Il momento della nascita è universale, ma le esperienze che lo circondano possono variare profondamente a seconda del contesto geografico, culturale e socio-economico. Un confronto tra Italia e Stati Uniti in materia di parto e maternità rivela differenze marcate, non solo nei modelli di assistenza sanitaria ma anche nelle aspettative culturali e nelle implicazioni sulla vita delle donne. Dall'onere finanziario esorbitante negli USA alla struttura di supporto familiare e lavorativa, emergono quadri distinti che meritano un'analisi approfondita per comprendere appieno le sfumature di un evento così fondamentale.
Il Costo della Nascita: Un Divario Abissale tra USA ed Europa
Negli Stati Uniti, la prospettiva di un parto è intrinsecamente legata a considerazioni economiche che in molti altri paesi, inclusa l'Italia, sarebbero quasi inconcepibili. Per partorire negli Stati Uniti occorre avere da parte parecchi risparmi, poiché il costo di un parto in ospedale, dal 1996 a oggi, si è triplicato, aggiudicandosi il titolo di "più costoso" rispetto a ogni altro paese al mondo. Un rapporto della Truven Health Analytics, pubblicato dal New York Times, non lascia dubbi riguardo agli esorbitanti costi che una famiglia deve affrontare per gravidanza e nascita di un bambino, e conseguente assistenza. Questa differenza tra il costo del parto in America con gli altri paesi industrializzati è evidente e stridente.
Consideriamo, ad esempio, un parto cesareo: negli Usa costa 15 mila dollari. Questa cifra si confronta nettamente con i costi in altri paesi europei, dove il medesimo intervento è significativamente meno oneroso. In Francia, ad esempio, un parto cesareo ne costa circa 6 mila, in Gran Bretagna appena 4 mila, e in Irlanda è addirittura gratuito. Tali disparità mettono in luce un sistema in cui l'accesso a cure essenziali può diventare un lusso proibitivo.
Le vicende personali illustrano ancor meglio la gravità della situazione. Il New York Times ha seguito le vicissitudini di una donna, Reneè Martin, al secondo figlio, per capire realmente l’ammontare dei costi. La donna ha cominciato a sudare freddo sui conti dal primo momento in cui è rimasta incinta. Questa pressione finanziaria l'ha portata a fare scelte drastiche: ha quindi volontariamente scelto di fare solo un’ecografia durante tutti i mesi di gravidanza, limitare al massimo le medicine da assumere e non usufruire di eventuale epidurale il giorno del parto. Ha optato invece per avere un’ostetrica personale che l’assistesse. Nonostante tutte queste precauzioni e rinunce, il conto totale alla fine è stato di 6 mila dollari. Un dettaglio particolarmente significativo e quasi surreale è che la “rimozione della placenta”, successiva alla nascita del suo bambino, è stata conteggiata come una prestazione autonoma, evidenziando la granularità e la meticolosità con cui vengono fatturati i singoli atti medici nel sistema sanitario statunitense.
Gli esempi di costi sanitari negli Stati Uniti non si limitano al parto. Sono frequenti le testimonianze di come la sanità sia un onere economico gravoso: chiamare un’ambulanza può costare tra i 400 e i 1500 dollari, e un braccio rotto 2500 dollari. Un parto naturale può generare una fattura di 30mila dollari, cifra analoga a quella per un'appendicite, mentre un ciclo di chemioterapia può raggiungere i 200mila dollari. Queste cifre esorbitanti sollevano interrogativi fondamentali sulla natura dell'assistenza sanitaria come diritto universale o come bene di consumo.

COSTI OSPEDALI AMERICANI - Assicurazione sanitaria USA
Sistemi Sanitari a Confronto: Italia, USA e il Valore del Pubblico
Il confronto tra il sistema sanitario statunitense e quello italiano rivela due filosofie di base diametralmente opposte sull'accesso e la gestione delle cure mediche. Negli USA, dove si accede alle cure pagando o tramite una polizza assicurativa, la sanità è un mercato in cui i servizi hanno un prezzo spesso proibitivo. Questo sistema costringe molti a fare i conti con decisioni difficili, come la storia di Reneè Martin dimostra. La frase “Pagare per chiamare l’ambulanza? Assurdo” racchiude il sentimento di molti di fronte a una realtà che per gli italiani è semplicemente inconcepibile.
