Sguardi sul Tempo: Storia e Significato dell'Immagine nel "Lenzuolino Gina" e Oltre

L'amicizia, un legame intessuto nel tempo e nello spazio, spesso ci porta a contemplare la vita attraverso frammenti di memoria, immagini e parole che definiscono la nostra esistenza e quella di chi ci è caro. La storia e il significato dell'immagine, in particolare quella legata a un oggetto apparentemente semplice come un "lenzuolino Gina", possono fungere da catalizzatore per esplorare temi universali: la memoria, l'identità, il passaggio del tempo, l'impegno sociale e la natura stessa della narrazione. Il nostro legame con il "piccolo gruppo di comunitari" si era intrecciato per più di trent'anni. La casa della comunità, con i suoi angoli ormai familiari, era diventata un luogo di passaggio e di conforto. Negli ultimi anni, il desiderio di ritirarsi a vivere in Calabria, pur accolto con un sorriso un po' scettico ("non riuscivamo a immaginarti fermo in un solo luogo"), rappresentava un desiderio profondo, un'aspirazione a radicarsi. Le telefonate mattutine, con l'aggiornamento sui lavori in corso e la rassicurazione "Noi siamo qui", creavano un ponte tra la distanza e la continuità del legame.

L'estate, con la sua luce delicata che si leva all'orizzonte, offre spesso uno sfondo per la riflessione. Uno scorcio di mare, una tazza di caffè al mattino nel cortile della comunità, e le chiacchiere che trasportano in un dialogo attento. La curiosità innata, il desiderio di intrecciare la propria vita con altre vite ed esperienze, sono stati motori potenti. Questo impulso si è tradotto nell'impegno per le "minoranze attive", un dovere morale di agire accanto a chi fa più fatica, agli esclusi, per aiutarli a riappropriarsi della conoscenza, a trovare voce, a raccontarsi partendo dalle proprie storie di vita.

Comunità rurale in Calabria

L'invito reciproco a partecipare a incontri e discussioni testimonia la profondità di questo legame. L'invito a una riunione con un gruppo di giovani rom in Calabria, mentre si studiavano le "Strategie nazionali di uguaglianza, inclusione e partecipazione di Rom e Sinti 2021-2030", ha generato una discussione intensa. L'interrogativo su cosa fare concretamente per il Campo Rom di Scordovillo di Lamezia, il più grande del Sud Italia, evidenzia l'urgenza dell'azione e la volontà di trasformare la riflessione in pratica.

Il Sud, Terra di Formazione e Progetti

Il Sud Italia ha sempre occupato un posto centrale nell'interesse e nella formazione di chi ha animato queste riflessioni. La prima formazione è germogliata a Palermo, accanto a figure come Danilo Dolci. Anche quando la vita portava altrove, a Roma o in altri luoghi d'Italia, i legami con le persone, le comunità e i luoghi del Sud venivano mantenuti vivi. Questa attenzione al Sud, alle sue contraddizioni e alle visioni di un futuro possibile, è stata una costante. Le lunghe camminate sulla spiaggia, al mattino o al tramonto, diventavano terreno fertile per conversazioni che oscillavano tra ricordi e progetti, tra il passato che ci segnava e il futuro che si cercava di immaginare. Al centro di ogni dialogo, una domanda fondamentale: "Che fare? Cosa leggere, cosa proporre, come riunire persone del Sud per discutere collettivamente, per interrogarsi insieme e, soprattutto, tradurre le idee in azioni concrete."

L'indignazione di fronte a operatori sociali e culturali percepiti come "fiacchi e spenti" lasciava presto spazio a una rinnovata energia. Dopo ogni discorso intriso di pessimismo, si trovava sempre una ragione per continuare ad agire: un'azione concreta da intraprendere, un'idea da mettere in moto, una rete di persone da coinvolgere. Ogni ripartenza era preceduta da appunti scritti insieme: proposte da avanzare, persone da contattare, date da fissare. L'ultima discussione aveva riguardato la pedagogia degli adulti, e la promessa di un ritorno in agosto per completare un testo a cui si teneva molto.

