Giuseppe Ungaretti: Tra Alessandria d'Egitto e la Ricerca dell'Assoluto Poetico

Giuseppe Ungaretti, uno dei massimi poeti italiani del Novecento, nasce l'8 febbraio 1888 ad Alessandria d'Egitto, nel quartiere periferico Moharrem Bek. Questa circostanza è importante perché ci dice come stiano cambiando le identità degli italiani e, di converso, quelle degli scrittori. È uno dei nostri primi scrittori che nasce fuori dall’Italia, in una città cosmopolita che ha plasmato profondamente la sua visione del mondo e la sua poetica. I suoi genitori, Antonio Ungaretti e Maria Lunardini, erano immigrati lucchesi, originari della provincia di Lucca, in Toscana, di umili origini. La famiglia si era trasferita per questioni di lavoro, dal momento che il padre era operaio dello scavo del Canale di Suez. Tragicamente, il padre muore pochi anni dopo la nascita del poeta, nel 1890, a causa di una malattia contratta sul lavoro o di un infortunio, lasciando la madre a provvedere alla famiglia.

La giovinezza in Egitto, al limitare del deserto, sarà una dimensione che Ungaretti rievocherà infinite volte come qualcosa che lo ha messo a contatto con una dimensione diversa rispetto a quella tipica del paesaggio italiano. Giuseppe avrà sempre un ricordo profondo del deserto che osservava nella sua città d’infanzia. Questo ambiente del nord Africa è un ambiente particolare che gli resterà impresso e che tornerà infinite volte nella sua poesia, anche quando si tratterà di assimilarlo, di paragonarlo a paesaggi più vicini, più consueti, legati alla quotidianità della vita italiana. Ritroviamo un riferimento esplicito al paesaggio desertico dell’Egitto in una raccolta di prose che Ungaretti chiamerà inizialmente Il deserto è dopo, come se tutto ciò che viene dopo l’esperienza in Egitto fosse condizionata da questa immagine, da questo fotogramma stampato alla memoria del deserto egiziano. Anche questa lontananza dall’Italia, questo imparare la stessa lingua italiana come se si trattasse di una lingua straniera (“italiano di nostalgia” lo definisce Ungaretti) fa eccezione nella storia della nostra poesia. È significativo notare che ad Alessandria d’Egitto era nato anche Filippo Tommaso Marinetti, di pochi anni più anziano rispetto a Ungaretti.

Mappa dell'Egitto con Alessandria evidenziata

La Formazione ad Alessandria e gli Anni Rivoluzionari di Parigi

La madre, con i proventi del suo forno di proprietà, riuscì ad iscrivere il giovane Giuseppe a una delle scuole più esclusive della città: l'École Suisse Jacot, una prestigiosa scuola svizzera della città egiziana. Fu proprio a scuola, tra i banchi, che nacque in lui l'amore per la poesia e che Ungaretti affrontò le prime letture di Giacomo Leopardi. Nel collegio salesiano, l’Istituto don Bosco, frequentato dal 1897, ebbe ulteriori stimoli. Più tardi, attraverso la rivista "Mercure de France", il giovane Giuseppe si avvicinò alla letteratura francese. Nella scuola svizzera, invece, ebbe i primi contatti con il "Mercure de France", dove poté conoscere Baudelaire, Poe, e soprattutto Mallarmé e Nietzsche, tradotto da Henri Albert. Iniziò a leggere le opere dei simbolisti francesi Rimbaud, Mallarmè, Baudelaire, anche grazie ai consigli dell'amico Moammed Sceab, di origine libanese, di un anno più grande, con cui studiò e simpatizzò per l’idea anarchica, molto diffusa ad Alessandria. Si avvicinò alla letteratura italiana con l'abbonamento alla rivista "La Voce", sottoscritto nel 1910, e ebbe anche uno scambio epistolare con Giuseppe Prezzolini. Ungaretti collaborò anche al periodico "Il Risorgete!". Trasferitosi al Cairo verso la fine del 1909, cominciò a collaborare con il "Messaggero egiziano" scrivendo, per lo più, di lettere italiane, segnalando - tra l’altro - le "Revolverate" di Gian Pietro Lucini e appassionandosi a Giovanni Papini e all’attività della "Voce".

