Il Partito Democratico: Una Storia di Origini Complesse, Trasformazioni e Scelte Controversi

Occorre di tanto in tanto fermarsi e guardare indietro, fare un po’ di storia, per capire come siamo arrivati sin qui. E un buon filo d’Arianna per districarsi nel labirinto della cronaca carnevalesca di oggi è la vicenda del Partito Democratico. Questa formazione politica italiana è nata nell’ottobre del 2007 dalla fusione dei Democratici di sinistra e della Margherita, ed è stata sino al 2018 il maggiore partito italiano. Con alcune interruzioni, è stato nel governo della Repubblica per quasi 9 anni, coprendo l’intera XVII legislatura con i governi Letta-Renzi-Gentiloni. Il PD si presenta come un partito politico italiano di centrosinistra.

La storia e l'albero genealogico del Partito Democratico non sono un'opera semplice, poiché le sue proverbiali correnti rivendicano l'appartenenza a culture politiche diversissime tra loro. Fin dalla sua nascita, il Partito Democratico è stato spesso erroneamente considerato l’amalgama di due grandi eredità politiche, quella comunista e quella democristiana. Non è così. Tanto i dirigenti comunisti che quelli cattolici, prima di fondersi, avevano subìto una profonda revisione della loro cultura originaria. Il simbolo stesso del PD può aiutare a decifrarne la complessità: le lettere “P” e “D” sono incastonate in tre colori - il verde simboleggia la tradizione laica e ambientalista, il bianco quella cattolica e il rosso l'eredità socialdemocratica. Al di sotto campeggia il nome del partito, accostato a un ramoscello d’ulivo.

Simbolo del Partito Democratico italiano

Le Radici Profonde: Dalla "Svolta della Bolognina" alla Nascita del PDS

Per comprendere appieno la genesi del Partito Democratico, è fondamentale ripercorrere le trasformazioni che hanno interessato le principali forze politiche della Prima Repubblica. Gli anni '90 furono un periodo critico per la politica italiana, e già nel 1991 il Partito Comunista Italiano (PCI), a seguito della caduta del Muro di Berlino, aveva cambiato nome in Partito Democratico della Sinistra (PDS), diluendo i richiami al comunismo e abbracciando una prospettiva socialdemocratica e riformista.

La caduta del sistema sovietico era nell'aria da tempo, soprattutto da quando Mikhail Gorbaciov divenne segretario del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (11 marzo 1985), iniziando a scardinare un sistema politico, culturale ed ideologico prossimo all'implosione. Gorbaciov era conscio che l'URSS avrebbe perso la “guerra fredda” e che era destinata a sparire. In cinque anni, si alternarono ben tre nuovi segretari del PCUS: Jurij Andropov e Konstantin Černenko. Il 19 agosto 1991, un golpe guidato da cospiratori all'interno del PCUS e dell'esercito portò all'arresto di Gorbaciov ed il 26 dicembre successivo ci fu lo scioglimento dell'Unione Sovietica e la nascita delle singole repubbliche indipendenti dall'8 dicembre. In due anni era crollato il Muro, si erano riunite le due Germanie, era crollato il comunismo in tutto il Mondo, salvo in alcune realtà ancora attive come la Repubblica Popolare Cinese, Cuba, la Corea del Nord, Laos e Viet Nam.

La STORIA del MURO di BERLINO

Il PCI, dopo la Democrazia Cristiana, era sempre stato il più votato tra i partiti italiani, ottenendo il 34,3% nelle elezioni politiche del 1976 e il 33.3% nelle europee del 1984, superando in quest'ultima occasione il partito democristiano. Nel 1976, si parlò di un possibile ingresso della “falce e martello” nella compagine governativa per salvare la Nazione dalla crisi e dalla strategia della tensione, il cosiddetto “compromesso storico”. Inoltre, il PCI, sotto la segreteria di Berlinguer, a partire dal 1976 con la nascita dell’“eurocomunismo” - un'alleanza tra i partiti comunisti di Italia, Francia e Spagna per creare una propria via nazionale al comunismo indipendente da Mosca - e con il distacco (quasi) definitivo da Mosca nel dicembre 1981 a seguito del golpe polacco di Wojciech Jaruzelski, decretava conclusa la spinta iniziata con la “rivoluzione d'ottobre” e aveva voluto avviare un graduale distacco dal PCUS, cercando “the Italian way to communism”.

