La Posizione della Chiesa Cattolica sull'Aborto: Tra Dottrina, Misericordia e la Sfida della "Cecità Spirituale"

L'interruzione volontaria di gravidanza è una questione che, da decenni, attira l'attenzione della società, occupando ciclicamente le pagine scritte o parlate dei mass media, quasi sempre per sottolinearne le connotazioni negative. In Italia, dal fatidico 22 maggio 1978, giorno di approvazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, molta acqua è passata sotto i ponti. È un’acqua talvolta impetuosa e rumorosa, talvolta ignorata da gran parte della società, ma mai tranquilla e pacifica. Un'acqua scomoda nella quale pochi hanno avuto il coraggio di specchiarsi, mentre molti l’hanno trattata a distanza, con fastidio o addirittura con rabbia. Ancora oggi, quando gli aborti in Italia si sono più che dimezzati rispetto ai primi anni di applicazione della legge, scendendo al di sotto dei 100.000/anno (97.500 nel 2014) e con la tendenza a ridursi sempre più, la questione rimane un punto centrale di dibattito.

Il ruolo dei ginecologi territoriali è stato fondamentale in questo contesto. Nei Consultori, in tutti questi anni, questi professionisti hanno dovuto misurarsi col dramma delle donne che hanno usufruito della legge 194, recando, nella stragrande maggioranza dei casi, sulla propria coscienza le tracce indelebili di questa tragedia. Hanno cercato con l’ascolto, la comprensione ma anche con i mezzi che la scienza medica ha messo e mette a disposizione - la contraccezione innanzitutto - di contenere e di evitare la ripetizione di quelle tragedie. Spesso hanno operato in situazioni difficili a causa del crescente fenomeno dell’obiezione di coscienza, che in taluni ospedali e in talune Regioni ha raggiunto e superato l’80-90% degli addetti ai lavori (ginecologi, anestesisti, strumentisti, infermieri, ostetriche).

In questo scenario complesso, la Chiesa Cattolica ha mantenuto una posizione chiara e, allo stesso tempo, ha saputo introdurre sfumature di misericordia che invitano a una riflessione più profonda. La sua dottrina, saldamente radicata nel valore sacro della vita dal concepimento, si confronta con le dinamiche sociali e le esigenze pastorali, cercando di offrire una via di perdono e di comprensione senza mai relativizzare la gravità del peccato.

Discussione pubblica sull'aborto in Italia e la Legge 194

La Dottrina della Chiesa Cattolica: Il Valore Sacro della Vita e la Condanna dell'Aborto

La Chiesa Cattolica considera la vita un dono di Dio all'uomo, sacro e inviolabile dal momento del concepimento fino alla sua fine naturale. Ne consegue che l’aborto volontario è volto a impedire lo sviluppo della vita, e quindi equivale ad un omicidio, con conseguente peccato mortale, in quanto con questa scelta l’uomo si contrappone arbitrariamente alla volontà di Dio. Allo stesso modo, i cosiddetti metodi di contraccezione di emergenza, che impediscono l’annidamento dello zigote nell’utero, vengono considerati aborti. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 2273, afferma che “la vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto dal momento del concepimento. Fin dal primo istante della sua esistenza, l’essere umano deve vedersi riconosciuti i suoi diritti di persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere innocente alla vita”. Questa posizione si basa su principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, specialmente quando l’azione politica viene a confrontarsi con leggi civili in materia di aborto e di eutanasia, che devono tutelare il diritto primario alla vita a partire dal suo concepimento fino al suo termine naturale.

La condanna dell'aborto nel magistero della Chiesa è inequivocabile e non richiede specificazioni. Indicazioni sufficientemente chiare si riscontrano anche riguardo alla sua promozione per via legislativa, non solo da parte della Congregazione per la dottrina della fede nella Nota dottrinale - che al riguardo cita il n. 73 di Evangelium Vitae - e nella precedente Dichiarazione De abortu procurato del 1974, ma anche nello stesso Catechismo, in modo particolare al n. 2273 e, con riferimento al tema dello scandalo, al n. 2286.

