Fertilia e l'Ente Ferrarese: Un Viaggio nella Storia e nell'Identità di una Comunità Trasversale

Fertilia, inaugurata nel 1936, rappresenta un esempio emblematico delle città di fondazione sorte in Italia durante il Ventennio fascista, figurando tra le tre presenti in Sardegna, assieme a Carbonia e Arborea. Questa località, oggi nota per la sua posizione sul mare e le sue attrazioni turistiche, è in realtà un "laboratorio del Novecento", un luogo in cui si sono sedimentate "stratificazioni secolari, di racconti orali" e "storie di italiani che hanno abbandonato lo stivale", plasmando un'identità complessa e affascinante. Il legame tra Fertilia e Ferrara, tuttora palpabile, è profondo e radicato nella storia della sua nascita, un'epopea di bonifica, colonizzazione e successive ondate migratorie che ne hanno definito il carattere unico.

La Visione della Bonifica e la Nascita di un Centro Agricolo

La vicenda di Fertilia affonda le radici nella "bonifica integrale della Nurra", un vasto progetto di risanamento territoriale intrapreso a partire dagli anni Trenta del secolo scorso. L'interesse per questa zona, tuttavia, risale almeno al 1898 con i primi interventi di "bonifica dello stagno del Calik", realizzati con la manodopera dei forzati, un precursore degli sforzi successivi. Questo impegno continuò con la creazione, nel 1927, di villaggi operai sulla strada tra Alghero e Porto Conte e dell'azienda agricola Barezza, collegata al lago artificiale di Baratz.

Il vero impulso alla creazione di Fertilia venne dal regime fascista, che, con il decreto del 1933, istituì l’Ente Ferrarese di Colonizzazione. Il compito di questo Ente era ambizioso: "insediare in Sardegna il più gran numero possibile di famiglie originarie della provincia di Ferrara" e in altre zone a "scarso indice demografico, al fine di costituire la piccola proprietà coltivatrice". Questa iniziativa rientrava nella più ampia politica di "bonifica integrale" promossa dalla "legge Mussolini" del 1928, che trasformò la penisola in un "cantiere fumante" per la creazione di nuovi centri rurali.

Mappa della Nurra con evidenziate le aree di bonifica e i primi insediamenti

I 30.000 ettari da bonificare occupavano le pianure della Nurra Meridionale, estendendosi "dalla rada di Alghero alle prime pendici del Monte Zirra e del Monte Doglia, sino al mare". Il processo di insediamento dei coloni fu una caratteristica essenziale di questa bonifica, in quanto "l’insediamento dei coloni era avvenuto contemporaneamente all’inizio dei lavori ed ha addirittura preceduto la sistemazione idraulica". Già nel 1934, furono 8.000 i primi ettari messi a coltura, nei quali si insediarono subito i coloni ferraresi.

La figura di Mario Ascione, responsabile della bonifica della Nurra, fu centrale in questo processo, lavorando in sinergia con il Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione interna e l’INPS, che fornì i capitali necessari per l'acquisto dei terreni. Il 10 giugno 1935, Benito Mussolini stesso visitò la Baia di Porto Conte per constatare i "risultati ottenuti tra il 1933 e il 1935", ovvero il risanamento di "6.000 ettari di terreno grazie all’impiego dei ferraresi trasferiti a singhiozzo nella regione desertica e ventosa". Nel marzo del 1936, fu inaugurato il primo lotto di lavori, che includeva la realizzazione di cento poderi, l'esecuzione di strade principali e poderali, e opere di carattere irriguo e infrastrutturale. Entro il 1938, la superficie occupata era già di 12.000 ettari, con 115 poderi e 100 case coloniche sistemate, e 15 aziende agricole con poderi sperimentali. L'originaria Fertilia, destinata a diventare il centro economico e amministrativo di questa vasta area rurale, prendeva forma.

L'Epopea dei Coloni Ferraresi: Un Viaggio Tra Sacrifici e Nuove Radici

Le famiglie ferraresi che risposero all'appello del regime provenivano da un territorio, quello estense, che era "un coacervo di diseredati e di misérables", dove "l’inopia caratterizzava larghi strati della popolazione rurale". Le difficili "contingenze storiche" - dalla politica deflazionistica del 1927 alla crisi globale del 1929 - avevano "accentuato gli squilibri sociali" e la Sardegna divenne per molti una "meta esotica distante nel tempo e nello spazio", per alcuni "un sogno di evasione o semplicemente un approdo per iniziar una nuova vita". Le famiglie Novelli, Scardovelli, Busi, Baricordi, Gavioli, Gnani, Pozzati, Govoni, da paesi come Berra, Portomaggiore, Ostellato, Copparo, Codigoro, Jolanda di Savoia, partirono per la Sardegna. La scelta era motivata dalla ricerca di una "nuova vita" o, talvolta, su "consiglio esplicito delle autorità fasciste locali perché colpevoli di intemperanze contro il regime".