Nel 1985, il partito subì un contraccolpo, vedendosi sconfitto nel referendum sulla “scala mobile” da lui promosso e perso in maniera schiacciante. Le elezioni politiche successive, le prime senza Berlinguer, videro il partito assestarsi sul 26.5%, un risultato negativo che arretrava a un minimo elettorale che mancava dal 1968. I vertici del PCI iniziarono a capire che qualcosa non stava andando per il meglio, anche perché gli iscritti non aumentavano, e si pensò che il partito stesse esaurendo la sua forza e che non aveva capito le esigenze del suo elettorato e degli italiani. I voti persi andavano nel più moderato Partito Socialista Italiano, ormai governativo (dal 1983 al 1987 Bettino Craxi fu Presidente del Consiglio e sotto il suo governo l'Italia divenne la quinta potenza economica mondiale).

Nel maggio 1988, il segretario Alessandro Natta chiamò come vice Segretario Achille Occhetto. Alle elezioni europee del 18 giugno 1989, il PCI ottenne il 27.6% (con una diminuzione di oltre 6 punti percentuali) e 2,2 milioni di voti in meno rispetto al boom del 1984. La “miccia” in Italia scoppiò durante le proteste di Piazza Tien An Men, a Pechino, durate dall'aprile al giugno 1989.

Torinese del 1936, Achille Occhetto aderì sin da giovane alla causa comunista. È ricordato come l'ultimo segretario del PCI ed autore della “svolta della Bolognina”. Il 12 novembre 1989, a Bologna, Occhetto, inizialmente restio a partecipare alla celebrazione, fu invitato a dire le cosiddette “due parole” e in sei minuti cambiò le sorti del partito comunista più votato nel blocco occidentale: a seguito dei fatti di Berlino e della situazione che si stava svolgendo nell'Est Europa, il PCI avrebbe dovuto cambiare nome ed ideologia. Occhetto parlò, quasi commosso, a titolo personale non avvisando il partito. I vertici del Partito decisero di convocare un Comitato Centrale tre giorni dopo per discutere le sue parole. Tra i “continuisti” si affermò Pietro Ingrao, che non accettò per nulla l'idea del Segretario, sostenendo che non si poteva cancellare un'ideologia che aveva visto impegnati milioni di italiani. Anche Giancarlo Pajetta non fu d'accordo con la svolta occhettiana, sostenendo che ciò avrebbe significato un gettare alle ortiche la loro vita personale e politica.

Achille Occhetto annuncia la svolta della Bolognina

Il Comitato Centrale fu convocato nella sede storica di via delle Botteghe Oscure dal 20 al 24 novembre 1989, quando si decise di mettere ai voti la proposta di Occhetto: passò la linea del segretario con 219 voti a favore, 73 contrari e 34 astenuti. Il congresso fu convocato a Bologna dal 7 all'11 marzo 1990 e fu la XIX assise del Partito Comunista Italiano. Alla convention furono presentate le tre mozioni proposte da Occhetto, Ingrao e Cossutta. Fu una vittoria schiacciante per Occhetto. Il XX congresso del Partito Comunista Italiano, l'ultimo, si aprì il 31 gennaio 1991. Il discorso letto da Occhetto fu di trentadue pagine, in cui non citò mai Marx, ma volle far capire di dover abbandonare la “zavorra” del marxismo, dell'ideologia e del passato. Il 3 febbraio 1991 ci fu la svolta epocale: si scioglieva il Partito Comunista Italiano e nasceva la nuova “creatura” occhettiana, il Partito Democratico della Sinistra, il PDS. Il simbolo del nuovo movimento divenne la quercia, con in basso un cerchio con all'interno il vecchio simbolo del PCI. Occhetto fu eletto segretario l'8 febbraio 1991. Alla fine, anche i “continuisti” decisero di aderire alla nuova formazione politica, in primis Pietro Ingrao.

Il nuovo partito si presentò alle elezioni della XI legislatura, nel 1992, con un risultato deludente (16%). I “cugini” di Rifondazione Comunista ottennero il 5%. Nel frattempo, in Italia era esploso il fenomeno “Tangentopoli”, che mise ko un intero sistema partitico. Il PDS, pur non essendo intaccato direttamente dalle indagini, venne punito dagli elettori. La vera batosta il PDS la prese nelle elezioni politiche del 27 marzo 1994, quando la coalizione berlusconiana batté la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto. Occhetto si dimise.