Il Sistema italiano, invece, è pubblico e garantisce le cure a tutti, indipendentemente dalle condizioni economiche e dal ceto sociale. Per i cittadini italiani è normale che una persona malata possa avere un trapianto di cuore o un trattamento di chemioterapia senza dover neanche aprire il portafoglio. Questa universalità dell'accesso è un pilastro fondamentale del Servizio Sanitario Nazionale, spesso percepito come un diritto acquisito, sebbene non privo di problematiche.
Gli italiani si rendono conto della fortuna di avere un sistema sanitario pubblico e universale, soprattutto quando vengono a conoscenza dei costi in America. Nonostante le strutture ospedaliere talvolta vecchie e da potenziare, la carenza di personale, le lunghe liste d’attesa e le file al pronto soccorso, problemi che investono il nostro servizio sanitario e sono di natura diversa, il principio di base rimane la gratuità e l'accessibilità per tutti. Spesso si è portati a cercare in altri Paesi modelli da seguire e a sognare i "begli ospedali" che gli Stati Uniti mostrano in film e serie Tv, ma questa visione patinata non riflette la realtà dell'onere finanziario che tali strutture comportano per l'individuo. La consapevolezza di un sistema che, pur con le sue inefficienze, garantisce le cure vitali a chiunque, evidenzia il profondo valore di un approccio alla salute centrato sul bene comune piuttosto che sul profitto.
L'Impatto della Pandemia: Una Nuova Tendenza nel Luogo del Parto
La pandemia da Covid-19 ha avuto, tra gli altri effetti, anche un cambiamento significativo sul modo di nascere, specialmente negli Stati Uniti. I dati evidenziano che, a fronte del costante aumento dal 1990 al 2019, con una media di circa il 2% all’anno, delle nascite in casa evidenziate dai certificati di nascita, aumenti drammatici si sono verificati durante i primi 2 anni della pandemia COVID-19.
Questa tendenza ha mostrato significative variazioni demografiche e geografiche. Circa il 2% delle nascite tra le donne bianche avverrà in casa nel 2021, il tasso più alto di qualsiasi gruppo razziale o etnico. Tuttavia, sono le donne nere e ispaniche ad aver registrato l’aumento maggiore dei tassi di parto in casa negli ultimi anni. I parti in casa delle donne nere sono aumentati del 36%, passando dallo 0,50% nel 2019 allo 0,68% nel 2020, e di un ulteriore 21%, allo 0,82%, nel 2021. Analogamente, i parti in casa delle donne ispaniche sono aumentati del 30%, passando dallo 0,37% di tutti i parti in questo gruppo nel 2019 allo 0,48% nel 2020, e di un altro 15%, allo 0,55%, nel 2021.
L’aumento non è stato omogeneo in tutti gli Stati. La percentuale di parti in casa è aumentata in 30 Stati, variando dall’8% della Florida al 49% della Virginia Occidentale, mentre gli aumenti in altri 11 Stati non erano significativi. L’aumento maggiore dei parti in casa si è verificato tra gennaio e marzo del 2021 rispetto agli stessi mesi del 2020. Questo confronto con i tassi di parto in casa relativamente stabili nei mesi di gennaio e febbraio del 2019 e del 2020 potrebbe suggerire effetti legati alla pandemia sulla scelta del luogo del parto da parte delle donne. I maggiori aumenti dei parti in casa tra i primi mesi del 2020 e del 2021 si sono verificati tra le donne di colore, che hanno registrato un aumento dal 51% al 62% dei parti in casa, e tra le donne ispaniche, che hanno registrato un aumento dal 24% al 69% dei parti in casa.
Quali le possibili cause di questo fenomeno? Come evidenziato in uno studio precedente, il timore di essere infettate dalla SARS-CoV-2 o di ricevere cure scadenti negli ospedali sovraffollati potrebbe aver reso le donne riluttanti a partorire in ospedale. È importante notare che questa analisi statistica non prende in esame se i rischi del parto a casa fossero aumentati durante la pandemia, lasciando un interrogativo aperto sulla sicurezza di tale spostamento delle nascite.

