
Enaiatollah Akbari è una figura emblematica del nostro tempo, la cui storia è diventata un potente simbolo di resilienza e speranza di fronte alle avversità. Rifugiato politico afgano, la sua odissea ha toccato milioni di persone attraverso il libro "Nel mare ci sono i coccodrilli" di Fabio Geda, pubblicato nel 2010. Questo testo, diventato un vero e proprio caso letterario, è stato tradotto in trentadue paesi, testimoniando l'impatto universale della sua narrazione. Enaiatollah Akbari si racconta nuovamente a dieci anni dalla sua odissea in "Storia di un figlio" (2020), scritto sempre con Fabio Geda, un'opera che approfondisce la sua vita dopo l'arrivo in Italia e la faticosa ricomposizione degli affetti.
Le Origini e la Fuga dall'Afghanistan
Enaiatollah Akbari nasce in un villaggio dell'Afghanistan, in una terra e in un tempo segnati da conflitti e persecuzioni. La sua famiglia appartiene all'etnia hazara, da secoli perseguitata da quella pashtun, di cui fanno parte anche i talebani. Come afferma Akbari stesso, i motivi di questa persecuzione sono "stupidi, ingiustificabili e inventati". I pashtun considerano gli hazara "non afghani puri" a causa dei loro caratteri fisionomici differenti, attribuendone la discendenza al condottiero mongolo Gengis Khan. Questa discriminazione ha portato a eventi tragici, come il genocidio del 60% della popolazione hazara nel 1893, ordinato dal capo pashtun Abdul Rahman, e la pulizia etnica perpetrata dai talebani nel 2001.
Enaiatollah racconta che la sua vita era in pericolo dopo il 1996, anno in cui si afferma il regime talebano. Suo padre, che trasportava merci tra Afghanistan e Iran per una ricca famiglia pashtun, morì a causa dell'esplosione di una bomba sull'auto su cui viaggiava. A soli nove anni, Enaiatollah si ritrovò a dover abbandonare la spensieratezza dell'infanzia, consapevole che i talebani lo cercavano. Per questo, ogni volta che qualcuno bussava alla porta, lui e suo fratello si nascondevano in una piccola fossa sotto terra, in un campo di patate vicino a casa.

Per salvare Enaiatollah dal destino di recluta dei talebani, sua madre prese una decisione straziante. Un giorno, partirono insieme, solo loro due, per il Pakistan. Giunsero a Quetta, una città molto affollata, dove rimasero per qualche giorno. Una mattina, al risveglio di Enaiatollah, sua madre era sparita: era tornata a casa dagli altri due figli. Quello della madre di Enaiatollah fu un gesto di amore tragico e immenso, un sacrificio volto a garantirgli un futuro migliore. Questa tragica partenza segnò l'inizio della prematura vita adulta di Enaiatollah Akbari e del suo incredibile viaggio.
L'Odissea Attraverso Sei Paesi
Il viaggio di Enaiatollah, ricostruito grazie alla sua testimonianza da Fabio Geda, è un percorso attraverso sei paesi, lungo le rotte dell'immigrazione clandestina. Fu un'odissea che lo mise in contatto con la miseria e la nobiltà degli uomini, ma che, nonostante tutto, non riuscì a fargli perdere l'ironia né a cancellargli dal volto il suo formidabile sorriso.
Pakistan: I Primi Passi di un Ragazzo Solo
Dopo essere stato lasciato dalla madre a Quetta, Enaiatollah visse in Pakistan per mesi e anni. Per sopravvivere, svolse diversi lavori: sbucciava patate, puliva per terra, vendeva fazzoletti, lavava vestiti. La sera, andava a mangiare in una moschea hazara, che rappresentava per lui un rifugio e un luogo di protezione. Un giorno, senza un motivo preciso, non andò alla moschea. Fu un vero e proprio miracolo: un attentato fece esplodere la moschea, uccidendo più di 200 persone. Questo evento gli fece prendere coscienza che la sua vita era ancora in pericolo, spingendolo a intraprendere un viaggio clandestino verso l'Iran.