Contemporaneamente, il colpo finale per la Democrazia Cristiana arrivò nel 1994, quando si spaccò in due: nacquero il Partito Popolare di Mino Martinazzoli, di centro-sinistra, e il Centro Cristiano Democratico di Pier Ferdinando Casini e Clemente Mastella, di centro-destra.

L'Esperienza dell'Ulivo e la Gestazione del Partito Democratico

La discesa in campo di Berlusconi fu un fattore aggregante fondamentale per i partiti di centrosinistra: la nuova legge elettorale maggioritaria - cosiddetta Mattarellum - favoriva la divisione in due schieramenti contrapposti. L’Ulivo fu il contenitore, nelle sue due edizioni del 1996 e del 2006, che federò tutte le diverse anime che si opponevano a Berlusconi: in primis cristiano-sociali e post-comunisti - il bianco e il rosso -, e poi parte della galassia liberale, socialista, repubblicana, ambientalista - il verde -, rimasta anch'essa senza riferimenti politici.

Su tutti, il personaggio cardine di questo periodo per il centrosinistra fu Romano Prodi, detto il federatore, proprio per l’abilità dimostrata nel riunire attorno alla sua figura una vasta coalizione che lo portò a Palazzo Chigi dal 1996 al 1998 e dal 2003 al 2006. Fu proprio negli anni del Prodi II che prese corpo l’idea di costituire un nuovo soggetto, nato ufficialmente nel 2007 col nome di Partito Democratico. L’obiettivo era quello di fare un grande partito progressista e con cultura di governo, a “vocazione maggioritaria”, ossia in grado di vincere da solo le elezioni.

Romano Prodi durante un comizio de L'Ulivo

Questo tentativo di trasferire nel nostro Paese il sistema politico anglo-americano si rivelò però velleitario, non solo perché non teneva conto delle nostre varie culture politiche, ma anche perché la storia non si lascia comprimere dal volontarismo istituzionale. Il PD è sorto dalla fusione tra i Democratici di sinistra - eredi del Partito comunista italiano e poi del Partito democratico della sinistra -, la Margherita - erede del Partito popolare italiano e di altre forze riformiste e del cattolicesimo democratico -, e altre formazioni minori, dai Repubblicani europei all’Alleanza riformista. Risultò però un amalgama di formazioni, partiti e movimenti che faticava a darsi un’identità nuova e netta: troppo sfumata fu l’elaborazione teorica e tirata per i capelli sembrò la convivenza tra ex comunisti ed ex democristiani, una volta acerrimi nemici.

L'Era Neoliberale e la Trasformazione della Sinistra

Tanto gli ex comunisti quanto gli ex cattolici, prima di fondersi nel Partito Democratico, avevano subìto una profonda revisione della loro cultura originaria. Prendiamo gli ex comunisti. Dopo il 1989 essi hanno attraversato, come tutti i partiti socialisti e socialdemocratici europei, il grande lavacro neoliberale, mutando profondamente la loro natura. Tanto Mitterand in Francia, che Schroeder in Germania, Blair nel Regno Unito, D’Alema (insieme a Prodi e Treu) in Italia, hanno proseguito o introdotto nei loro Paesi le leggi di deregolamentazione avviate dalla Thatcher in Gran Bretagna e Reagan negli Stati Uniti. Democratici americani, socialdemocratici ed ex comunisti europei hanno sottratto le politiche neoliberistiche dai loro confini americani e britannici e le hanno diffuse più largamente nel Vecchio Continente.

Questo compito è stato svolto senza incontrare resistenza, perché gli agenti politici si presentavano ai ceti popolari col volto amico e le insegne delle organizzazioni di sinistra, impedendo così ogni reazione e conflitto. Negli anni '90, le élite di queste forze hanno compiuto un capolavoro politico: hanno abbandonato il loro tradizionale insediamento sociale (classe operaia e strati popolari) e hanno salvato se stesse come ceto, mettendosi alla testa del processo della globalizzazione. Sarebbe un errore moralistico tuttavia bollare come tradimento tale ribaltamento strategico. Quei gruppi dirigenti, nutriti di cultura sviluppista e privi di ogni sguardo agli equilibri del pianeta, non hanno fatto fatica a convincersi che rendere sempre più libero e protagonista il mercato, togliere lacci e lacciuoli, avrebbe accresciuto la ricchezza generale e dunque allargato la quota da distribuire anche ai ceti subalterni. E a questo compito residuale hanno limitato il loro rapporto col mondo del lavoro, ritagliandosi spazio e consenso tra i gruppi dirigenti.

