Il significato del fango fertile: tra mito, scienza e storia

Un vero giardiniere, ha scritto Karel Capek, non coltiva fiori, coltiva il suolo; il suo occhio non si arresta alla superficie come uno spettatore, s’immerge in profondità, apprezza la fertilità del terreno. Di fronte alla bellezza dell’argilla limacciosa e cocciuta si comprende quale tremenda battaglia la vita abbia dovuto combattere contro l’ostilità della materia per mettere radici nella terra. Il fango non è soltanto una sostanza informe che sporca i vestiti o crea ostacoli al cammino; è, al contrario, la matrice primordiale, la base biologica e simbolica su cui poggia l’esistenza umana e il divenire delle civiltà.

rappresentazione stilizzata dell'argilla e del fango fertile come base della vita

L'argilla come materia costitutiva dell'umano

Nella Genesi è scritto: “Il Signore plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita”. Nell’immaginario mitico-religioso, sotto diverse latitudini, ricorre un’antropogonia che ha nel fango la sua materia costitutiva. Il Prometeo artifex modella l’essere umano con pani di argilla, talora assistito da Atena che pone sulla testa del nuovo nato una crisalide di farfalla, simbolo dell’anima. Nel mondo romano, le Fabulae di Igino (1° secolo a.C.) tramandano un mito, ripreso anche da Heidegger: la dea Cura, attraversando un fiume, ebbe l’idea di modellare fango argilloso per trarne la figura di un uomo in cui Giove infuse lo spirito vitale. Al dio sarebbe spettato rientrare in possesso dell’anima dopo la morte, alla Terra sarebbe toccato il corpo dell’essere chiamato uomo perché plasmato dall’humus; ma a possedere l’uomo durante tutta la vita sarebbe stata la Cura, l’Inquietudine, che lo aveva scolpito.

Tuttavia nessuno incarna meglio del giardiniere la natura dell’uomo come essere che si “prende cura” di qualcosa. Ogni materia molle come il fango e l’impasto si presta a continui ribaltamenti di valori, secondo quell’ambivalenza delle immagini che, ha osservato Gaston Bachelard, è più forte dell’antitesi dei pensieri. Il fango può essere immondo, sgradevole perché appiccicoso e avvolgente, temuto per la sua capacità di inghiottire, come attesta l’orrore per le sabbie mobili. Ma ne esistono anche immagini positive: la medicina del Settecento valorizza gli alimenti in grado di ammorbidire gli umori, la materia untuosa è riserva di spiriti vitali, conserva l’umidità preziosa di cui il corpo ha bisogno.

Dall'origine della vita alla trasformazione chimica del pianeta

In principio era l’argilla. Lì potrebbero essere comparse persino le cellule primordiali le cui membrane contenevano RNA. Nell’arco di milioni di anni, grazie al lavorio dei primi organismi, l’argilla fu trasformata in humus, il metabolismo dei batteri primitivi portò alla formazione di un’atmosfera ricca di ossigeno e biossido di carbonio che rese possibile la fotosintesi. Charles Darwin si interessò alla terra e scrisse persino un libro, L’azione dei vermi (a cura di Milli Graffi, Mimesis) dedicato alle fatiche digestive dei lombrichi nel dissodare il terreno e plasmare il paesaggio, l’ultima sua opera nel 1871, che ebbe un successo di pubblico paragonabile quasi alla Origine della specie.

Ipotizzo che la scintilla da cui la vita è scaturita potesse essersi verificata in un “piccolo e tiepido stagno”, dove le condizioni per la sintesi di una proteina erano ottimali. Il chimico scozzese Cairns-Smith ha indicato nei minuscoli cristalli inorganici, che compongono i minerali d’argilla la piattaforma su cui si sarebbero formate le prime molecole organiche complesse. Il suo libro, Sette indizi sull’origine della vita (Liguori), quando apparve in italiano ebbe su “La Stampa” una recensione firmata da Primo Levi nel febbraio del 1987, due mesi prima della morte dello scrittore.