Nel 1912, dopo aver trascorso cinque giorni sul ponte di una nave e un breve periodo trascorso a Il Cairo, Ungaretti partì da Alessandria per Brindisi, con destinazione finale Parigi. Nel tragitto vide per la prima volta l'Italia e il suo paesaggio montano, incontrando a Firenze Giuseppe Prezzolini e Piero Jahier e a Milano il pittore Carlo Carrà. Lasciò l’Italia con una lettera di raccomandazione scritta da Prezzolini a Salvatore Piroddi, incaricato di guidarlo nella capitale francese. Entrato in contatto con un ambiente artistico internazionale, si trasferì a Parigi, dove prese alloggio in un alberghetto, in rue Des Carmes, «appassito vicolo in discesa», insieme all’amico Moammed Sceab, che vi si era stabilito due anni prima. Parigi in quegli anni brulicava di artisti da tutto il mondo: Ungaretti ebbe l’occasione di stringere amicizie importantissime, che lo legarono all’avanguardia artistico-letteraria. Conobbe il poeta Guillaume Apollinaire, con cui strinse subito amicizia e che resterà suo amico sino alla morte del grande poeta francese nel 1918. Incontrò anche Aldo Palazzeschi, Pablo Picasso, Giorgio de Chirico, Amedeo Modigliani e Georges Braque, oltre a Giovanni Papini e Ardengo Soffici, altri emigrati italiani, scrittori, poeti e intellettuali che facevano a Parigi il loro “salto vitale”, come lo chiamerà uno di loro, Ardengo Soffici, a cui Ungaretti resterà legato. Iscritto alla Sorbona, Ungaretti frequentò per due anni le lezioni tenute dal filosofo Henri Bergson, dal filologo Joseph Bédier e da Fortunat Strowski, apprezzando anche quelle di letteratura di Gustave Lanson.

Il 9 settembre 1913 Moammed Sceab si tolse la vita, suicida nella stanza dell'albergo di rue des Carmes che condivideva con Ungaretti. La figura dell'amico morto suicida a Parigi è presente anche in altri testi, quali ad esempio "Roman cinéma" (in francese) e "Chiaroscuro". La prima poesia del Porto sepolto, "In memoria", segnò l’irreparabilità di quella cesura. Sempre nel 1913, in Italia, Papini e Ardengo Soffici, entrambi già in rapporti con gli ambienti parigini, si separarono dalla "Voce" di Prezzolini per fondare "Lacerba", rivista dove Ungaretti iniziò a collaborare, pubblicando 16 liriche. In Francia, Ungaretti filtrò le precedenti esperienze, perfezionando le conoscenze letterarie e lo stile poetico.

Ungaretti legge "In memoria"

La Tragedia della Guerra e la Nascita della Poesia Essenziale

Nel 1914 Ungaretti si ritrovò a Milano e sostenne la fazione interventista. Quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale, si schierò dalla parte degli interventisti e partecipò attivamente alla campagna. Essendo nato all’estero e avendo avuto una vita così travagliata, Ungaretti era ferocemente interventista. Nel 1915, quando l'Italia entrò nel conflitto, decise di lasciare tutto e arruolarsi volontario in fanteria. La discesa in guerra dopo il “maggio radioso”, come lo chiamò D’Annunzio, lo vide entusiasta volontario. Fu assegnato al 53° reggimento di fanteria Vercelli, ma fu inviato all’ospedale militare di Biella «per inabilità ai servizi militari». Il 23 ottobre si unì alla 2ª compagnia del reggimento, e arrivò in zona di guerra con il 19° fanteria, 8ª compagnia, brigata Brescia, alle pendici del monte San Michele, sul Carso, in Friuli.

L’esperienza della guerra è un’esperienza tragica, un’esperienza brutale, violenta, in cui è la realtà che supera la fantasia e in cui l’individuo si trova in una condizione essenziale in cui tutto ciò che è accessorio non conta nulla. È lui davanti alla morte, tutti i giorni perché la vede, la tocca, sa che può accadere anche a lui e questo riduce la visione della vita all’essenzialità dei valori per cui alcune cose sono importanti e altre non valgono nulla. Cose che in una condizione di vita normale sembrano di gran valore in guerra non valgono nulla. Qui la dimensione è ridotta all’essenzialità: conta l’uomo, la vita, la morte e le altre cose che possono contare come l’amicizia, la solidarietà. Quando una persona vive in una condizione di precarietà, sa che può morire da un momento all’altro vede le cose per quello che sono. Ungaretti combatte sul Carso e, nella primavera del 1918, il suo reggimento si recò a combattere in Francia, nella Champagne, con il II Corpo d'armata italiano del generale Alberico Albricci.