Senza dire che nel vocabolario della cultura neoliberista (libero mercato, flessibilità del lavoro, competizione, meritocrazia, ecc.) essi hanno trovato il repertorio linguistico per innovare il loro discorso politico, quello più confacente alla loro nuova collocazione. Dunque le forze che danno vita al PD non sono gli epigoni dei vecchi partiti popolari, nati dalla Resistenza, ma sono forze del tutto nuove, che indossano il vestito smagliante del vecchio avversario di classe. Questa scelta ha contribuito col tempo a mettere all’angolo le varie forze di sinistra, Rifondazione Comunista, Sel, Sinistra Italiana, ecc., senza tuttavia risolvere i problemi di coesione e stabilità al proprio interno e nel sistema politico. Ma il tentativo nasconde un altro deficit analitico, comune a tutti coloro che ricercano la “governabilità”, accrescendo la torsione autoritaria degli ordinamenti. La fragilità dei governi riflette in realtà quella dei partiti, vuoti di ogni progettualità, privi ormai di forti ancoraggi sociali (tranne in parte la Lega) e trasformatisi in agenzie di marketing elettorale.

Ciò che quasi tutti ignorano è che nella stagione di euforia neoliberista i partiti hanno consegnato al mercato, cioè al potere privato, non poche prerogative che erano del potere pubblico. E oggi il ceto politico, si ritrova con strumenti limitati di regolazione e controllo, sempre più costretto a subire la spinta del capitalismo finanziario a trasformare lo Stato in azienda. Le procedure di scelta e decisione dei Parlamenti e dei governi appaiono troppo lente rispetto alla velocità dell’economia e della finanza senza regole. Se un operatore può spostare immense somme di danaro con un gesto che dura pochi secondi, all’interno di società capitalistiche in competizione su scala mondiale, è evidente che la struttura degli Stati democratici appare ormai come un organismo arcaico. Dunque il PD è nato come “forza di governo”, emarginando le culture politiche alla sua sinistra, imponendo o caldeggiando il sistema elettorale maggioritario. Ciò ha prodotto una torsione antidemocratica all’interno dei partiti in cui le segreterie hanno accresciuto il proprio potere sulla scelta della rappresentanza parlamentare, sempre più sottratta ai cittadini elettori.

Leader, Elezioni e Crisi Interne: La Storia del PD dal 2007

La prima competizione per la segreteria del partito vide competere l’ex segretario dei Democratici di Sinistra - l’evoluzione del PCI-PDS - Walter Veltroni, che risulterà vincitore, Rosy Bindi, cattolica democratica ed Enrico Letta. Walter Veltroni fu il primo segretario nazionale, al quale sono subentrati nel febbraio 2009 D. Franceschini, nell'ottobre 2009 P. Bersani, nel maggio 2013 G. Epifani, nel dicembre 2013 M. Renzi (riconfermato nel 2017), nel luglio 2018 M. Martina, nel marzo 2019 N. Zingaretti, nel marzo 2021 E. Letta e nel marzo 2023 E. Schlein, prima donna alla guida del partito dopo aver vinto le primarie.

L’epoca originaria del PD è quella del bipolarismo puro: al governo c’è l’Unione di Romano Prodi, che può contare su una ricatissima maggioranza, ottenuta dopo un’altrettanto ricatissima vittoria nel 2006 contro il centrodestra di Silvio Berlusconi. A vincere le primarie fondative per l’elezione del segretario (che per lo statuto del neonato partito è automaticamente il candidato premier alle elezioni) è Walter Veltroni, che sconfigge nettamente Rosy Bindi ed Enrico Letta con oltre 2 milioni e 690 mila voti su circa 3 milioni 550 mila elettori. L’idea di Veltroni è quella di un partito a “vocazione maggioritaria” che competa alle elezioni da solo, senza alleati. L’opposto in pratica di quando aveva fatto Prodi, il cui governo era sostenuto da una miriade di piccoli partiti. Poco sorprendentemente, pochi mesi dopo (il 24 gennaio 2008) il governo Prodi cade quando uno di questi, l’Udeur di Clemente Mastella, gli toglie la fiducia.