Il Parto Cesareo: Tra Necessità Clinica e Controverse Tendenze
Il ricorso al taglio cesareo rappresenta un punto di dibattito significativo e una chiara area di differenza nelle pratiche ostetriche tra paesi, con l'Italia che si distingue per percentuali elevate. L’esperienza personale di un parto medicalizzato, spesso in contrasto con le aspettative ideali, evidenzia le sfide reali che molte donne affrontano. Una donna ha raccontato di aver frequentato per tutta la gravidanza un corso di preparazione al parto attivo, dove si parlava della nascita come di un evento quasi fiabesco: «il mio utero è un fiore che sboccia, sentirò le contrazioni crescere come le onde del mare». Tuttavia, la realtà per lei è stata ben diversa, culminata in un taglio cesareo dopo un lungo travaglio. Nelle sue parole, non si è mai parlato del cesareo, dell’induzione del travaglio, di come ci si sente fallite dopo un parto non naturale, di quanto sia difficile sentirsi mamme dopo aver subito tutte quelle manipolazioni. Questo solleva la questione dell'adeguata preparazione delle future madri anche a scenari non ideali.
In Italia, il ricorso al taglio cesareo è in continuo aumento: si è passati dall’11% del 1980 al 38% del 2008. Secondo l’ISTAT, l’incidenza dei tagli cesarei in Italia è pari al 36,3% (dato del 2013). Queste percentuali sono considerevolmente più alte rispetto alla media europea, che l’OCSE riferisce essere del 26,75%. Per fare un confronto, gli Stati Uniti e il Canada hanno percentuali nettamente più basse (rispettivamente 27,5% e 21,2%). Paesi come Germania (31,1%), Spagna (24,9%), Regno Unito (24,1%) e Francia (18,8%) registrano tassi inferiori, mentre i paesi dove si registra il minore ricorso a tale intervento sono Olanda e Danimarca (13,5%), Belgio (15,9%) e Finlandia (16,2%). L'Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) ha indicato come obiettivo un tasso tra il 10% e il 15%. Il record italiano è trainato dal vero boom che ha investito le regioni del sud, dove si osserva una spiccata variabilità su base interregionale, con percentuali più basse nell’Italia settentrionale e più alte nel sud. Questo è considerato un probabile indizio di comportamenti clinico-assistenziali non appropriati riconducibili a fattori indipendenti dalle condizioni di necessità clinica.
Un quadro allarmante, come quello che compare nelle Linee guida del Ministero della Salute italiano, smentisce la comune convinzione che il taglio cesareo protegga il feto da rischi. Anzi, viene aggiunto che “la mortalità perinatale è più alta nelle regioni meridionali del paese dove la percentuale dei tagli cesarei è più elevata”. E per quanto riguarda la madre, vale ricordare che il taglio cesareo è comunque un intervento chirurgico che come tale espone la donna a seri rischi.
La ricerca ha esplorato anche il tema dell'induzione del parto e il suo legame con il cesareo. Negli USA, l’induzione del parto in 11.778 gravide è risultata associata con un aumentato rischio di taglio cesareo in quante presentavano una cervice sfavorevole e con un modesto aumento della morbosità materna nei parti successivi a un taglio cesareo; tuttavia, gli autori non hanno riscontrato un apprezzabile aumento della morbosità perinatale. In 66 ospedali australiani, l’induzione del parto si è caratterizzata per notevoli variazioni inspiegabili, con una non chiara associazione con l’incidenza dei tagli cesarei oppure con eventi avversi materni o neonatali. In Scozia, la ripetizione del taglio cesareo, pianificato o meno, è risultata associata con un aumento dei ricoveri del neonato per asma.
Un'interessante ricerca condotta in Inghilterra da Kate F. Walker et Al. ha esaminato la comune convinzione che nelle gravide di età superiore ai 35 anni l’induzione del parto tra la 39ª settimana e 0 giorni e la 39ª settimana e 6 giorni di gestazione possa ridurre il rischio della natimortalità, ma possa aumentare quello del ricorso al taglio cesareo, quest’ultimo d’altronde frequente in questa età. Questa convinzione è stata smentita dagli autori che - su un totale di 619 gravide - non hanno rilevato differenze significative circa l’incidenza del ricorso al taglio cesareo né conseguenze negative per la madre o il neonato. Robert L. Barbieri, ricordando che analoghi risultati sono stati ottenuti nel caso di alcune condizioni morbose, quali il diabete e l’ipertensione, raccomanda di non ricorrere all’induzione del parto prima della 39ª settimana a meno che siano presenti rischi materni e/o fetali.