Storicamente, la percezione e la definizione del feto hanno subito evoluzioni significative. Nei primi secoli della storia del cattolicesimo non vi fu una posizione unanime sul tema dell’aborto. Ancora al tempo di Agostino molti vescovi lo consideravano lecito fino al terzo mese, mentre Tommaso D’Aquino riteneva che un feto diviene un essere umano dopo 40 giorni se è maschio oppure 60 giorni se è femmina e che solo gli esseri umani hanno l’anima, mentre il feto non la possiede. Questa prospettiva rifletteva le limitate conoscenze scientifiche dell'epoca sull'embriologia. A partire dal XVII secolo, tuttavia, il feto fu considerato una persona da battezzare anche a costo della vita della madre (che tanto era già stata battezzata e quindi salva), segno di una crescente attenzione alla sacralità della vita nascente. Nel XIX secolo, il feto venne considerato essere umano e trattato come una persona, dotato di un’anima fin dal primo istante del concepimento. Questa è la posizione che la Chiesa mantiene anche oggi, rafforzata dalle moderne acquisizioni scientifiche.

I primi secoli della Chiesa

La Misericordia di Papa Francesco: Una Rivoluzione Evangelica nel Perdono

A fronte di questa ferma dottrina, la Chiesa ha mostrato anche la profondità della sua misericordia. Nel novembre del 2016, è stata accolta con stupore e con incantata meraviglia la decisione del Pontefice, espressa nella lettera apostolica “Misericordia et misera”, un documento programmatico nel quale vengono indicate le disposizioni pastorali dopo il Giubileo. Il Papa ha voluto ribadire con tutte le sue forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, ha affermato: “posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito… A tutti è offerta la possibilità di sperimentare la forza liberatrice del perdono”.

In forza di questa esigenza, perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, Papa Francesco ha concesso d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto concesso limitatamente al periodo giubilare è stato così esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Le forti parole ed il coraggio del Santo Padre hanno sollevato certamente lo sdegno ipocrita di parte delle gerarchie ecclesiastiche, ma questa è la forza di ogni rivoluzione, anche di quella evangelica. Questo gesto rappresenta un invito a tutti a impegnarsi in una sincera riflessione, abbandonando gli estremismi ideologici di tanti non buoni cristiani che oppongono la facile condanna alla forza dell’ascolto e della comprensione. Si auspica che riflettano anche tanti operatori sanitari che, in buona o meno buona fede, hanno risposto con un’obiezione di comodo alla richiesta di aiuto di tante donne. In questo modo, forse, si potrà svolgere in coscienza e con animo sereno il proprio compito - un tempo si diceva missione - lasciando ad altri il ruolo di giudici. Il Sacramento della Riconciliazione ha bisogno di ritrovare il suo posto centrale nella vita cristiana, e per questo richiede sacerdoti che mettano la loro vita a servizio del ‘ministero della riconciliazione’ (2 Cor 5,18) in modo tale che, mentre a nessuno sinceramente pentito è impedito di accedere all’amore del Padre che attende il suo ritorno, a tutti sia offerta la possibilità di sperimentare la forza liberatrice del perdono.

Papa Francesco e la Lettera Apostolica

L'Aborto come "Cecità Spirituale": Una Prospettiva di Separazione e Mutilazione

Su alcuni temi - come quello dell’aborto - si può vedere all’opera un vero e proprio mistero di male e una cecità spirituale inedita. Nella fattispecie, questa cecità consiste nel non dare il giusto peso ai diritti della parte più debole, il nascituro. Guardando ai dati aggregati, la situazione è disastrosa, ogni anno si assiste a un’autentica strage. Tutto ciò viene attuato contro le stesse conoscenze che sono in nostro possesso.

Questa cecità, o accecamento spirituale, è l’incapacità, in qualche modo colposa, di vedere il vero e il buono. Non consiste semplicemente nel non “vedere” ciò che sarebbe evidente - ad esempio che una vita è tale fin dal suo concepimento - ma è una condizione più profonda. La gloria che Dio ha dato a Cristo, Lui l'ha data anche a noi, “perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa”. Questa unità non solo ci è stata prescritta ma Dio ci ha dato anche il mezzo per conseguirla con l’effusione dello Spirito Santo. L’uomo che vive questa unità d’amore matura gradualmente una sensibilità che lo rende - ferma restando la fragilità che è propria della sua condizione - quasi impossibilitato a fare il male. L’uomo che ascolta con umiltà la parola di Dio (nel senso di obbedirvi) non si limita a comprendere un messaggio a livello razionale, ma ne viene trasformato nell’amore. È il peccato originale anzitutto il responsabile di questa separazione dall’unità esperita da Adamo ed Eva, una frattura che produce il male morale, compreso l’aborto.

