Il Mito di Eco e Narciso: Un Viaggio tra Bellezza, Vanità e Riflessi dell'Anima

Nell'antica Grecia, in un giorno lontanissimo, Cefiso, il dio delle acque, rapì la ninfa Liriope. Si amarono teneramente e dalla loro unione nacque un figlio che fu chiamato Narciso. La madre, volendo preservare la straordinaria bellezza del figlio, si recò dall’astrologo Tiresia per sapere dall’oracolo come preservarla. La risposta fu enigmatica: “Il giovinetto vivrà molto a lungo e la sua bellezza non si offuscherà, se non conoscerà se stesso”. In pratica, il destino del ragazzo sarebbe stato quello di mantenere intatto il suo aspetto, a patto che non vedesse mai il suo volto.

rappresentazione artistica di un giovane bellissimo nella natura incontaminata dell'antica Grecia

L'infanzia di Narciso e la profezia di Tiresia

Narciso crebbe, diventando un ragazzo meraviglioso. Il mito di Narciso è uno dei più celebri della storia e, seppur tragico, nasconde la spiegazione sull’origine del fiore che porta il suo nome. La vicenda di Narciso ed Eco si trova nel libro terzo delle Metamorfosi, poema che Ovidio compose tra il III e l’VIII secolo d.C. Accecato da Era, Tiresia riceve da Zeus il dono di predire il futuro come compensazione alla perdita della vista. È proprio per dimostrare la veridicità di una sua profezia che viene raccontata la storia di Narciso. Narciso, nato dalla violenza fatta dal dio fluviale Cefiso a Liriope, è un bellissimo giovane, amato da ninfe e fanciulli, che da lui però sono indistintamente respinti e disprezzati.

La ninfa Eco: una voce condannata

Dall'altra parte del destino troviamo Eco. Chi è Eco? Eco è una ninfa delle montagne, nota per la sua loquacità e per la voce melodiosa, con la quale era abilissima a ripetere i suoni e le parole. Ella è caduta vittima delle vendette di Era, scatenate dalle scappatelle del marito, Zeus. Più di una volta la ninfa l’aveva intrattenuta con frivole chiacchiere solo per distrarla mentre Zeus si crogiolava nei letti delle altre ninfe. Era, scoperta la cosa, impartì una lezione ad Eco, non consentendole più di usare la parola come strumento di manipolazione: da donna loquace qual era, ora Eco può solo ripetere le ultime parole di ciò che sente.

una ninfa che si nasconde tra le rocce di una montagna silenziosa

Un giorno, mentre Narciso vaga nei boschi, forse disturbato da un fruscio tra le foglie o dal suono dei passi di Eco, si ferma e domanda ad alta voce: «C’è qualcuno?». È il momento che lei attendeva da tempo: il suo cuore balza nel petto e, con voce tremante ma piena di speranza, risponde: «Qualcuno». Narciso, stupito, si guarda intorno cercando la provenienza di quella voce misteriosa e continua a parlare, ma ogni sua parola gli torna indietro, ripetuta con dolcezza. Confuso ma incuriosito, il giovane pronuncia infine: «Uniamoci!». Eco, interpretando quelle parole come un invito d’amore, si lancia verso di lui con le braccia aperte.

Il rifiuto crudele e il destino di Eco

Ma Narciso era tanto fiero e superbo della propria bellezza che gli pareva cosa di troppo poco conto occuparsi di una semplice ninfa. Il suo sguardo, freddo e superbo, non mostra alcuna pietà e le dice: “Giù le mani! piuttosto morire che darti la mia persona”. Quella frase tagliente come una lama ferisce Eco nel profondo. Affranta dal dolore, la ninfa si rinchiude in una caverna profonda ai piedi della montagna dove Narciso era solito andare a cacciare. Lì, con la sua bella voce armoniosa, continua a invocare per giorni e notti il suo amato. Il dolore che deriva da questo rifiuto è così grande che il suo corpo dimagrisce fino a scomparire e le sue ossa si trasformano in pietra; alla fine, è solo la voce a restare di lei.

L'Eco delle Onde Sonore - Fisica | ZERO g

La voce visse eterna nella montagna solitaria. Da allora essa risponde accorata ai viandanti che chiamano, ripetendo solo l’ultima sillaba delle parole udite. Non è un caso che a Eco nel testo sia legato un lessico che rimanda sempre al campo acustico; ad esempio è definita resonabilis, vocalis nymphe e, del resto, il suo stesso nome in greco significa “suono”. Ridotta da Era a mero riverbero sonoro privo di significato, Eco diventa, durante l’incontro con Narciso, uno specchio acustico in cui il giovane sente riflettersi la propria voce.

La punizione di Nemesi e lo specchio d'acqua

Narciso non ne fu affatto addolorato e continuò la sua vita appartata, spezzando cuori e infrangendo speranze. Tuttavia, uno dei molti innamorati respinti, ferito dal suo disprezzo, alza lo sguardo al cielo e pronuncia una maledizione: che Narciso possa un giorno provare lo stesso tormento che infligge agli altri. Le parole del giovane non restano inascoltate. Nèmesi, la terribile dea che puniva i falli e le dolcezze degli uomini, mossa a pietà della infelicissima ninfa, decide di vendicarla.