Iran: Lavoro Forzato e Rimpatri
Enaiatollah rimase in Iran per tre anni, affrontando innumerevoli difficoltà e lavorando come muratore. I soldi guadagnati dovevano essere interamente destinati al trafficante di uomini che lo aveva aiutato a raggiungere il paese, rendendo impossibile viaggiare senza pagare a caro prezzo. Durante il suo soggiorno in Iran, Enaiatollah fu due volte rimpatriato forzatamente in Pakistan a seguito di controlli di polizia, ma ogni volta riuscì a rientrare in Iran da clandestino. Fu costretto a ripartire di nuovo dopo che alcuni poliziotti iraniani armati tentarono di ucciderlo. Si nascose nel doppio fondo di un camion insieme ad altre 70 persone, viaggiando in condizioni disumane, stipati senza potersi muovere, con una bottiglia d'acqua per bere e una per i bisogni.
Turchia: La Libertà dal Terrore
Dopo un viaggio estenuante, il camion arrivò in Turchia, a Istanbul. Enaiatollah racconta di essere stato scaricato "come sacchi di patate, inermi", con i muscoli completamente atrofizzati. Nonostante le condizioni fisiche, provò un senso di felicità nel trovarsi in Turchia, sapendo che lì la polizia non torturava i profughi come accadeva in Iran. In quegli anni, Istanbul si stava avvicinando alla cultura europea, e il concetto di lavoro e sfruttamento minorile era meno diffuso.
Grecia: La Scoperta del Mare e la Fuga da Dublino
Insieme ad altri cinque profughi bambini, Enaiatollah si spostò in Grecia. Al suo arrivo, rimase affascinato dal mare, qualcosa che non aveva mai visto così da vicino. Inizialmente, lui e i suoi compagni furono sorpresi dal sapore salato dell'acqua marina, tanto che uno di loro esclamò: "Hanno avvelenato il mare! Vogliono ucciderci!". Da questo episodio nacque il titolo del libro di Fabio Geda.
In Grecia, Enaiatollah lavorò in nero come muratore per costruire stadi in vista delle Olimpiadi di Atene del 2006. Tuttavia, sapeva di dover ripartire presto. Le disposizioni di Dublino II prevedevano il rilevamento delle impronte digitali per il tracciamento, e lui era terrorizzato da quelle "manette invisibili" che gli avrebbero impedito di lasciare il paese. Per evitare ciò, si nascose nel doppio fondo di un camion parcheggiato dentro una nave.
Italia: L'Arrivo e la Nascita di una Data

La nave su cui era nascosto attraccò al porto di Venezia, e il furgone in cui si trovava entrò in un cortile privato. Enaiatollah rimase colpito dalla gentilezza delle persone: nessuno lo sgridò né gli urlò contro, come spesso era accaduto in passato. Anzi, due uomini gli indicarono la strada per fuggire, un gesto che significò molto per lui.
Tra le calli di Venezia, Enaiatollah conobbe un giovane italiano. Nonostante non conoscesse né l'italiano né l'inglese, riuscirono a capirsi. Il ragazzo lo accolse per un giorno intero, gli fece fare una doccia e lo accompagnò a scoprire gli angoli di Venezia. Enaiatollah conosceva solo Roma come città italiana, e il giovane, intuendo il suo desiderio, gli regalò un biglietto per la capitale. Questo incontro fu un punto di svolta, un esempio di pura umanità e altruismo. Da Venezia, Enaiatollah si diresse a Roma e infine a Torino, la città che sarebbe diventata la sua nuova casa.
All'arrivo in Italia, Enaiatollah, come minore non accompagnato, cercò asilo politico. Le autorità, per poter rilasciare i documenti, decisero che quel ragazzino doveva avere una data di nascita. Così, gliene assegnarono una: il 1° settembre. È in quel momento che Enaiat capì di aver finalmente realizzato il suo sogno: quello di vivere una vita libera, lontano dalle minacce, e di poter andare a scuola.