La cecità spirituale odierna è "inedita" per diverse ragioni. La prima riguarda la natura particolarmente odiosa del peccato in oggetto, che si manifesta in un contesto di conoscenze scientifiche avanzate. L'innovazione scientifica ha cambiato la percezione collettiva del feto; fino al Settecento, il feto racchiuso nel grembo materno veniva considerato un’appendice del corpo della madre. Fu grazie a una serie di acquisizioni scientifiche tra Seicento e Settecento - in particolare nell’ambito della fecondazione e dello sviluppo embrionale, e poi nel ‘900 con l’introduzione dell’ecografo - che la percezione sociale del rapporto tra il feto e il corpo della madre cambiò completamente, e il feto cominciò a essere visto come un’entità autonoma rispetto alla madre. Nonostante queste evidenze, la cecità spirituale persiste.

L'Aborto e l'Autorealizzazione: Una Separazione dall'Amore e dall'Unità

L'aborto è incompatibile con lo sviluppo dell’autorealizzazione, intesa come la tendenza a vivere nello stato dell’amore. Una persona che vive nello stato dell’amore, vive in uno stato mentale e spirituale tendenzialmente unitario. Questa unità va necessariamente intesa in due sensi: assenza relativa di conflitti psichici (coscienza unificata in sé stessa) e armonia con le persone e le cose attorno (coscienza unita agli altri). Se quando manca l’armonia interna di certo non vi è nemmeno quella esterna, in quanto il conflitto interiore crea malumore e il malumore dispone male verso gli altri, viceversa, alla pace interiore non sempre corrisponde quella esteriore.

Entrando nel vissuto di una donna incinta, la scelta di abortire implica una separazione profonda. Questa separazione dal frutto del proprio grembo e dal proprio corpo implica un’interruzione del sentire l’embrione come parte di sé - diversamente la donna sentirebbe di mutilarsi - il non vedere la sostanziale continuità della vita intrauterina - diversamente la donna sentirebbe di commissionare un omicidio - una separazione dal proprio sentire emotivo e dal proprio corpo che cambia. Diversamente i sentimenti di tenerezza e di simbiosi con il proprio figlio non le consentirebbero l’aborto. La condizione della donna in gravidanza è del tutto particolare. Il feto si ritrova in una condizione unica, completamente collegato alla madre ma comunque interamente sé stesso. L’unità tra la donna e il suo bambino va ben oltre il livello organico della placenta, estendendosi dal livello fisico a quello mentale ed emotivo. La natura stessa equipaggia la donna in questo senso. “La simbiosi, infatti, non è un fatto puramente fisico: siamo noi che la leggiamo solo così”. Lungi dal voler colpevolizzare la donna o puntare il dito contro qualcuno, qui si condanna il peccato, mai il peccatore. Naturalmente ci si potrebbe domandare se questo discorso sia applicabile anche a quei casi in cui la gravidanza sia risultato di una violenza sessuale. Però si può certamente dire che, viceversa, una donna che prendesse alla leggera l’aborto è una donna il cui rapporto col proprio corpo e con l’altro da sé andrebbe opportunamente indagato.

Non si può però pensare che, viceversa, quanti si dichiarano contrari all’aborto abbiano maturato una reale e concreta sensibilità spirituale che li metta al riparo dal commettere tale peccato o dal rendersene in qualche modo complici. L’azione dipende da quanto le capacità di sentire e vedere siano sviluppate nella persona, non da ideologie astratte. Quando si pensa agli effetti psicologici dell’aborto procurato sulla donna si dovrebbe anzitutto pensare a tali effetti in rapporto al complesso della sua persona. Il pensiero di Papa Pio XII dialoga brillantemente con San Tommaso D’Aquino, il quale ci dice che l’uomo orienta le sue azioni in base a un bene che costituisce per lui un fine, in base al quale egli dispone i mezzi adeguati. In questo fine viene ordinata tutta la vita affettiva dell’uomo. Quindi, tutta la personalità umana si organizza attorno a questo fine. Questo pericolo di un allontanamento dal fine ultimo e quindi di una rottura di questa tensione a Dio che porta unità all’interno della persona, dovrebbe valere senz’altro anche nel caso dell’aborto procurato. Anche qui vi è una separazione da Dio e dalla sua volontà, indipendentemente dalla fede della donna.

