La parola sport, nella sua lunga durata storica, contiene una moltitudine di angolature che hanno permesso numerose indagini e speculazioni sociologiche rispetto al tempo, agli usi e ai costumi delle varie epoche. Si sono raccolte perlopiù le storie dei vincitori, degli eroi cantati e mitizzati, dei talenti precoci e sopraffini, dei record battuti l'uno dopo l'altro, delle stelle che "ce l'hanno fatta" con fatica e sacrificio, costruendo una costellazione di gloriosi successi, capolavori indiscutibili, idoli patinati e seducenti, dando forma a un immaginario in cui ciascuno desidera rispecchiarsi, a cui ciascuno tende per commozione e ambizione.
Dal punto di vista culturale, civico ed educativo, e dal punto di vista politico, sarebbe forse curioso arricchire questa geografia consolidata facendo comparire al suo interno altri punti di osservazione. Si vuole provare, qui, a trasportare e far collidere dentro al contesto sportivo alcune visioni laterali, discrete, che sembrano insistere, paiono prediligere, una direzione inconsueta, inattuale, per il futuro dello sport e non solo. Lo sport è una grande istituzione moderna che ha assunto, per tanti aspetti, le forme ancestrali dello spettacolo. La funzione sociale che in alcune epoche e in alcune società svolgeva il teatro oggi viene interpretata, a suo modo, dallo sport: riunire la cittadinanza in un'esperienza comune; condividere emozioni, sollecitare una partecipazione attiva.
"Perché? Perché amare lo sport?" È quanto si domandava Roland Barthes nel documentario Lo sport e gli uomini del 1961. La stessa domanda è posta ancora oggi, molti anni dopo. Un ex atleta professionista di pallavolo ha raccontato la sua esperienza, avendo raggiunto l'argento olimpico a Rio de Janeiro nel 2016 e lavorato ininterrottamente per quindici anni in questo ambiente. Dopo aver smesso, tra le prime cose che ha sentito la necessità di fare è stato chiedersi - attraverso interviste e ricerche - cosa fosse lo Sport, nella sua costellazione intera, andando a scavare quindi nella sua parte sommersa e meno visibile.
Lo sport possiede infatti una tendenza: rischia di trasformarsi - sotterraneamente - in una bolla pressoché separata, con un suo ritmo, un suo status, un calendario fitto di prestazioni, ricolmo di tornei, competizioni e partite senza alcuna interruzione. Atleti ed atlete, talvolta, rischiano di non distinguere nitidamente la natura della propria condizione emotiva, lavorativa ed esistenziale. L'esperienza di atleta può iniziare anche all’età di quindici anni. È stato cruciale, in alcuni percorsi, aver potuto vivere nella pratica un certo tipo di educazione culturale, oltre che sportiva, durante l'età adolescenziale. Ad allenatori, maestri e dirigenti, oggi più che mai, è richiesta una postura e un'attenzione complessa e multidisciplinare: devono saper garantire infatti l'accompagnamento in un percorso di crescita umana e professionale dentro e fuori dallo sport. Allo stesso modo, nei programmi scolastici, dovrebbe venir approfondita la complessità del mondo sportivo, mettendone in luce valori e ombre, occasioni e traguardi, discutendo con ragazze e ragazzi della desiderabilità di un modello sportivo rivolto al futuro.
Al giorno d'oggi, però, sembra sempre meno possibile un approccio di questo tipo. La società iper-prestazionale, nei suoi picchi più sfrenati, ha ormai completamente soppiantato la dimensione comunitaria, magica, rituale dove il gioco rappresentava un'attività autentica per chi lo praticava e per la comunità che assisteva. Lo sport, con una trasformazione sempre più rapida e accelerata, anche in giovane età sembra non essere più associato alle possibilità di un processo educante, a un tempo disteso di gioco e di divertimento. I dati nazionali parlano di una dispersione dell'attività sportiva allarmante, di un senso di ansia precoce in ambienti sportivi anche amatoriali, di una regressione delle capacità motorie nell'età cruciale dell'apprendimento. Tutto questo impone l'urgenza e allo stesso tempo il desiderio di provare a rispondere ad alcune domande estremamente concrete: Lo sport - nelle sue applicazioni quotidiane - fa bene a chi lo pratica? E ancora più precisamente: possiede un'utilità sociale e pedagogica la pratica sportiva?