I segreti dell'origine della vita: come è nato tutto? | Documentario Storia della Terra

Il fango come confine tra degradazione e rinascita

In Se questo è un uomo (1947), il fango dava figura alla degradazione della condizione del prigioniero, immerso nel grigiore uniforme della massa indistinta dei condannati. La Buna, la fabbrica chimica del campo di Auschwitz-Monowitz, scrive, è “disperatamente ed essenzialmente opaca e grigia”, sterminato intrico di ferro, cemento e fango, dove anche la terra, impregnata dei succhi velenosi del carbone e del petrolio, sembra prossima a morire. Si cammina nella neve in disgelo, le suole di legno degli zoccoli vengono succhiate dal fango avido, «da questo fango polacco onnipresente il cui orrore monotono riempie le nostre giornate».

Dopo aver vissuto la discesa verso il nulla, “sul fondo”, il finale di Se questo è un uomo, sul finire del gennaio del ’45 mostra i primi incerti passi verso la rinascita dell’umano: nel campo di Auschwitz in preda alla decomposizione, nel fango che invade tutto, la condivisione del dolore e i primi gesti di solidarietà rendono di nuovo avvertibile l’appartenenza alla specie. Il fango è un elemento decisivo non solo per ciò si degrada, la «controcreazione» di Auschwitz, ma anche per la creazione. Ne La tregua (1963) la narrazione dell’odissea del ritorno dopo la liberazione, narra il tempo di una faticosa risalita e le prime manifestazioni di un Eros che si appresta a ripopolare il mondo. Le acque, scatenate dal diluvio della follia nazista da cui molti sono stati “sommersi”, si vanno ritirando; la superficie della terra appare come un immenso suolo fangoso la cui putredine fermenta di nuova linfa di vita.

Il limo: il dono fertilizzante del Nilo

Facciamo derivare il termine sublime dal latino sub, sotto, e limen, soglia, per significare così quel che giunge alla soglia più alta, cioè elevato, eccelso. Altre ipotesi rimandano all’aggettivo latino limus, che significa obliquo, per cui sublime avrebbe il significato di salire dal basso verso l’alto, come uno sguardo estatico. Il limo, il fango fertile per eccellenza, è il sedimento abbandonato dalle acque dei fiumi dopo le piene e si distingue in limo grossolano o limo fino. La sua composizione chimica varia con la natura mineralogica e geologica del bacino di alimentazione e del letto dei fiumi e dei torrenti; in genere esso contiene larga copia di principî fertilizzanti, e in qualche caso è addirittura paragonabile allo stallatico.

Lo storico greco Erodoto, vissuto nel V secolo a.C., definì l'Egitto "il dono del Nilo". Con questa espressione l'autore delle "Storie" intendeva marcare la straordinaria importanza rivestita da questo fiume nella vita e nella cultura del popolo egizio. In primis il corso del Nilo svolgeva una fondamentale funzione economica, consentendo di rendere fertili terre aride e desertiche. Ogni anno, infatti, nel mese di luglio il fiume si gonfiava, oltrepassava il letto e travolgeva i territori limitrofi; le acque si ritiravano in novembre, rientrando nell’alveo, e lasciavano sui campi uno strato di fango di colore scuro ed estremamente fertile. Gli egizi infatti consideravano “Egitto” solo la parte di terra in cui arrivava l'inondazione e che veniva chiamata kemet, “terra nera”, nome ispirato al colore scuro della terra fertile. Il deserto invece veniva chiamato desheret, “terra rossa”, ed era considerato un Paese straniero, un luogo pericoloso, il regno della morte e dell’alterità.

mappa storica dell'Egitto con l'inondazione del Nilo e le zone fertili di Kemet

La mano dell'homo faber: modellare la materia

L'homo faber, a differenza di quanto pensava Bergson, non utilizza la mano geometrica, tipica delle pratiche dell’intelletto e delle scienze, che taglia, divide, analizza, non opera solo su oggetti solidi, separati spazialmente. La realtà profonda nel suo divenire fluido non si svela soltanto alla metafisica dell’intuizione, ma anche alla mano che impasta, che aggredisce il fondo stesso della materia e vince l’intimità delle cose. Nell’impasto non c’è più geometria, non ci sono più spigoli né tagli; in realtà, c’è un’altra geometria, quella che si sofferma sulle trasformazioni che non producono lacerazioni, la topologia.