Rappresentazione di una donna in conflitto interiore

Le Conseguenze Psicologiche dell'Aborto: Un Campo di Ricerca Complesso

Spostandoci ad un punto di vista più circoscritto, si è cercato di comprendere, attraverso ricerche quantitative, se l’aborto sia un evento in grado di avere un impatto negativo sulla salute mentale della donna, ovvero se possa scatenare dei veri e propri disturbi psicologici. Va detto che questo punto è oggetto di controversia nella comunità scientifica.

Alcuni studi sembrano suggerire che un’associazione statistica ci sia. Ad esempio in Cina, dove gli aborti sono particolarmente frequenti a causa di una legislazione liberale in merito, uno studio volto a rilevare la prevalenza di stress, depressione e fattori associati in donne che hanno abortito nel primo trimestre di gravidanza, ha rilevato che la prevalenza di stress elevato percepito e depressione erano rispettivamente del 25,3% e del 22,5% (Zhang et al., 2022). Un recentissimo studio svolto in Canada, volto a conoscere se un aborto indotto si associasse a un aumento del rischio di ospedalizzazione a lungo termine per problemi di salute mentale, ha concluso che questa associazione è presente anche se - fortunatamente - essa tende a indebolirsi nel tempo. Lo studio è stato svolto confrontando i tassi di ospedalizzazione per disturbi mentali, disturbi da sostanze e tassi di suicidio tra madri che avevano ricorso all’aborto indotto e gravidanze portate a termine (Auger et al., 2025). Un case-control study avente lo scopo di analizzare l’associazione tra aborto indotto, aborto spontaneo, e infertilità rispetto al rischio di disordini psichiatrici svolto su un campione di 57.770 donne in Germania ha rilevato un’associazione positiva per tutte e tre le condizioni (Jacob et al., 2017).

Comunque, altri studi sembrano andare in direzione opposta. Un problema classico in questo genere di ricerche è il controllo delle cosiddette variabili disturbanti, che sono costituite da quei fattori che possono influenzare nascostamente la relazione tra la variabile che si vuole spiegare (l’incidenza dei disturbi mentali) e la variabile di cui si vuole sondare l’effetto (l’aborto). Alcune ricerche hanno utilizzato la tecnica del matching, una tecnica che permette di minimizzare l’impatto delle variabili confondenti appaiando gli individui del campione con individui con caratteristiche simili. Le metanalisi e le revisioni sistematiche relative all’impatto dell’aborto sulla salute mentale della donna avrebbero potuto risolvere tale controversia (Littell et al., 2024).

Su questo punto non abbiamo delle certezze scientifiche in quanto gli studi hanno dato, finora, esiti in parte discordanti. Si potrebbe invece ragionare in termini metafisici, vedendo l’aborto come un possibile evento critico che rompe quell’unità trascendente con Dio in cui l’uomo ritrova pace e armonizza i suoi affetti. Questo non è un giudizio di condanna. Ogni frattura può essere recuperata e risanata, in quanto la Grazia e la misericordia di Dio sono davvero grandi. In definitiva, l’aborto è un problema di sensibilità verso la vita umana e verso un essere umano nascente. Questa mancanza di sensibilità che si accompagna alla scelta abortiva oggi emerge come un prepotente distacco rispetto alle conoscenze scientifiche in nostro possesso circa l’inizio della vita. La fede vera, che si accompagna a una trasformazione del cuore, dovrebbe darci una sensibilità tale da metterci al riparo dal commettere tale peccato.

I primi secoli della Chiesa

La Scienza Moderna e l'Inizio Inequivocabile della Vita Umana

Le conoscenze scientifiche attuali offrono un quadro chiaro sull'inizio della vita. Come evidenziato da Maureen L. Condic nel suo articolo “When Does The Human Life Begin? A Scientific Perspective” (2009), la fecondazione è il momento in cui una nuova vita umana ha inizio. Questo, lungi dall’essere un’opinione peculiare dell’autore del suddetto articolo, sembra costituire invece il terreno di un ampio consenso scientifico. Lo studio “The Scientific Consensus on When a Human’s Life Begins” di Steve Andrew Jacobs (2021) ha preso in considerazione il punto di vista di un campione rappresentativo di biologi su quando inizia la vita. La conclusione fu che la maggioranza assoluta di essi (68%) considerava la fecondazione come l’inizio della vita, mentre il restante lo faceva coincidere con la nascita o con un certo grado di sviluppo fetale (feto pre-viabile o viabilità fetale). Esiste dunque, secondo questo studio, un consenso scientifico circa l’inizio della vita.

