Gramsci, Turati e la pedagogia dell’intolleranza: un’analisi storica e culturale

Il dibattito storiografico italiano è scosso, ormai da mesi, dall'opera di Alessandro Orsini, Gramsci e Turati. Le due sinistre, un volume che si propone di analizzare con rigore documentale le fratture insanabili tra le diverse anime della sinistra storica italiana. Disponibile in libreria e in ebook, il libro mantiene vivo un confronto serrato, attirando su di sé tanto il plauso di storici autorevoli quanto le critiche vivaci di chi, in questa rilettura di Antonio Gramsci, vede un attacco alla memoria condivisa. Il Presidente dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo ha suggerito l'utilizzo degli studi di Orsini nelle scuole italiane per la formazione delle giovani generazioni alla cultura della nonviolenza e al rispetto degli avversari politici, mentre il Presidente della Fondazione Matteotti, Angelo Sabatini, ha definito il lavoro come un testo “importante”.

Nonostante i riconoscimenti, il volume ha suscitato reazioni contrastanti, tra cui il giudizio di Guido Liguori, Presidente dell’International Gramsci Society, che sulle colonne di “Sette” ha parlato di un libro “sconcertante”. La questione sollevata da Orsini non è puramente accademica: essa tocca le radici stesse della cultura politica italiana e il modo in cui il pensiero è stato trasmesso attraverso le generazioni.

Ritratto stilizzato di Antonio Gramsci e Filippo Turati

La verità storica oltre le ideologie

Il cuore della polemica risiede nella pretesa di Orsini di far emergere una verità storica su Gramsci e Turati che le ideologie non possono nascondere per sempre. Secondo l’autore, i documenti delineano una realtà ben lontana dall'immagine edulcorata o santificata che spesso accompagna la figura di Gramsci nel dibattito pubblico. Caro Direttore, i documenti dicono che Gramsci, fino al giorno in cui fu libero di partecipare alla lotta politica, affermò che i giovani militanti di partito dovevano essere educati a chiamare gli avversari politici “porci” e “stracci mestruati”, ed esprimeva il suo giubilo quando i liberali venivano presi a cazzotti in faccia.

Questi passaggi, estratti da una ricerca durata un decennio, non sono isolati. Il 5 giugno 1920, Gramsci negò il diritto alla vita degli avversari, affermando che la rivoluzione comunista prevedeva la loro uccisione. La coerenza di questo approccio si riflette nelle risposte ai critici della violenza bolscevica: era solito riversare una valanga di insulti, come confermano le sue offese ai riformisti che avevano definito il metodo bolscevico “moralmente ripugnante” (28 agosto 1920). Per Gramsci, Turati era un uomo spregevole. In una lettera a Palmiro Togliatti del maggio 1923, dichiarava di voler distruggere tutto ciò che il riformismo rappresentava. Il primo settembre 1924, Turati è “un semifascista”. Nei Quaderni, Turati è citato sette volte con disprezzo immutato.

Francesco Giasi / IL COMUNISMO ITALIANO NELLA STORIA DEL NOVECENTO

Il rapporto con i riformisti e la figura di Matteotti

La contrapposizione non riguardava solo Turati, ma l'intera ala riformista del socialismo italiano. Il 28 agosto 1924, Giacomo Matteotti è definito, sprezzantemente, un “pellegrino del nulla”, per avere sprecato la sua vita politica dietro il riformismo. Tra il 21 luglio e il 18 agosto 1925, Gramsci si confrontò con il riformista Treves, il quale denunciava la soppressione della libertà di stampa in Russia. Gramsci difese energicamente quel tipo di società, che amava, pur essendo consapevole dell’esistenza della GPU e delle sue funzioni, come emerge da una precedente lettera del febbraio 1923 scritta da Mosca.

Treves continuò a denunciare le violenze dei bolscevichi e Gramsci, privo di argomenti, lo offese sul piano personale: “Treves è un impostore”; “Treves è un povero imbroglione”. Quando Togliatti ricoprì di fango la figura di Turati, nel giorno della sua morte, si limitò a ripetere ciò che Gramsci aveva sempre detto: Turati è un essere ributtante. Questi elementi, secondo Orsini, non sono mere espressioni estemporanee, ma tasselli di una strategia comunicativa volta a delegittimare l'avversario etico prima ancora che politico.

La pedagogia dell’intolleranza

Uno degli aspetti più controversi analizzati da Orsini è la concezione pedagogica di Gramsci, definita come “pedagogia dell’intolleranza”. Anche in carcere, Gramsci non sconfessò mai i principi che aveva posto alla base della sua pedagogia dell’intolleranza: impossessarsi delle menti dei giovani per educarli a concepire l’esistenza di una sola verità, quella marxista-leninista.