William A. Grobman ha commentato il lavoro della Walker definendolo “un importante contributo per le conoscenze mediche” e asserendo che “la convinzione che guida le decisioni circa la tempistica del parto - cioè che l’induzione del parto a termine aumenta il rischio di taglio cesareo - può non essere vera dopotutto”. Tuttavia, l’autore chiarisce che non è possibile sapere se i risultati del trial possano essere estesi alle gravide di età inferiore ai 35 anni. Inoltre, ricorda che in assenza di complicazioni materne o fetali vi è consenso per il parto tra la 41ª settimana e 0 giorni e la 42ª settimana e 0 giorni di gestazione, non oltre la 42ª settimana e 6 giorni. Egli ritiene che - sebbene lo studio non dimostri dannosa l’induzione alla 39ª settimana - non vi sia evidenza di un beneficio, per cui “sembra prematuro modificare le raccomandazioni circa il tempismo del parto in assenza di complicazioni”. Il dibattito su cosa dire nei corsi di preparazione al parto è sempre acceso, poiché ci sono tante variabili da considerare in un evento comunque estremo e con variabili individuali, e molti operatori non sono d’accordo che sia un vantaggio anticipare i tanti possibili eventi negativi. Quindi, forse, il non parlare del cesareo non è una dimenticanza ma, piuttosto, una scelta. È certo che quando si fanno campagne culturali ad ampio raggio (parto naturale, allattamento al seno) il rischio di sfociare nella eccessiva semplificazione è sempre presente. Quando si sostiene il parto naturale, inevitabilmente si penalizzano tutte quelle donne che, per ragioni diverse, non riescono ad arrivarci e che sentono di non essere state all’altezza. Fortunatamente, i bambini nati con un parto cesareo, come quelli allattati con il latte artificiale, hanno le stesse possibilità di crescere bene, intelligenti e amati dai loro genitori e dagli altri.
Venire al mondo non è semplice, neanche con un parto cesareo. Sebbene sempre più donne scelgano l’opzione chirurgica, l’“aiutino” del bisturi non è così utile e innocuo come sembrerebbe. I ricercatori hanno esaminato i dati riguardanti oltre 94 mila nascite avvenute in 120 strutture sanitarie dell’America Latina. Il primo importante numero che emerge è sicuramente quello dell’elevata percentuale di parti cesarei, a cui hanno fatto ricorso quasi 34 donne su 100. I ricercatori hanno osservato che questa pratica chirurgica, spesso considerata come un’alternativa sicura al più naturale parto vaginale, ha in realtà comportato un aumento significativo della frequenza di malattie nel campione di donne prese in esame. Anche per quanto riguarda la salute del bambino, lo studio chiarisce che la pratica del cesareo non ha sempre un effetto positivo: il rapporto rischi-benefici, infatti, sembra variare a seconda della posizione assunta dal feto durante il parto.

Mortalità Materna e Salute Infantile: Progressi e Sfide Globali e Locali
La salute materna e infantile rappresenta un indicatore cruciale del benessere di una società, e a livello globale, le cifre relative alla mortalità materna continuano a destare preoccupazione, nonostante alcuni progressi localizzati. Il rapporto, che tiene conto dei decessi materni a livello nazionale, regionale e globale dal 2000 al 2020, mostra che nel 2020 ci sono stati circa 287.000 decessi materni in tutto il mondo.
Un dato particolarmente allarmante è l'aumento dei tassi di mortalità materna in alcune regioni tradizionalmente più sviluppate. In due delle otto regioni delle Nazioni Unite - Europa e Americhe - il tasso di mortalità materna è aumentato dal 2016 al 2020, rispettivamente del 17% e del 15%. Questo suggerisce che anche in contesti con risorse maggiori, vi sono sfide persistenti o emergenti. In Italia, la situazione ha mostrato un miglioramento: nel 2020 si sono verificate 5 morti materne su 100.000 bambini nati vivi (in numeri assoluti, 19 morti in totale), un tasso in diminuzione rispetto alle 7 morti materne su 100.000 bambini nati vivi verificatesi nel 2015 e nel 2010 e alle 10 nel 2000. Ma, osserva il rapporto, il progresso è possibile.