Alle elezioni del 2008, il partito ha ottenuto il 33,7% dei voti con oltre 12 milioni di voti alla Camera e più di 11 milioni al Senato, risultando il secondo partito italiano. La sconfitta contro il neonato PDL berlusconiano e la Lega Nord è netta: il Partito Democratico ottiene il 33,2% contro il 37,9% del PDL. Il PD inizia una legislatura di opposizione, ma sin da subito emergono difficoltà e dissidi interni, che saranno una costante del decennio a venire. Nel febbraio 2009, Renato Soru, governatore uscente della Regione Sardegna, viene sconfitto alle elezioni regionali. Questa sconfitta è l’ultima di una serie e Veltroni decide così di dimettersi, dopo le tante critiche interne ricevute per l’idea della vocazione maggioritaria e per aver rotto i ponti con la sinistra più radicale.

A succedergli è Dario Franceschini, suo vice, che viene eletto segretario tramite il voto dell’assemblea nazionale del partito. La leadership del partito passa nuovamente di mano il 25 ottobre di quello stesso anno, quando alle primarie Pierluigi Bersani ottiene il 53,4% dei voti, superando lo stesso Franceschini ed Ignazio Marino. La partecipazione popolare non manca, con oltre 3 milioni di elettori del partito che vanno ad esprimersi ai ‘gazebo’. Le elezioni amministrative del 2011 segnano un trionfo per il centrosinistra, che si aggiudica tutti i comuni più importanti e sette delle undici province.

Il Paese però inizia a subire pesantemente i danni della crisi economica e finanziaria: con uno spread che tocca quota 550 punti ed il concreto rischio di default, a metà novembre il Governo Berlusconi è di fatto costretto a dimettersi. Nasce così il Governo di Mario Monti, un esecutivo di soli tecnici, sostenuto dalla quasi totalità del Parlamento, PD compreso. In vista delle elezioni politiche del 2013, la leadership di Bersani, che in quanto segretario dovrebbe essere automaticamente il candidato del PD alle primarie di coalizione, viene contestata: emerge per la prima volta a livello nazionale la figura di Matteo Renzi, all’epoca sindaco PD di Firenze. Quella del 2012 è la più equilibrata delle sfide interne disputate da PD e centrosinistra ed è il primo segnale di una nuova spaccatura all’interno del partito, destinata a diventare sempre più profonda negli anni successivi.

Alle elezioni del 2013, il partito, presentandosi in coalizione con Sinistra Ecologia e Libertà e Partito Socialista Italiano, Italia. Bene Comune, ha ottenuto la maggioranza alla Camera dei Deputati e la maggioranza relativa al Senato, ma non i numeri sufficienti per formare un governo di centrosinistra. Il 2013 sembra l’anno giusto perché il PD possa finalmente ‘smacchiare il giaguaro’, ma inaspettatamente le elezioni terminano con una sostanziale ‘non vittoria’. I democratici conquistano 8 milioni e 600 mila voti, perdendone circa 3 milioni e mezzo rispetto al 2008. Incapace di trovare un accordo con il M5S, Bersani finisce sotto accusa, e la crisi interna al partito esplode fragorosamente in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica. La crisi si conclude con la nascita del governo di Enrico Letta, sostenuto da una maggioranza di larghe intese composta da PD, PDL e Scelta Civica.

All’interno del partito però la rivoluzione è appena iniziata: dopo una breve reggenza affidata a Guglielmo Epifani, l’8 dicembre 2013 Matteo Renzi conquista la segreteria del PD. La partecipazione è pressoché identica a quella che aveva incoronato Bersani al ballottaggio di un anno prima: votano 2 milioni e 810 mila persone e Renzi vince su Gianni Cuperlo e Pippo Civati con il 67,5% dei voti. Dopo settimane passate a pungolare il premier, la direzione del PD a guida renziana “sfiducia” Letta, che si dimette il 14 febbraio 2014.

Lo stile di leadership mostrato da Renzi, sia pure criticato all’interno del partito, inizialmente piace molto agli elettori: alle elezioni europee del 2014 il PD ha raggiunto un risultato storico, superando il 40% dei voti. Il 40,8% ottenuto fa del PD non solo il partito più votato d’Italia (staccando di quasi 20 punti il M5S) ma anche d’Europa.