Un giorno, affaticato da una battuta di caccia, Narciso giunge presso una fonte dalle acque pure ed argentee, uno specchio d’acqua dalla straordinaria limpidezza, dove nessun pastore e nessun animale si era mai abbeverato. Lui beve per placare la sete, ma un’altra sete si accende, quella del desiderio, poiché s’innamora perdutamente del bellissimo giovane il cui riflesso scorge nella fonte. Crede di amare una persona reale e non si accorge che invece ciò che ama è solo l’immagine di se stesso.

L'illusione dell'identità

Narciso si inganna a tal punto che l’autore deve intervenire: in un’apostrofe fa notare a Narciso che si perde dietro a un’ombra e che quello che cerca non esiste: “quella che vedi è un’ombra riflessa”. Solo allora Narciso si accorge che il giovane della fonte assume le sue stesse espressioni, compie gli stessi gesti, e quindi non può sbagliarsi: “Io sono lui!”. L’acqua, elemento transitorio per eccellenza, contraddistingue persone dotate di una certa personalità che attorno a questo elemento sviluppano un immaginario legato al concetto di metamorfosi. Alcuni autori definiscono “ouverte” (“aperta”) l’immaginazione di Narciso, in quanto lo specchio d’acqua riflette un’immagine vaga e non definita.

un riflesso perfetto di un volto in un lago cristallino

Il grande dolore che ne deriva lo distrugge. Non riesce in nessun modo a distogliere lo sguardo da quell’immagine che lo imprigiona, e così, giorno dopo giorno, si consuma, come una fiamma che arde senza nutrimento. La fame, la sete, la vita stessa perdono significato: ciò che rimane è soltanto un desiderio che lo divora dall’interno. Quando finalmente comprende che non potrà mai curare né colmare il suo amore impossibile, Narciso cede. Il giovane, un tempo superbo e distante, ora è vittima del proprio cuore. Il corpo si consuma fino a morire, anche se la sua grande passione in realtà sembra sopravvivere perché giunto nell’Ade continua a specchiarsi nello Stige.

Significati filosofici e psicologici del mito

Il comportamento di Narciso non è meno dannoso di quello di Eco: l’autoreferenza di Eco, incapace di concentrarsi su se stessa, e l’autoreferenzialismo di Narciso sono due facce della stessa medaglia. Se non c’è comunicazione non c’è amore e se non siamo in grado di comunicare, l’assenza d’amore è inevitabilmente punita dagli Dei. È solo quando l’amore per noi stessi è sano e pieno che possiamo dedicarci ad amare l’Altro. Non vi è dubbio che il mito tende a sottolineare il carattere fondamentalmente intransitivo dell’amore. L’impossibilità di far sì che l’amore passi da un soggetto all’altro soggetto, e il fatto che esso resti in qualche modo imprigionato, consegnato, chiuso all’interno del singolo personaggio.

Narciso è la figura della pura, totale identità, la quale tuttavia giunge, sia pure paradossalmente all’estremo, di identificarsi con la pura e totale alterità di una immagine riflessa totalmente irraggiungibile. Al contrario, o come corrispondenza di carattere simmetrico, Eco è invece la pura alterità che consiste in questa totale eteronomia (non autonomia) dell’espressione di Eco, in questo non potersi esprimere autonomamente ma solo come riflesso dell’espressione altrui.

L'eredità del mito: dal fiore alla psiche

Da quelle acque, dopo la morte di Narciso, nascerà un fiore giallo e dal profumo inebriante, che prenderà il suo nome. Questo mito contiene in sé molti elementi ripresi dalla moderna psicoanalisi: dalla figura di Liriope, madre di Narciso, che addirittura si rivolge a Tiresia per conoscere “l’elisir di eterna giovinezza e bellezza per la prole di cui tanto andava orgogliosa”, a quelle di Narciso e di Eco, contrapposte per natura, come la vista e l’udito che le guidano.

L’uno è completamente assorbito dall’ammirazione di se stesso e incapace di connettersi con il mondo esterno, l’altra è incapace di interrompere il suo richiamo e si consuma nell’attesa di un amore non corrisposto. In tal senso, Narciso rappresenta un monito sulle conseguenze nefaste di una auto-ammirazione che sconfini nell’ossessione di sé. Ossessione che è anche protagonista dell’amore di Eco, che non perde mai la speranza di poter arrivare al cuore di Narciso, nonostante l’impossibilità di comunicare con lui. Bellezza e vanità, dunque, hanno recitato un ruolo cruciale nel plasmare l’essenza umana fin dagli albori dei tempi, ma mentre una volta la bellezza era considerata alla stregua di un dono divino, la vanità è sempre stata considerata un pericolo o una trappola. Narciso, con la sua incapacità di guardare oltre il suo riflesso, ed Eco, con il suo desiderio non corrisposto, rappresentano due aspetti fondamentali della psiche umana: l’egoismo e il desiderio.

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