Catherine Russell, direttore esecutivo dell’UNICEF, ha dichiarato: “Per milioni di famiglie, il miracolo del parto è segnato dalla tragedia della morte materna. Nessuna madre dovrebbe temere per la propria vita mentre mette al mondo un bambino, soprattutto quando esistono le conoscenze e gli strumenti per trattare le complicanze comuni.” In termini numerici, le morti materne continuano ad essere in gran parte concentrate nelle parti più povere del mondo e nei paesi colpiti da conflitti. Nel 2020, circa il 70% di tutte le morti materne si è verificato nell’Africa subsahariana. Juan Pablo Uribe, direttore globale per la salute, la nutrizione e la popolazione presso la Banca Mondiale e direttore del Global Financing Facility, ha affermato: “Questo rapporto fornisce un altro duro promemoria dell’urgente necessità di raddoppiare il nostro impegno per la salute delle donne e degli adolescenti.”
Le principali cause di morte materna includono emorragie gravi, ipertensione, infezioni legate alla gravidanza, complicazioni da aborto non sicuro e condizioni sottostanti che possono essere aggravate dalla gravidanza (come l’HIV/AIDS e la malaria). Il rapporto dell’ONU sottolinea che l’assistenza sanitaria di base incentrata sulla comunità può soddisfare i bisogni di donne, bambini e adolescenti e consentire un accesso equo a servizi critici come il parto assistito e l’assistenza pre e postnatale, le vaccinazioni infantili, l’alimentazione e la pianificazione familiare. Circa un terzo delle donne non ha nemmeno quattro degli otto controlli prenatali raccomandati o riceve cure postnatali essenziali, mentre circa 270 milioni di donne non hanno accesso ai moderni metodi di pianificazione familiare. Esercitare il controllo sulla loro salute riproduttiva - in particolare le decisioni su se e quando avere figli - è fondamentale per garantire che le donne possano pianificare e distanziare la gravidanza e proteggere la loro salute.
La dottoressa Natalia Kanem, direttrice esecutiva dell’UNFPA, ha ribadito: “È inaccettabile che così tante donne continuino a morire inutilmente durante la gravidanza e il parto. Oltre 280.000 vittime in un solo anno sono inconcepibili.” Ha aggiunto: “Possiamo e dobbiamo fare di meglio investendo urgentemente nella pianificazione familiare e colmando la carenza globale di 900.000 ostetriche in modo che ogni donna possa ricevere le cure salvavita di cui ha bisogno.” La pandemia di COVID-19 potrebbe aver ulteriormente frenato i progressi sulla salute materna. Considerando che l’attuale serie di dati termina nel 2020, saranno necessari più dati per mostrare i veri impatti della pandemia sulle morti materne. Tuttavia, le infezioni da COVID-19 possono aumentare i rischi durante la gravidanza, quindi i paesi dovrebbero agire per garantire che le donne incinte e quelle che pianificano una gravidanza abbiano accesso ai vaccini COVID-19 e a cure prenatali efficaci. John Wilmoth, direttore della Divisione Popolazione del Dipartimento degli affari economici e sociali, ha concluso: “La riduzione della mortalità materna rimane una delle sfide sanitarie globali più urgenti”, che richiede sforzi internazionali e impegni incrollabili, in particolare per le popolazioni più vulnerabili.
A livello locale, anche in Italia permangono sfide relative alla salute infantile e materna, sebbene in ambiti diversi. Mentre "la battaglia contro la rosolia è quasi vinta" a livello globale, in Italia le cose non vanno troppo bene per quanto riguarda l'embriopatia rubeolica, con 70-80 casi per anno. È importante notare che la rosolia è stata esclusa dall'obbligo di notifica, il che potrebbe complicare il monitoraggio e le strategie di prevenzione. Tuttavia, per altre patologie, si registrano successi, con "al massimo due casi per anno" per alcune malattie prevenibili con la vaccinazione. L'importanza della vaccinazione MPR (Morbillo, Parotite, Rosolia) è cruciale affinché si raggiungano questi traguardi di salute pubblica.