Soldati in trincea durante la Prima Guerra Mondiale

È in trincea che Ungaretti comincia a scrivere un taccuino di poesie, «lettere piene d’amore», che poi, nel 1916, verranno raccolte e stampate in 60, o talvolta si indica 80, copie con il titolo Il porto sepolto, pubblicato a Udine, grazie all’amico Ettore Serra. Dal fronte Ungaretti stabilì rapporti epistolari con Gherardo Marone, ispanista, editore, promotore culturale e traduttore, che aveva fondato a Napoli una rivista letteraria mensile, "La Diana". Il 14 luglio gli confidò il progetto di pubblicare «un migliaio di versi», trascrivendogliene appena sette, intitolati "Il Porto sepolto". A ottobre 1916 "La Riviera ligure" pubblicò "Giugno", seguita da una sezione intitolata "Intagli", con nuovi testi. Ancora, l’"Antologia della Diana", in circolazione a fine 1917, ospitò "Il ciclo delle 24 ore", dedicato a Papini. Insignito della Croix de guerre, a cavallo dell’armistizio del 9 novembre, Ungaretti si unì al "Sempre Avanti…", periodico delle truppe italiane in Francia.

Il porto sepolto fa parte del nucleo originario della poesia di Ungaretti. Il titolo allude a questa funzione della poesia che è quella di portare alla luce qualche frammento della realtà vera che è nascosta, difficilmente raggiungibile, attraverso l’illuminazione poetica. Il poeta, che non è un archeologo, sceglie questo titolo perché allude alla funzione della poesia e del poeta: siamo in pieno clima irrazionalistico, la concezione della realtà è del tutto irrazionale. Il poeta è uno che porta a galla i frammenti della realtà vera che sono sepolti in profondità, esattamente come da un porto sepolto un sommozzatore potrebbe portare a galla qualche reperto. Queste sono poesie fulminanti, rapide, concise, dove l’emozione che le sostiene cerca la costante complicità del lettore.

La raccolta del 1916 confluisce in una successiva che ha la maggior parte dei testi ispirati all’esperienza di guerra. Nel 1919 dà alle stampe, a Parigi, la raccolta di versi in francese La guerre - Une poésie, che sarà poi inclusa nella sua seconda raccolta di versi Allegria di naufragi, pubblicata a Firenze nello stesso anno. Allegria di naufragi è un titolo strano per una raccolta poetica in cui si parla dell’esperienza di guerra, esperienza fatta da volontario in prima linea, perché il Carso era la prima linea dell’esercito italiano. Questo titolo in realtà non allude all’allegria, anzi. Ungaretti rielabora in modo molto originale il messaggio formale dei simbolisti, in particolare dei versi spezzati e senza punteggiatura dei Calligrammes di Guillaume Apollinaire, coniugandolo con l'esperienza atroce del male e della morte nella guerra. Al desiderio di fraternità nel dolore si associa la volontà di ricercare una nuova "armonia" con il cosmo che culmina nella poesia "Mattina". Questo spirito mistico-religioso si evolverà nella conversione in Sentimento del Tempo e nelle opere successive, dove l'attenzione stilistica al valore della parola, e al recupero delle radici della nostra tradizione letteraria, indica nei versi poetici l'unica possibilità dell'uomo, o una delle poche, per salvarsi dall'"universale naufragio".

Copertina de

L'Innovazione Stlistica e il Rapporto con l'Ermetismo

In queste prime raccolte Ungaretti rompe con tutte le regole tradizionali della forma poetica. La sua poesia è all’insegna della ricerca dell’essenzialità, è importante la parola scarnificata nel senso che vale da sola, non c’è l’aggettivo, non c’è l’avverbio. Si esalta la parola in se stessa come in una sorta di «religione della parola». Infatti, verso e parola molto spesso coincidono perché il poeta aveva bisogno di dire molto con poche parole: «Le poesie dell'Allegria sono scritte per dire con la massima precisione possibile (non si arriva mai ad esprimersi con precisione), ma, insomma, per dire con la massima approssimazione quello che sentivo: dire così in pochissime parole… Non c'era tempo». In questa fase, approfittando anche della sua particolare extraterritorialità e dell’influenza del Futurismo - sebbene non fosse un futurista -, Ungaretti disgrega il verso, aggredisce qualsiasi impostazione stilistica tradizionale, toglie la punteggiatura, rende poetiche parole vuote (come preposizioni e articoli); crea spazi bianchi attorno alle parole, per dare l’idea del loro emergere dal silenzio dell’anima. Abbiamo l’applicazione delle tecniche futuristiche in un certo senso: per lui la parola nuda è tutto, nuda cioè non accompagnata dall’aggettivo, non accompagnata dall’avverbio, messa in risalto in versi brevissimi, i cosiddetti versicoli, che non sono etichettabili. Se ne si unisce un paio a volte ci si accorge che sono dei settenari, ma Ungaretti spezza quella che è la metrica tradizionale, non usa il sonetto, non usa le strutture metriche della tradizione né i versi della tradizione, non usa le rime, usa questi versi brevissimi (anche da una sola parola) e in questi brevi versi la parola è molto messa in risalto perché si è costretti a fermarsi su quella parola.