L'Origine del Concetto di Fair Play: Dall'Inghilterra Vittoriana alla Società Contemporanea
Il concetto di fair play, letteralmente gioco corretto, nasce in Inghilterra nell'Ottocento. Concepito inizialmente per le competizioni sportive, con il tempo si è fatto spazio in altri ambiti e si è diffuso anche nei rapporti sociali, nelle istituzioni e nella politica, dove il fair play non rappresenta solo un modo di comportarsi, ma anche un modo di pensare. L'origine del fair play nella storia dello sport affonda le sue radici nell'Inghilterra vittoriana del XIX secolo. Questo principio fondamentale nacque come codice di condotta nelle competizioni sportive, rappresentando molto più di un semplice insieme di regole. Il concetto moderno di fair play si è sviluppato particolarmente durante il XIX secolo, quando lo sport organizzato ha iniziato a diffondersi globalmente.
L'importanza del fair play nello sport e nelle relazioni sociali si è evoluta nel tempo, estendendosi oltre l'ambito puramente sportivo per diventare un modello di comportamento applicabile alla vita quotidiana. Oggi, il fair play rappresenta un pilastro fondamentale dell'etica sportiva, codificato in un documento ufficiale che stabilisce linee guida comportamentali precise. La vera essenza del fair play si manifesta nella capacità di vivere lo sport come esperienza di crescita personale e collettiva. L'applicazione pratica del fair play richiede un impegno costante da parte di tutti gli attori coinvolti: atleti, allenatori, dirigenti e spettatori. Il fair play ha trasformato profondamente non solo il mondo dello sport, ma l'intera società. Questo principio etico promuove valori universali come il rispetto, l'onestà e la cooperazione, contribuendo a creare una società più equa e solidale. L'adozione dei principi del fair play contribuisce significativamente alla formazione del carattere, specialmente nei giovani. La continua evoluzione del fair play richiede un costante adattamento alle sfide contemporanee.

Oltre il Gioco Corretto: La Profondità del Fair Play
Fair play significa molto più che giocare nel rispetto delle regole. Non riguarda solo la lotta al doping o alla violenza fisica e verbale. È una pratica di cura, è una postura - scelta, assunta - che si trasforma in una rete collaborativa spontanea, che intesse una direzione educante, che desidera denunciare gli sfruttamenti, la disuguaglianze, la corruzione, mettendo in luce le incongruenze evidenti che si celano sotto al bagliore accecante di un contesto complesso come quello sportivo. Le pratiche di fair play negli eventi sportivi si manifestano attraverso comportamenti concreti come il rispetto dell'avversario, l'accettazione delle decisioni arbitrali e la capacità di riconoscere la superiorità dell'altro.
Praticare fair play impone di scendere fuori dal palcoscenico, di accordarsi con l'alterità. Il fair play non accetta il sopruso tra atleti durante una gara sul parterre di gioco, e allo stesso tempo, con ancora più forza, appena fuori da quel campo ha l'obbligo di denunciare la costruzione di uno stadio senza contratti e senza sicurezza sul lavoro, non può tollerare lo sportwashing o le discriminazioni pervasive dei media, si rifiuta di assecondare l'economia delle scommesse o di giustificare le enormi spese di risorse pubbliche per eventi giganteschi che producono profitti per pochi privati. Il fair play è un'occasione di umanità.L'assenza di un'educazione al fair play, nello sport così come nella vita, comporta inevitabilmente una disaffezione alla cura di sé e dell'altro, produce una solitudine stanca e vuota, favorisce una rabbia profonda, un'incapacità di ascolto, dipendenze patologiche; confonde la dimensione ludica con un palcoscenico di iper-competizione, derisione e sopraffazione dell'avversario, alimentando meccanismi consolidati che il nostro sistema vigente già produce con pervicace violenza.