Questa evidenza scientifica contrasta con la "cecità spirituale" che permette l'aborto. Si tratta di diventare sensibili alla vita, non solo di sapere qualcosa sulla vita. Questo implica una capacità di sentire e di vedere. Non basta sapere. Sebbene la scienza abbia chiarito il dato biologico, la sfida è trasformare questa conoscenza in una sensibilità che riconosca il valore intrinseco di ogni vita umana fin dal suo concepimento.

Diagramma dello sviluppo embrionale dalla fecondazione

Implicazioni Pastorali e Canoniche: La Responsabilità dei Cattolici e l'Accesso all'Eucaristia

Il dibattito sull'aborto non si limita alla sfera personale o scientifica, ma si estende alle implicazioni pubbliche e alla condotta dei cattolici, in particolare coloro che ricoprono ruoli politici. Com'è noto, dibattiti particolarmente accesi sono sorti in ambito statunitense, sia in conseguenza dell’approvazione di legislazioni estremamente permissive nei confronti delle pratiche abortive con il sostegno di politici cattolici, sia in seguito all’elezione alla Presidenza di un candidato cattolico che ha ugualmente sostenuto posizioni in contrasto con tale Magistero.

Al centro delle discussioni dell’Episcopato locale si è quindi posta la questione relativa alla non ammissione di questi soggetti alla Sacra Comunione, che il can. 915 del Codice di Diritto Canonico disciplina: “Non siano ammessi alla sacra comunione gli scomunicati e gli interdetti dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena, e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto”.

Il significato di tale norma è tuttavia oggetto di molti fraintendimenti. Alcuni riguardano la natura stessa del divieto, spesso erroneamente qualificato come sanzione. Al contrario, come spiega Giovanni Paolo II al n. 84 di Familiaris Consortio (con riferimento ai fedeli divorziati e risposati, ma enunciando un principio comune a tutti i casi analoghi), il mancato accesso alla Comunione eucaristica dei soggetti indicati al can. 915 discende dal fatto che “sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia”.

Altri derivano dalla commistione tra la norma in parola e il successivo can. 916, che si rivolge invece direttamente a tutti quei soggetti che siano consapevoli di trovarsi essi stessi in peccato mortale, ricordando loro il conseguente divieto di comunicarsi al Corpo del Signore senza avere premesso la confessione sacramentale. Per non cadere in simili equivoci, conviene fare riferimento ad altri due testi che su questi profili hanno insistito con chiarezza: la Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i testi legislativi del 2000 e il n. 37 della Lettera Enciclica Ecclesia de Eucharistia del 2003. In quest’ultimo documento, dopo avere ricordato che “il giudizio sullo stato di grazia, ovviamente, spetta soltanto all’interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza” - precisazione relativa al principio enunciato al can. 916 -, Giovanni Paolo II prosegue affermando: “nei casi però di un comportamento esterno gravemente, manifestamente e stabilmente contrario alla norma morale, la Chiesa, nella sua cura pastorale del buon ordine comunitario e per il rispetto del Sacramento, non può non sentirsi chiamata in causa. A questa situazione di manifesta indisposizione morale fa riferimento la norma del Codice di Diritto Canonico sulla non ammissione alla comunione eucaristica di quanti ‘ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto’ ”.

Allo stesso modo, il Pontificio Consiglio individua gli elementi dell’ultimo caso di cui al can. 915: la gravità del comportamento, l’ostinata perseveranza, e la manifestazione del peccato grave. La rilevanza di tale diversità di prospettive emerge anche con riguardo ai ‘beni’ tutelati dal can. 915, tra i quali lo stesso n. 37 di Ecclesia de Eucharistia menziona la cura pastorale del buon ordine comunitario. Quest’ultimo profilo si riferisce alla necessità di prevenire i rischi di ‘scandalo’ nella comunità dei fedeli: termine utilizzato, secondo il senso proprio illustrato al n. 2284 del Catechismo, per indicare “l’atteggiamento o il comportamento che induce altri a compiere il male”.