Non usa la punteggiatura ma usa lo spazio bianco della pagina per dare rilievo. Quindi si può parlare di poesia pura nel senso di ricerca della parola scrostata dalle incrostazioni che si sono sovrapposte perché lui dice che il problema è che le usiamo troppo e usandole ne perdiamo il senso quindi diventano banali. Il poeta deve recuperare il significato primigenio della parola, l’essenza, l’«assoluto quasi religioso della parola vergine, originaria». Tutto è misterioso. Persino un fiore. In Ungaretti vibrano i grandi interrogativi dell’uomo con una chiarezza e un’urgenza che lo assimilano certamente a Leopardi. La poesia di Ungaretti, soprattutto nelle prime raccolte, sarebbe forse incomprensibile senza collocarla all’esperienza biografica della guerra; è l’autenticità lampante dei versi a conferire un particolare spessore. D’altronde dice: «Io credo che non vi possa essere né sincerità né verità in un’opera d’arte se in primo luogo tale opera d’arte non sia una confessione». Il motivo biografico diventa un assoluto, un grido che si leva dal nulla della guerra, e grazie alla forma in cui viene tradotto in parola, assume il valore di una rivelazione continua, valida per tutti.

Ungaretti non è un ermetico, ma dagli ermetici è considerato un padre dell’ermetismo, anche perché l’ermetismo parte dall’idea della poesia pura, dell’essenzialità, ma va nella direzione dell’oscurità. Il termine "ermetismo" è una definizione data dal critico letterario Francesco Flora, riferendosi a un movimento dell’antichità, misterico, per iniziati, che faceva riferimento alla divinità Hermes, il Mercurio dei romani. La poesia di Ungaretti creò un certo disorientamento sin dalla prima apparizione del Porto Sepolto. A essa arrisero i favori sia degli intellettuali de "La Voce", sia degli amici francesi, da Guillaume Apollinaire a Louis Aragon, che vi riconobbero la comune matrice simbolista. Non mancarono polemiche e vivaci ostilità da parte di molti critici tradizionali e del grande pubblico. A riconoscere in Ungaretti il poeta che per primo era riuscito a rinnovare formalmente e profondamente il verso della tradizione italiana, furono soprattutto i poeti dell’ermetismo, che, all’indomani della pubblicazione del Sentimento del tempo, salutarono in Ungaretti il maestro e precursore della propria scuola poetica, iniziatore della poesia «pura». Da allora la poesia ungarettiana ha conosciuto una fortuna ininterrotta.

Ungaretti legge "In memoria"

Tra Parigi e Roma: Fascismo, Matrimonio e Conversione Spirituale

Finita la guerra, Ungaretti si trattenne nella capitale francese, dapprima come corrispondente del giornale "Il Popolo d'Italia", diretto da Benito Mussolini, ed in seguito come impiegato all'ufficio stampa dell'ambasciata italiana. In questi mesi il giornalista militante Benito Mussolini lo assunse come corrispondente del "Popolo d’Italia", ove lavorò per circa un anno, prima di curare, dall’aprile del 1920, la rassegna stampa francese per l’ambasciata italiana. In primavera si consolidò il progetto della nuova raccolta destinata all’editore Vallecchi, con il titolo definito a fine anno di Allegria di naufragi. Dopo un breve soggiorno a Lucca, in agosto, e l’incontro con la redazione del "Popolo d’Italia" a Milano - Mussolini incluso -, Ungaretti riprese a Parigi la sua vita, piena di stimoli, ma anche di difficoltà economiche. Nel 1919, a guerra finita, fu a Parigi.

Nel 1920 sposa Jeanne Dupoix, un’insegnante di francese, conosciuta nel 1918 in Francia. Quando, all’inizio del 1921, Jeanne rimase incinta, cambiarono casa: in estate il nascituro, chiamato Jean-Claude, morì soffocato dal cordone ombelicale. Ungaretti e la moglie avranno due figli, Anna-Maria e Antonietto. Nel 1921, si trasferì con la moglie e i due figli a Marino, in provincia di Roma. Si impiegò al Ministero degli Esteri e collaborò all'ufficio stampa del Ministero degli esteri. Gli anni Venti segnarono un cambiamento nella vita privata e culturale del poeta. In quegli anni, svolse un'intensa attività letteraria su quotidiani e riviste francesi ("Commerce" e "Mesures") e italiane (su "La Gazzetta del Popolo"), e realizzò diversi viaggi, in Italia e all'estero, per varie conferenze, ottenendo nel frattempo diversi riconoscimenti di carattere ufficiale, come il Premio del Gondoliere.