Il fair play scardina dunque il recinto virtuale delle arene e dei palazzetti: incorpora infatti i concetti di empatia, amicizia e di rispetto degli altri, contribuisce alla costruzione di uno spirito sportivo, di un movimento culturale in costante evoluzione. La pratica del fair play si estende ben oltre il semplice rispetto delle regole del gioco. Comprende il rispetto per i compagni di squadra, gli avversari, gli arbitri e gli spettatori, creando un ambiente sportivo positivo e costruttivo. Le pratiche di fair play negli eventi sportivi includono l'accettazione dignitosa della sconfitta, il riconoscimento della superiorità dell'avversario quando meritata, e il rifiuto categorico di comportamenti antisportivi. Un aspetto fondamentale del fair play è il rifiuto categorico di pratiche come il doping, il razzismo, la violenza e la corruzione. Lo sport autentico celebra le diversità e promuove l'inclusione, rendendo inaccettabile qualsiasi forma di discriminazione razziale. Il fair play richiede anche trasparenza e onestà nella gestione delle competizioni, escludendo ogni forma di corruzione o manipolazione dei risultati.
Il Fair Play come Modello Sociale ed Educativo
Fair play non è lo sport, ma ciò che decidiamo di fare dello sport. Fair play non è solo un codice di comportamento sportivo, ma un modello sociale in senso pieno. È una grammatica relazionale, un’etica del limite, una forma di rispetto che si oppone alla logica della sopraffazione, dell’individualismo sfrenato, della vittoria a ogni costo. In una società dove spesso si esaltano il successo personale, la competizione aggressiva e la logica dell’efficienza, il fair play rappresenta una contro-narrazione culturale: afferma che le regole hanno senso solo se condivise, che la forza non vale nulla senza responsabilità, che la libertà dell’individuo ha valore solo se si fonda sulla reciprocità. Rispettare l’altro nel gioco significa accettarlo come parte costitutiva del proprio agire, non come un ostacolo da rimuovere. Da qui nasce una concezione della convivenza che può e deve trascendere lo spazio sportivo: nella scuola, nel lavoro, nella politica, nelle relazioni quotidiane.
Il fair play diventa così un principio educativo permanente, non limitato a un’età o a un contesto, ma valido per tutta la vita. È un habitus, una postura esistenziale che ci allena alla cittadinanza, alla cooperazione, alla gestione dei conflitti. Pensare il fair play come modello sociale significa riconoscerne la capacità di generare beni relazionali: fiducia, riconoscimento, ascolto, rispetto delle diversità. L'educazione al fair play diventa allora una pratica di cittadinanza attiva, una costruzione condivisa di senso e valori, uno spazio in cui si può apprendere la convivenza democratica, in cui si può imparare che le regole non sono strumenti di controllo, ma patti di riconoscimento reciproco.
"Avere fiducia nel mondo è ciò che più ci manca: abbiamo completamente smarrito il mondo, ne siamo stati spossessati". È quanto scrive Gilles Deleuze, filosofo e pensatore francese. Da un punto di vista sportivo, coltivare questa fiducia potrebbe significare diffondere opportunità in modo paritario, senza barriere; o anche garantire l'esistenza di spazi pubblici come parchi, campetti, prati, che sarebbero in grado di creare opportunità non solo di svago e di sport amatoriale, ma di inclusione e socialità, senza imporre di trasformare il desiderio ludico dei cittadini in un rapporto clientelare. Lo sport, e il gioco in generale, sono beni pubblici, o almeno dovrebbero esserlo. Ma nella società contemporanea il rischio è che i campi da gioco si trasformino in luoghi di esclusione, ansia da prestazione, competizione tossica. Recuperare la dimensione del gioco come rito sociale, come spazio relazionale aperto e accogliente, diviene oggi un’urgenza educativa e politica.
Secondo il grande analista dell'infanzia Donald Winnicott, “È nel giocare e soltanto mentre gioca che l'individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell'intera personalità, ed è solo nell'essere creativo che l'individuo scopre il sé.” In fondo ciascuno di noi ha in sé delle qualità e delle capacità personali, che se supportate con la giusta attenzione e cura, possono accompagnare alla propria realizzazione. Ognuno, sportivo olimpico o no, dovrebbe poter essere accolto da un ambiente che nutre e supporta le aspirazioni individuali. Non perché tutti diventino grandi campioni e salgano sul podio, ma affinché tutti possano diventare protagonisti soddisfatti delle proprie vite, che forse è l’unica cosa che conta per essere felici. L'applicazione quotidiana del fair play si manifesta attraverso comportamenti concreti durante la pratica sportiva.