L'Immagine come Frammento di Esistenza: Annie Ernaux e la Memoria Visiva

Il tema dell'immagine e della sua relazione con la memoria trova un punto di riferimento illuminante nell'opera di Annie Ernaux, in particolare nel suo libro "Gli anni". Ernaux esplora la narrazione attraverso diverse modalità, allontanandosi dalla centralità dell'io. Ne "La honte" e "Il posto", la narrazione è in prima persona, mentre ne "Gli anni", il perno dell'io scompare, si insabbia in un "noi" collettivo, in sostantivi di categoria - "le madri, i padri, i figli" - o in una terza persona generica. Questo passaggio riflette una profonda riflessione sul tempo e sulla memoria.

Copertina del libro

Nei pomeriggi di sole, le giovani mamme scambiano consigli sui pannolini e sull'alimentazione dei figli, lontane dalle confidenze adolescenziali. La loro incredulità nel pensare a come avevano vissuto fino a tre anni prima, con il rimpianto di non averne approfittato più a lungo, segna una transizione verso la fase della preoccupazione materiale. Ernaux, sopprimendo i personaggi come costruzioni psicologiche tridimensionali e mettendo sullo stesso piano cose e individui, abdica all'intenzione romanzesca. Ciò che le interessa configurare non è una trama, né una storia, ma lo scorrere del tempo.

Questa poetica si esprime nella dichiarazione: "Da poco so che il romanzo è impossibile. Per rendere conto di una vita sottoposta alla necessità non ho il diritto di rimaneggiarla in senso artistico, né di fare qualcosa di appassionate o emozionante. Metterò insieme le parole, i gesti, i gusti di mio padre, i fatti salienti della sua vita, tutte le tracce oggettive di una vita che anche io ho condiviso. Nessuna poesia del ricordo, nessuna derisione trionfante. La scrittura piatta mi viene spontanea." Questa scrittura piatta viene portata all'estremo ne "Gli anni", dove i ricordi che sfilano non definiscono l'unicità di una vita, bensì la sua serialità, un destino sovrapponibile a quello di milioni di altre persone.

In "Gli anni", accade l'opposto di quanto avviene nella Recherche di Proust, testo evocato da Ernaux ma che vale come modello agli antipodi. Proust vuole salvare e ricostruire la trama invisibile che lega i diversi momenti della vita, restituendo l'estensione del tempo e la qualità dell'immersione individuale. Il ricordo per Ernaux ha una qualità e una fattura eminentemente visive: è un fotogramma, un'immagine che la mente ha registrato senza una particolare ragione e che si ripresenta come un oscuro grafema alla memoria. Un esempio è la descrizione della "donna accovacciata che, in pieno giorno, urinava dietro la baracca del bar al margine delle rovine di Yvetot, dopo la guerra, si risistemava le mutande con la gonna ancora sollevata e se ne tornava nel caffé".

Eppure, "Gli anni" si apre con una frase lapidaria: "Tutte le immagini spariranno". Una dichiarazione paradossale per una narrazione nella quale le immagini e le fotografie occupano tanto spazio. Anche ne "La honte" e "Nel posto" ci sono numerose descrizioni di fotografie, perlopiù di famiglia o ritratti personali, che riflettono la scissione tra identità acquisita e provenienza familiare. Questo nodo è ripercorso da Ernaux nella sua infanzia e giovinezza, nel legame con i genitori gestori di un bar-tabaccheria in un paesino dell'alta Normandia, estranei alla scrittrice che è diventata: un'insegnante, esponente di una classe sociale inurbata e borghese, diversa da quella con forti radici rurali dei genitori. L'ekphrasis di fotografie di famiglia o dell'autrice occupa un posto rilevante e cardine all'interno de "Gli anni", ampliandosi a immagini che non sono fotografie vere e proprie ma ne hanno il medesimo carattere di fissazione dell'istante, "cenotafi involontari della vita trascorsa".

Collage di vecchie fotografie in bianco e nero e a colori

Si tratta sempre di fotografie descritte e non mostrate, testualizzate all'interno della narrazione, di cui vengono forniti dettagli relativi alla loro materialità: macchie, scontornature, note presenti sul supporto. La démarche di Ernaux non è quella di scrivere per conoscere sé stessa o fare introspezione. È piuttosto quella di trovare un po' di magnetismo in elementi comuni e apparentemente senza interesse, rifrangendoli attraverso una sorta di immaginario. L'impresa autobiografica le è sempre parsa una sorta di inganno, se non possiede una dimensione poetica. Il tono autobiografico ha qualcosa di artificiale perché implica sempre una messa in scena.