Matteo Renzi celebra la vittoria alle elezioni europee del 2014

Il colpo di grazia al Governo Renzi arriva con il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. La campagna referendaria si era trasformata in un dibattito sul governo e sulla persona di Matteo Renzi e il premier ne esce completamente sconfitto: la riforma viene bocciata con il 59,1% dei voti e il segretario rassegna le dimissioni da Palazzo Chigi. L’ennesima crisi del PD, già evidenziata qualche mese prima con alcune pesanti sconfitte nelle elezioni amministrative, diventa così conclamata. Alla guida del governo succede a Renzi il suo Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni.

Nell’anno che segue continua il logoramento del PD, indebolito dalla scissione di MDP (in cui confluisce tra gli altri l’ex segretario Bersani) e sotto il fuoco incrociato delle opposizioni. Le previsioni per le elezioni del 4 marzo 2018 non sono positive, ma la realtà si rivela peggiore di qualsiasi sondaggio: il PD scende sotto il 19% e raccoglie poco più di 6 milioni di voti, 4 milioni e mezzo in meno del Movimento 5 Stelle e 5 milioni in meno rispetto alle Europee 2014. Questo ha rappresentato il minimo storico per il partito. Dopo il deludente risultato Renzi si è dimesso e M. Martina ha assunto il ruolo di segretario reggente, poi eletto segretario nel luglio dello stesso anno dall'assemblea del partito. Al congresso dell'anno successivo, dopo aver vinto le primarie, è stato eletto segretario N. Zingaretti. Alle elezioni europee del 2019 il partito ha recuperato consensi attestandosi intorno al 22%. Nel 2021 è stato eletto segretario dall'Assemblea nazionale del partito E. Letta dopo le dimissioni di Zingaretti. Alle elezioni politiche del 2022 si è presentato in coalizione con Alleanza Verdi e Sinistra, +Europa e Impegno civico, coalizione che ha ottenuto circa il 26% dei voti, il PD si è attestato intorno al 19%, risultando il secondo partito italiano. Nel 2023 è stata eletta segretaria E. Schlein, dopo aver vinto le primarie.

Le Scelte Politiche e le Loro Conseguenze Sociali ed Economiche

Se poi entriamo nella narrazione storica delle scelte partitiche e di governo compiute in 15 anni di storia nazionale non possiamo non stupirci della capacità manipolatoria dei gruppi dirigenti di questo partito, e della grande stampa, nel celare la sua natura conservatrice, spacciandolo per una forza di centro-sinistra. Si può ricordare il Jobs Act? Alcuni compassionevoli difensori scaricano la responsabilità su Matteo Renzi, quasi non fosse rampollo della stessa casata. Ma dopo di lui il lavoro precario in Italia è dilagato, il PD non si è mai mosso per arginarlo e, meraviglie delle meraviglie, si è insediato anche in ambito pubblico. Nel ministero dei Beni Culturali, presieduto per un totale di 7 anni da Enrico Franceschini, siamo al “caporalato di Stato”, con una miriade di giovani che tengono in piedi musei e siti con contratti a tempo determinato e salari da fame. Non va meglio ai ricercatori della Sanità pubblica, 1290 operatori con una media di 10 anni di precariato alle spalle. Sono i nostri giovani più brillanti, quelli che la TV ci mostra dopo che sono scappati, quando hanno avuto successo nelle Università straniere.

Ma tutto il mondo del lavoro italiano ha conosciuto forse il più grave arretramento della sua storia recente. «Secondo l’Ocse l’Italia è l’unico Paese europeo che negli ultimi 30 anni ha registrato una regressione dello stipendio medio annuale del 2,9%». E siamo ora al dilagare dei lavoratori poveri. Il rapporto dell’11 luglio del presidente dell’Inps Tridico ricorda che «il 28% non arriva a 9 euro l’ora lordi». Tutto questo quando non muoiono per infortuni: nel 2020 1.270 lavoratori non sono tornati alle loro case. Poveri in un mare di miseria, perché oggi contiamo oltre 5 milioni di poveri assoluti e 7 di milioni di poveri relativi. Ma c’è chi sta peggio. Nelle campagne è rinato il lavoro semischiavile comandato dai caporali.