Il Fair Play come Principio di Generosità e Umanità
La generosità nello sport contemporaneo assume un significato ancora più profondo in un'epoca dominata dall'individualismo e dalla ricerca ossessiva del successo. Il fair play si esprime anche nel modo in cui gli atleti gestiscono le vittorie e le sconfitte. L'importanza del fair play nello sport e nelle relazioni sociali si manifesta in modo particolare attraverso la generosità verso gli altri, specialmente nei momenti di difficoltà. Questo principio fondamentale dello sport non riguarda solo il rispetto delle regole, ma anche la capacità di mettere da parte la competizione quando un altro atleta si trova in una situazione di bisogno. Le pratiche di fair play negli eventi sportivi includono numerosi esempi di gesti di generosità che hanno fatto la storia. Quando un atleta si ferma per soccorrere un avversario caduto, quando condivide la propria attrezzatura con chi ne è rimasto sprovvisto, o quando rinuncia a un vantaggio acquisito per circostanze fortuite, dimostra il vero spirito sportivo. L'origine del fair play nella storia dello sport ci insegna che la generosità è sempre stata un pilastro fondamentale dell'etica sportiva. Fin dai primi giochi olimpici dell'antica Grecia, l'aiuto reciproco tra atleti era considerato un valore sacro.
Bisogna ricordare infatti che in alcune parti del mondo, le carriere sportive costituiscono una fragile via di fuga da sistemi oppressivi e minacciosi, nella speranza di trovare una vita libera e dignitosa altrove. Giuseppe Catozzella, nel libro Non dirmi che hai paura, riporta alla luce la storia di Samia, giovane atleta somala che, inseguendo il suo sogno di sport e di libertà, tenta di partecipare alle Olimpiadi di Londra per fuggire dalla dittatura del suo paese, ma perde la vita il 2 marzo 2012 a pochi chilometri dalle sponde italiane. O anche la storia raccontata nell’agosto del 2021 da Mauro Berruto, ex commissario tecnico della nazionale di volley maschile, quando narra di Safiya, pallavolista afghana, che è riuscita attraverso sforzi diplomatici e a corridoi umanitari ad abbandonare Kabul dopo esser rimasta nascosta dai talebani per venti giorni. La pratica della generosità sportiva ha effetti benefici che si estendono ben oltre il campo di gioco. Influenza positivamente le relazioni interpersonali, sviluppa l'empatia e la capacità di comprensione reciproca, e contribuisce a creare un ambiente sportivo più sano e inclusivo. Il vero campione non è solo chi vince le medaglie, ma chi sa dimostrare grandezza d'animo nei momenti cruciali. La generosità sportiva rappresenta infatti uno dei più alti valori dell'agonismo, capace di trasformare una semplice competizione in un'occasione di crescita umana e sociale.
Giuseppe Catozzella racconta Samia, atleta somala simbolo di libertà
Il Fair Play in Azione: Esempi Iconici di Sportività
Nel corso degli anni si sono registrati numerosi episodi di fair play che hanno fatto la storia in diverse discipline sportive. Gesti più o meno piccoli di sportività e umanità, con atleti e allenatori che non hanno esitato a sacrificare il risultato sportivo nel nome della correttezza. Abbiamo selezionato episodi iconici, alcuni celebri, altri forse meno conosciuti, cercando di abbracciare più sport possibili. Con un'avvertenza: si è deciso di puntare sui gesti "puri" di sportività legati alla competizione vera e propria, senza contare gli episodi prettamente più simbolici come un abbraccio, una dichiarazione o una stretta di mano.