La Fotografia come Solvente Temporale e Testimonianza Lacerante

Il legame più forte tra autobiografia e fotografia è la memoria, i suoi modi di operare. Esistono analogie tra il nostro modo di pensare il tempo e il procedimento fotografico: cercando di fermarlo nel ricordo, come fermiamo l'immagine con lo scatto, diventiamo consapevoli, proprio in virtù di questo gesto, che gli anni continuano a scorrere. La fotografia assume uno statuto singolare di solvente temporale e di testimonianza lacerante del suo passare. Annie Ernaux abita con la scrittura lo scarto in cui la fotografia diventa testimonianza di un mondo che è stato e non è più. La narrazione che ne segue, per certi aspetti, è un colmare il vuoto; per altri, è un aggirarsi intorno a un oggetto - l'immagine - di cui, nonostante i limiti consapevolmente enunciati e la morte decretata alla prima riga ("Tutte le immagini spariranno"), l'autrice vuole mantenere, dove possibile, quell'emanazione irriducibile, perfino alla parola, che Modiano chiama "magnetismo".

In un'area semantica affine si muove lo storico dell'arte Horst Bredekamp, che ha definito attivo il legame che ci avvince a quanto cade sotto il nostro sguardo e ha forma compiuta. Mentre la lingua parlata è propria dell'uomo, le immagini gli vengono incontro sotto il segno di una corporeità aliena: esse non possono essere ricondotte pienamente a quella dimensione umana cui devono la propria realizzazione, né sul piano emotivo né mediante azzardi linguistici. E qui risiede il fascino delle immagini.

L'elenco iconico con cui si apre il libro riporta alcune visioni personali, cose che solo lei può aver visto in un certo momento della propria vita. Altre sono invece immagini pubblicitarie, cartelloni del cinema, luoghi noti, visibili a molte altre persone. Diverso è il ruolo di volta in volta affidato alle immagini che fanno parte del repertorio privato dell'autrice, ma il fatto che si trovino frammischiate merita qualche considerazione. La struttura dell'elenco è portante per il romanzo di Ernaux, sostenuta dall'uso di frasi che spesso sono puramente nominali. Per rendere il flusso del tempo, la materia contenuta da "Gli anni", l'autrice francese fa un reiterato uso di elenchi che seguono un doppio criterio: quello della memoria personale e familiare e quello della storia nazionale francese ed extranazionale. Ma l'elemento di maggior tendenziosità di questi elenchi è dato dal fatto che mettono insieme e sullo stesso piano immagini viste dall'occhio dell'autrice e immagini scattate da una macchina fotografica o da una cinepresa. Se la fotografia è, per sua stessa essenza, un motore di nostalgia, in Ernaux è soprattutto specchio di inappartenenza, di distanza.

Guardarsi e guardare i propri cari senza riconoscerli significa prendere atto di come il tempo lavori sugli esseri umani. In due sposi irrigiditi e austeri, alle cui spalle scomparivano vari invitati al matrimonio disposti in più file davanti a un muro, non si riuscivano a riconoscere né i propri genitori né nessun altro. È una foto virata seppia, ovale, incollata tra le pagine di un libretto dal bordino d'oro, protetta da un foglio goffrato, trasparente.

Un neonato grassoccio dalla bocca imbronciata, i capelli scuri a formare un ricciolo sulla testa, è seduto mezzo nudo su un cuscino al centro di un tavolo intarsiato. Lo sfondo sfocato, la ghirlanda a decorare la tavola, la camicia ricamata sollevata sul ventre - la manina nasconde il sesso - la bretella scivolata dalla spalla sulle braccia pienotte sono tutti elementi intesi a formare la rappresentazione pittorica di un amorino o un cherubino. Con ogni probabilità, ogni membro della famiglia ha ricevuto una copia della fotografia e si è poi messo a cercare di stabilire da chi avesse preso il bambino.