Il viaggio per i coloni era un'odissea. Partivano con pochi averi: "le valigie, una bicicletta e qualche gallina". Un anziano ricorda: "Non si poteva caricare sui treni" il mobilio. Si prendeva il treno "a Ferrara" fino a Civitavecchia, poi una nave per Olbia, e da lì "un altro treno" per Alghero. Un racconto vivido descrive l'arrivo nella Nurra: "Da Olbia ad Alghero era il deserto, c’era solo il treno che passava su questa ferrovia e attorno una zona praticamente deserta, paludosa, con acqua stagnante, infatti ricordo gli uomini che dicevano 'Ma qui ci portano al mare! Ma qui ci portano al mare!', perché davvero sembrava che il treno andasse sopra il mare, dato che attorno era tutto acqua e palude". Dopo Alghero, l'ultimo tratto fino ai poderi avveniva "col carro buoi".

Fertilia (SS) e gli esuli istriani in Sardegna

Le condizioni iniziali erano estenuanti. La Nurra "all’inizio degli anni Trenta era una landa acquitrinosa, infestata dalla malaria, isolata e spopolata". Appena giunti, molti si trovarono davanti a case "vuota, aveva solo la paglia a terra", e i "pochi mobili che si erano portati dal ferrarese erano arrivati dopo dei giorni, quindi i primi tempi hanno dormito sulla paglia". Un testimone ricorda: "Quando sono arrivati qua, le case nei poderi non erano finite, e li hanno portati prima ad Alghero: c’era un casermone grande e c’erano otto famiglie collocate lì". "Tanti di questi che sono venuti, hanno visto com’era la situazione: era tutto bosco, non c’era strada, non c’era acqua, non c’era luce; c’erano solo pidocchi ad Alghero! Dico la verità. Così, chi aveva la possibilità, è tornato indietro".

Nonostante le difficoltà, "nel 1938, dopo i primi anni di lavori, il territorio era stato dissodato, in parte rimboschito e messo a coltura con olivi, mandorli, viti e cereali; i coloni, inoltre, potevano contare sulla presenza di un migliaio di capi tra bovini, equini, caprini e suini". L'assistenza dell'Ente era considerevole, occupandosi dei "lavori meccanici", fornendo "concimi chimici" e persino un indennizzo annuo di "1500 lire l’anno per ciascun lavoratore come indennizzo per la prevista mediocrità dei raccolti". Tuttavia, la vita era dura. La malaria era endemica: "Io e mio fratello avevamo preso pure la malaria. Fino a dodici anni sono andata avanti a punture e febbri alte a quaranta gradi, e prendendo chinino". Anche la presenza di "carcerati" che "schiacciavano i sassi per fare la ghiaia per le nuove strade" destava timore, come testimoniato da chi subì un inseguimento.

Le famiglie ferraresi, pur tra mille stenti, si adoperarono per ricreare un pezzo della loro terra d'origine. Mantennero "riti contadini, tradizioni culinarie e feste ormai scomparse". "La cucina, ovviamente, ce la siamo portata dietro: era la nostra! Dei bei cappelletti facevamo! I sardi non sapevano nemmeno come erano fatti". Portarono con sé "i maiali", "un bel pollaio", e la capacità di fare "salami". La domenica era dedicata al ballo: "Fuori Fertilia, c’era un grande salone e si ballava tutti i sabati con l’orchestrina".

Nonostante il regime avesse promesso molto - "case nuove", "lavoro" - molti coloni si trovarono di fronte a un "deserto". "Mio padre diceva sempre che se avesse saputo di trovare quello che all’inizio abbiamo trovato, non ci sarebbe mai venuto". Alcune famiglie, come i Colaini, "sono andati via, qui non stavano bene e sono ritornati a Bondeno". Circa cinquecento famiglie ferraresi rimasero, ma alcune decisero di tornare a casa per le "difficili condizioni di vita". Nonostante ciò, i legami comunitari rimasero saldi: "Abbiamo legato subito bene. Tutt’ora, con quelli che sono rimasti siamo in ottimi rapporti".

