., vol. XIV, 1886, p. 243). Questo ritrovamento di un gruppo scultoreo raffigurante Ercole con il piccolo Telefo è un esempio della continua riscoperta di opere d'arte che immortalavano l'eroe.
La raccolta Lafreriana contiene due stupende riproduzioni del gruppo; la prima, del Salamanca, è incisa alla rovescia. La seconda, messa in luce dal Lafreri nel 1550, porta il titolo «Commodi imp. faciem atque habitum Herculis induti, ac Pusionem infantem (cuius errore periit) brachio laevo gestantis, statua…».
Anche in collezioni private, come la Collezione Musceroni, sono state trovate testimonianze del culto. Tre lapidi «in domo Nelli Musceroni» tra S. Salvatore della Corte e S. Giovanni della Malva, una figura «Herculis cum clava et pomis granatis in sinu» sul plinto della quale era incisa la dedicazione CIL. Queste scoperte, siano esse scultoree, epigrafiche o architettoniche, contribuiscono a ricostruire la pervasività del mito e del culto di Ercole attraverso i secoli, dimostrando come la sua figura abbia continuato a ispirare e a essere venerata in diverse forme e contesti.