Foto a colori: una donna, un ragazzino sui dodici anni e un uomo, distanti l'uno dall'altro, disposti a triangolo su un piazzale polveroso, bianco di sole, con le ombre al loro fianco, davanti a un edificio che potrebbe essere un museo. A destra, l'uomo, preso di spalle, le braccia sollevate, tutto in nero con una giacca alla coreana, filma l'edificio. In fondo, al vertice del triangolo, il ragazzino, di faccia, in pantaloncini e maglietta con una scritta illeggibile, tiene in mano un oggetto scuro, forse l'astuccio della macchina fotografica. A sinistra, in primo piano di tre quarti, la donna, con un abito verde a vita alta, in uno stile tra il casual e l'hippie. In mano ha un librone spesso, forse la guida turistica. I capelli sono legati, tirati dietro le orecchie, il volto pieno e indistinto a causa della luce. Sia la donna che il bambino sembrano essere stati colti mentre camminavano, devono essersi voltati sorridendo all'ultimo momento, richiamati da chi è dietro all'obiettivo. Sul retro: Spagna, luglio '80. Lei è la moglie e la madre di questo piccolo nucleo familiare, il cui quarto membro, il figlio maggiore adolescente, è quello che ha scattato la foto. I capelli tirati, le spalle curve, le pieghe informi del vestito indicano, nonostante il sorriso, stanchezza e indifferenza al desiderio di piacere. Lì, in pieno sole, in quel luogo non identificabile di un percorso turistico, probabilmente in lei non c'è spazio per alcun pensiero al di fuori della bolla familiare che, con il marito, scarrozza da un Parador Hotel a un bar di tapas passando per i siti storici classificati con tre stelle dalla guida, a bordo di una Peugeot 305 che temono di trovare con le gomme bucate dall'ETA. In quel consesso privato all'aria aperta, la testa sgombra dalle preoccupazioni multiformi di cui la sua agenda porta le tracce succinte - "cambiare le lenzuola" "ordinare l'arrosto", "consiglio di classe" eccetera - e perciò lasciata in balia di una coscienza esasperata, non riesce, sin da quando sono partiti dall'hinterland parigino sotto una pioggia battente, a disfarsi del suo dolore coniugale, un accerchiante misto di impotenza, di risentimento e di abbandono. Un dolore che filtra il suo rapporto con il mondo. Accordare ai paesaggi soltanto un'attenzione distante, limitarsi a considerare - quando osserva le zone industriali all'entrata della città, il profilo di un nuovo centro commerciale e la scomparsa degli asinelli - quanto sia cambiata la Spagna dalla morte di Franco.

In questo brano, la fotografia aziona uno scorrimento temporale e diventa un vero e proprio dispositivo per l'affabulazione: dalla descrizione degli abiti e delle posture, l'autrice non ricava solo osservazioni generali, ma s'infiltra nelle pieghe della vita familiare della donna che era all'epoca: madre di due figli adolescenti, moglie insoddisfatta del proprio matrimonio, forse in cerca di una via di fuga. D'altronde, le fotografie di per sé non narrano, trattengono apparizioni istantanee. Il tipo di memoria che innescano ne "Gli anni" può essere episodica, come nei ritratti, o più largamente estesa, una memoria semantica poiché richiama a sé un prima e un dopo, un intreccio di fatti e riflessioni rispetto al momento ripreso. Tuttavia, per Ernaux, l'evocazione descrittiva, anche quando funge da dispositivo per dipanare storie, non è mai cruciale, perché le fotografie che sceglie ritraggono momenti ordinari e quasi trascurabili della vita. Queste immagini ci trascinano dentro effimere apparizioni, dalle quali possiamo solo arguire o dedurre i fatti importanti, le scelte avvenute, i cambiamenti. Al tempo stesso, tramite la fotografia, i ricordi diventano apodittici: l'ekphrasis avviene sempre in un presente della scrittura che rende, in un certo senso, incontestabile il rapporto con la realtà e con la verità.

"Svaniranno tutte in un colpo solo, come sono svanite a milioni le immagini che erano dietro la fronte dei nonni morti da mezzo secolo, dei genitori morti anch'essi. Immagini in cui comparivamo anche noi, bambine, tra altri esseri scomparsi prima ancora che nascessimo, nella stessa maniera in cui ricordiamo i nostri figli piccoli assieme ai loro nonni già morti, ai loro compagni di scuola. E così un giorno saremo nei ricordi dei figli in mezzo a nipoti e persone che non sono ancora nate." Come il desiderio sessuale, la memoria non si ferma mai. Cosa sono dunque "le immagini di un momento bagnate da una luce che è soltanto loro"? Quell'ambizione non l'ha abbandonata, ma adesso vorrebbe più che altro poter cogliere la luce che bagna volti ormai invisibili, tavole imbandite di vivande scomparse, quella luce che già c'era nelle narrazioni domenicali dell'infanzia e che non ha smesso di depositarsi sulle cose vissute, una luce anteriore.