Intervista a Fabio Geda e Enaiatollah Akbari - Libriblog.com (prima parte)
L'Integrazione e la Realizzazione di un Sogno
Una volta stabilitosi in Italia, Enaiatollah ha intrapreso un percorso di integrazione e formazione. Ha frequentato le scuole serali a Torino, dimostrando una straordinaria sete di conoscenza. "Studiava più di tutti", ricorda Danila, la sua mamma affidataria, che insieme a Marco lo ha accolto nella loro famiglia. Era curioso della lingua, non conosceva una parola di italiano e poche di inglese, ma voleva integrarsi in fretta e farcela con le sue forze.
A 22 anni, dopo aver sostenuto l'orale dell'esame di Stato presso l'istituto "Giulio" di Torino, Enaiatollah ha raggiunto un traguardo significativo. Per lui, migrante con una storia incredibile, questa tappa ha avuto un valore ancora più speciale. "È il primo appuntamento ufficiale con la normalità di noi adolescenti italiani", ha commentato Paola, una sua compagna, evidenziando la straordinaria maturità di Enaiatollah rispetto ai suoi coetanei. La sua tesina sull'Accordo di Schengen ha soddisfatto la commissione, soprattutto per il valore simbolico che un lavoro sul trattato che abolisce i controlli alle frontiere ha per un immigrato.
Dopo il diploma, Enaiatollah ha proseguito il suo percorso di formazione, iscrivendosi a Scienze Politiche. Ha conseguito la laurea in Scienze della Cooperazione Internazionale e oggi è un dottore in Scienze internazionali. Questo desiderio di riscatto lo ha spinto a studiare, sebbene nel suo cuore porti sempre l'Afghanistan. "Sarò per sempre afghano, ma sono felice di trovarmi in Italia", afferma, pur criticando la politica che commette "errori inaccettabili" in merito all'immigrazione. Il suo appello è contro chi "vuole strumentalizzare l'immigrazione e fa discorsi nei talk show, senza sapere cosa significa scappare da bambino, inseguendo solo pace e libertà".
Il Rapporto con la Famiglia e l'Impegno Civile
Nel settembre del 2004, finalmente stabilitosi in Italia, Enaiatollah ha tentato in ogni modo di avere notizie della madre, che aveva lasciato nel paese di Nava insieme alla sorella e al fratello. Dopo otto anni senza sapere nulla l'uno dell'altra, fortunosamente è riuscito a rintracciarla e a parlarle al telefono. Quel primo contatto è stato un momento di incredibile emozione: "Ci parlavamo per la prima volta dopo otto anni, otto, e quel sale e quei sospiri erano tutto ciò che un figlio e una madre possono dirsi dopo tanto tempo". Questo ritrovamento ha segnato l'inizio di un periodo di duro lavoro per Enaiatollah, che si è impegnato per guadagnare i soldi necessari per le telefonate e per inviare denaro a casa. Non molto tempo dopo, sua madre è morta per l'esplosione di una bombola, un colpo terribile per lui.
Enaiatollah ha continuato a mantenere un forte legame con la sua famiglia. Ha raccontato il suo viaggio in Pakistan per assistere la sorella alle prese con il quarto parto in assenza del marito, la nascita del primo nipote maschio e il suo amore per le nipotine. Ha anche incontrato Fazila, che è diventata sua moglie, arricchendo ulteriormente la sua vita. Nonostante la distanza, il legame con i suoi fratelli è rimasto solido: "Siamo tre fratelli in tre continenti diversi: la sorella in Pakistan, il fratello in Australia".
Enaiatollah Akbari è anche un attivista e una voce importante nel dibattito sull'immigrazione. Sostiene la necessità di "abolire il trattato di Dublino, che ti impone di rimanere nel Paese dove ti prendono le impronte digitali". Egli crede che, sebbene sia giusto che le autorità del Paese di primo arrivo prendano le impronte, ciò non debba comportare l'obbligo di presentare la domanda di asilo in quello stesso Paese. Critica anche l'invio di fondi ai governi corrotti per la gestione dei profughi, evidenziando come, nel caso dell'Afghanistan, quei soldi finiscano "ai signori della guerra, ai trafficanti di oppio, ai politici". Enaiatollah crede fermamente che "in Europa c'è spazio per tutti" e che "non c'è il rischio colonizzazione". Il suo appello è chiaro: "Smantellare i recinti, i fili spinati… questa dei muri non è la vera Europa."