Dobbiamo ricordare le condizioni della scuola? Renzi ha portato alle estreme conseguenze, secondo il dettato neoliberista europeo, avviato in Europa col Processo di Bologna (1999) e introdotto in Italia da Luigi Berlinguer, la trasformazione in senso aziendalistico degli istituti formativi. Con l’alternanza scuola/lavoro ha portato la scuola in fabbrica e la fabbrica nella scuola. Ma il processo è proseguito con gli altri governi per iniziativa o col consenso/assenso del PD e prosegue ancora oggi, grazie all’assoggettamento dei bambini e dei ragazzi a logiche strumentali di apprendistato, perché acquistino competenze, non per formarsi come persone. Gli insegnanti vengono obbligati a compiti estenuanti di verifica dei risultati, sulla base di test e misurazioni standardizzate, quasi fossero dei capireparti che sorvegliano gli operai al cottimo. Essi non sono più liberi nelle loro scelte educative e culturali, trasformati come sono in esecutori di compiti dettati dalle circolari ministeriali.

Ma il giudizio da dare a questo partito non può riguardare solo le scelte di governo. Certo, alcune sono particolarmente gravi. L’iniziativa del ministro Marco Minniti, nel 2017, di armare la Guardia Libica per dare la caccia ai disperati che si avventurano nel Mediterraneo, allo scopo di rinchiuderli e torturarli nelle loro eleganti prigioni, rappresenta forse il più feroce atto di governo nella storia della Repubblica. Ma ci sono iniziative meno cruente, non per questo però meno devastanti. La scelta del governo Gentiloni di stabilire “accordi preliminari” con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna per avviare i loro progetti di autonomia differenziata è un passo esemplare. Mostra quale visione del futuro del nostro Paese orienta il gruppo dirigente del PD.

Occorre mettere nel conto dei 15 anni di presenza politica anche il “non fatto direttamente”, le leggi e le scelte accettate, dal governo Monti nel 2011 a quello Draghi appena concluso. E non abbiamo spazio per elencare le scelte avallate, dalla riforma Fornero all’inserimento in Costituzione dell’obbligo del pareggio di bilancio. E tuttavia non possiamo dimenticare che il PD ha sabotato in ogni modo il referendum vittorioso per la pubblicizzazione dell’acqua, ha taciuto di fronte al continuo sottofinanziamento della scuola e dell’Università, non si contrappone ancora oggi al sostegno pubblico alla medicina privata. Il PD non ha preso alcuna iniziativa per sanare un territorio devastato dagli incendi d’estate e travolto dalle alluvioni in inverno, ha anzi taciuto e sostenuto, tramite i suoi presidenti di regione e sindaci, la cementificazione selvaggia del Paese, la più totalitaria d’Europa. Il Rapporto Nazionale Ispra 2022 denuncia che nel 2021 abbiamo raggiunto il valore più alto negli ultimi dieci anni di consumo di suolo con la media di 19 ettari al giorno, per effetto di cementificazione, soprattutto per la costruzione di edifici.

Consumo di suolo in Italia

Potremmo continuare ricordando che il PD non ha mai mosso un dito contro le disuguaglianze selvagge che lacerano il Paese, ha votato la riforma fiscale Draghi che premia i ceti con redditi superiori ai 40 mila euro, mentre il suo segretario, con l’elmetto guerriero in testa, ha prontamente accettato la richiesta NATO di portare al 2% del PIL le nostre spese annue in armi, poco meno di 40 miliardi di euro.

Dunque, al netto degli effetti prodotti dalle scelte dei governi precedenti, è evidente che il Partito Democratico, in questi ultimi 15 anni di storia, è il maggiore responsabile del declino italiano. Per tale ragione tutte le rare lucciole di persone effettivamente progressiste che si aggirano disperse nella pesta notte del suo conservatorismo, concorrono, sia pure involontariamente, a nascondere la natura antipopolare di questo partito, i danni storici inflitti all’Italia. Ne va dunque dell’onore dei giornalisti italiani continuare a pronunciare il nobile lemma sinistra e alludere al PD. La storia del PD è fatta di richiami ideali altissimi e lotte interne furiose, di delusioni cocenti dettate dall’eccessiva fiducia nel segretario di turno - troppo spesso incoronato come salvatore della patria e crocifisso subito dopo - ma anche di lunghe fasi passate a governare il paese: dal 2012 al 2022, solo il governo M5S-Lega non vedrà la partecipazione dei Dem. Forse il Partito Democratico è tutto, forse non è niente. Erede delle tradizioni politiche più rilevanti della Prima Repubblica, non è mai stato capace di valorizzarle interamente senza esaurirsi in vaghi richiami al progressismo, troppo spesso smentito dalle posizioni contrastanti al suo interno. Sicuramente finora è stato capace di tenerle unite, quelle anime, così diverse e litigiose, ma fu vera gloria?

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