In uno dei numerosi momenti metanarrativi del testo, Ernaux dichiara di aver rinunciato a forgiare una lingua speciale, come quella dei sogni, che potesse rendere la complessità del suo sentire e del suo essere in mezzo al mondo. Ma ciò a cui non ha rinunciato e che ancora la trattiene è la luce di quelle che sono visioni tutte interiori, da salvare. Queste apparizioni richiamate da fotografie e appunti non coincidono necessariamente con essi. La scelta di non mostrare le fotografie è coerente alla fiducia di Ernaux nella scrittura come mezzo espressivo sufficiente, ma al tempo stesso postula oggetti esterni alla narrazione dai quali dipende la veridicità e l'attendibilità stessa del suo racconto. Ci troviamo dunque di fronte a un esteso espediente di quello che Nicola Gardini ha definito la "lacuna" del testo che ne invera il contenuto, perché non essendo compresa ma esterna ad esso e per noi in qualche modo inverificabile, ci obbliga a credere ancora più fortemente alla scrittura che ad esso si relaziona. In sostanza, le fotografie sarebbero la realtà alla quale la scrittura fa riferimento.

La Pandemia e la Nuova Misura del Tempo

Il clic saltellante e rapido del mouse scandiva la misura del tempo. La ricerca del tempo perduto attraverso il web. Gli archivi di tutte le cose passate che non immaginavamo neanche di poter ritrovare un giorno ci venivano incontro nell'istante stesso in cui le cercavamo. La memoria era diventata inesauribile, ma la profondità del tempo - quella che ci veniva trasmessa dall'odore e dall'ingiallimento della carta, dal fruscio delle pagine, dalla sottolineatura di un paragrafo a opera di una mano sconosciuta - era scomparsa. Eravamo in un presente infinito. Lo volevamo "salvare" di continuo, in una frenesia di foto e di filmati di cui facevamo un rinnovato uso sociale. Centinaia di immagini disperse ai quattro angoli del nostro mondo di amicizie trasferite sul computer e archiviate in cartelle che finivamo per non consultare più.

Durante il "coronacene", il lungo periodo viene denominato "fase". Le fasi hanno una durata variabile stabilita da Decreti Legislativi emessi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, recepiti dal governo delle singole regioni, i cui contenuti variano secondo il numero dei morti, dei contagiati, dei guariti. A ciascuna fase è assegnato un numero progressivo. Fino ad oggi, quelli che sono rimasti in vita hanno sperimentato il totale isolamento della fase numero uno, e si apprestano ora a prendere confidenza con la fase due. Possiamo uscire da casa, anche solo per fare una passeggiata non vincolata a un numero limitato di metri. E senza esagerare, è possibile anche andare a trovare i congiunti, ultimamente anche gli amici, se residenti su territorio regionale. Naturalmente facendo attenzione a non toccarsi, e indossando la mascherina.

Qualcuno di noi, fra quelli che per ora sono rimasti in salute, ha provato un senso di liberazione. Altri, vera e propria euforia. Molti hanno individuato alcune azioni che definivano la normalità prima dell'emergenza sanitaria e le hanno volute subito praticare, a testimonianza del cambiamento. "Andrà tutto bene", è così vero che oggi ho preso un caffè al bar. No, non dentro il bar, e nemmeno seduta fuori. Che c'entra, bisogna seguire una procedura: si accede da una parte, non più di uno per volta, si paga e si esce dall'altra. Ma ovvio che devi avere la mascherina e disinfettarti le mani. Oppure tenere i guanti, va da sé. Dopo essere passato alla cassa, ti metti di nuovo in coda, a un metro di distanza da chi ti precede, che domanda, è normale, e quando arriva il tuo turno, una mano guantata ti passa, da uno sportello ricavato all'uopo, il tuo bicchierino di plastica con il caffè. Finalmente! A quel punto ti allontani, non puoi fermarti vicino al bar, c'è il rischio di assembramento. Ma sì, cammini per qualche metro, abbassi un attimo la mascherina, bevi in santa pace il tuo caffè, e via.