Il Significato del "Non Luogo" di Nascita
La mancanza di una data di nascita precisa per Enaiatollah Akbari non è un mero dettaglio burocratico, ma un elemento che sottolinea la precarietà e l'anonimato in cui spesso versano i rifugiati. "Enaiatollah Akbari, Enaiat per gli amici, oggi è un uomo sulla trentina. Anzi, precisamente non lo sa nemmeno lui, perché nel villaggio dove è nato in Afghanistan, nessuno ha mai registrato la sua nascita." Questa affermazione mette in luce una realtà comune in molte aree del mondo dove le registrazioni anagrafiche sono inesistenti o incomplete, specialmente in contesti di conflitto e povertà.
Al suo arrivo in Italia, quando si è presentato come minore non accompagnato, cercando asilo politico, le autorità italiane si sono trovate di fronte alla necessità di assegnargli un'identità legale. "I carabinieri hanno deciso che quel ragazzino doveva avere una data di nascita per avere dei documenti e allora gliene hanno data una." La scelta del 1° settembre, pur essendo arbitraria, ha rappresentato un atto simbolico e fondamentale per Enaiatollah. Ha segnato l'inizio della sua vita riconosciuta legalmente, il primo passo verso la costruzione di una nuova identità in un nuovo paese. Questo momento, in cui "la data del suo compleanno l’ha decisa la questura", è significativo perché riflette come le istituzioni possano, pur con un atto formale, contribuire a restituire dignità e diritti a chi è stato privato di tutto. Per Enaiatollah, "È stato in quel momento che Enaiat ha capito di avercela finalmente fatta a realizzare il suo sogno: quello di vivere una vita libera, lontano dalle minacce, e di poter andare a scuola."
Questo "non luogo" di nascita e la successiva assegnazione di una data sono un potente promemoria della fragilità dell'esistenza per milioni di persone, e allo stesso tempo, dell'importanza di un riconoscimento legale per poter accedere ai diritti fondamentali e costruire un futuro.
La Cittadinanza Italiana e un Nuovo Inizio
Lunedì 7 marzo, a Torino, Enaiatollah Akbari ha ottenuto la cittadinanza italiana all'età di 33 anni, dopo quattro anni dalla domanda presentata nel 2018 in quanto rifugiato politico. Questo traguardo rappresenta la fine di un'infanzia e un'adolescenza trascorse in viaggio, combattendo la fame, la nostalgia di casa e le condizioni precarie, e lottando ogni giorno per la vita. Per lui, la cittadinanza non è solo un atto burocratico, ma un lieto fine e, allo stesso tempo, un nuovo inizio. "Non sono nato qui effettivamente, ma intellettualmente sì", afferma con fierezza, esprimendo il profondo legame con la sua nuova patria. Ha imparato a leggere e scrivere in italiano, una lingua che per lui è "la lingua della cultura".
La storia di Enaiatollah Akbari è una "magnifica parabola che rappresenta uno dei drammi contemporanei più toccanti: le migrazioni di milioni di individui in fuga da territori devastati dalle guerre, in cerca di un miraggio di libertà e di pace". La sua testimonianza, intrisa di coraggio, dignità e un immancabile ottimismo, offre una prospettiva unica e preziosa sulle sfide e le speranze di chi è costretto a lasciare la propria terra. È la storia di un bambino che ha dovuto barattare la propria innocenza in cambio della sopravvivenza, senza mai vendere la propria onestà e portando sempre con sé le parole di suo padre e le promesse fatte a sua madre. Una storia che ci ricorda che "basta che due si vogliano bene per raggiungere l’assoluto e la misura delle cose".
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