Aderì al fascismo, firmando il Manifesto degli intellettuali fascisti nel 1925. Il documento, redatto da Giovanni Gentile, esaltava il fascismo come un movimento rivoluzionario e proiettato verso il progresso. Si iscrisse poi al partito fascista senza problematiche perché anche per lui rappresentava l’italianità, soprattutto per uno che aveva sempre vissuto all’estero; quindi, non è una questione di adesione politica. Nel 1923, la seconda edizione de Il porto sepolto, che uscirà in un’edizione di lusso a La Spezia, si fregerà, cosa allora ambitissima, di una prefazione di Benito Mussolini, conosciuto qualche anno prima, durante la campagna interventista. All’indomani della marcia su Roma, Mussolini trovò il tempo di scrivere una breve prefazione per il poeta, intellettuale che aveva conosciuto ai tempi in cui Mussolini era giornalista a "Il popolo d’Italia".

Tutta questa biografia porterebbe a pensare a un Ungaretti che diventa il vate dell’Italia fascista, ma così non fu per sua fortuna, una fortuna che in quegli anni visse in realtà come profonda sfortuna. Un’incapacità di Ungaretti di capitalizzare questa rendita di posizione, una litigiosità e anche una curiosità di attraversare paesaggi diversi da quello italiano, la sua irrequietezza di “girovago”, come si definiva, lo portò ad avere contatti continui, per esempio, con gli intellettuali francesi e questo non era molto ben visto nell’Italia stra-paesana della cultura fascista. Ungaretti, irrequieto e legato alla cultura degli intellettuali francesi, si allontana dal fascismo e la seconda metà degli anni '20 rappresenta per lui un duro periodo di povertà. In generale, Ungaretti è un uomo che non riesce a trarre giovamento dalle sue importanti frequentazioni. All’amico Soffici, che invece qualche vantaggio ne aveva tratto, scriverà una lettera nel 1926: “In materia d’arte, il Fascismo non solo non cambia nulla, ma accredita i peggiori”. L'8 agosto del 1926, nella villa di Luigi Pirandello nei pressi di Sant'Agnese, sfidò a duello Massimo Bontempelli, a causa di una polemica nata sul quotidiano romano "Il Tevere": Ungaretti riportò una lieve ferita al braccio destro ma tutto finì con una riconciliazione.

Nel febbraio del 1926, il poeta e traduttore belga Franz Hellens, direttore del "Disque vert", gli organizzò un ciclo di letture nelle Fiandre e nei Paesi Bassi. In aprile divenne consulente del trimestrale letterario "Commerce", finanziato dalla contessa Marguerite Caetani e curato da Valéry, Léon-Paul Fargue e Valery Larbaud. Ai primi di dicembre, ad Alessandria d’Egitto, morì la madre, cui dedicò una poesia piena che esprime un dolore composto e la speranza di rivederla, un giorno. Alla fine di giugno del 1927 il poeta, sempre in difficoltà economiche per l’insistita precarietà nel lavoro, si trasferì con la famiglia a Marino, in una casa più grande ed economica. Per tutto il 1929, Ungaretti continuò a collaborare con diversi quotidiani e periodici: "Il Tevere", soprattutto, ma anche "Il Resto del Carlino", "Il Popolo d’Italia" e "L’Italia letteraria".