Questi giorni mi usurano e lasciano una tristezza che mi induce allo sconforto. Durante la fase numerata uno, l'omogeneità dei comportamenti era determinata dalla percezione del pericolo. Quando è stato chiaro che il gioco si faceva duro, in palio la vita propria o altrui, ho creduto di assistere a una reazione compatta, generalizzata, uno stato d'allerta registrato come una chiamata. Ho creduto che ciascuno, a suo modo, seguendo schemi di pensiero propri di ogni individualità, avesse insieme spalancato gli occhi su una realtà pregna di domande che non era possibile ignorare. Continueremo ad accettare tagli alla spesa pubblica? E che il traffico automobilistico renda l'aria delle città irrespirabile? Continueremo ad accettare che enormi energie siano spese per il sistema militare? E così via. Pensavo: donne e uomini di parti politiche opposte registrano un appello cui è doveroso dare risposte. Le richieste riguardano il presente, l'assoluta necessità di prevenire il contagio, ma anche il futuro e il passato. E poi c'erano il silenzio dei quartieri, disturbato solo dalle grida disperate dei mezzi di soccorso, le strade vuote, il genere umano immobile. Una condizione mai sperimentata: un evento ingovernabile, cui eravamo impreparati, faceva da spartiacque fra il prima e il dopo e ci scuoteva, ci obbligava a risvegliarci. Il mondo di prima, per quanto meraviglioso, forse mostrava qualche falla, e quello che stava accadendo - e che accade - per quanto insopportabile, avrebbe potuto offrirci spunti di riflessione e indurci a confrontarci con la possibilità di un cambiamento. Non era possibile che succedesse indarno. Finché è durato l'isolamento, questi pensieri hanno trovato spazio dentro di me, hanno nutrito la brace della speranza e sono diventati parole piccole e caute da condividere in una cerchia ristretta di affetti. Oggi penso che fossero solo un astuto espediente escogitato dalla mente per aiutarmi a sostenere l'entità della sciagura. Non c'era bisogno di misurarla con il pallottoliere dei servizi speciali televisivi.

La possibilità di incontrarsi, sia pure secondo la normativa in vigore, produce un cambiamento nei comportamenti che determina una distanza, sia pur minima, da quel che finora è stato. Nella mia limitatissima specola, da quella piccola crepa sgorgano i primi racconti. Piano piano si rintracciano parole che scompongono la fase uno in piccole tracce di immediata memoria. Bambini, anziani, infermiere e infermieri, donne e uomini. A Brescia e a Firenze, le mie due città, bambini che hanno trascorso la fase uno in appartamenti grandi e ben arredati, ma privi di uno sbocco all'esterno, stentano a uscire da casa. I più grandi hanno detto di avere paura. E lo stesso vale per le persone di età più avanzata, anch'esse indebolite dalla paura. Le infermiere e gli infermieri che nei mesi di marzo e aprile hanno lavorato nei reparti ospedalieri destinati alla cura dei pazienti contagiati, adesso raccontano lo sgomento di vedere i malati morire senza poter fare nulla. È solo l'inizio, penso.

Nella fase due è possibile muoversi da casa con maggiore libertà, indossando un dispositivo che protegge bocca e naso. Questo semplice oggetto, per lo più in tessuto, ha il potere di farci assomigliare tutti, e quindi di renderci meno riconoscibili. Le intenzioni, gli stati d'animo, le espressioni sono affidate totalmente allo sguardo e alla gestualità del corpo, che dovremo imparare a osservare con maggiore attenzione. Nelle relazioni consolidate, negli scambi d'occasione, al lavoro, al mercato, all'ufficio postale e dal dottore, dovremo considerare qualcosa che non c'era e che adesso si pone in mezzo. Penso che la mascherina sia un simbolo molto efficace: potenzialmente siamo tutti malati, e da questa prospettiva ci adoperiamo per rintracciare segni di normalità. Siamo su una soglia, penso, nel pertugio di un passaggio fra la luce e il buio. O fra il buio e la luce. Perché questo cambiamento possa accadere, credo sia necessaria un'elaborazione collettiva.

Potrebbe forse essere la scrittura l'energia che rende possibile attraversare la soglia? Dal mio piccolo punto di osservazione mi capita sovente di imbattermi in poesie, pensieri, musica, una produzione letteraria che anima gli incontri virtuali, in rete, cui molti di noi ricorrono nel tentativo di mantenere una forma di socialità, utilizzando di internet la potenza di aggregazione solidale. In maniera diversa, tante persone stanno registrando il loro tempo sulla soglia. Stanno tessendo l'ordito di un modo che può diventare riconoscibile oltre la soglia, alla ricerca di una forma armonica di mutazione. Come un coro, penso. Una concatenazione di ritornelli: individuali, di piccolo gruppo, di folle, capaci di generare da capo il programma dell'attività sociale. Accettare quello che c'è, mascherina e distanza di sicurezza compresi, è un modo per comprendere come poter rinnovare ciò che prima mi era noto, per iniziare a decifrare questa condizione ignota. Devo farlo per proseguire la mia attività lavorativa, ma anche per colmare la distanza con la mia famiglia residente in un'altra regione, per trovare modi diversi di vicinanza con le persone. La presenza ravvicinata non basta, come posso pensare di sottrarre l'approccio fisico dai miei rapporti? Tocca inventare abitudini nuove.