La Generosità nel Bob: Eugenio Monti e il Bullone
Nel 1964, durante l’edizione dei giochi di Innsbruck, fu un atleta italiano a mostrare il suo gran cuore. In occasione della finale della gara a squadre di bob, gli inglesi ebbero un problema tecnico, perché il loro bob era privo di un bullone. A quel punto Eugenio Monti ne prestò uno, in modo che tutto fosse in regola; in quell’occasione gli italiani furono battuti. Oltre che per le sue straordinarie capacità (chiuse la carriera con 6 medaglie olimpiche e 10 Mondiali) Eugenio Monti è passato alla storia come primo atleta a ricevere la medaglia Pierre de Coubertin, un riconoscimento istituito nel 1964 dal CIO per premiare lo spirito di sportività messo in mostra alle Olimpiadi. Monti, bobbista azzurro scomparso nel 2003, si mise in luce ai Giochi invernali di Innsbruck 1964 quando, nella finale di bob a due, prestò un bullone del suo bob all'equipaggio britannico, che era alle prese con un guasto e rischiava di non poter partecipare alla gara. Furono proprio i britannici a vincere l'oro, mentre Monti (in coppia con Sergio Siorpaes) conquistò il bronzo. "Hanno vinto perché sono andati più veloci, non perché gli ho dato il bullone", fu il commento di Monti alla fine della gara.

L'Aiuto sui Piani Olimpici: Jesse Owens e Luz Long
Durante le Olimpiadi di Berlino del 1936, prima del salto il tedesco Luz Long diede un consiglio all'americano Jesse Owens, svelandogli quando staccare da terra, prima di finire nella sabbia. Questo gesto di sportività, in un contesto politico teso, divenne simbolo di fratellanza e rispetto oltre le barriere.
Il Cuore in Pista: Dabó e la Standing Ovation di Doha
L’ultimo episodio, che testimonia i valori assoluti dello Sport, è più recente e risale all’edizione di Doha dei Mondiali di Atletica. In questo caso il protagonista è stato Braima Suncar Dabó della Guinea-Bissau. Durante la gara dei 5000 metri, Dabò meritò gli applausi di tutto il pubblico, per essersi fermato a soccorrere un altro atleta a terra per la fatica. In occasione dei Mondiali di atletica 2019 a Doha, durante l'ultimo giro delle batterie dei 5000 metri, il guineano Braima Suncar Dabò si accorge che Jonathan Busby, atleta di Aruba che sta correndo a fianco a lui, è in enorme difficoltà e stenta a rimanere in piedi. Dabò prende l'avversario, lo sorregge e lo trascina letteralmente fino al traguardo tra la standing ovation del pubblico, in visibilio sulle tribune del Khalifa International Stadium per avere vissuto un momento che rappresenta l'essenza dello sport.

Il Calcio e la Correttezza: Da Di Canio a Bielsa
Il calcio non è solo competizione agguerrita. La storia del calcio è caratterizzata da eventi analoghi. Paolo Di Canio ha avuto una lunga militanza in Premier League. Nel dicembre del 2000 un atto di Fair Play è andato in scena allo stadio ‘Goodison Park’ di Liverpool con protagonista Paolo Di Canio. Con la maglia del West Ham, si rese protagonista di uno dei gesti passati alla storia. La partita era contro l’Everton e, nel corso di un’azione d’attacco, il loro portiere rimase a terra contuso. Il match non si interruppe e Di Canio ricevette palla in area a porta vuota. Resosi conto dell’infortunio dell’avversario, non tirò, bensì prese la palla con le mani bloccando il gioco. Scontroso e irascibile quando era calciatore e senza troppi peli sulla lingua nelle vesti di commentatore, Paolo Di Canio rimane in ogni caso protagonista di uno dei gesti di fair play calcistici più famosi di sempre. Il 16 dicembre 2000 ai tempi del West Ham, nel finale di un match di Premier League tiratissimo contro l'Everton sul punteggio di 1-1, Di Canio ha l'opportunità di segnare il gol della vittoria per la sua squadra eppure in piena area avversaria, prende il pallone con le mani e ferma volontariamente il gioco per consentire i soccorsi al portiere dei Toffees, Paul Gerrard, infortunatosi durante l'azione su un'uscita e rimasto a terra dolorante.