Sul fronte della salute neonatale e delle complicanze, studi come quello di Iams J.D. et al. (N Engl J Med 2002, 346:250-5) hanno identificato parametri clinicamente utili per predire un parto pretermine, un aspetto critico dato che la nascita prematura è una delle principali cause di morbilità e mortalità infantile. La gestione di condizioni come il rotavirus, che si manifesta in forma grave e spesso mortale nei primi 14 settimane di vita (Breese J.S. et al., 20:1136-43), e la pertussis, o tosse convulsa, richiede attenzione. La vaccinazione per la pertussis nella popolazione è fondamentale, ma l'impiego di alcuni trattamenti è limitato. Fortunatamente, la pertussis, con la claritromicina e del 96% con l'eritromicina, è accompagnata da minori effetti collaterali rispetto ad altri approcci terapeutici, come indicato da Lebel M.H. e Mehra S. in un loro studio di 14 giorni. Queste evidenze sottolineano l'importanza della ricerca continua e delle campagne di vaccinazione per proteggere la salute dei neonati e delle madri.

Madri a Confronto: Stili di Vita e Valori di Paternità tra Italia e America
Al di là delle statistiche sanitarie e dei costi, il confronto tra Italia e America si estende al tessuto sociale, influenzando profondamente gli stili di vita e le filosofie genitoriali. Mamme italiane e americane mostrano differenze che si vedono già dalla gravidanza e si intensificano dopo la nascita del bambino.
In Italia, durante la gravidanza, è comune effettuare in media 2-3 ecografie, un approccio che si concentra su un monitoraggio medico più frequente. Negli USA, invece, se ne fa solitamente una nelle prime settimane, poi basta; successivamente, la crescita del feto viene monitorata misurando la pancia con un metro, con la convinzione che "se la pancia cresce, vuole dire che cresce anche il bambino". Negli USA, nessun medico ti dice: “Signora si fermi: se mangia così diventerà una portaerei!”, mentre in Italia ci sarebbero probabilmente più consigli su regimi alimentari. Questa differenza riflette una cultura americana più rilassata sulla gravidanza, vissuta più come un evento naturale dove le donne vanno al lavoro fino agli ultimi giorni, a meno di problemi specifici come diabete gestazionale o pericoli per il feto. Non pensate che non ci siano cure prenatali, è che tutto è molto rilassato.
Quando si porta a casa il "fardello di gioia" (bundle of joy, come viene chiamato in America), le differenze diventano ancora più evidenti. Negli Stati Uniti, i neonati non vengono pesati prima e dopo la poppata, anzi proprio la bilancia pesa-neonati qui non la vendono. Inoltre, niente viene sterilizzato; lo sterilizzatore non viene proprio considerato, a meno che non sia il bambino prematuro e quindi a rischio, nel qual caso viene "prescritto". Sebbene i pediatri siano visitati molto, molto spesso (senza visite a domicilio), la cultura su igiene e abitudini è diversa: lavare tutine e cose dei bimbi separatamente da quelle degli adulti? E quando mai? E poi, cosa manca assolutamente dal guardaroba di ogni americano di ogni età? La canottiera o maglietta della salute: l’idea del colpo d’aria e del “ti ammali se prendi freddo alla pancia” è tutta farina del sacco italico.
Il rapporto tra madri e figli parte da presupposti diversi. In Italia c’è il leitmotiv: “Stai attento che cadi!”, con un commento di rassegnazione se il bambino cade: “Ecco, te lo avevo detto che cadevi!”. Negli Usa, l’approccio è differente: il bambino cade, e la madre tira fuori dalla borsa capiente l’ospedale da campo, dotato di salviette per pulire eventuali ferite o facce sporche, pomata antibiotica, cerotti e un succo di mela (onnipresente). La domanda “Perché i bambini americani non fanno mai capricci?” è frequente, e una delle risposte suggerite è che non si sente mai dire un "no" dalle madri ai loro figli. Dotate di santa pazienza, spiegano le cose e mai e poi mai, neanche un buffetto!
