Oltre il tempo: radici bibliche e prospettive contemporanee della maternità surrogata

Il dibattito sulla maternità surrogata, spesso relegato a questioni tecniche di bioetica contemporanea, affonda le sue radici in un passato millenario. Già tremila anni fa, qualcosa di simile a una ‘maternità per conto terzi’ faceva capolino nella Bibbia, quando Rachele, impossibilitata a procreare, chiese a Giacobbe di unirsi alla sua serva per il concepimento (Genesi 30). Questo antico paradigma solleva interrogativi che risuonano con forza nel dibattito moderno, intrecciando concetti di giustizia, legittimità e dignità umana.

rappresentazione iconografica delle matriarche bibliche

Il racconto dell’ancella: continuità e rotture

Il seminario svoltosi presso l’Università Cattolica di Milano, intitolato “Il racconto dell’ancella. Tra costrizioni, violenza e maternità surrogata”, ha messo al centro questa pratica, accostandola alle dinamiche di potere. Come sottolineato da Alessio Musio, docente di Bioetica, il titolo richiama l’opera di Margaret Atwood, che si apre proprio con il racconto biblico. Alcuni autori tentano di legittimare la maternità surrogata riferendosi alle matriarche che ricorrevano alle schiave a scopo riproduttivo, dimenticando, tuttavia, che non ogni racconto biblico è ipso facto una legittimazione.

Nel dibattito femminista contemporaneo, questo riferimento ha creato una netta spaccatura. Da un lato, si vede nel racconto una condanna di come il potere abbia sfruttato la capacità femminile di dare la vita; dall’altro, si analizza la differenza abissale introdotta dalla tecnologia. Nella narrazione biblica, la schiava rimaneva l’unica madre carnale, colei che assumeva di fatto il patrimonio genetico. Oggi, la tecnologia decompone la maternità in tre figure distinte, portando a un imbarazzo teorico ed esistenziale nel definire chi sia la “vera” madre.

La sterilità come sradicamento e promessa

Per le donne di Israele, generare figli rappresentava la massima realizzazione e il contributo al piano salvifico di Dio: «Siate fecondi e moltiplicatevi» (Gen 1, 28). Al contrario, la sterilità era vissuta come una grave sventura. Tuttavia, i grandi passaggi della Bibbia sono segnati proprio da esperienze di sterilità. Sara, Rebecca, Rachele, Anna e infine Elisabetta: tutte vivono il limite della non procreatività.

Il termine ebraico ‘aqarà (sterile) deriva dalla radice laaqor, che significa sradicare. La sterilità esprime dunque uno sradicamento, un distacco temporale dalle cose del mondo affinché si realizzi una nuova opportunità per l’umanità. Questa condizione, assimilata a un abbassamento kenotico, si oppone a una falsa pienezza fatta di orgoglio, svuotando l’essere per renderlo fecondabile dalla pienezza di Dio. È in questo contesto che il Cantico di Anna (1 Sam 2,1-10) esalta il Signore che «rende povero e arricchisce, abbassa ed esalta», mostrando come la sterile possa partorire sette volte mentre la ricca di figli sfiorisce.

schema concettuale della sterilità biblica come transizione

Pratiche antiche: tra necessità e mercificazione

La gestazione per altri è una pratica che l'umanità ha sempre utilizzato. Abramo, non potendo avere figli da Sarai, si unì alla serva Agar per avere Ismaele (Genesi 16). Allo stesso modo, Giacobbe concepì con Bila, serva di Rachele, un figlio che ella partorì sulle ginocchia della sua padrona.

Sebbene la narrazione biblica si concentri sui diritti di discendenza, l’analisi critica rivela punti di estrema criticità. Il testo biblico riporta: «Abram disse a Sarai: ecco, la tua schiava è in tuo potere, falle ciò che ti pare» (Gn 16,6). Le donne che prestavano il proprio grembo erano serve, prive di qualsiasi potere decisionale, costrette al rapporto sessuale, al parto disagevole e alla cessione del neonato. Erano donne senza scelta.

Questo solleva un interrogativo centrale per la modernità: se la legge 40 del 2004 proibisce questa pratica in Italia, quali garanzie vengono proposte per evitare che, in contesti internazionali, essa diventi uno strumento di mercificazione del corpo femminile? La questione della dignità della donna, sollevata dalle sentenze, rischia di essere eclissata dallo stereotipo che l'extrema ratio di ogni donna sia lo sfruttamento del proprio corpo.

Il patriarcato e la prospettiva biblica

Deducere l'esistenza di una “Bibbia delle donne” risulta complesso. Nonostante lo sforzo di numerose studiose, è evidente che i testi sono stati pensati in contesti culturali patriarcali e oppressivi. Le donne che trasgrediscono le norme, come Giuditta o Raab, sono esaltate solo se la loro azione serve a far vincere “il popolo eletto”. Per ogni altro motivo, restano figure stigmatizzate.

Dina, violentata da Sichem, esce dalla storia senza che nessuno si preoccupi del suo destino, poiché, nella logica di quel tempo, contavano soltanto Giacobbe e i suoi figli. La Bibbia non offre mai una prospettiva femminile, rendendo le figure femminili che emergono - grazie alla loro furbizia e coraggio - delle eccezioni straordinarie in un sistema che tendeva a invisibilizzarle.

Lo scandalo di Gesù e l’alterità

In questo quadro di oppressione, Gesù rappresenta una rottura. Egli offre alle donne spazi inediti, fiducia e una salvezza paritaria. Affidando loro la testimonianza della sua alterità - si pensi a Maria di Magdala - Gesù propone una visione che sgancia il valore della donna dalla sola capacità riproduttiva.

Tuttavia, il processo di emancipazione si arenò. Il substrato ebraico dell'Antico Testamento e le successive interpretazioni paoline (come le lettere a Timoteo o agli Efesini) hanno cristallizzato il silenzio e la sottomissione come doveri femminili. La storia ha visto il sorgere di figure femminili forti, come la scienziata Enheduanna, vissuta millenni prima, la quale riponeva la sua fiducia non in un dio maschio, ma nella potentissima dea Inanna, suggerendo che le risposte alle domande di giustizia e dignità siano sempre state ricercate ben oltre i confini del patriarcato.

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