Nel 1928 Ungaretti si convertì al cattolicesimo, a seguito di un tormentato percorso interiore, conversione che emerge nell'opera Sentimento del Tempo del 1933. Il passaggio a Sentimento del tempo segna un cambiamento non trascurabile in Ungaretti: intanto il titolo ricorda molto l’opera gigantesca di Marcel Proust. E poi la necessità per il poeta di ricollegarsi alla tradizione classica Petrarca-Leopardi attraverso il tramite del barocco. Il poeta recupera i versi tradizionali: il settenario, il novenario. Nonostante questo ritorno alla tradizione, resta sempre la stessa importanza data alla parola anche se l’esito è diverso: frasi più legate, vocaboli della tradizione letteraria, versi più sfumati che si contrappongono alla forza lapidaria di quelli dell’Allegria. È perché il tempo interiore si distende, si mostra simile a un mare in cui ogni pensiero, ogni azione sprofonda, perdendosi. Il secondo Ungaretti del 1933 con Il Sentimento del tempo è molto diverso perché da quest’opera in poi ci sarà un recupero della tradizione poetica italiana, in particolare Petrarca e Leopardi quali ispiratori. Intanto Ungaretti viaggiò molto tra il 1931 e il 1933 perché era inviato all’estero da «La Gazzetta del Popolo». Tradusse, inoltre, l’Anabase di Saint-John Perse, pubblicata due anni dopo su "Fronte", e pubblicò sul "Tevere" alcune traduzioni tratte da William Blake. L’editore milanese Preda pubblicò nel 1931 un suo nuovo libro di poesie: L’Allegria. Fu l’anno del ritorno in Egitto, raccontato nella "Gazzetta del popolo" in dodici articoli. Seguirono nel 1932 i viaggi in Corsica, a Montecassino, poi a Pompei e a Napoli. Come traduttore, Ungaretti si accostò a Luís de Góngora: tale attività fu poi raccolta in Traduzioni (Roma 1936) e Da Góngora e da Mallarmé (Milano 1948). Nello stesso 1933, Ungaretti divenne traduttore e curatore per la collana "Quaderni di Novissima", cominciando a tentare la via dell’insegnamento accademico. In primavera, tenne una lezione presso la Scuola Normale superiore di Pisa che lo riempì di soddisfazione, mentre la nuova rivista "Mesures", fondata da Henri Michaux, Groethuysen e Paulhan, lo accoglieva nella direzione. Seguì un viaggio in Puglia; poi, nel giugno del 1935, in Etruria.

Ritratto di Giuseppe Ungaretti giovane

L'Esilio Brasiliano e i Lutti Profondi

La sua fama crebbe e, nel 1936, durante un viaggio in Argentina su invito del Pen Club, gli venne offerta la cattedra di letteratura italiana presso l'Università di San Paolo del Brasile. Ungaretti accettò e si trasferì in Brasile con tutta la famiglia, fino al 1942. Il 20 febbraio 1937 Ungaretti, con la sua famiglia, si imbarcò per San Paolo; a marzo iniziò i suoi corsi all’Università trattando di letteratura medioevale, Dante, Petrarca; e poi, di Manzoni e Leopardi, e della metrica. L’Italia imperiale, l’Italia dei trionfi del Fascismo lo vedeva lontano, fuori dai giochi. Di nuovo la sua incapacità, la sua non grande perizia nel rapportarsi alla vita e alle convenzioni della vita, lo portò a una scelta catastrofica. Nel 1936 i "Quaderni di Novissima" pubblicarono una nuova edizione dell’Allegria e del Sentimento del tempo.

Durante il periodo brasiliano, i lutti familiari si abbatterono con forza sul poeta. Nel 1937 muore il fratello Costantino. Nel 1939 muore il figlio Antonietto, all'età di nove anni, per un’appendicite mal curata, lasciando il poeta in uno stato di acuto dolore e d'intensa prostrazione interiore, evidente in molte delle sue poesie successive, raccolte ne Il Dolore, del 1947, e in Un Grido e Paesaggi, del 1952. Questi sono alcuni dei versi che gli dedica: «Di me rammento che esultavo amandoti, / Ed eccomi perduto / In infinito delle notti». All’inizio del 1939 Ungaretti tornò in Italia: fu probabilmente durante quel breve soggiorno che venne arrestato per avere pubblicamente criticato le leggi razziali fasciste. Rilasciato per intervento di Mussolini, poté ripartire verso San Paolo. Seguirono mesi di doloroso e profondo silenzio, dopo la prematura scomparsa del figlio. Poi alcune conferenze di letteratura a San Paolo, a partire dall’ottobre del 1941.

Giuseppe Ungaretti con la famiglia in Brasile

Il Rientro in Italia e la Cattedra Universitaria

In piena Seconda Guerra Mondiale, nel 1942, Ungaretti decise di tornare in Italia, dove venne nominato Accademico d'Italia "per chiara fama" e ricoprì la cattedra di professore di letteratura italiana contemporanea all'università La Sapienza di Roma. Il 29 ottobre diventò professore di letteratura italiana moderna e contemporanea, «per chiara fama», all’Università di Roma. Prese servizio in dicembre e tenne la prolusione inaugurale il 29 gennaio 1943. Nel marzo 1943, Ungaretti tenne una lezione all'Università di Zagabria su "Leopardi iniziatore della lirica moderna", nell'ambito delle più grandi politiche mussoliniane di penetrazione culturale dell'Italia in Croazia.