Alla luce di tali elementi, è perciò possibile trarre alcune considerazioni in merito al caso in esame. Quanto alla gravità del comportamento, se l’inequivocabile condanna dell’aborto nel magistero della Chiesa non richiede specificazioni, indicazioni sufficientemente chiare si riscontrano anche riguardo alla sua promozione per via legislativa. Ancora più esplicite le osservazioni contenute nel memorandum Worthiness to Receive Holy Communion del 2004 dell’allora Cardinale Prefetto Joseph Ratzinger, nel quale il caso di “a Catholic politician […] consistently campaigning and voting for permissive abortion and euthanasia laws” viene indicato espressamente come un’ipotesi di applicazione del can. 915. Quest’ultima precisazione, riferendosi alla stabilità della condotta, fornisce informazioni utili anche a proposito del carattere della ‘perseveranza ostinata’, che nel caso di specie deve sostanziarsi in una posizione politica portata avanti in modo sistematico. Circostanza che, pur complicando molto il compito del sacerdote sul piano pastorale, rende amaramente più semplice la sua valutazione su quello giuridico. Circa l’ultima condizione di cui al can. 915, nessun problema interpretativo sembra essere sollevato dal caso dei fedeli impegnati in contesti istituzionali ed elettorali, essendo il primo per sua natura manifesto e il secondo attivamente indirizzato a raggiungere il più ampio pubblico possibile. Cosicché si potrebbe dire che maggiore è la fortuna politica del soggetto in questione, minori sono i dubbi che si pongono riguardo a questo requisito.

Testimonianze di Fede e Azione: La Campana per i Bambini Non Nati e l'Annuncio della Verità

Nel panorama delle azioni concrete per la difesa della vita, emerge l'iniziativa di mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia-Sanremo, con l'installazione della "campana dei bimbi non nati". Questa campana, fin dalla sua installazione il 28 dicembre 2025 sulla torretta appartenente alla Curia di Sanremo, ha suscitato reazioni opposte. La stessa scelta della data d’inizio, appunto il 28 dicembre, festa dei Santi Innocenti, non è casuale in quanto, come ha ricordato il vescovo, «noi abbiamo sempre festeggiato in questa prospettiva i Santi Innocenti Martiri, perché è una storia che tragicamente si ripete e oggi ha raggiunto dei numeri e un livello di malvagità che Erode non poteva nemmeno sognare». Una malvagità le cui prime vittime sono proprio i bambini non nati e perciò non battezzati, che bisogna affidare, come insegna la Chiesa, alla misericordia di Dio.

Le madri, dunque, sono al centro della premura pastorale del vescovo di Ventimiglia. «Come mirabilmente diceva il cardinale Biffi, la prima opera di carità è dire la verità», ricorda Suetta, aggiungendo che «una donna che arriva a prendere la decisione di abortire, o talvolta ad accettarla o anche a subirla, naturalmente porta dentro di sé un peso, un grande rimorso, anche se non sempre ne è consapevole». È in linea con questi principi che don Giorgio Bellei ha voluto esprimere la sua solidarietà a mons. Suetta, facendo suonare anche lui, dal 16 gennaio, una campana. «Quando c’è una battaglia giusta e l’affermazione di un valore di legge naturale ed evangelico, bisogna che la Chiesa, tutta insieme, si adoperi per quella idea», afferma il parroco, che sta cercando di sensibilizzare altri sacerdoti a fare altrettanto. Don Bellei ha anche chiesto che ogni giorno alle 20 si recitino, in unione spirituale, tre preghiere: «l’Angelo di Dio, in onore degli angeli custodi dei bambini abortiti»; «un Gloria al Padre, per affermare che il progetto sulla vita appartiene solo a Dio, alla Trinità, e l’uomo non può cambiarlo né all’inizio né in corso d’opera né alla fine»; «un’Ave Maria, perché la Madonna, che ha conosciuto il dolore, aiuti a convertire le anime delle donne che hanno abortito». Il parroco si è quindi soffermato sull’importanza che la Chiesa torni ad annunciare le verità che non sono politicamente corrette, anziché tacerle (come per l’aborto) «per timore di non essere ascoltata».

Per la campana dei bimbi non nati mons. Suetta ha ricevuto critiche ma molti più attestati di stima. Di contro, in opposizione alla campana, ci sono state manifestazioni sparute, a volte con la partecipazione di giovani «indottrinati e letteralmente ignoranti rispetto a ciò di cui si parla», un fatto che fa soffrire il vescovo e «mi interroga anche circa le nostre responsabilità perché sono tutti ragazzi che, ferma restando la loro libertà e considerando anche la stagione della loro vita, hanno fatto il catechismo e magari anche l’ora di religione». Tra i vescovi, invece, solo cinque, tre dei quali emeriti, di cui uno è mons. Carlo Maria Viganò, gli hanno espresso vicinanza. Mons. Vincenzo Paglia ha preso le distanze dalla campana per i non nati, sebbene in modo implicito, cioè eludendo una domanda sulla questione e spostando l’attenzione sui vecchi, di cui la Chiesa, va detto, ha sempre avuto cura.