Questa visione emerge chiaramente dalle missive private. In una lettera che Gramsci scrisse alla moglie per esporre il suo punto di vista sull’educazione dei figli (30 dicembre 1929), emerge la stessa concezione pedagogica che precede l’arresto: l’educazione al comunismo deve essere basata sulla coercizione. Le menti dei fanciulli devono essere sottoposte a un’autorità esterna anche con la forza e la violenza, se necessario. Il tema dell’educazione torna in una lettera del 27 luglio 1931, quando il figlio Delio stava per compiere sette anni, un’età che Gramsci giudicava decisiva per imprimere l’ideologia comunista nella coscienza del figlio.

I bambini - scrive Gramsci - ricevono la comunione a sette anni perché la Chiesa cattolica ritiene che questa sia l’età migliore per gettare le basi della loro identità religiosa. I genitori comunisti avrebbero dovuto agire seguendo lo stesso principo catechistico. Per questo motivo, chiese alla moglie di esercitare il suo “potere coercitivo” sul figlio e di “impressionarlo” rivelandogli che il padre era in prigione per amore del comunismo. Gramsci ebbe una cocente delusione quando seppe che Giulia si era rifiutata di rivelare a Delio che il padre era “in catene” per evitare una profonda sofferenza psicologica al bambino. Gramsci, risentito, ricordò alla moglie di essere un “elemento dello Stato” e le rimproverò i suoi metodi troppo “libertari” che giudicava in contrasto con le esigenze dell’educazione comunista finalizzata all’indottrinamento delle menti.

Illustrazione concettuale della coercizione pedagogica

La guerra di posizione: tra mito e realtà

Molti studiosi hanno sostenuto che la “guerra di posizione”, teorizzata nei Quaderni, dimostrerebbe la tolleranza di Gramsci, proponendo la conquista del potere attraverso una guerra culturale anziché lo scontro frontale violento. Tuttavia, Orsini contesta questa interpretazione: il fine della guerra di posizione è l’instaurazione della dittatura del Partito unico e non la creazione del socialismo turatiano basato sul pluralismo dei partiti, il rispetto degli avversari politici e il diritto all’eresia.

Nei Quaderni non vi è alcuna condanna etico-politica della violenza. Gramsci accantonò la violenza rivoluzionaria non in quanto negazione del socialismo - come aveva affermato Turati - ma perché, dopo una serie impressionante di sconfitte, era giunto alla conclusione che non poteva essere utilizzata con successo. A questo si riduce la differenza pedagogica tra i “due” Gramsci: il primo voleva instaurare la dittatura del Partito unico uccidendo gli avversari; il secondo voleva instaurare la dittatura del Partito unico occupando la mente di migliaia di persone.

La ricezione di tali tesi, in un panorama editoriale italiano che vede una continua riscoperta di figure storiche e una riflessione costante sul presente (si pensi a opere recenti su Craxi, Pannella, o analisi sulla transizione del capitalismo), conferma quanto il peso della storia sia ancora capace di sollevare dibattiti intensi. Caro Direttore, il mutamento di prospettiva nella comunità scientifica richiede tempo. Talvolta, occorre sopportare anche gli attacchi scomposti e la denigrazione, poiché l'analisi storica, quando tocca i fondamenti dell'identità politica, non può che innescare reazioni viscerali. La sfida lanciata da Orsini rimane, dunque, un invito a leggere i documenti senza filtri, affrontando le ombre di un passato che, sebbene lontano, continua a esercitare una forza gravitazionale sulle coscienze attuali.

La storiografia contemporanea si interroga spesso su quanto i modelli educativi e le visioni del mondo di inizio Novecento abbiano influenzato non solo le istituzioni, ma la psiche collettiva delle generazioni successive. Analizzare le lettere di Gramsci ai figli non significa soltanto studiare la storia di un intellettuale confinato, ma esplorare il limite tra educazione e indottrinamento, un tema che travalica l'appartenenza politica e interroga universalmente il rapporto tra genitori, Stato e ideologia. La complessità di questo rapporto, che Orsini mette in luce con dovizia di particolari, ci costringe a guardare oltre le agiografie, riconoscendo che, talvolta, la coerenza ideologica ha richiesto sacrifici personali e relazionali che oggi, in un contesto democratico basato sul pluralismo, appaiono di difficile comprensione, se non inquietanti.

La persistenza del conflitto tra riformismo e massimalismo, di cui la figura di Fabrizio Cicchitto si è fatta spesso portavoce nell'ultimo periodo, dimostra che la scissione di cui parlava Orsini è ancora ferita aperta nel corpo politico italiano. Se da una parte la ricerca storica moderna spinge verso una narrazione più equilibrata e meno partigiana, dall'altra l'eredità di figure come Gramsci continua a essere rivendicata in termini mitici, rendendo il lavoro di scavo documentale non solo utile, ma necessario per chiunque voglia comprendere le dinamiche del potere e dell'influenza culturale nel nostro Paese. La strada per una verità storica condivisa resta accidentata, ma l'esercizio di critica, per quanto doloroso, rimane l'unico strumento capace di far progredire la comprensione di un secolo segnato da scontri totalitari e tentativi di resistenza democratica.

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