Quando viaggio, tengo un diario. Sono stata fortunata. Negli anni ho accumulato tanti quaderni pieni di cronache, annotazioni, di piccoli dettagli, descrizioni di paesaggi e stati d'animo. Frammenti. Scontrini, biglietti di navi e di musei, parole. Il mio modo per non perdere l'essenza di esperienze vissute che nella cronologia dei fatti sarebbero inevitabilmente destinate all'oblio. Il mio racconto è quello che resta. Ogni tanto, verso sera, mi raggiunge un aroma, la sensazione remota di un frammento d'immagine, un sapore, vaghe percezioni che provengono da lì, dai miei quaderni di viaggio. Mi succede adesso, nei giorni in cui il tempo e le distanze hanno modificato la loro unità di misura.

Nessun luogo è raggiungibile, in queste giornate dilatate che pure producono accelerazioni improvvise. Ora mi accade, quando parole che prima mi sfioravano da lontano, stabiliscono il ritmo e le scelte della mia vita. Lo iato fra la mia realtà attuale e quelle schegge di memoria in libero movimento deve essere colmato. Al contrario, la mia mente registrerà lo scarto e ne farà una crepa in cui potrebbe essere facilissimo inciampare. Da qualche giorno mi sono quindi messa in viaggio, e ancora una volta ho iniziato a scrivere un diario. Le prime parole non sono state mie. A nominare quello che stava accadendo ci hanno pensato altri. Poetesse, amiche e amici. Scrittori e scrittrici. "Non prendere la parola… Diventa tu la preda. Sia lei che ti cattura."