Urbanistica e Architettura: Il Volto di Fertilia tra Ideologia e Realtà

Il piano urbanistico di Fertilia rifletteva le tensioni e le evoluzioni dell'architettura di regime. Inizialmente, nel 1935, fu predisposto un piano dall’ingegnere Arturo Miraglia, basato sul modello della "città diffusa nel territorio", ripreso dalle esperienze inglesi della "città giardino". Tuttavia, questo progetto "non fu realizzato, non era confacente all’ideologia di regime". Era un periodo di "dibattito estetico e stilistico sull’architettura 'arte di stato', con il relativo scontro tra correnti interne, architetti e Mussolini".

L’incarico per un nuovo piano fu affidato nel 1937 a quattro architetti raggruppati sotto la sigla 2PST (Concezio Petrucci, Emanuele Filiberto Paolini, Riccardo Silenzi, Mario Tufaroli Luciano), uno studio "gradito a Mussolini". Il loro "nuovo strumento di pianificazione, approvato nel 1937", usava lo "schema semicircolare di Miraglia quale spunto iniziale, affiancandogli però una maglia ortogonale con una separazione netta degli spazi pubblici relativi ai tre ambiti religioso, civico e commerciale". Anche la "parte residenziale passava dalla proposta di case disseminate nel verde ad un nucleo autonomo, peraltro mai realizzato".

Ricostruzione del piano urbanistico originale e del piano 2PST di Fertilia

L'effettiva realizzazione del centro urbano, che doveva diventare "il centro economico amministrativo di tutta la zona rurale della Nurra di Alghero", iniziò nel 1936. I lavori, avviati con il progetto esecutivo nel 1939, continuarono fino al 1942, quando "si bloccarono" a causa della "situazione sempre più tragica della seconda guerra mondiale". Al momento dell'inaugurazione ufficiale nel marzo 1936, con la "rituale posa della prima pietra della Casa del Fascio", l'unico edificio "realmente costruito tra il 1935 e il 1936" fu la scuola elementare, progettata da Miraglia. Questa scuola "risente di richiami precisi ad esperienze internazionali e ricorre all’uso di volumi con linee curve e a finestre a nastro con fasce di mattoni alternate a fasce di intonaco".

Le altre architetture, realizzate dal gruppo 2PST tra il 1939 e il 1941, sono "nettamente differenti e più tradizionali". La chiesa parrocchiale, ad esempio, "riprende il modello dell’edificio già costruito dallo stesso gruppo 2PST ad Aprilia", con una facciata chiusa da "un profondo incavo che include l’ingresso e una vetrata", raccordata a "due elementi simmetrici più bassi mediante archi disposti su linee curve". L’alto campanile fu aggiunto solo nel 1955. Questo edificio è situato in una piazza ed è "il fulcro visivo della strada principale". Questa arteria "attraversa tutto il centro ed è fiancheggiata da edifici a portico che in prossimità del mare si aprono in uno spazio prospiciente la casa comunale, anch’essa dai volumi netti e squadrati, il dopolavoro, l’albergo". Tutti gli edifici principali di Fertilia "utilizzano il mattone a vista o intonacato e la pietra, riprendendo elementi formali assai diffusi nel Ventennio fascista e presenti anche nelle città di fondazione dell’Agro Pontino".

La guerra lasciò Fertilia "incompiuta e semidisabitata", diventando "l’immagine dei fallimenti del regime". L'obiettivo iniziale di 210 poderi su 6000 ettari non fu mai raggiunto, con l'Ente Sardo che costruì solo 65 case coloniche.

Fertilia, Ponte di Memorie: Dall'Esodo Giuliano-Dalmata alle Nuove Generazioni

Il dopoguerra segnò un nuovo capitolo per Fertilia, che "si preparò ad accogliere i profughi dalle terre italiane passate a quella che frattanto era divenuta la repubblica federativa di Jugoslavia". Nel decennio degli anni Cinquanta, in particolare tra il 1948 e il 1952, "oltre 500 'nuovi abitanti'" dall'Istria, Fiume e Dalmazia trovarono rifugio qui. Questa "seconda migrazione" è vividamente ricordata dalla toponomastica del luogo: "la colonna in travertino, sul lungomare, col leone di San Marco all’estremità e la scritta 'Qui nel 1947 la Sardegna accolse fraterna gli esuli dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia'", così come "la presenza di vie intitolate a Fiume, Pola, Cherso, Orsera, Rovigno, Trieste, Dignano, Zara, Parenzo". Questo "saturazione di spazi pubblici del ricordo" non deve, tuttavia, "far passare in secondo piano, però, le tante difficoltà di integrazione e accettazione della comunità istriana nel contesto sociale di destinazione".