Cristiano Ronaldo ha dimostrato un incredibile gesto di sportività durante una partita della AFC Champions League del suo club, l'Al Nassr, contro il Persepolis. Gli era stato fischiato un calcio di rigore, ma Ronaldo ha prontamente contestato la decisione, esprimendo all'arbitro che non c'era stato un fallo. "No penalty", ha prontamente detto al direttore di gara, sostituendosi di fatto al VAR. L’introduzione del Var ha agevolato il lavoro degli arbitri, permettendo di valutare più attentamente situazioni di gioco controverse. Fino a qualche anno fa, tuttavia, era solo l’occhio umano a giudicare l’andamento della partita e, inevitabilmente, qualcosa sfuggiva. I falli di mano, ad esempio, sono sempre stati oggetto di discussione, ma talvolta hanno regalato momenti di grande sportività. Nel 2006 un giovane Daniele De Rossi segnò con il Messina con la mano, ma l’arbitro non ravvisò l’irregolarità e convalidò il gol. Lo stesso gesto vide protagonista anche l’attaccante, all’epoca in maglia Lazio, Miroslav Klose. Era il 2012 e il tedesco segnò con un evidente fallo di mano.
Nel calcio si è sempre dibattuto sul comportamento da tenere quando un avversario è a terra. Si continua? Si butta il pallone fuori in qualsiasi circostanza? Deve essere l’arbitro a fermare il gioco? Discussione scaturita dal fatto che, spesso, i calciatori di squadre che cercano di guadagnare secondi, accentuano e simulano infortuni dopo dei contrasti, costringendo l’avversario a metter fuori palla per far entrare i soccorsi. Un episodio legato a questo risale al 2019, in Championship. Partita tra Leeds e Aston Villa. Un calciatore dei Villains rimane a terra e tra gli avversari c’è un momento di incertezza sul proseguire o meno l’azione. Quando sembrava che dovessero metter fuori palla, c’è un’accelerazione improvvisa e il Leeds va in gol, sfruttando un tentennamento della difesa. Si scatena una rissa, con attimi di grande tensione. Una volta riportata la calma, l’allenatore Marcelo Bielsa ordina ai suoi di far segnare gli avversari, restando fermi in campo. Dopo il calcio d’inizio, l’Aston Villa va verso la porta, non trova opposizione e segna la rete del pareggio. Personaggio unico nel mondo del calcio, Marcelo El Loco Bielsa si è ritagliato una fetta di popolarità anche per un gesto che non si vede così spesso su un campo di calcio. Alla penultima giornata del campionato 2018-19 di Championship, la Serie B inglese, il tecnico che all'epoca guidava il Leeds ordina ai suoi giocatori di lasciar segnare l'Aston Villa, avversario di turno. Il motivo? L'1-0 del Leeds era nato dalla decisione di non buttare fuori il pallone nonostante un giocatore dei Villans fosse a terra infortunato. La partita terminerà 1-1 e il risultato impedirà al Leeds di centrare la promozione in Premier League (saranno fatali i playoff).
Fatto analogo nel 2009 nella sfida tra Ascoli e Reggina. Valdez, in forza ai calabresi, si infortuna e cerca di mettere fuori la palla. Sommese, che successivamente spiegò di non aver capito le intenzioni dell’avversario, intercetta, riparte e serve Antonucci che segna il gol dell’1-0 per i marchigiani. Tornando in Inghilterra, nel 1997 Robbie Fowler, stella del Liverpool, rifiutò un rigore concessogli. Nel match contro l’Arsenal chiese all’arbitro di revocare la massima punizione appena fischiata, poiché non aveva subito fallo. Il direttore di gara fu irremovibile, ma lui decise di sbagliare volontariamente il rigore. Anche questo gesto fu premiato dalla Fifa con il Fair Play Award. Gesto simile anche per Elvin Mamedov, giocatore del Qarabag. Nel corso del match contro l’Inter nel dicembre 2014, gli azeri si videro fischiare un rigore inesistente a favore.
