L’eredità perduta dell'Hexapla: tra filologia origeniana e il mito dell’opera impossibile

Il progetto dell’Hexapla rappresenta, nella storia della critica testuale biblica, uno di quei monumenti intellettuali che, pur essendo sopravvissuti solo in frammenti, continuano a interpellare la coscienza del filologo e del teologo. La figura di Origene Adamanzio (185-254 d.C.), nato ad Alessandria e attivo a Cesarea, si staglia con una complessità che trascende la dicotomia tra ammirazione e condanna. Il suo lavoro di collazione del testo biblico, pur essendo stato oggetto di un'opera di riscoperta filologica moderna, ci pone di fronte alla necessità di comprendere un'impresa che, per dimensioni e ambizione, rimane una delle vette del pensiero cristiano dei primi secoli.

Ricostruzione concettuale di una pagina manoscritta dell'Hexapla con le sei colonne parallele

Origine e struttura dell’Hexapla

L’Hexapla, il cui nome deriva dal greco hexaplous ("esaplo", ovvero "a sei pieghe" o "a sei colonne"), fu il tentativo sistematico di Origene di risolvere le discrepanze tra il testo ebraico e le diverse traduzioni greche allora circolanti. Origene, dotto conoscitore delle Scritture e della filosofia, dispose il testo dell'Antico Testamento in sei colonne parallele per offrire uno strumento comparativo unico nel suo genere:

  1. La prima colonna conteneva il testo ebraico originale.
  2. La seconda, il medesimo testo ebraico ma traslitterato in caratteri greci.
  3. La terza, la versione greca di Aquila.
  4. La quarta, quella di Simmaco.
  5. La quinta, la Settanta (LXX), da lui riveduta con l'ausilio di segni critici (asterischi e obeli) per segnalare aggiunte o omissioni rispetto al testo ebraico.
  6. La sesta, la versione di Teodozione.

Questo immane apparato critico, che si estendeva su circa cinquanta volumi, non fu concepito come un’opera di mera conservazione, ma come un laboratorio esegetico. L’obiettivo di Origene era quello di permettere al lettore di orientarsi nella foresta delle varianti testuali, evitando che la divergenza tra i testi potesse trarre in inganno il lettore greco. È necessario sottolineare che la sesta colonna non era sempre identica; in alcuni libri, Origene incluse ulteriori versioni (le cosiddette Quinta, Sesta e Settima editio), rendendo il progetto ancora più monumentale di quanto il nome "esapla" suggerisca.

La biblioteca di Cesarea e la dispersione

I volumi furono gelosamente conservati nella biblioteca di Cesarea in Palestina, divenuta, grazie all’opera di discepoli come Panfilo ed Eusebio, il centro nevralgico della ricerca origeniana. La storia della trasmissione di quest'opera è però una storia di frammentazione. Non venne realizzata, infatti, alcuna copia completa dell’intero corpus. Si procedette, per ovvie ragioni di costo e tempo, a copiare principalmente la quinta colonna, quella dei Settanta, che divenne il testo di riferimento per gran parte della tradizione cristiana.

San Girolamo (347-420), nel suo lavoro di traduzione per la Vulgata, ebbe modo di consultare l'esemplare di Cesarea, attingendo alla precisione critica di Origene. Tuttavia, la storia successiva fu segnata da una graduale perdita. Dal 638 d.C., non si è più avuta notizia di una copia completa dell’Hexapla. Si ipotizza che l'intera opera sia stata definitivamente distrutta durante la conquista araba della Palestina, trasformando un pilastro dell'esegesi antica in un insieme di frammenti sparsi, oggi studiati attraverso le catenae (commentari che riportano citazioni di autori precedenti) e le glosse marginali dei codici biblici.

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Il metodo origeniano: oltre la lettera

Il merito di Origene non risiede solo nella raccolta dei testi, ma nell'aver liberato la Scrittura da una visione eccessivamente limitata. Origene distingueva tre livelli di interpretazione: letterale, spirituale (allegorico) e tipologico. Se il letteralismo lo poneva in conflitto con le correnti marcionite, l'allegorismo - inteso come strumento per far emergere il senso profondo del Logos - lo avvicinava a una filosofia greca cristianizzata.

Per Origene, il testo sacro possedeva un corpo (il senso letterale), un’anima (il senso morale) e uno spirito (il senso mistico). Questo approccio si rifletteva nella sua idea di esegesi: il filologo non è colui che si ferma al dato testuale, ma colui che usa il testo come "figura" di una realtà superiore. La sua opera Contro Celso, scritta nell'ultima parte della vita, testimonia come questo metodo non fosse solo accademico, ma una solida difesa apologetica contro le critiche anticristiane dell'epoca.

La polemica sull'ortodossia

La figura di Origene è stata segnata da una fortuna critica oscillante. Considerato "il più grande maestro dopo gli Apostoli" da Girolamo, fu, tre secoli dopo la sua morte, dichiarato eretico. Questa condanna, legata a speculazioni filosofiche sulla preesistenza delle anime e sulla natura della salvezza, non riuscì tuttavia a cancellare l'impatto dei suoi studi esegetici.

Gli studiosi moderni hanno spesso discusso della presunta "corruzione" dei testi di Origene. La tensione tra la tradizione diretta (i manoscritti giunti fino a noi) e quella indiretta (le citazioni nei Padri e nelle catene) ha occupato generazioni di filologi, da Koetschau a Wendland fino a Klostermann. Quest'ultimo, in particolare, metteva in guardia contro l'eccessivo ottimismo dei critici che cercavano di ricostruire in modo integrale l'esemplare di Panfilo ed Eusebio, riconoscendo che tale "Vorlage" è, in molti punti, irrecuperabile.

Il valore dell'eredità origeniana

Oggi, l'Hexapla sopravvive non come libro, ma come fantasma metodologico. La scelta delle Sources Chrétiennes di editare e tradurre, ove possibile, sia il testo greco che quello latino (ad esempio nel caso del Commento a Matteo), riflette la lezione di Origene: la necessità di un confronto capillare, incessante e non dogmatico tra le fonti.

Nonostante le accuse di eresia e le censure postume, le opere di Origene rimangono un "prato pieno di fiori", come lo definì Teofilo: un giardino in cui il filologo trova ancora oggi, tra le spine dei frammenti perduti, la traccia di un metodo che non si è mai accontentato della superficie. La sfida origeniana rimane quella di un'esegesi che, pur riconoscendo la propria limitatezza umana, non cessa di cercare, attraverso le lingue e le versioni, la voce del Logos che nel testo biblico si è fatto parola.

Mappa del Mediterraneo antico con i centri di diffusione della scuola catechetica di Alessandria e Cesarea

Il lavoro di Origene è dunque la prova che la storia della cultura cristiana non è fatta solo di dogmi, ma di una lunghissima, paziente e talvolta dolorosa operazione di lettura e rilettura dei testi, dove la filologia diviene, in ultima analisi, una forma di preghiera e di disciplina intellettuale. La distruzione dell'Hexapla non ne ha sancito la fine, ma la trasformazione in una presenza latente, in una traccia che spinge ogni generazione a interrogarsi, ancora una volta, su cosa significhi ristabilire il senso voluto dall'autore, consapevole della fragilità della tradizione che ci è stata consegnata.

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