Per un lungo periodo sono stata rintanata e non mi sono fatta catturare. A un certo punto mi è sembrato persino che ci fossero troppe parole spalancate nell'aria; getti, conati che mettevano a rischio l'integrità del pensiero. Quindi, ho pensato, la mia unica possibilità è cercare nel silenzio parole piccole che mi aiutino a scrivere dentro questi giorni, perché scrivere di questo non mi è possibile. Ad stanarmi per primi sono stati gli aggettivi. Ne avevo bisogno per cominciare a capire cosa stesse succedendo. Improvvisamente, ad esempio, mi sono trovata priva della mancanza di tempo. Immediatamente mi accorgo che non frutta, questo tempo grasso. Come mai non mi è utile per rimettere a posto i miei cassetti stracolmi di bozze, testi da rivedere o da completare, arretrati di studi da approfondire e ricerche da terminare? Patisce la carenza di alcune qualità, questo tempo a mia disposizione. Per prima cosa, non è libero. Per quanto depauperato dagli obblighi derivanti dalla mia attività lavorativa e deprivato da ogni altro tipo di impegno, sul tempo a mia disposizione grava una coazione esterna che limita, materialmente e moralmente, la mia volontà e i miei movimenti. Non l'ho deciso né programmato, non l'ho organizzato. Mi ritrovo per le mani un regalo inaspettato cui tocca trovare un senso. E senza il mio consenso mi impegna. Non lo conosco, continuamente mi domanda di imparare cose nuove, di adattare le mie abitudini a circostanze che mi erano sconosciute, e mi chiede di fare i conti a viso aperto con la paura e il dolore. Come una malattia. Non solo mia, no. Della comunità intera. Tutto questo mi richiede concentrazione ed energia. L'aggettivo vicino invece, non lo posseggo più. Smarrito. In senso temporale, non posso immaginare un tempo che sta per venire. Nessun luogo si trova a poca distanza. E poi ci sono le persone. È proibito stare vicini. Possiamo essere insieme, con forza, azzardando investimenti dall'esito incerto affinché il senso di vicinanza metta radici. Penso a tutti e non mi trattengo. Mi sveglia di notte un volto, una voce, mi compare nella mente a chiare lettere un nome. Alcune sono facce del mio cuore, magari non viste da tanto. Altri sono conoscenti, presenze di vite passate, persone con cui ho lavorato. Non ha importanza. Rispondo alla chiamata e mi alzo presto per accertarmi che siano in salute. Il resto viene da sé. Con gli altri, le persone del presente, quelle che ero abituata a vedere, baciare, toccare, gioco a palla prigioniera. Quando il mio lancio le raggiunge, le rinchiudo in un luogo privato e sperimento metodi diversi d'intimità. Trascorro ore al telefono con mia madre, leggiamo insieme il giornale. Vedo gli amici nelle loro case, davanti alle loro tavole imbandite, mentre mangiamo tutti insieme da me, attraverso lo schermo del computer. Scrivo, con le sorelle del cerchio della scrittura, ciascuna per suo conto e tutte insieme. Tutti attendiamo con pazienza il compagno che fermerà la palla al volo, liberandoci così dalla nostra prigionìa. Riconosco dentro di me una gratitudine inattesa, e subito la vergogna della colpa. Sono fortunata: sto bene dentro la mia casa, sono in salute, dalle mie finestre posso vedere la campagna. Guardo la terra lavorata per accogliere le nuove semine. È bella, a tratti scarmigliata in zolle grandi e quasi grigie. Altrove liscia e ben pettinata, di un marrone intenso. Penso, insieme alla mia cagnolina, che la terra è una cosa buona. Appena può, lei ci si rotola dentro. S'affida con gioia alla mia continua presenza, mi ricompensa accompagnandomi quieta per le ore lunghe di questi giorni. Crederà che questi siano gli albori del mondo perfetto… Sono fortunata. Saltello. Un balzo di qui, una corsa di là. So correre veloce, sììììì, velocissima, mentre corro annuso, e mentre annuso guardo, e il cuore ruzzola anche lui insieme a me, una scheggia, mi rimbalza nel petto per la felicità, per la bellezza di questa radura, per i profumi che mi si tuffano in velocità dentro le narici, per quello che le mie pupille assorbono, frammenti di paesaggio ad angolo giro mentre sfreccio a settanta chilometri orari, perché sono pazza di gioia e anche perché sono un po' impaurita. Ho paura che si arrabbi. Come chi? La mamma! Mi ha lasciato in una zona riparata fra le rocce, protetta da un cespuglio di rovi. Stai ferma qui. Immobile. Non hai odore, lo sai, e quindi non può trovarti nessuno se non ti muovi, mi ha detto. Ma come posso stare ferma! Sara! Sara! Ehi, dormi o sei sveglia? Ma dove hai la testolina, sono dieci minuti che ti sto chiamando! Dai piccolina, guarda, ci hanno portato il pranzo. Che spavento! Meno male che mamma non si è accorta… Spalanco gli occhi e la vedo seduta vicino al mio lettino. È bella mamma, e mi sorride. Invece io non posso. Non so come si fa. Non so neanche se ce l'ho la bocca, io. Ma nel prato in cui corro funziona tutto perfettamente. Ho denti buoni per mordicchiare le erbette selvatiche e i germogli… Buonissimi! Vieni cucciolina, dai che mangiamo. Non mi piace mangiare in questo posto. Dice mamma che sono una bambina bravissima e coraggiosa. Lei ancora non lo sa che sono una lepre. Io l'ho capito da sola. Ce ne sono tanti bambini qui, ma nessuno è come me. Li ho guardati bene: sotto il naso hanno due strisce arrotondate, morbide, rosa. Labbra, si chiamano. Anche la mamma le ha, lei colorate di rosso. Sono molto belle, si possono aprire, e quando le apri puoi far uscire parole, risate, sbadigli, oppure far entrare aria, acqua e cose buone da mangiare. Io no! Non somiglio a nessuna delle persone che sono qui. Somiglio a Bruscolino tutto pepe. Come chi è? Il leprotto grigio che salva Biancolina, la sua amica coniglietta finita nella rete dei cacciatori. Bruscolino corre a chiamare lepri, conigli, scoiattoli e tutti insieme rosicchiano la rete finché riescono a liberarla. Bruscolino e Biancolina hanno una pelliccia bellissima, la pancina rosa, lunghe orecchie e occhi grandi. La loro bocca è piccola e come spaccata in due. Uguale alla mia, ho pensato, quando li ho visti nel libro che mi ha portato mamma. Ecco a chi somiglio! Sono una lepre, non una bambina, e adesso scappo via, fuori, nel prato, a giocare con Biancolina! Evviva! Dice mamma che mi mancano le ossa del palato, e che se avremo tanta pazienza i dottori me ne faranno…

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