La verità sull’aborto è insita nella legge naturale, che può essere riconosciuta anche dai non credenti. «Che l’aborto sia un omicidio - ragiona Suetta - non è questione di fede e non è un’affermazione confessionale, è un dato di fatto incontrovertibile», perché non c’è medico che possa negare che la vita inizi dal concepimento. L’aborto ha da un lato una dimensione personale e, dall’altro, una riguardante l’intera società. Rispetto al primo punto, mons. Suetta spiega che la sede per trattare il caso singolo «non è il pulpito, ma è il sacramento della penitenza, la direzione spirituale, la formazione delle coscienze». Mons. Suetta usa la metafora del cancro per far capire cosa succede a una società che approva leggi ingiuste come quella sull’aborto. Un male rispetto a cui l’unica terapia «è accogliere la legge di Dio, che sta scritta nel cuore dell’uomo, nella natura delle cose, è rivelata dalla parola di Gesù, è insegnata dalla parola della Chiesa». Questo è il dovere della Chiesa: annunciare la verità sull’aborto, compresa l’iniquità della legge 194.

I primi secoli della Chiesa

Le Diverse Posizioni Religiose sull'Interruzione Volontaria di Gravidanza: Un Quadro Comparativo

La posizione sull’interruzione volontaria di gravidanza varia significativamente tra le diverse tradizioni religiose, sebbene molte condividano una condanna generale. Eugenio Lecaldano ha ripartito le religioni nella seguente modalità:

  • Ebrei: Sono contrari all’aborto, ad eccezione nel caso di pericolo per la salute della madre. Gli aborti terapeutici devono essere valutati caso per caso.
  • Ortodossi: Contrari all’aborto, ma praticabile solo eccezionalmente nel caso di pericolo della vita della madre. Analoga è la posizione dei cristiani delle chiese orientali antiche.
  • Cattolici: Considerano la vita un dono di Dio all’uomo. Ne consegue che l’aborto volontario è volto a impedire lo sviluppo della vita, e quindi equivale ad un omicidio, con conseguente peccato mortale, in quanto con questa scelta l’uomo si contrappone arbitrariamente alla volontà di Dio. Allo stesso modo, i cosiddetti metodi di contraccezione di emergenza, che impediscono l’annidamento dello zigote nell’utero, vengono considerati aborti.
  • Anglicani: Non hanno definito una posizione ufficiale. Una minoranza condivide la posizione cattolica, ma fra gli anglicani prevale l’idea che in certi casi l’aborto è moralmente giustificabile.
  • Protestanti: Sostengono che l’anima e il corpo esistono immediatamente al concepimento; tuttavia, molte delle chiese più diffuse accentuano l’importanza delle circostanze e la responsabilità di chi deve scegliere, riconoscendo che il conflitto morale sull’aborto sia tragico. Di conseguenza alcune chiese condannano l’aborto mentre altre lo accettano.
  • Testimoni di Geova: Rimangono profondamente contrari all’aborto.
  • Musulmani: Consentono l’uso della pillola del giorno dopo e ogni pratica abortiva antecedente all’impianto dell’ovulo fecondato nell’utero. È altresì concesso l’aborto nei casi di rischio sanitario per la madre. L’aborto è proibito anche in caso di stupro.
  • Induisti: La regola è “no aborto”, tuttavia si registra una certa tolleranza verso i trasgressori.
  • Buddhisti: L’aborto è vietato perché considerato una violenza nei confronti di un essere vivente. Il Dalai Lama, però, si è espresso a favore di una valutazione “caso per caso” e della scelta del “male minore”.

Questo quadro evidenzia come, pur nella diversità delle motivazioni e delle eccezioni ammesse, la maggior parte delle grandi religioni riconosca la serietà della vita nascente e tenda a una condanna dell'aborto, lasciando spazio a differenti interpretazioni o aperture verso le circostanze particolari.

Mappa mondiale delle legislazioni sull'aborto e le posizioni religiose prevalenti

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