Molte mamme americane, se appena possono, stanno a casa dal lavoro per crescere i figli e ritornano a lavorare quando i bambini vanno a scuola e con orari flessibili, di solito nelle ore in cui i figli non sono a casa. Finché hanno i figli a casa, le mamme americane si annullano, essendo al servizio completo della prole, ma in un modo diverso. Se le si immagina cucinare manicaretti di qualità per i figli, ci si sbaglia. La dieta dei bambini spazia da "chicken nuggets" (palline di "pollo" macinato di dubbia origine) e patatine fritte di McDonald's a cubetti di formaggio e verdure crude, per le più virtuose. Cottura ed impegno: zero assoluto. In compenso sono intrattenitrici indefesse e le loro automobili (solitamente minivan) sembrano case a quattro ruote, dove si trova di tutto. Non invitano bimbi a casa, ma vanno fuori con le altre madri e stuoli di mocciosi a fare i “play date”. Praticità, pochi fronzoli, niente attenzione nel vestire (e anche costi molto bassi per vestire i bambini), le mamme americane non si lamentano mai e soprattutto non si autocelebrano. Non si ascoltano mai storie di parti epici, discorso molto frequente invece tra donne italiane in età fertile, ma non si sente neanche mettersi su un piedistallo pensando di avere tutte le ragioni di questo mondo. Vivono e lasciano vivere e non mettono mai i loro marmocchi in competizione con gli altri, al contrario di frasi come: “Mio figlio va benisssssssimo a scuola, ha tutti 9 e 10” o “Mia figlia sarà la futura Samantha Cristoforetti, sa ha preso nooove di scienze… diventerà il prossimo premio Nobel”. Questo atteggiamento si riflette sui propri figli, che crescono senza "tirarsela". La competizione c'è, eccome, la scuola è molto competitiva, ma i genitori se ne stanno fuori e i ragazzi sembrano tutti uguali.
Le amicizie tra italiane rimangono per tutta la vita, quelle tra la maggior parte delle madri americane sono totalmente dipendenti dalla scuola o dalle attività dei figli. Basta che i figli non si frequentino più e le amicizie tra le madri si sciolgono come neve al sole, molto raramente sopravvivono. Le italiane, pur essendo estreme e piene di opinioni, oltre che mamme rimangono pure donne e i loro rapporti sono pieni di sfaccettature: parlano di tutto e, se trovano delle persone con cui si trovano bene, i figli diventano parte del rapporto, ma non il centro.

La Penalità di Maternità: L'Impatto sulla Carriera delle Donne in UK, USA e Italia
L'arrivo di un figlio, seppur una gioia immensa, comporta spesso significative ripercussioni sulla carriera e sul reddito delle donne lavoratrici, un fenomeno noto come "motherhood penalty". Questo impatto è visibile a livello internazionale, con dati che lo evidenziano chiaramente in paesi come il Regno Unito, gli Stati Uniti e l'Italia.
Nel Regno Unito, la nascita di un figlio costa alle lavoratrici inglesi una riduzione del 42% rispetto a quanto guadagnavano un anno prima del parto. Ciò si traduce in oltre mille sterline in meno al mese. Le analisi dei dati pubblicate dall’istituto di statistica nazionale d’oltre Manica (Office for National Statistics, o ONS) a inizio ottobre non lasciano spazio a troppe interpretazioni: le lavoratrici vengono penalizzate dal momento in cui partoriscono e l’impatto negativo sulle loro finanze va ulteriormente ad aumentare ad ogni altro allargamento della famiglia. Stando ai numeri dell'ONS, i loro guadagni diminuiscono di 26.317 sterline al secondo figlio/figlia. Come ha commentato Rachel Grocott, amministratrice delegata di "Pregnant then screwed", no-profit inglese impegnata nel miglioramento dei diritti delle madri e il sostegno dei genitori che lavorano, «e non si tratta di un calo graduale, bensì di una caduta libera che comporta perdite finanziarie di oltre centomila sterline per una madre di tre figli». Nel tratteggiare la situazione per le lavoratrici con figli, bisogna ricordare che i loro guadagni si restringono presto perché tendenzialmente lavorano meno, riducendo il numero di ore. Ma anche per il fatto che la loro probabilità di avere un’occupazione retribuita si riduce significativamente nei primi anni di vita del primogenito. Secondo i dati inglesi, a diciotto mesi dalla nascita, arriva ad assottigliarsi fino a 15 punti percentuali. E rimane da qui inferiore, per quanto leggermente meno, al secondo e al terzo figlio. Se non bastasse, le ultime rilevazioni nel Regno Unito confermano ancora una volta quello che è il parere di molti esperti riguardo al "pay gap" di genere: una delle cause del suo perdurare è rappresentata proprio dalla genitorialità. La situazione viene poi peggiorata dal persistere degli ordini simbolici dei ruoli nella coppia, una divisione ancora molto squilibrata dei carichi di cura dei bambini e delle necessità di casa, e un sistema che continua a privilegiare le carriere maschili, anche tra chi ha livelli di studio più alti.