Tuttavia, tra il 1943 e il 1944 i corsi si interruppero, e il 31 luglio 1944 Ungaretti venne sospeso dall’insegnamento, per effetto dei decreti di epurazione antifascista seguiti alla caduta del regime fascista. Nonostante i suoi meriti letterari e accademici, il poeta sarebbe stato vittima dell'epurazione: esattamente dal luglio del 1944, anno in cui il Ministro dell'Istruzione Guido De Ruggiero firmò il decreto di sospensione di Ungaretti dall'insegnamento, fino al febbraio 1947, quando il nuovo Ministro dell'Istruzione Guido Gonella reintegrò definitivamente il poeta come docente. A testimonianza del suo strenuo impegno per essere reintegrato, c'è una lettera, datata 17 luglio 1946, inviata all'allora presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, in cui Ungaretti difendeva la propria causa, elencando i suoi numerosi meriti conseguiti in Italia e all'estero. Il poeta avrebbe poi mantenuto il suo ruolo di docente universitario fino al 1958 e in seguito, come "fuori ruolo", fino al 1965.

Nel 1942 concordò con Mondadori la pubblicazione della sua opera completa, con il titolo Vita d’un uomo, curata dall’amico e commentatore Giuseppe De Robertis. A partire dal 1942 la casa editrice Mondadori iniziò la pubblicazione dell'opera omnia di Ungaretti, intitolata Vita d'un uomo. Tutte le poesie di Ungaretti sono nel volume Vita di un uomo, una vera autobiografia poetica. Ungaretti si è inabissato nell’umanità avendo come strumento la sua vita: perché è nella nostra vita che conosciamo le altre vite. Ungaretti fu sempre alla ricerca di una manifesta fratellanza col mondo. Ed è sconvolgente vedere come nella vita di un solo uomo, emerga la vita di molti altri. È questo uno dei misteri così cari ai poeti.

Ungaretti legge "In memoria"

Le Opere della Maturità e la Riflessione sul Dolore

I lutti, i viaggi, la lontananza crearono la base per un’altra raccolta fondamentale di Ungaretti: Il dolore, del 1947 (poesie dal 1933 al 1947). Dice Ungaretti: «So che cosa significhi la morte, lo sapevo anche prima; ma allora, quando mi è stata strappata la parte migliore di me, la esperimento in me, da quel momento, la morte. Il dolore è il libro che più amo, il libro che ho scritto negli anni orribili, stretto alla gola. Se ne parlassi mi parrebbe d’essere impudico. Quel dolore non finirà più di straziarmi». Questo libro è una lunga confessione dei lutti che si abbatterono sul poeta: la morte del fratello, del figlio Antonietto, e la sciagura del secondo conflitto mondiale. Quel dolore diventa un canto altissimo, puro, che rimanda sempre a un amore tenerissimo e orgoglioso verso la vita: «Disperazione che incessante aumenta / la vita non mi è più, / arrestata in fondo alla gola, / che una roccia di gridi» (in "Tutto ho perduto", Il dolore, vv. 11-14). Al figlioletto scomparso dedica la sezione "Giorno per giorno", che va a chiudersi in un dialogo immaginario in cui Ungaretti immagina il figlio trasfigurato in Paradiso, dirgli: «Ho in me raccolto e a poco a poco e chiuso / Lo slancio muto della tua speranza».

Nel secondo dopoguerra, Ungaretti pubblicò nuove raccolte poetiche, dedicandosi con entusiasmo a quei viaggi che gli davano modo di diffondere il suo messaggio e ottenendo significativi premi, come il Premio Montefeltro nel 1960 e il Premio Etna-Taormina nel 1966. La raccolta successiva, La terra promessa (1950), avrebbe dovuto riprendere il tema dello sbarco di Enea, in un’opera allegorica destinata al melodramma, ma resta di fatto incompiuta. A questa raccolta si lega Il taccuino del vecchio (1961), ma c’è un’identificazione importante: la terra promessa coincide con la morte. Pubblicò successivamente Un grido e paesaggi (1952), e I taccuini del vecchio (1960). Il frutto di quest'esperienze di viaggio viene poi raccolto nel volume Il povero nella città (pubblicato nel 1949), e nella sua rielaborazione Il deserto e dopo, che vedrà la luce solamente nel 1961.

La poesia di Ungaretti sin dagli anni ’20, e cioè sin dai suoi esordi, è stata accompagnata dai consensi della migliore critica militante dell’epoca; anche quando ha subito stroncature, è stata riconosciuta come importante. Partiamo proprio da una di queste stroncature: «La sua poesia somiglia sì, a quei fiori minuti campestri che in blocco sembrano insignificanti e isolati e guardati da vicino sono belli… Ma, Dio mio, dov’è mai l’umanità di questa poesia? Se stacco da un libro, sia pure di Matilde Serao, alcune battute, e le fermo in una pagina bianca, otterrò lo stesso effetto. Stampate, prendendola a caso dal vocabolario, una parola sola in una pagina, e la vostra anima si lancerà a riempirla d’una infinitezza musicale. Stampate solo un verbo all’infinito: “Dormire”. E voi riempirete questo schema di una lunga visione». Ma Ungaretti non fu mai imitatore di se stesso: il suo stile cambiò, sempre seguendo il suo cuore indomito e il suo spirito guerriero. Per cui, se è vero, come dice Flora, che possiamo ottenere effetti simili isolando parole a caso, è però importante riconoscere che la partecipazione emotiva che chiede Ungaretti al suo lettore poggia quasi su un aspetto magico e religioso.