Successe nel 2006 che un giovanissimo Jan Vertonghen, all’epoca in forza all’Ajax, si trovò a restituire palla agli avversari del Cambuur, che avevano fermato il gioco per permettere i soccorsi a un calciatore infortunato. Erroneamente, il belga calciando da metà campo segnò. In un calcio, purtroppo, caratterizzato anche da simulazioni al limite del surreale, ammettere di non aver subito un fallo non è scontato. Nel 2014 Aaron Hunt del Werder Brema riuscì a convincere l’arbitro a non assegnargli un penalty per un fallo che non esisteva, in quanto era lui stesso a esser scivolato all’interno dell’area di rigore. Anche Andrea Belotti, nel corso di un match con l’Atalanta nel 2021, fece lo stesso. Cadde al limite dell’area di rigore circondato dagli avversari e l’arbitro fischiò, ammonendo Romero. Immediatamente il Gallo fece il gesto di no con il dito per far capire che non vi era stato alcun contatto.

Nelle Due Ruote: Coppi, Bartali e la Borraccia, Vingegaard e Pogacar
Restando in materia di ciclismo, lo splendido gesto di Jonas Vingegaard, senza dubbio l'immagine più forte dell'edizione 2022 del Tour de France, ha fatto rapidamente il giro del mondo e ha reso il 25enne ciclista danese un esempio, un modello da seguire. La decisione di rallentare e di attendere il rivale, in lotta come lui per la maglia gialla e sfortunato protagonista pochi metri prima di una caduta in corrispondenza di una curva in discesa, è solo l'ultimo di una lunga serie di gesti di sportività che sono passati alla storia. Il gesto di Vingegaard che tende la mano a Pogacar ha ricordato - con le dovute proporzioni - il celeberrimo passaggio di borraccia tra Fausto Coppi e Gino Bartali il 4 luglio 1952, durante la scalata al Galibier al Tour de France. Quella foto, scattata da Carlo Martini che era al seguito della Grande Boucle, rimane ancora oggi una delle immagini più iconiche e conosciute nella storia di questo sport.
Giuseppe Catozzella racconta Samia, atleta somala simbolo di libertà
Esempi di Grandezza in Altri Sport
- Il Cuore d'Oro di Alex Zanardi: Maratona di Venezia, edizione 2012. Siamo al 25esimo chilometro, la giornata è autunnale e fredda. Alex Zanardi si accorge che il suo amico Eric Fontanari (un ragazzo tetraplegico di 17 anni) fa una fatica enorme a proseguire la gara con la sua handbike. Decide così di spingerlo, poi trova una corda lungo il percorso e lo traina fino al traguardo dove, pochi centimetri prima, sgancia la handbike di Eric consentendogli di conquistare la vittoria.
- Michael Phelps e quella rinuncia speciale: Olimpiadi di Atene 2004: l'oro nei 100 farfalla consente a Michael Phelps di accedere alla staffetta 4x100 mista dove gli Stati Uniti sono i favoriti. Le possibilità di arricchire il proprio palmares sono perciò molto elevate, ma Phelps prende una decisione clamorosa: cede la sua frazione al compagno di squadra Ian Crocker, ancora a secco di podi ad Atene, consentendo così anche a lui di portare a casa una medaglia.
- Andy Roddick e quella partita storica a Roma: Agli Internazionali d'Italia 2005 Andy Roddick si rese protagonista di un gesto che ha dell'incredibile (in senso positivo) durante il match valido per gli ottavi di finale contro lo spagnolo Fernando Verdasco. Dopo avere vinto il primo set, nel secondo Roddick si procura tre match point sul servizio dell'avversario. Il giudice di linea chiama out una seconda di Verdasco e la partita è finita. Roddick, però, chiede di verificare la chiamata: a suo avviso la palla non era uscita. E ha ragione. Risultato? Verdasco vince il secondo set al tie-break, poi anche il terzo e avanza ai quarti. Roddick esce, seppure a testa altissima.
- Vela: il salvataggio eroico di Lawrence Lemieux: "La prima legge della vela è che, se vedi qualcuno in difficoltà, lo devi aiutare". Ad applicare alla lettera questo motto è stato senza dubbio il velista canadese Lawrence Lemieux che, in occasione dei Giochi olimpici di Seul 1988, interrompe la sua regata in solitaria per soccorrere l'equipaggio di Singapore che stava gareggiando per un'altra categoria: Siew Shaw Her e Joseph Chan sono finiti in mare. Lemieux, che era in piena corsa per il podio, salva i due velisti di Singapore ma perde inevitabilmente terreno chiudendo in 21esima posizione. Il giorno dopo, però, ecco il meritato risarcimento: il presidente del Comitato olimpico internazionale, Juan Antonio Samaranch, gli consegna la medaglia Pierre de Coubertin.