Negli Stati Uniti, il divario di genere nel mercato del lavoro è anch'esso evidente e si approfondisce con la genitorialità. Il Pew Research Center nel 2023 arrivava addirittura a sostenere che, certo la tendenza all’avanzamento dei guadagni e l’aumento della “rispettabilità” dei padri sul lavoro ha un effetto importante (e ulteriore) nell’ampliare il divario retributivo di genere. Dava un’idea concreta delle differenze la società di servizi finanziari Bankrate: lo scorso anno, negli Stati Uniti, i lavoratori a tempo pieno con figli sotto i 18 anni hanno guadagnato circa il 25% in più rispetto a colleghi che non sono padri, con stipendi medi che superavano, nel primo caso, i 76mila dollari. Le mamme americane occupate a tempo pieno, sempre secondo Bankrate su dati Census Bureau/Current Population Survey, guadagnano invece il 35% in meno dei padri lavoratori. Scarto questo che, nello specifico, è inoltre in crescita rispetto al 2023 (31%) e al 2022 (32%).
La pandemia da COVID-19 ha introdotto anche nuove dinamiche. Sulla scorta della diffusione - all’epoca obbligata - delle modalità di lavoro da remoto conseguenti ai lockdown del 2020, molte aziende hanno nel tempo abbracciato la strada della flessibilità. Al punto che alcune sperimentazioni sono diventate uno standard da estendere ai nuovi assunti. Da qualche mese, però, continuano a far notizia le decisioni di grandi e spesso famose imprese che cancellano del tutto le forme di lavoro in home office o ibride. Una tendenza diventata per niente marginale: secondo il Flex Index che monitora le politiche di lavoro flessibile negli USA, l’obbligo di ritorno in ufficio a tempo pieno nel secondo trimestre, ha interessato il 24% tra le sole aziende dell’elenco Fortune 500. Per quanto non si tratti di una situazione che impatta solo le lavoratrici, secondo dati riportati dal Washington Post, questa ragione sarebbe alla base della scelta di 212mila madri di lasciare il lavoro. Certo, il calo è avvenuto in un momento in cui comunque il mercato del lavoro in generale negli Stati Uniti sta rallentando dopo anni di crescita, ma spicca la quantità di occupate con figli di età inferiore ai cinque anni che hanno deciso di abbandonare la professione.
E in Italia? Come stanno le mamme che lavorano nel bel Paese? Lo studio “The role of parental leave policies in mitigating child penalties”, pubblicato in giugno sulla rivista specializzata Economics Letters, sottolinea che la nascita di un figlio impatta negativamente i guadagni delle lavoratrici italiane mentre non intacca quasi quelli dei lavoratori. La stessa ricerca nota però che, se si prendono in considerazione i congedi garantiti, la "motherhood penalty" pare quasi scomparire nel primo anno di vita. Nonostante questo, anche in Italia gli stipendi delle lavoratrici pur tornando in parte ai livelli precedenti alla nascita, non crescono mai al punto da raggiungere quelli dei padri. Inoltre, per i papà né la traiettoria di crescita subisce flessioni né i guadagni smettono di aumentare. Insomma, a parte piccoli segnali parzialmente positivi, il quadro complessivo resta cupo. Lo mostrano anche i tassi di occupazione femminili prima e dopo la maternità. Secondo l’ultima ricerca "Le Equilibriste" di Save the Children, in Italia sono occupate quasi il 69% delle donne senza figli. Ma solo il 62,3% delle mamme. Percentuale che sale leggermente per quelle che hanno un solo figlio sotto i 18 anni (65,6%), ma cala a circa il 60% quando ne hanno due o più. Al contrario, sono il 77,8% i lavoratori che non sono padri. Oggi ancora, nonostante le tante discussioni, nonostante gli interventi per invertire le tendenze, nonostante la ricerca di soluzioni contro una denatalità persistente, la forbice tra i tassi di occupazioni tra uomini e donne continua ad attestarsi su 20 punti percentuali, lo stesso livello di dieci anni fa, quando rispettivamente arrivava al 77,5% e al 57,7%. In totale i lavoratori italiani tra i 25 e i 54 anni, a prescindere che abbiano figli o meno, sono l’84,1%.