Fertilia si è trasformata in un "melting-pot tanto originale quanto affascinante", dove le "diverse culture che nel corso del tempo si sono succedute e sovrapposte - sarda, catalana, ferrarese, giuliano-dalmata - hanno lasciato un deposito di memoria che necessita di uno studio stratigrafico articolato". Le guide turistiche odierne la descrivono come "un borgo pianificato sorto al tempo del fascismo", che "in tempi recenti, grazie alla singolare posizione sul mare, ha assunto una connotazione turistica con la presenza di un porticciolo con imbarcazioni da diporto".

Monumento agli esuli giuliano-dalmati a Fertilia

Il legame con le origini ferraresi è mantenuto vivo anche nel presente. Un "gruppo folk ferrarese Caffè havana sambuca lambrusco" è stato invitato a esibirsi, a testimonianza di un "legame, tuttora presente, tra Fertilia e Ferrara". Luca Piazzi, a nome della band, ha espresso l'emozione di "regalare un po’ della nostra ferraresità a chi magari non è mai riuscito a tornare nella propria terra d’origine e conoscere le storie di chi fa parte di questo crogiuolo culturale e identitario". Questo rientra in "iniziative volte al recupero e alla riscoperta di una storia anche ferrarese che era ancora poco nota ai più, ma che è fortemente identitaria, che parla di unione di genti e di esperienze, anche molto difficili, nel segno del lavoro e dei valori di comunità".

Un momento significativo di questo recupero della memoria è stata la proiezione, in prima nazionale, del film "Rotta 230° - Ritorno alla Terra dei Padri", presentato in anteprima al Festival del Cinema di Venezia. Questo documentario "racconta il viaggio simbolico di ritorno di un esule verso la sua terra natale, chiudendo un capitolo doloroso della storia personale e collettiva". Anche le nuove generazioni, pur essendo "sarde del tutto" o parlando il sardo, spesso "capiscono" il ferrarese, come testimonia un'anziana, che aggiunge: "Mio figlio, invece, parla dialetto, perché glielo ho sempre voluto insegnare".

L'Eredità Duratura: Voci, Dialetti e la Terra Bonificata

Le voci degli anziani ferraresi di Sardegna offrono una prospettiva unica e commovente sulla storia di Fertilia. Essi raccontano delle difficoltà, ma anche della resilienza e dell'orgoglio per il lavoro svolto. "Questa terra l’abbiamo bonificata noi, i ferraresi. Sì, c’era qualche veneto, qualche toscano, ma sono stati i ferraresi a bonificare la terra". Un orgoglio che, purtroppo, non trova ancora pieno riconoscimento in loco: "Oggi non c’è nessun monumento, o ricorrenza, che ricordi questo lavoro. Non l’hanno mai fatto".

Le loro memorie dipingono un quadro della Nurra che "era tutto bosco" dove oggi sorge l'aeroporto, o della presenza di "volpi, quante ce n’erano! Qua era natura selvaggia". I racconti familiari si intrecciano con la grande storia, come quello del padre che, pur vestendosi "fascista", "cantava bandiera rossa coi comunisti" e "a Ferrara le aveva buscate, prima di venire qua a Fertilia". O quello della madre che, di fronte alla lontananza della Sardegna, accettò comunque la sfida: "Mentre mia mamma, che aveva ventidue anni e si era appena sposata, ha detto: 'Sì sì, andiamo in Sardegna'".

Il ricordo delle "valigie con qualche indumento dentro, nient’altro" e dei "pochi mobili che si erano portati dal ferrarese" arrivati giorni dopo, costringendoli a dormire sulla paglia, restituisce la crudezza di quei primi tempi. La nostalgia per la campagna ferrarese, "con tutti quei frutti", "la canapa, come la pestavano, la lavoravano", emerge nelle parole di chi "parlo sempre ferrarese, la mia famiglia lo ha sempre parlato".

Fertilia, dunque, non è solo un agglomerato di edifici ma un palinsesto vivente, un luogo di "politiche di memoria e di rimozione", di "flussi migratori", "processi di riforma fondiaria", "contaminazione culturale", "politiche di accoglienza e integrazione". È un punto sulla "metropolitana della memoria" dove è possibile fermarsi e "vedere un paese che non era un paese, un luogo con una nuova identità ma non ancora cristallizzatasi e destinata a mutare e a confondersi". Le storie dei Finetti, dei Busi, dei Pigò a Maria Pia, o dei Turrini e Barioni come fattori, o dei Farinelli impiegati d'ufficio, compongono un mosaico di vita quotidiana e di adattamento. Dall'arrivo di "otto famiglie nel ’34" e poi via via negli anni successivi, i ferraresi hanno lasciato un'impronta indelebile, modellando il paesaggio e intessendo un tessuto sociale e culturale che ancora oggi racconta di un'epopea di lavoro e di speranza, di radici profonde e di continue rinascite.

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