Di fronte ad un impasto ideale, la mano stessa diventa felice, l’elasticità e la flessibilità inducono immagini di piacere. In un capitolo di Moby Dick di Melville, dal titolo La stretta della mano, Ismaele descrive la sua esperienza nel rimescolare lo spermaceti, il grasso di cui è ripiena la balena. La deliziosa mollezza e dolcezza aromatica del grasso addolcisce la collera dei marinai: “in quello spermaceti inesprimibile io mi lavai le mani e il cuore, quasi cominciai a dar credito all’antica superstizione di Paracelso che lo spermaceti abbia la preziosa virtù di calmare l’ardore della collera”. Più ancora della mano che tiene il martello, la mano che plasma ha la sensazione di essere pro-creatrice; il modellatore sente animarsi sotto le sue dita, nell’argilla, nella creta o nella cera, un desiderio di nascere alla forma.

Il risveglio della materia: arte e sublimazione

Le figure che spuntano dalla Porta dell’Inferno di Rodin, ha scritto il filosofo Michel Serres, sorgono dalla massa indefinita e fluttuante, spazio fangoso delle origini. “I Latini chiamavano massa l’ammasso o il mucchio, dalla parola greca maza che significa la pasta che s’impasta prima della cottura della focaccia, del pane o del vaso, individuati”. L’impasto costituisce l’atto primordiale, al punto che le lingue tedesca ed inglese derivano di qui il termine fare, machen e to make. Ora, è dalla massa che Rodin trae la sua opera; la Porta dell’Inferno era la sua arca, in senso etimologico, cassa o custodia, lo stock primario da cui tutto proviene, vaso di Pandora.

Gli sfondi terrosi di Dubuffet, le misture di gesso e sabbia di Tapies, le stesure pastose da cui Fautrier fa sorgere concrezioni materiche, le colate di materie plastiche di César: sono altrettanti esempi dell’informe da cui si genera la bellezza, come il fiore che spunta dallo stagno. “La meraviglia del fango!”, esclamava Paul Claudel di fronte alle ninfee di Monet. Forse non la bellezza, ma il sublime, quel che si produce grazie ad una chimica sublimazione che trasforma il solido in vapore, il grezzo in soffio e spirito: “La scultura riguarda il sublime come la tappezzeria la sottilità”, ha scritto Serres pensando all’etimo di sottile, sub-tilis, ciò che passa sotto la tela.

fotografia di un'opera d'arte contemporanea materica (es. Tapies o Fautrier)

Il loto asiatico (più precisamente detto nelumbo) fra l’altro non ha foglie galleggianti, queste superano il pelo dell’acqua e sono più grandi. È comunque curiosissimo che il carattere centrale del loto asiatico, il suo innalzarsi sopra al fango, contempli il fango, seconda testa del loto - di origine latina. Il latino lutum continua una radice indoeuropea ricostruibile come lhuto- che ha il significato di ‘sudicio’, e lo fa con i significati di ‘melma, fango’ (anche più utilmente ‘argilla, creta’) e pure ‘sudicione’. Così, in maniera elegante se pensiamo alla materia che indica, posso parlare di come con le scarpe porti belle impronte di loto in casa, del ciac ciac del loto sotto ai piedi dei bambini, del loto che rende la strada scivolosa. Infine, giusto per stringere bene il groviglio di sozzo e piante e roba che non c’entra con altra roba anche se pare, aggiungiamo che per altre vie in latino c’è anche un altro lutum, che indica una pianta da cui si traeva una tinta gialla - e se si dice lutulento ciò che è fangoso e scadente, si dice luteo ciò che è giallo zafferano.

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