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Gli Ultimi Anni e l'Eredità Immortale

Nei suoi ultimi anni Giuseppe Ungaretti intrecciò una relazione sentimentale con l'italo-brasiliana Bruna Bianco, più giovane di lui di cinquantadue anni, conosciuta casualmente in un hotel di San Paolo del Brasile, dove si trovava per una conferenza. Della loro appassionata storia d'amore restano, come testimonianza, quattrocento lettere. Nel dicembre del 1958 il poeta incontrò a Cervia una giovane traduttrice forlivese, Jone Graziani, con cui tenne una corrispondenza erudita e amorosa fino al 1964. Nel 1959 tornò in Egitto insieme a Leonardo Sinisgalli, direttore di "Civiltà delle macchine". Poi, con Paulhan e Jean Fautrier - presentatogli dallo stesso Paulhan - fece un viaggio intorno al mondo, passando per il Giappone e per Hong Kong.

Nel 1954 sfiorò il Premio Nobel per la Letteratura che andò invece a Salvatore Quasimodo. In occasione dei suoi ottant'anni, Ungaretti venne onorato dal governo italiano: a Palazzo Chigi fu festeggiato dal Presidente del Consiglio Aldo Moro, oltre che da Montale e Quasimodo. Nel maggio del 1969 Ungaretti si recò presso l’Università di Harvard, per leggere e commentare la propria poesia («nessuna università italiana me lo ha mai chiesto», aveva scritto a Prezzolini) e visitò ancora New York. Il 20 luglio seguì con i giornalisti di "Epoca" lo sbarco sulla Luna. Qualche mese prima aveva incontrato un nuovo amore, la giovane «capricciosa» di origine croata Dunja Glamuzina Belli, da lui accostata, in "Croazia segreta", al ricordo di Anna, la donna delle Bocche di Cattaro conosciuta da bambino ad Alessandria. Dunja fu la dedicataria dell’ultima poesia di Ungaretti, L’impietrito e il velluto, composta a Capodanno del 1970 e uscita in una plaquette illustrata da Piero Dorazio.

Nel 1968 Ungaretti ottenne particolare successo grazie alla televisione: prima della messa in onda dello sceneggiato televisivo L'Odissea di Franco Rossi, il poeta leggeva alcuni brani tratti dal poema omerico, suggestionando il pubblico grazie alla sua espressività di declamatore. Nel 1969 la Mondadori inaugurò la collana dei Meridiani pubblicando l'opera omnia ungarettiana, con il volume Vita d'un uomo. Tutte le poesie. Nello stesso anno il poeta fondò l'associazione "Rome et son histoire". Nel novembre 1969 è uscito l'album discografico La vita, amico, è l'arte dell'incontro di Giuseppe Ungaretti, Sergio Endrigo e Vinícius de Moraes. Nel 1970, parte per gli Stati Uniti per ritirare un prestigioso premio internazionale conferitogli dall'Università dell'Oklahoma. La fatica dell'impresa debilitò definitivamente la sua fibra.

Ungaretti muore a Milano, nella notte tra il 1º e il 2 giugno del 1970, all'età di 82 anni, per una broncopolmonite. I funerali furono celebrati il 4 giugno a Roma, nella chiesa di San Lorenzo fuori le Mura, ma non vi partecipò alcuna rappresentanza ufficiale del Governo italiano.

In Ungaretti, anche di fronte al dolore più insensato, come la morte di un figlio, riuscì a mantenere viva la speranza, segno di un cuore sempre indomito e guerriero. Era un poeta straordinario, e la sua influenza sulle generazioni successive fu profonda. Francesco Flora quasi non si rassegnava al fatto che la poesia di Allegria funzionasse, cosciente di quanto fosse pericolosa l’operazione di una improvvisa rottura con ogni forma di tradizione poetica italiana. Ma Ungaretti non fu mai imitatore di se stesso. Nel mistero della vita, in quel “porto sepolto”, dice Ungaretti, «Vi arriva il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti / e li disperde». È il segreto di questa poesia, improvvisamente emersa della poesia, non può esaurirsi perché è dentro ognuno di noi.

Ungaretti legge "In memoria"

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