- Hamblin-D'Agostino, puro spirito olimpico: Alle Olimpiadi di Rio 2016, durante le batterie dei 5000 metri, la neozelandese Nikki Hamblin e la statunitense Abbey D'Agostino cadono, sorprese da una brusca frenata del gruppo. L'americana va in soccorso della rivale, l'aiuta a rialzarsi ed entrambe proseguono la gara. Pochi metri dopo, però, D'Agostino finisce a terra di nuovo dolorante al ginocchio e stavolta è Hamblin ad andare in suo aiuto. In qualche modo le due atlete riescono ad arrivare al traguardo dove si lasciano andare a un abbraccio commovente. Nonostante l'ultimo posto, la giuria decide di riammetterle alla finale.

Costruire una Società del Fair Play: Ruoli e Responsabilità
In un tempo in cui si parla spesso di crisi della democrazia, di fratture sociali e di esclusione, educare al fair play equivale a costruire capitale sociale, a promuovere legami di senso, a insegnare che non può esserci libertà senza equità, né merito senza giustizia. In questa prospettiva, lo sport e il gioco diventano laboratori di società: microcosmi dove si sperimenta in forma simbolica ciò che poi accade nella vita reale. Per questo è fondamentale che non si riducano a mera performance, ma siano riconosciuti come pratiche culturali dotate di un enorme potenziale trasformativo. Questo significa investire nella scuola, nella formazione degli educatori, negli spazi pubblici, nel tempo lento dell’apprendimento motorio e cooperativo. Significa soprattutto affermare una visione culturale dello sport che rimetta al centro la comunità.
Il fair play, in questo senso, è un progetto di società: inclusiva, equa, cooperativa. È compito delle società sportive, delle federazioni, dei media, della pluralità di atleti e atlete, della scuola, delle istituzioni educative, delle famiglie e delle comunità farsi carico di questo progetto, non come imposizione moralistica, ma come visione culturale condivisa, da alimentare ogni giorno attraverso l‘esempio, il dialogo, la cura delle relazioni. Insegnare al Fair play significa educare alla responsabilità, alla gestione del potere, all’empatia. Significa insegnare che “giocare bene” è molto più che vincere: è saper condividere uno spazio di confronto e di immaginazione, affrontando il limite proprio e altrui, rispettandone la fragile complessità.
Sport ed etica, se si intende incoraggiare a un lento quanto necessario cambiamento, dovrebbero rappresentare un binomio indissolubile. Per questo motivo è fondamentale che il mondo sportivo metta al centro delle proprie attività iniziative di carattere educativo e formativo indirizzate ad atleti, allenatori, dirigenti, genitori e tutti coloro che sono coinvolti nelle attività sportive, compreso il pubblico che assiste agli eventi. L'educazione al fair play deve iniziare fin dall'infanzia, attraverso programmi specifici nelle scuole e nelle società sportive. La promozione del fair play richiede l'impegno di tutti gli attori sociali: istituzioni, organizzazioni sportive, educatori e famiglie. Il fair play, l'inclusione, la comprensione, la determinazione, l'uguaglianza, il rispetto, la pace, la fratellanza, il coraggio, l'ispirazione e la solidarietà sono valori olimpici e paraolimpici che devono essere costantemente promossi e discussi.
Alle recenti Olimpiadi di Parigi 2024, ha suscitato grande interesse il gesto significativo e inusuale del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che il 23 settembre ha voluto accogliere al Quirinale non solo le atlete e gli atleti che hanno conquistato una medaglia, ma anche coloro che si sono classificati al quarto posto. Quasi come se si fosse messo in ascolto dei giovani, delle loro dichiarazioni, delle loro interviste, dei loro sorrisi nonostante la momentanea sconfitta, ha scelto di premiare in modo esplicito anche chi aveva solo sfiorato il successo. In definitiva, il fair play è una scommessa etica e politica sul futuro: un modo per immaginare e costruire una società più giusta, a partire da gesti semplici ma radicali.